giovedì, 12 novembre 2009

Esercizio filosofico: la virtĂą della sinceritĂ  (tra pubblico e privato)

Qui di seguito le riflessioni dei nostri commentatori sul seguente  post: Rileggendole in questa nuova “posizione” - che spero dia a tutti la luce meritata - concorderete con me che hanno realizzato un vero e proprio esercizio filosofico.
Partendo, infatti, da una breve riflessione proposta dal Prof. Zampieri sulla sincerità vissuta sia sul piano pubblico che privato e che, come ben ricorderete, scaturiva da un fatto di cronaca qui volutamente non citato, gli intervenuti hanno diversamente sviluppato ed in alcuni caso sviscerato la tematica proposta con appassionata partecipazione e (come nel commento finale) con un pizzico di amara ironia.
Nel riproporli ne ho modificato parzialmente l’impostazione (per fedeltà ai contenuti potete fare riferimento agli originali in calce al post nello spazio predisposto ai “commenti”) al fine di permettere a qualunque lettore di confrontarsi con le affermazioni di tutti senza rimanere impigliato nel “botta e risposta” (che in alcuni casi è diretto e personale) e poter così liberamente riflettere e trarre le proprie conclusioni.
Grazie a tutti per questa esperienza che contraddice il luogo comune secondo il quale la “rete” ed il “virtuale” non sono spazi “reali” di confronto, relazione e crescita.
                                                              Antonella Foderaro
 
016HenriMatisseDance
 
Ritengo che non sia obbligatorio essere pubblicamente quello che siamo nei nostri fatti privati, nel senso che non è necessario ostentare quello che si è. Così come credo che sia la gente – il contesto – ad obbligare le persone a mostrarsi diverse da come sono, per la naturale tendenza di tutti a chiedere agli altri particolari della vita privata per permettere loro di essere quello che vogliono essere.
La sincerità e l’accettazione di sé non corrispondono necessariamente al “vomitare” se stessi sugli altri.
Mi spiego meglio: mettiamo che il signor X faccia l’avvocato e che sia bravissimo a farlo, ma che, per vivere, debba lavorare per uno studio di avvocati e mettiamo anche che il signor X abbia una vita sessuale disordinata ed alcuni vizi privati che non è obbligato a rendere pubblici, qualcuno potrà biasimare il signor X se mente sulla sua vita privata per non essere licenziato, visto che i suoi datori di lavoro gli chiedono di mostrare pubblicamente una facciata irreprensibile?
Riportando ciò sul piano politico, secondo me gli elettori (che sono i datori di lavoro del politico) non possono biasimare un bravo ed appassionato politico che mente per poter fare il suo lavoro, visto che gli chiedono cose che con la politica non hanno nulla a che vedere.
Altro caso è quello di chi, pessimo avvocato (o medico o politico), riesce ad ottenere un posto solo attraverso la costruzione di un’immagine falsa.
Credo che oggi sia questo il problema che la politica italiana sta affrontando e, comunque, mi chiedo se anche questa non sia responsabilità dei “datori di lavoro”, cioè di chi non è capace di apprezzare la preparazione e la competenza e guarda soltanto i fatti privati.             
                                                          Patricia Panebianco
 
Credo che tutti noi abbiamo il dovere dell’onestà. E’ un dovere che abbiamo prima di tutto con noi stessi, poi con le persone che amiamo.
Un personaggio pubblico deve essere trasparente.
Non ne faccio una questione di moralità, non m’interessa, ma ho il diritto di pretendere che chi fa politica non sia ricattabile perché, inevitabilmente, chi si trova in questa situazione subisce condizionamenti, i più disparati.
Non si tratta, però solo di politici, parlo di chi dice tutto il male possibile delle coppie di fatto, forte di una famiglia "benedetta", ma "disastrata". Non è mica facile essere onesti. E’ una grande fatica per tutti. C’è chi ci prova, c’è chi cade … ammettere, ammettere che siamo deboli, è già gran prova di onestà.
                                                   Stefania Crozzoletti
                                                                            
