Ritengo che non sia obbligatorio essere pubblicamente quello che siamo nei nostri fatti privati, nel senso che non è necessario ostentare quello che si è. Così come credo che sia la gente – il contesto – ad obbligare le persone a mostrarsi diverse da come sono, per la naturale tendenza di tutti a chiedere agli altri particolari della vita privata per permettere loro di essere quello che vogliono essere.
La sincerità e l’accettazione di sé non corrispondono necessariamente al “vomitare” se stessi sugli altri.
Mi spiego meglio: mettiamo che il signor X faccia l’avvocato e che sia bravissimo a farlo, ma che, per vivere, debba lavorare per uno studio di avvocati e mettiamo anche che il signor X abbia una vita sessuale disordinata ed alcuni vizi privati che non è obbligato a rendere pubblici, qualcuno potrà biasimare il signor X se mente sulla sua vita privata per non essere licenziato, visto che i suoi datori di lavoro gli chiedono di mostrare pubblicamente una facciata irreprensibile?
Riportando ciò sul piano politico, secondo me gli elettori (che sono i datori di lavoro del politico) non possono biasimare un bravo ed appassionato politico che mente per poter fare il suo lavoro, visto che gli chiedono cose che con la politica non hanno nulla a che vedere.
Altro caso è quello di chi, pessimo avvocato (o medico o politico), riesce ad ottenere un posto solo attraverso la costruzione di un’immagine falsa.
Credo che oggi sia questo il problema che la politica italiana sta affrontando e, comunque, mi chiedo se anche questa non sia responsabilità dei “datori di lavoro”, cioè di chi non è capace di apprezzare la preparazione e la competenza e guarda soltanto i fatti privati.
Patricia Panebianco
Credo che tutti noi abbiamo il dovere dell’onestà. E’ un dovere che abbiamo prima di tutto con noi stessi, poi con le persone che amiamo.
Un personaggio pubblico deve essere trasparente.
Non ne faccio una questione di moralità, non m’interessa, ma ho il diritto di pretendere che chi fa politica non sia ricattabile perché, inevitabilmente, chi si trova in questa situazione subisce condizionamenti, i più disparati.
Non si tratta, però solo di politici, parlo di chi dice tutto il male possibile delle coppie di fatto, forte di una famiglia "benedetta", ma "disastrata". Non è mica facile essere onesti. E’ una grande fatica per tutti. C’è chi ci prova, c’è chi cade … ammettere, ammettere che siamo deboli, è già gran prova di onestà.
Stefania Crozzoletti
La sincerità? Ho conosciuto tante persone usare questa parola come una veste per vendere con successo merce avariata, ma anche buona. Più che di virtù perduta parlerei di virtù estinta, ma ci si arricchisce molto con le riproduzioni e i falsi d’autore.
Vittoria *Anonima*
In linea generale sono d’accordo con quanto affermato dall’autore, perché la virtù dovrebbe sempre accompagnarsi all’impegno politico. Ma c’è anche una tradizione che scinde etica e politica e che afferma che il politico, per fare il suo mestiere, non deve essere integerrimo ma capace di fare delle cose giuste in un mondo tutto sbagliato.
Io ritengo che una persona che fa del sesso a pagamento non possa essere un buon politico. Non è una questione etica, a me non interessa, ma la “doppia” vita per quanto possa essere uno sfogo e per quanto frequentare sordidi ambienti possa avere anche una specie di fascino letterario, non sia addice a uomo pubblico.
Quest’ultimo ha una privacy ridotta.
So bene che sono tanti i politici e gli uomini pubblici che hanno una doppia vita senza che nessuno lo sappia … per questo il potere è qualcosa di orrendo.
Sincerità, onestà, limpidezza, sono virtù faticose, ma almeno le si guardi come ad un “dover essere” …
Giuseppe Barreca
“Le umane virtù” – Io parto sempre dal titolo perché penso sia la sintesi di una riflessione: “La nostra virtù perduta”.
