
“Scartando ora tutte le stupide definizioni e tutti i confusi verbalismi dei professori, io vi dichiaro che il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di inebriarsi di noi stessi. La facoltà di cambiare in vino l’acqua torbida della vita che ci avvolge ed attraversa. La facoltà di colorare il mondo coi colori specialissimi del nostro io mutevole”
F.T. Marinetti da Zang Tumb Tum - 1914
Cosa significa cambiare in vino l’acqua torbida della vita?
Molti “professori” del mestiere pensano che basti semplicemente fingere che l’acqua sia pulita e dunque berla immaginando che si tratti di vino.
Una finzione nella finzione il cui soggetto è incapace di inebriarci in quanto “acqua” e finanche di dissetarci perché di fatto essa è e rimane “torbida”.
Perché il “miracolo” avvenga è necessario che muti la sostanza, non più “acqua torbida”, bensì vino ed aggiungerei un ottimo vino, il migliore, tanto da spingerci a bere fino all’ebbrezza.
Ma come compiere questo miracolo? Di quale facoltà dobbiamo avvalerci per non essere semplici illusionisti, ma autentici poeti?
…“il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di inebriarsi di noi stessi …”
Il poeta non costruisce cattedrali, superbe architetture d’immagini e versi, nel deserto dei valori e nel piatto grigiore di un’esistenza che si trascina nel triste autocompiacimento della bellezza e ricercatezza delle proprie parole, egli più concretamente è un demiurgo, costruisce e ri-costruisce il reale attraverso la propria personalissima capacità lirica.
Tale capacità/facoltà è originalissima e mutevole proprio perché non ha sede nelle cose o circostanze esterne cui piuttosto si volge, bensì in quella zampillante unicità creativa che è l’ “io” poetico.
Chi possiede questo rarissimo dono, non può fare a meno di colorare il mondo con “i colori specialissimi” del proprio io mutevole. Un io che si evolve, non si fossilizza in regole e schemi sclerotici e sclerotizzanti, costantemente aperto a nuove sperimentazioni in cui la parola vive la stessa libertà del poeta.
La potenza dello “sguardo” lirico è tale da non rendere necessaria alcuna formula o gesto, in quanto è esso stesso gesto trasformante, modificando la sostanza delle cose affinché diventino ciò che dovrebbero essere. La parola allora può dirsi lirica se capace di operare questa metamorfosi dentro e fuori di sé.
L’acqua torbida della società consumistica, con il suo linguaggio fatto di spot e la sua realtà-mercato, invoca su di sé uno sguardo lirico, che non sia denuncia priva d’impegno, lotta senza ideale, grido incapace di diventare canto.
“Ci sono cose che solo la letteratura può dare” -direbbe Calvino – una di esse, in verità la prima è, appunto, la “leggerezza”, cioè quella capacità di essere allo stesso tempo, dentro e fuori la realtà, tanto dentro da sentirne il “peso” della responsabilità, abbastanza fuori da poterla restituire allo sguardo di tutti, più lieve (trasformandola dunque in vino).
A contatto con quest’acqua vorticosa che “avvolge ed attraversa” il poeta deve però prima di tutto riuscire a resistere, ecco allora che la sua visione per rimanere lirica e non morire vittima del processo di desertificazione del “nulla” che avanza e lo circonda, dovrà trasformarsi in una “psicofantaossessione”: un lirismo difensivo e creativo al tempo stesso, una lucidità delirante la bellezza, un gioco di scacchi psicologico dal cui esito finale dipenderà la realtà.
Simile ad un tappeto magico o un cavallo alato, la fantasia permette al poeta di levitare, consentendogli allo stesso tempo quell’equilibrio tra sogno e realtà indispensabile per traghettare in quest’ultima ciò che egli stesso avrà ritenuto irrinunciabile.
Le “Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès (aka Stefano Amorese) si leggono tutte d’un fiato – con leggerezza - come si beve un buon bicchiere, spinti dal desiderio d’inebriarsi e dall’ansia di sapere se a vincere sarà la vita.
L’ Incipit dell’opera introduce “qualcosa” che è più di un semplice testo, sembra quasi che l’autore ci fornisca di occhiali 3D tanto forte è l’impatto suscitato dal susseguirsi geniale e giocoso d’immagini vivide e veloci.
Il linguaggio spesso fumettistico risulta semplice e ricercato al tempo stesso, diventando a seconda delle tematiche ora sottile ed ironico sberleffo, ora pugno iconoclasta.