La sincerità? Ho conosciuto tante persone usare questa parola come una veste per vendere con successo merce avariata, ma anche buona. Più che di virtù perduta parlerei di virtù estinta, ma ci si arricchisce molto con le riproduzioni e i falsi d’autore.
                                                       Vittoria *Anonima*
                      
In linea generale sono d’accordo con quanto affermato dall’autore, perché la virtù dovrebbe sempre accompagnarsi all’impegno politico. Ma c’è anche una tradizione che scinde etica e politica e che afferma che il politico, per fare il suo mestiere, non deve essere integerrimo ma capace di fare delle cose giuste in un mondo tutto sbagliato.
Io ritengo che una persona che fa del sesso a pagamento non possa essere un buon politico. Non è una questione etica, a me non interessa, ma la “doppia” vita per quanto possa essere uno sfogo e per quanto frequentare sordidi ambienti possa avere anche una specie di fascino letterario, non sia addice a uomo pubblico.
Quest’ultimo ha una privacy ridotta.
So bene che sono tanti i politici e gli uomini pubblici che hanno una doppia vita senza che nessuno lo sappia … per questo il potere è qualcosa di orrendo.
Sincerità, onestà, limpidezza, sono virtù faticose, ma almeno le si guardi come ad un “dover essere” …
                                                        Giuseppe Barreca
 
“Le umane virtù” – Io parto sempre dal titolo perché penso sia la sintesi di una riflessione: “La nostra virtù perduta”.
Dividere la vita di un uomo in vizi e virtù sarebbe noioso e semplicistico per cui trascurerò quest’aspetto … quando divenne pubblica la storia delle macchine (escort) rimasi stupito non del fatto che un uomo ricco e potente andasse a letto con donne “disponibili”, ma dello scenario che si era costruito intorno a questa faccenda. Ora la cosa si ripete. I temi che emergono (e s’intrecciano) sono talmente tanti e vari (politici, etici, morali, religiosi, economici etc..) che in questo commento è impossibile affrontarli in modo approfondito, quindi cercherò di essere sintetico (come sempre).
Le considerazioni più “gettonate” sono:
1° un uomo politico deve saper amministrare bene la cosa pubblica quindi la sua vita privata non condiziona il suo operato ed il conseguente giudizio nei suoi confronti;
2° un uomo politico deve/non deve essere rispettato nella sua privacy;
3° un uomo politico deve avere una vita privata moralmente ineccepibile;
4° un uomo politico deve essere d’esempio a tutti i cittadini;
5° un uomo politico deve essere trasparente ed onesto
6° un uomo politico deve
La domanda che nasce spontanea è questa: davvero noi tutti crediamo che il moderno uomo politico (ed anche qualcuno del passato) possa esprimere le migliori virtù umane?
Ce ne illudiamo perché l’illusione culla molto di più della realtà.
Cos’è un politico? Un uomo o un’idea di uomo?
I meccanismi della politica sono chiari a tutti quindi è inutile stupirsi di qualcosa che sappiamo già. Tuttavia la riflessione ci richiama alla virtù perduta.
Faccio fatica a pensare ad una virtù perduta perché personalmente detesto le giustificazioni (anche se a volte sono un buon antidolorifico) e non mi piacciono le divisioni radicali. Quale virtù abbiamo perso veramente? Quella di credere in qualcosa che l’uomo fa fatica ad accettare (cioè di credere in valori che contrastano fortemente con l’essere dell’uomo) o quella di credere nel politico risolutore, messaggero di grandi ideali?
Mi viene in mente un famoso discorso di Robert Kennedy nel quale egli citò Eschilo: “Anche mentre dormiamo, il dolore che non riesce a dimenticare cade goccia a goccia sul nostro cuore fino a quando, pur nella nostra disperazione e persino contro la nostra volontà, la saggezza prevale attraverso la grazia di Dio”. La saggezza dell’uomo è anche la sua perdizione. Noi aspiriamo ad essere uomini, ma la nostra indole ci tira sempre per la giacchetta. I nostri tentativi sono encomiabili perché nonostante le carenze (verso un ideale di sicuro valore) lottiamo contro il nostro stesso essere – nel –mondo.
La virtù non è perduta perché è convivente con il vizio.
L’onestà si esprime con l’accettare le nostre debolezze e la consapevolezza che il potere è il soggiorno più comodo dell’uomo. Non è la virtù ad essersene andata, ma l’informazione che ci richiama alla dimenticanza. Quello che pensiamo aver perduto è solo un trucco dell’uomo moderno che maschera la sua inettitudine con morali mai gradite. Se vogliamo che le cose cambino dobbiamo impegnarci su due aspetti: sull’uomo e sulla gestione del potere.
Il potere è un miele pericoloso ma noi api lavoriamo operosamente per la sua produzione e regolamentazione.
Chi detiene un potere deve sapere che ciò che gli è dato è solo una concessione temporanea, uno strumento, un essere – per – la comunità (e non un essere-per-se stesso) al servizio del cittadino-uomo e non dell’uomo e basta.
Lavorare sull’uomo è molto più complicato, siamo un essere in costruzione con teorie e dottrine di grande spessore, ma con un agire pratico di facile squallore.
Per concludere ritorno sulla mia affermazione iniziale relativa allo “scenario” in cui tutto ciò ha avuto “luogo” e che avevo detto avermi stupito: penso che la figura del leader pubblicizzata a più non posso negli ultimi tempi sia la cosa più deleteria della politica. Un leader deve coordinare una rappresentanza (scelta dal popolo) e se dovesse commettere un errore, senza fare drammi si sostituisce con un altro membro della stessa rappresentanza.
Perché logiche misere devono stravolgere un pensiero così nobile come la politica? L’ipocrisia non risiede nell’errore umano, ma nell’esaltazione della figura del salvatore o dello sceriffo. L’uomo politico è la punta di una penna e noi, come l’inchiostro, ne regoliamo l’azione. Il politico non è il figlio di un dio venuto su questa terra per salvare le pecorelle smarrite, anche lui fa parte del gregge. Come scrisse Heidegger: “l’uomo è il pastore dell’essere”, dunque l’uomo deve cercare la strada smarrita dell’essere e non soffermarsi sulle sue amenità. Partendo dal suo essere - nel – mondo deve percorrere la retta via (sicuramente piena di ostacoli e di continue contraddizioni), ma con il suo carico d’iniquità deve viagiare verso nuovi lidi dove conciliare il suo lato oscuro (uomo/potere) con la sua forza inespressa (l’essere).
Se il politico moderno, sintesi dei mali dell’uomo, mi delude, l’Eschilo del passato mi rincuora perché questo significa che una speranza ancora alberga in questo piccolo pastore.
                                                   Francesco Colia 
 