Dividere la vita di un uomo in vizi e virtù sarebbe noioso e semplicistico per cui trascurerò quest’aspetto … quando divenne pubblica la storia delle macchine (escort) rimasi stupito non del fatto che un uomo ricco e potente andasse a letto con donne “disponibili”, ma dello scenario che si era costruito intorno a questa faccenda. Ora la cosa si ripete. I temi che emergono (e s’intrecciano) sono talmente tanti e vari (politici, etici, morali, religiosi, economici etc..) che in questo commento è impossibile affrontarli in modo approfondito, quindi cercherò di essere sintetico (come sempre).
Le considerazioni più “gettonate” sono:
1° un uomo politico deve saper amministrare bene la cosa pubblica quindi la sua vita privata non condiziona il suo operato ed il conseguente giudizio nei suoi confronti;
2° un uomo politico deve/non deve essere rispettato nella sua privacy;
3° un uomo politico deve avere una vita privata moralmente ineccepibile;
4° un uomo politico deve essere d’esempio a tutti i cittadini;
5° un uomo politico deve essere trasparente ed onesto
6° un uomo politico deve …
La domanda che nasce spontanea è questa: davvero noi tutti crediamo che il moderno uomo politico (ed anche qualcuno del passato) possa esprimere le migliori virtù umane?
Ce ne illudiamo perché l’illusione culla molto di più della realtà.
Cos’è un politico? Un uomo o un’idea di uomo?
I meccanismi della politica sono chiari a tutti quindi è inutile stupirsi di qualcosa che sappiamo già. Tuttavia la riflessione ci richiama alla virtù perduta.
Faccio fatica a pensare ad una virtù perduta perché personalmente detesto le giustificazioni (anche se a volte sono un buon antidolorifico) e non mi piacciono le divisioni radicali. Quale virtù abbiamo perso veramente? Quella di credere in qualcosa che l’uomo fa fatica ad accettare (cioè di credere in valori che contrastano fortemente con l’essere dell’uomo) o quella di credere nel politico risolutore, messaggero di grandi ideali?
Mi viene in mente un famoso discorso di Robert Kennedy nel quale egli citò Eschilo: “Anche mentre dormiamo, il dolore che non riesce a dimenticare cade goccia a goccia sul nostro cuore fino a quando, pur nella nostra disperazione e persino contro la nostra volontà, la saggezza prevale attraverso la grazia di Dio”. La saggezza dell’uomo è anche la sua perdizione. Noi aspiriamo ad essere uomini, ma la nostra indole ci tira sempre per la giacchetta. I nostri tentativi sono encomiabili perché nonostante le carenze (verso un ideale di sicuro valore) lottiamo contro il nostro stesso essere – nel –mondo.
La virtù non è perduta perché è convivente con il vizio.
L’onestà si esprime con l’accettare le nostre debolezze e la consapevolezza che il potere è il soggiorno più comodo dell’uomo. Non è la virtù ad essersene andata, ma l’informazione che ci richiama alla dimenticanza. Quello che pensiamo aver perduto è solo un trucco dell’uomo moderno che maschera la sua inettitudine con morali mai gradite. Se vogliamo che le cose cambino dobbiamo impegnarci su due aspetti: sull’uomo e sulla gestione del potere.
Il potere è un miele pericoloso ma noi api lavoriamo operosamente per la sua produzione e regolamentazione.
Chi detiene un potere deve sapere che ciò che gli è dato è solo una concessione temporanea, uno strumento, un essere – per – la comunità (e non un essere-per-se stesso) al servizio del cittadino-uomo e non dell’uomo e basta.
Lavorare sull’uomo è molto più complicato, siamo un essere in costruzione con teorie e dottrine di grande spessore, ma con un agire pratico di facile squallore.