Nulla lascia indifferenti, ci si scopre – come per magia – protagonisti involontari delle psicofantaossessioni di un poeta metropolitano, che muove magistralmente la sua penna/bacchetta perché il coinvolgimento del pubblico sia totale.
La colonna sonora del film è un “jazz-rap” travolgente, non ci si accorge di starne seguendo il ritmo se non fosse per il tamburellare involontario delle dita sulla pagina e quella irresistibile voglia di rispondere ai versi con la nostra personale improvvisazione.
Antonella Foderaro
*Buona degustazione a tutti, si consiglia di bere rigorosamente seduti ed evitare di mettersi alla guida nelle prossime 48 h, prosit!
Incipit
Apro le porte della Mente
scavalco le fortezze del Nulla
supero i palinsesti del Programma
e do il segno d’Attacco
con una bacchetta magica e orchestrale,
vi batto come la maestrina tra le unghiette e la manina,
bombardo i bambini di birbe di bambagia,
di coriandoli di cartoon, i vecchietti di fumetti:
sguaino la scimitarra che scintilla d’Argentil,
spacco lo specchio lucidato dal Vetril
e non contento
per un mio moto ondoso in aumento
non mi sento più... più pervenuto
e mi spavento
se sulle alte perturbazioni
tu non mi turbi più, tu non mi sturbi
in una gamma di erezioni in sottocute
in una somma di creazioni incompiute
sulle linee filEtiche dallo slancio all’inerzia
- Ciak a Woozzeck
- A-AZIONE! - Giù lo -Sla-lom. Giù il -Go-lem
al di qua dell’INCIPIT fino all’Introitus
nel dulcis in... de profundis
- in vademecum di gomma in cellophane...
- per un surplus di Ogino-Knaus
- in memorandum di Onan...
- in “SEMEN FUNDEBAT IN TERRAM”!
Mi garantisco così da contaminazioni
veneree, da trombosi di corpi cavernosi:
nelle trincee delle cefalee
con le panacee mi sento ancora Arconte e Rodomonte,
priapeo e clitorideo
svilito virilmente come fosse adesso,
arcicontento e fesso, ermafrodito afrodisiaco:
non dico mai la Verità, in dettatura, se non sotto tortura,
perché il mio congiuntivo è congiuntivite,
il mio indicativo è un indizio auditivo,
è un congegno linguistico in uno... Yabadaba-duzzie
delle mie balbuzie,
che vi grido di buon grado e che ci credo!
... se accumulo la rabbia che non sbollo se non a bagno Maria,
in un Pater Noster, in qui tollis peccata mundi:
tra la claque di un applausometro,
tra il silenzio di un metronomo,
mi rifaccio lo spelling e il footing da un eccetera all’altro,
in recitazione sillabica labiale e nasale-palatale,
di autodidattica semantica, lesbico-lessico-sintattica,
nel Numero Passante da lassativo a lavativo,
da lassista a lesionista... lasciatemelo fare... ostinatamente
(so di scrivere male!): la Lingua mi sa un po’ di cognac.
Ancora mi sa di… Cabaret.
(da Psicofantaossessioni – Ed. LietoColle 2007)
Faraòn Meteosès (all’anagrafe Stefano Amorese, Roma 1965). I suoi esordi artistici (anni 80) lo vedono collaborare con diversi gruppi di poeti ed artisti dell’underground romano. Successivamente, porta la poesia in strada con le Letture allo scoperto. Con la Compagnia Parateatrale “Il Piede di porco” (come promotore, autore ed interprete) inscena Per ludum dicere (teatro di poesia) e successivamente Glifi apocrifi e geroglifici ipertrofici (composizioni a voci plurime). Nel 2000 pubblica una plaquette autoprodotta Samizdat e nel 2007, per i tipi di LietoColle la raccolta poetica Psicofantaossessioni e nel 2009 Ecolallaliche per Arduino Sacco editore. Al suo attivo, pubblicazioni su riviste e in Rete, interventi radiotelevisivi, partecipazioni a varie rassegne di poesia, collaborazioni per elaborati sinestetici. Suoi testi sono presenti in numerose antologie, fra le principali: “Concepts Storia” (Arpanet, 2007); “Quaderni di Lìnfera” (Progetto Cultura, 2008); “Pro/testo” (Fara editore, 2009). È inoltre coautore, col fotografo F. Buratta, de «Il dolce cammino…» (Liberodiscrivere, 2009).