I nostri politici ci rappresentano perché noi stessi li abbiamo eletti. E’ inutile accanirsi sul loro mal costume quando padri di famiglia violentano i propri figli o vanno con prostitute minorenni e le stesse madri mandano le proprie figlie a farlo … da dove cominciare a cambiare? Da ognuno di noi che ha comunque in un modo o nell’altro preso e continua a prendere parte alla condizione di questa società.
                                                   Marinella Morati
 
Perché il politico o anche il cittadino privato che ha una doppia vita fatta di eventi scabrosi non è sincero? La sincerità è la virtù più difficile e, credo, non solo perché richiede coerenza ma, a mio parere, soprattutto perché esige un esame su se stessi. Per essere sinceri con gli altri occorre esserlo prima di tutto con se stessi. Più la nostra colpa è vergognosa più questo non avviene. E' rarissima la disposizione d'animo capace di veder il peggio di sé e mostrarlo agli altri. I più non sono in grado neanche di ammetterlo a se stessi. Forse tutti, chi in massima chi in minima parte, siamo insinceri riguardo a noi stessi. Forse è veramente trasparente solo chi non niente o poco di cui doversi vergognare. Forse, anche se potrà sembrare banale, la saggezza (anche quella politica) sta nel ricordarsi di avere responsabilità in modo da stare lontani dagli eccessi e non avere nulla di grave di cui vergognarsi.                                                             
                                                   Donatella Quattrone           
 