Per concludere ritorno sulla mia affermazione iniziale relativa allo “scenario” in cui tutto ciò ha avuto “luogo” e che avevo detto avermi stupito: penso che la figura del leader pubblicizzata a più non posso negli ultimi tempi sia la cosa più deleteria della politica. Un leader deve coordinare una rappresentanza (scelta dal popolo) e se dovesse commettere un errore, senza fare drammi si sostituisce con un altro membro della stessa rappresentanza.
Perché logiche misere devono stravolgere un pensiero così nobile come la politica? L’ipocrisia non risiede nell’errore umano, ma nell’esaltazione della figura del salvatore o dello sceriffo. L’uomo politico è la punta di una penna e noi, come l’inchiostro, ne regoliamo l’azione. Il politico non è il figlio di un dio venuto su questa terra per salvare le pecorelle smarrite, anche lui fa parte del gregge. Come scrisse Heidegger: “l’uomo è il pastore dell’essere”, dunque l’uomo deve cercare la strada smarrita dell’essere e non soffermarsi sulle sue amenità. Partendo dal suo essere - nel – mondo deve percorrere la retta via (sicuramente piena di ostacoli e di continue contraddizioni), ma con il suo carico d’iniquità deve viagiare verso nuovi lidi dove conciliare il suo lato oscuro (uomo/potere) con la sua forza inespressa (l’essere).
Se il politico moderno, sintesi dei mali dell’uomo, mi delude, l’Eschilo del passato mi rincuora perché questo significa che una speranza ancora alberga in questo piccolo pastore.
Francesco Colia
I nostri politici ci rappresentano perché noi stessi li abbiamo eletti. E’ inutile accanirsi sul loro mal costume quando padri di famiglia violentano i propri figli o vanno con prostitute minorenni e le stesse madri mandano le proprie figlie a farlo … da dove cominciare a cambiare? Da ognuno di noi che ha comunque in un modo o nell’altro preso e continua a prendere parte alla condizione di questa società.
Marinella Morati
Perché il politico o anche il cittadino privato che ha una doppia vita fatta di eventi scabrosi non è sincero? La sincerità è la virtù più difficile e, credo, non solo perché richiede coerenza ma, a mio parere, soprattutto perché esige un esame su se stessi. Per essere sinceri con gli altri occorre esserlo prima di tutto con se stessi. Più la nostra colpa è vergognosa più questo non avviene. E' rarissima la disposizione d'animo capace di veder il peggio di sé e mostrarlo agli altri. I più non sono in grado neanche di ammetterlo a se stessi. Forse tutti, chi in massima chi in minima parte, siamo insinceri riguardo a noi stessi. Forse è veramente trasparente solo chi non niente o poco di cui doversi vergognare. Forse, anche se potrà sembrare banale, la saggezza (anche quella politica) sta nel ricordarsi di avere responsabilità in modo da stare lontani dagli eccessi e non avere nulla di grave di cui vergognarsi.