Le transizioni di fase studiano lo stabilirsi di correlazioni che non restano confinate ad una caratteristica scala di spazio e di tempo, ma ‘invadono’ l’intero sistema che diventa incredibilmente connesso, cosicché tutto ha a che vedere con tutto. L’esempio più comune di questo fenomeno sono le turbolenze che osserviamo nell’acqua in ebollizione: i movimenti molecolari normalmente invisibili in quanto confinati su scale microscopiche e largamente indipendenti tra loro, si correlano su scale macroscopiche coinvolgendo un numero altissimo di particelle guidati dal gradiente di calore (in gergo. parametro d’ordine) ed appaiono ai nostri occhi. Il bel libro di Ignazio Licata descrive proprio una transizione di fase di questo tipo nel mondo della scienza, segnata dall’ insorgenza di inusitate correlazioni tra campi fino a pochi decenni fa molto lontani fra loro che scoprono di occuparsi degli stessi problemi e applicare le stesse metodiche.
‘La logica aperta della mente’ è solo a prima vista un libro di scienze cognitive, qui il tema trattato è l’epistemologia, il modo con cui gli scienziati fanno il loro mestiere. Finalmente si pone l’accento sull’insorgere dei problemi di rappresentazione che ci affliggono e su come superarli e non su questioni filosofiche magari attraenti ma sostanzialmente sterili. Questo libro è un manuale nel senso di qualcosa da tenere a portata di mano per avere un suggerimento.
Il libro nasce da una crisi che ha investito in quest’ultimo secolo tutte le scienze. E’ la crisi del pensiero positivista che riteneva il sapere scientifico un sapere ‘oggettivo’ e portatore di verità definitive ed ultime. L’idea insomma che lo scopo precipuo della scienza fosse il progressivo disvelamento della verità grazie ad un metodo che, seppur per prove ed errori, procedesse linearmente e armonicamente su sé stesso, adagiando le nuove acquisizioni sulle ‘verità assodate’ precedenti. Il sapere scientifico era considerato per definizione ‘oggettivo’ ed indipendente dall’osservatore.
Lo sviluppo ulteriore della scienza, dalla meccanica quantistica fino alla psicologia, passando per la patetica incapacità della teoria di prevedere quello che la realtà proponeva di fronte agli occhi di tutti (quando i fratelli Wright fecero volare il loro apparecchio sulla spiaggia di Kitty Hawke le università erano piene di fisici teorici che avrebbero dimostrato inoppugnabilmente l’impossibilità del volo a motore a chiunque glielo avesse chiesto) ha mostrato inequivocabilmente che il mestiere dello scienziato non è quello di sacerdote di una religione del “metodo” ma quello di artigiano ed artista. La scienza non è portatrice di verità definitive ed ultime, è il gioco mutevole delle strategie cognitive, la storia d'amore tra la mente ed il mondo. Le scienze cognitive sono dunque il campo privilegiato per contemplare questa relazione che permette all’artigiano ed all’artista di riempire di senso le loro opere. Questa è la prospettiva scelta da Licata che, fisico teorico di formazione, ci presenta le tappe di questo rapporto fra l’artista/scienziato e quello che all’inizio appare un oggetto come un altro e poi progressivamente si rivela come uno specchio che rimanda, filtrate e deformate ma ancora riconoscibili, le motivazioni profonde dello scienziato, le sue concezioni personalissime del mondo, in una parola il suo stile individuale. L’autore, facendo elegantemente giustizia delle mistificazioni dell’odierna scienza-spettacolo su mirabolanti macchine del pensiero e goffe riduzioni di fenomeni complessi ad insoddisfacenti basi molecolari, ci mostra come, diversamente da ciò che pensava l'intelligenza artificiale, noi non siamo elaboratori di informazione ma "ri-creiamo continuamente il mondo in testa". Sbagliano quindi le neuroscienze quando identificano mente e cervello; quest'ultimo è solo il "dispositivo" della mente contenuto dentro la scatola cranica, la mente nasce dall'interazione con il mondo. Cercare la mente nel cervello sarebbe come voler cercare la musica nell'orchestra!