Nell’affermazione che la vita privata degli altri appartiene di diritto al giudizio di noi tutti e nel rappresentare il noi tutti come un monolite o un gregge ordinato io non mi riconosco assolutamente. Affermare di essere sconcertato di fronte all'immoralità privata cosa significa? Che cosa è l’immoralità? Che cosa è morale? su quali basi si stabilisce ciò che è morale? in base all’educazione cattolica, all’ educazione liberal-borghese, a quella proletaria, a quella delle favelas o quella della propria esperienza personale? Il grande Spinoza affermava che l’immoralità in natura non esiste e che essa è semplicemente una convenzione sociale e aggiungerei una convenzione sociale confacente agli interessi delle classi dominanti. Si parla poi di coerenza di tutti noi tra quello che noi intimamente sentiamo di essere e la nostra vita pubblica. Certo questa coerenza sarebbe possibile se vivessimo in una società che considerasse la diversità come normalità, in cui l’eros potrebbe esprimersi in tutte le sue sfaccettature, in cui nessuno giudicasse l’intimità naturale dell’altro. In realtà viviamo in una società sessuofobica, repressiva, formalista in cui l’individuo non è una persona in carne ed ossa, ma un concetto omologato e omologabile dove la diversità è vista come un attacco al sistema. Come fa un ragazzino che si scopre omosessuale a esprimere pubblicamente la propria intimità? la cosa meno grave e più tenera che gli possa capitare è di essere deriso e sbeffeggiato dai suoi stessi coetanei. Tutti noi, nessuno escluso, in qualche modo viviamo la dicotomia tra il pubblico e il privato. Affermare poi che non è il fatto in sé che va riprovato (questo lo lasciamo fare ai bigotti) ma soffermandosi in seguito proprio su di esso e sottolineando che esso significhi vivere un’inconfessabile vita notturna di marginalità, di sesso estremo, di esagerazioni, non è contraddittorio? Si continua con la nostalgia di quella virtù che un tempo s’insegnava negli oratori … io ho passato la mia infanzia e adolescenza all’oratorio, sapeste che razza di virtù ho imparato … sorvoliamo … Senza questa famigerata virtù della sincerità noi saremmo costretti a vivere la dissociazione e l'incoerenza, la follia e la disperazione, forse non ci siamo accorti che tutti siamo già dissociati, incoerenti, folli e disperati.
                                                                  Cicerone 3
 
Proprio perché mi dedico al colloquio con gli altri so (per esperienza e non per teoria) quanta sofferenza noi tutti viviamo, quanta difficoltà incontriamo sulla strada della nostra identità, quanti pregiudizi, quante battaglie, ognuno di noi deve vincere e non mi sfugge certamente che la morale non è un valore assoluto, ma un percorso, una scelta.
Ciò che invece può sfuggire e che questo percorso non si fa da soli, che non siamo isole nell’oceano, che non siamo monoliti, monadi, cristalli e che non vale dunque il ragionamento che sostiene – argomento per altro molto in voga ai nostri tempi – che in fondo ognuno dovrebbe poter fare ciò che crede senza che gli altri lo debbano giudicare.
Questa che pare un’affermazione di libertà è invece la prima trappola in cui si cade quando la libertà cerchiamo di viverla proprio perché deriva dal precedente principio, quello stesso per cui ci illudiamo di essere soggetti isolati, autosufficienti e non ci rendiamo conto di essere invece le nostre relazioni, di essere “animali razionali dipendenti” e che alla luce di tutto questo dovremmo ripensare molte delle nostre scelte.
Ci apparirebbe allora che il nostro piacere può essere dolore, sofferenza, umiliazione altrui e che la nostra libertà è condivisa. Infine potremmo scoprire che la virtù che oggi manca e proprio quella che ci impedirebbe di nasconderci a noi stessi prima che agli altri: la sincerità. Guardarsi negli occhi, trovare il senso di un dialogo.
                                                             Stefano Zampieri
 