Donatella Quattrone
Nell’affermazione che la vita privata degli altri appartiene di diritto al giudizio di noi tutti e nel rappresentare il noi tutti come un monolite o un gregge ordinato io non mi riconosco assolutamente. Affermare di essere sconcertato di fronte all'immoralità privata cosa significa? Che cosa è l’immoralità? Che cosa è morale? su quali basi si stabilisce ciò che è morale? in base all’educazione cattolica, all’ educazione liberal-borghese, a quella proletaria, a quella delle favelas o quella della propria esperienza personale? Il grande Spinoza affermava che l’immoralità in natura non esiste e che essa è semplicemente una convenzione sociale e aggiungerei una convenzione sociale confacente agli interessi delle classi dominanti. Si parla poi di coerenza di tutti noi tra quello che noi intimamente sentiamo di essere e la nostra vita pubblica. Certo questa coerenza sarebbe possibile se vivessimo in una società che considerasse la diversità come normalità, in cui l’eros potrebbe esprimersi in tutte le sue sfaccettature, in cui nessuno giudicasse l’intimità naturale dell’altro. In realtà viviamo in una società sessuofobica, repressiva, formalista in cui l’individuo non è una persona in carne ed ossa, ma un concetto omologato e omologabile dove la diversità è vista come un attacco al sistema. Come fa un ragazzino che si scopre omosessuale a esprimere pubblicamente la propria intimità? la cosa meno grave e più tenera che gli possa capitare è di essere deriso e sbeffeggiato dai suoi stessi coetanei. Tutti noi, nessuno escluso, in qualche modo viviamo la dicotomia tra il pubblico e il privato. Affermare poi che non è il fatto in sé che va riprovato (questo lo lasciamo fare ai bigotti) ma soffermandosi in seguito proprio su di esso e sottolineando che esso significhi vivere un’inconfessabile vita notturna di marginalità, di sesso estremo, di esagerazioni, non è contraddittorio? Si continua con la nostalgia di quella virtù che un tempo s’insegnava negli oratori … io ho passato la mia infanzia e adolescenza all’oratorio, sapeste che razza di virtù ho imparato … sorvoliamo … Senza questa famigerata virtù della sincerità noi saremmo costretti a vivere la dissociazione e l'incoerenza, la follia e la disperazione, forse non ci siamo accorti che tutti siamo già dissociati, incoerenti, folli e disperati.
Cicerone 3
Proprio perché mi dedico al colloquio con gli altri so (per esperienza e non per teoria) quanta sofferenza noi tutti viviamo, quanta difficoltà incontriamo sulla strada della nostra identità, quanti pregiudizi, quante battaglie, ognuno di noi deve vincere e non mi sfugge certamente che la morale non è un valore assoluto, ma un percorso, una scelta.
Ciò che invece può sfuggire e che questo percorso non si fa da soli, che non siamo isole nell’oceano, che non siamo monoliti, monadi, cristalli e che non vale dunque il ragionamento che sostiene – argomento per altro molto in voga ai nostri tempi – che in fondo ognuno dovrebbe poter fare ciò che crede senza che gli altri lo debbano giudicare.
Questa che pare un’affermazione di libertà è invece la prima trappola in cui si cade quando la libertà cerchiamo di viverla proprio perché deriva dal precedente principio, quello stesso per cui ci illudiamo di essere soggetti isolati, autosufficienti e non ci rendiamo conto di essere invece le nostre relazioni, di essere “animali razionali dipendenti” e che alla luce di tutto questo dovremmo ripensare molte delle nostre scelte.
Ci apparirebbe allora che il nostro piacere può essere dolore, sofferenza, umiliazione altrui e che la nostra libertà è condivisa. Infine potremmo scoprire che la virtù che oggi manca e proprio quella che ci impedirebbe di nasconderci a noi stessi prima che agli altri: la sincerità. Guardarsi negli occhi, trovare il senso di un dialogo.
Stefano Zampieri
Quando ero ragazzino, reduce da grave anemia, mi dicevano che non potevo far nulla, che ero debole di Costituzione: non mi restavano che le fialette. Ma non si trattava di quella Costituzione nominata un giorno si ed uno no da chicchessia. Era la Mia costituzione. A 18 anni mio padre, buonanima, ci ha lasciato in eredità una escort. Era vecchiotta e non voleva saperne a tirarci su in nessun modo … ma le Ford lo sappiamo, a quei tempi erano dei veri carrettoni.... Ora tutti ad incazzarsi sulle escort e sulla costituzione tradita e vilipesa: ne so qualcosa anch'io, che le ho vissute male sin da giovane. E per questo, mi chiedo, uomo della strada quale sono: se andassi a Trans? Potrebbe diventare un'esperienza poetica ("Via del campo" è nata proprio così) o semplicemente deprimente. Molto dipende da come hai vissuto da piccolo e da cosa metti in gioco nella tua esistenza. In fondo la vita "è solo uno stato d'animo".
*Anonimo*