In questo Licata si avvicina alle idee di Wassily Kandinsky . Ciò che urge a Licata (ed a Kandinsky) è la necessità di inserire lo scienziato (l’artista) nel modello (quadro). Il corpo a corpo tra l’autore e la realtà è quello che permette a Kandinsky di indicare ‘L’arte per l’arte’ come l’ atto di morte dell’arte stessa come strumento di conoscenza del mondo (cosa puntualmente avvenuta), ed è lo stesso corpo a corpo che impedisce a Licata di assumere un atteggiamento neutro sui modelli della mente, laddove invece differenze di potenza e fertilità ci sono, eccome.
La possibilità di costruire una sorta di "logica" della mente, secondo l’autore, è centrata sulla dinamica delle relazioni tra osservatore ed osservato, l’idea di "apertura logica" caratterizza in modo formale l’accoppiamento tra sistema ed ambiente, l'"emergenza intrinseca" la produzione di "novità" non banalmente computazionali. Si delinea in sostanza una teoria sui flussi informazionali alternativa a quella classica di Turing, dove il problema della mente era ridotto all’esecuzione di infinite operazioni linearmente giustapposte. Correttamente Licata nota come anche lo stesso Turing avesse riconosciuto nel problema della “fermata” e nel conseguente inserimento di ‘oracoli’ il limite di una teoria della conoscenza basata esclusivamente sulla computabilità. La necessità dell’ inserimento di un ‘oracolo’ che, come un ‘deus ex machina’ avvisa la mente/dispositivo che il suo compito è finito è l’immagine più vivida dell’impossibilità del perseguimento di un progetto di ‘oggettivazione’ auto consistente della mente, e ci dice qualcosa di portata molto più vasta che interessa anche chi- come il sottoscritto- si occupa del ripiegamento nello spazio delle proteine (protein folding). L’oracolo viene studiato invece come processo fisico nella teoria della “computazione naturale”, uno dei capitoli più innovativi del testo.
Alessandro Giuliani

Se è vero che il titolo custodisce sempre in parte il “segreto” di un’opera possiamo dire che RUMENI è uno squarcio aperto nel cuore di un popolo la cui storia di fatto non esiste - per noi - se non attraverso quegli “episodi” - “le storie” dei singoli appunto - che, per un motivo assolutamente casuale vengono ad intersecarsi inaspettatamente e con una frequenza sempre maggiore con la nostra vita, increspandone l’abituale fluire.
Se alla fine del romanzo di Anna Lamberti Bocconi, ci domandassimo “chi sono dunque i rumeni?”, la risposta sarebbe: Marja, Kostel, Stefan, Gigio … impossibile rispondere se non attraverso la mediazione vitale della persona che si fa voce graffiante all’interno di uno stereotipo che offende e difende al tempo stesso, come una logora e sporca veste che quanto meno nasconde l’inerme nudità.
Anna è l’unico personaggio comune a tutte le storie, è lei a viverle e raccontarle, ma più che un “io narrante”, potremmo definirla un “io dialogante”:
Ciò che più affascina in queste storie oltre ai fatti narrati spesso volutamente spinti al limite del paradosso, è il carisma straordinariamente empatico di questa donna “diversa” tra “diversi” che riesce a farsi mediante l’ironia, la rabbia, lo sdegno, la passione, la tenerezza, accoglienza laddove altrimenti ci sarebbe solo posto per la violenza o l’indifferenza.
Non è un romanzo “sociologico”, non lo è per la forma, lirica piuttosto che scientifica, né per la metodologia in quanto l’incontro ed il dialogo nascono “fuori scaletta” in modo inequivocabilmente non programmato e mai finalizzati ad esplicite indagini o approfondimenti; non è “politico” nel senso più deteriore del termine, cioè non è “schierato”, se non a favore di quell’umana carne carica di misteriosa ed indicibile bellezza, ma anche di miseria senza speranza, né attese di redenzione.
E’ un romanzo di storie, di persone che si scontrano e s’incontrano proprio nel momento in cui Anna riesce a guardarle ed a coglierle come tali anche se doppiamente nascoste dalla crudeltà anonima di una barzelletta, che barzelletta non è, e che racconta di Violeta, una prostituta distratta che perde con il tanga l’incasso di un’intera notte d’amore e poi muore perché non può pagarne il prezzo se non con la vita.