 
Quando ero ragazzino, reduce da grave anemia, mi dicevano che non potevo far nulla, che ero debole di Costituzione: non mi restavano che le fialette. Ma non si trattava di quella Costituzione nominata un giorno si ed uno no da chicchessia. Era la Mia costituzione. A 18 anni mio padre, buonanima, ci ha lasciato in eredità una escort. Era vecchiotta e non voleva saperne a tirarci su in nessun modo … ma le Ford lo sappiamo, a quei tempi erano dei veri carrettoni.... Ora tutti ad incazzarsi sulle escort e sulla costituzione tradita e vilipesa: ne so qualcosa anch'io, che le ho vissute male sin da giovane. E per questo, mi chiedo, uomo della strada quale sono: se andassi a Trans? Potrebbe diventare un'esperienza poetica ("Via del campo" è nata proprio così) o semplicemente deprimente. Molto dipende da come hai vissuto da piccolo e da cosa metti in gioco nella tua esistenza. In fondo la vita "è solo uno stato d'animo". 
                                                              *Anonimo* 
mercoledì, 07 ottobre 2009

Stefania Crozzoletti: Prima Vita – Fara Editore

 primavita
 
Il pensiero immediato che sorge alla lettura dell’esordio poetico di Stefania Crozzoletti è che, se di opera prima si tratta, essa è certamente frutto di un lavoro di ricerca condotto a lungo e dunque a suo modo già maturo. I testi che compongono Prima vita, infatti, appaiono coesi nel loro incedere attraverso atmosfere umorali di volta in volta differenti, ma unite dal collante di fondo di derivare da uno scavo che non prevede come possibilità di salvezza il fermarsi di fronte alla paura ed allo smarrimento. Se dunque, è vero, stiamo parlando di un esordio, è altrettanto chiaro che l’autrice non è una giovane di belle speranze e di facili entusiasmi, ma una donna che ha avuto tempo e coraggio per osservare, pensare, e per quanto possibile cercare un senso all’interno della sua Prima vita.
“...scatto fotografie e catalogo sezioni di mondo / un puzzle che non riesco più a ricomporre”: da qui si parte, da un reale che non corrisponde alle aspettative e non per un senso di ribellione a priori, ma per una inadeguatezza che si è venuta a concretizzare nel tempo attraverso l’osservazione senza rete di sé e degli altri. Certamente si potrebbe accettare di condurre la propria esistenza con quel minimo di serenità che deriva dalla convivenza più o meno forzata con le convenzioni sociali più comuni, o almeno di conservare un po’ di indulgenza verso sé stessi per rendere l’animo appena più appagato... ma non è il compromesso la strada scelta da Stefania Crozzoletti nel vivere prima ancora che nello scrivere. In certi momenti, e l’autrice non lo nasconde, si affaccia il desiderio di fermarsi e rifiatare (più come necessità che come scelta), di rispettare “il minimo sindacale / di leggerezza”, di arrivare ad una “tregua armata” con l’affanno, ma l’atmosfera generale è che davanti a questa tregua armata, comunque insufficiente, l’autrice scelga la via più difficile da percorrere, quella che la porta a scontrarsi con la propria inadeguatezza prima ancora che con quella degli altri.
“...proseguo stonata / … / gratto i muri tanto per fare // meglio che essere / assolutamente contemplativa“ recita il primo testo della raccolta, ed è una dichiarazione di intenti e di onestà umana ed intellettuale che dà spessore a tutto ciò che segue, garantisce che ciò che leggeremo non sarà un esercizio di stile ma una prova di esistenza e resistenza. Forse ci saranno altre vite per consacrarsi, per realizzare destini o sopportare il dolore, ma non ora, non è adesso il tempo.
Stefania Crozzoletti sa fin troppo bene di essere parte per certi versi integrante ed integrata di una struttura sociale molto più grande di lei, e non si sforza di nasconderlo. Affiora dai suoi versi, che in alcuni passaggi richiamano quasi una rabbia ereditata da generazioni di scrittori precedenti, un rifiuto delle convenzioni che oggi sempre più spesso trasformano gli esseri umani in maschere colmate di vuoto. L’autrice a queste maschere dà un nome ed un volto: sono le amiche condannate alla cura della propria bellezza, le donne “potenziali perfette madri di famiglia”, i ragazzi in attesa al binario del treno. Ma il passaggio che Stefania Crozzoletti compie con coraggio e profondità, e che rende la sua scrittura diversa dalla pura poesia di protesta, è puntare l’obbiettivo su sé stessa con la stessa severità con cui lo indirizza sugli altri. Anche lei si tinge i capelli, si preoccupa dei vestiti sgualciti, soprattutto è donna all’interno di una famiglia e con questa scelta ha di fatto rinunciato almeno ad una parte della propria libertà. Davanti al rischio del vuoto che percepisce fuori e dentro Stefania dichiara il proprio “ruolo della piccola donna / fuori catalogo”, sapendo bene che ciò la porterà ad una posizione difficile, sospesa tra tensione e turbamento.
“...nel mezzo / ci sono io che vivo”, in una solitudine che difficilmente può essere condivisa, ma è giusto cercare almeno di raccontare senza reticenze. L’autrice non si propone mai come portavoce di nessuno, sa bene che i percorsi sono individuali, e per una umiltà che deriva forse dalla propria insicurezza fugge da ogni ruolo che non sia quello di rappresentare sé stessa. Ma proprio in questa umiltà, in questa insicurezza la sua scrittura acquista un ruolo più grande del semplice “raccontar-si” e passa al “raccontare” il punto di vista di chi in sé non ha ancora trovato una voce adatta. E’ una ricerca di compagni di viaggio (“C’è qualcuno come me / là fuori”); è accettazione dei propri limiti umani (“Devo smettere di volere / le vite belle degli altri”) o, in modo forse ancora più coraggioso, di donna (“La capacità di sovrapporre i ruoli / propria del mondo femminile / in me diventa /…/ praticamente una tomba”).
Si affaccia di tanto in tanto un giustificato orgoglio, non per essere giunta ad un punto di approdo, ma per la dignità del percorso intrapreso, quando si osserva che nella vita come nello specchio spietato dell’amore “siamo stati bravi ad onorare le scadenze / nonostante tutto”. Ma soprattutto c’è una tensione etica vivissima di cui queste poesie si nutrono e, per quanto non possano rispondere alle domande che esse stesse pongono, fra le righe suggeriscono un umanesimo sofferto, forse incompiuto ma conquistato sul campo. Sono parole versate nella speranza che si possa trovare “una piccola perla / che ci faccia sentire / immeritatamente speciali”, e dunque richiedono lo stesso approccio nell’atto della lettura: non troveremo qui “giri di parole / spacciati per versi”, ma una verità cruda, la dura manifestazione che in queste righe “anche l’indicibile è stato scritto”.
                                                         
                                                               Francesco Tomada
 
 
 
 
 
Da “Prima vita”, Fara Editore, 2009
 
 
PRIMA VITA
 
D'accordo mi arrendo:
accetto di vivere
la prima esistenza che viene
 
proseguo stonata
con l'inutile forza che mi contraddistingue
gratto i muri tanto per fare
 
meglio che essere
assolutamente contemplativa
 
guardo le stelle
e non trovo significati
 
guai ad essere
beatamente infelici
 
 
 
REINCARNAZIONE
 
Ci sarà un'altra vita
per sopportare tutto questo dolore
ci sarà un'altra vita
per portare a termine il mio destino
Un'altra vita
per elevarmi
un'altra vita
per consacrarmi
 
Nel frattempo
grazie Steve Kilbey
grazie Wim Wenders
grazie
consolante selciato di libri
 
Ci sarà un'altra vita
per drogarmi
per essere maestosa
e per fottere il mondo
con grande soddisfazione
 
 
 
NIENTE POESIA STAMATTINA
 
Niente poesia stamattina
ma tanti movimenti di arti
e corteccia cerebrale
 
Incessante
ticchettio di azioni
corse senza respiro
ritmi serrati
ed è subito mezzogiorno
Una mattina piena
di zero significati
con benessere diffuso
da collo a piedi
 
E mi chiedo
se il tempo volato sia tempo sprecato
tempo che non ha avuto tempo di pensare
pur valendo trenta denari
 
La mente colma di antipensiero
lavora tranquilla
preparando i campi alla semina
delle scemenze umane
 
Intanto
il pianeta ruota
la vita rincorre la vita
Indifferente alle mie sedate
rappresentazioni mentali
il sole è alto nel cielo
 
L'Orsa maggiore
ispira incosciente
gli innamorati
e il cruccio della carne
ossessiona i preti
 