Esperienze che si confrontano, generando riflessioni che hanno la ruvidità e la forza della filosofia “de rua”, quella che nasce e cresce semplicemente dall’osservazione/ascolto in treno, alle fermate degli autobus, sui marciapiedi, nelle metropolitane:
I racconti sono brevi, dinamici, teatrali: i “rumeni” di Anna interpretano una parte all’interno del racconto, quella che il pubblico si aspetta, tanto per ridere e far ridere, come in un circo il pagliaccio che non deve, né può tradire il suo ruolo, dunque sono volgari e furbi, passionali e crudi, bugiardi e sinceri, violenti della violenza che li fa “rumeni” senza un nome, quel nome che Anna conosce e che ci restituisce autenticamente, in modo unico, nel titolo di ogni capitolo.
Conoscere il nome, per il pensiero ebraico, significa avere accesso all’identità della persona, a quel segreto che altrimenti rimarrebbe inaccessibile e che silenziosamente separa, estranea, impaurisce. Lo straniero è diverso già a cominciare dal nome, che non sappiamo scrivere e nemmeno correttamente pronunciare ed allora … Marja, Kostel, Stefan, Gigio, Violeta, Lilia, Tiberiu, Valentina, Mario, Gheorghe, Cesar, Madalina, Cristina, ….. , …. , ….
In attesa che ciascuno di noi possa personalmente continuare con altri “capitoli” questo romanzo umano fatto di storie, lasciamo che Anna ci racconti le sue attraverso i colori di una città, Milano, descritta così come viene vissuta: con dinamicità ed entusiasmo, carattere, vitalità e passione.
“Ciao, Anna!” (da Cristina)
***
Antonella Foderaro

Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle …
Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.
Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.
Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.
Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.
Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.
Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.
Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri” (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).
Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.
Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …
Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….
Antonella Foderaro
Pro/Testo
Versi
a cura di Luca Ariano e Luca Paci
introduzione di Mimmo Cangiano
opere di
Luca Ariano – Marco Bini
Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi
Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco
Salvatore Della Capa – Chiara De Luca
Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi
Fabio Franzin – Marco Giovenale
Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès
Simone Molinaroli – Fabio Orecchini
Luca Paci – Massimo Palme
Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti
Alesssandro Seri – Tito Truglia
Dale Zaccaria
Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.
Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo
La cicala
S’io fossi una cicala
frinirei le mie note
nel bramir d’ali e foglie.
Scivolando s’una goccia
nello stagno delle vertebre abbandonate
brandirei pagliuzze dorate:
mozzando capi chini
di vergogne ossequianti,
sederéi mille battaglie
nel sangue dei codardi e dei potenti
per riconquistarti il mondo
nel silenzio del mio canto.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
ad I.
Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano
il terùn – ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi
– non sa di baci e strette di mano cose loro – .
Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit
in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount – studente fuori sede –
ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.
Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
– quella coi buchi che ti ricorda focolari –
e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d’uccello
è solo l’arrivederci d’un abbraccio.
(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)
Luca Ariano
*** *** *** ***
Per quel che mi è dato di sapere
può essere causa dei mali di qualcuno.
Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa
al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino
qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto
ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto
la carica della celere, sindacalista.
So solo che compare a metà del pomeriggio,
l’astio nello sguardo che riserva per la bionda
che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe
della tuta, che ancora si rivede quella volta,
infreddolita alla frontiera mentre sputa
via, richiudendo la lampo a un’uniforme.
Che si accarezza con la mano la permanente
vistosa, appena fatta, come quella di una signora.
Marco Bini
*** *** *** ***
La canzone delle primule rosse
In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dàlli alle fiamme
di questo stanco cammino.
Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell’animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.
Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganza e verità.
Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.
Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.
Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.
Carmine De Falco
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da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)
Viviamo giorni di pace.
Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi
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Nei nostri letti stuprano donne senza volto
***
Il giusto massacra il colpevole.
Beve il sangue del figlio
***
Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.
Pezzo per pezzo.
Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.
Gli ricuce il volto per provarne pietà
***
I nostri figli hanno imparato a bere.
Hanno mosso i primi passi
noi guardavamo altrove.
Hanno appreso il sesso
dalle madri senza vita.
Ora li guardiamo
riempire la bocca di pietre
portare dentro la colpa del padre
***
A Giusy L.
Dentro di te cresce un ventre
di balena che ti nasconde.
Paghi i dolori del parto
di quando sei nata come non dovevi.
E sai del dolore delle bambole
di quelle facce escluse
del tuo redentore morto.
Il male è nel mondo
e ti è crollato addosso.
Salvatore Della Capa