Niente poesia stamattina
ma il solito giro di valzer
dell'Universo
 
 
 
VECCHIA PAZZA
 
Vorrei essere stata
una bambina lieve
vorrei diventare
una vecchia pazza
 
Vorrei una vita in regressione
pensieri morbidi e tondi
che esplodono per diventare
disordinato pulviscolo
danzante
ilare
dispettoso
che solletica il naso di Dio
 
Uno starnuto cosmico
è il big bang
della mia età matura
 
 
FEMMINILE TOMBALE
 
Dovrei essere tutto
invece non so che essere
una cosa alla volta
La capacità di sovrapporre i ruoli
propria del mondo femminile
in me diventa
calca di apparenti strati leggeri
ammasso di pietre
praticamente una tomba
 
 
AMORE CONIUGALE
 
Pochi secondi nel ruolo dell'attraversata
                                               non accarezzata
nelle svesti del soggetto divorato
                                               non sbaciucchiato
il collo bianco che scivola in basso
                                               senza pensiero
al pensiero stasera non batte il cuore
 
Pochi secondi per diventare il corpo
                                               che vedi
non la gigantesca testa che sono
 
Ci voltiamo dall'altra parte
                                               di noi stessi
 
tentando di ingannare un amore benedetto
da un mutuo ventennale
e diciamocelo
siamo stati bravi ad onorare le scadenze
nonostante tutto 
 
 
PABLO
 
Se Dio esiste
mi ha regalato il disincanto
altrimenti sono stata io
che miope ho travolto i sogni notturni
e quelli diurni
 
sognerìe e destini improbabili
mi fanno compagnia ma si fermano
di fronte all'evidenza che acceca
come il sole
 
[è così]
 
di fronte alle inspiegabili nefandezze umane
la nausea si rafforza con la presa d'atto
 
[è sempre così]
 
scatto fotografie e catalogo sezioni di mondo
un puzzle che non riesco più a ricomporre
ci vorrebbe Picasso per mettere tutto
insieme tutto mostrando
 
anche di me ho una visione parziale
lo devo certo alle cesoie del pensiero
che mi restituiscono pezzi di quanto era
 
 
INEDITI:
 
 
BLUFF
Sono un bluff, miei cari
pretestuosa con fiocchi e lustrini
una grande delusione
non so cucinare
né toccare
e il lavoro mi costa fatica
 
Ci ho creduto
confusa dai casi
erano convinti gli altri
e per tutti è stato comodo
vedere solo l'ultimo mattone
quello politicamente corretto
di formazione keynesiana
 
Una promessa mancata
the great pretender
mite come un drago
utile come una bomboniera
buona come veleno per topi
esuberante come una caffettiera
 
In compenso chiedo e spendo poco
e l'amore che non so esprimere
è sincero e profondo
 
tenetemi con voi se potete
ho soltanto bisogno
di un giro fuori ogni tanto
di un cielo nella testa costellato
                                               di parole
(e di viaggi in treno per pensarle)
 
 
IL VENTO, LE ZANZARE, I PENSIERI...
 
Il vento stanotte ha deciso di darmi noia
di stordirmi in compagnia di zanzare guerriere.
Tanto vale elencare nella testa
ciò che destabilizza il mio debole essere:
 
            il tuo sguardo accigliato
            le parole di troppo
            il grido, il pianto (il mio)
            le spalle al muro
            la nudità in piena luce
            gli utili abbracci
            (la nudità e gli abbracci)
            ...
            il centro dell'attenzione
            sentirmi invisibile
            esserci
            non esserci
            i mancati inviti
            gli appuntamenti
            i vestiti troppo stretti
            ...
            le magliette rosse
            la mia cupezza
            il sole negli occhi
            il perdono
            non trovare le parole
            dire quelle sbagliate
            aspettare una risposta
           
Smetterò di scrivere quando avrò
gambe forti e animo sicuro.
E sarà tutto un camminare cantando
lungo i bordi della terra.
Ubriaca senza sogni. E alla fine
della passeggiata, sedermi.
 
                                                           Stefania Crozzoletti
 

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Nome: Casual Mente Filo SofiAmo .....*diversamente mis/credenti*


Amministratori:

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Collaborano:

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