lunedì, 16 novembre 2009

La nascita

Melo Klimt
Una domenica al seguito di vecchi ricordi e personaggi appena nati, ma già tanto vecchi da non aver avuto diritto ad una esistenza letteraria. Fogli sparsi in cento pile diverse, ognuna con il suo nome niente affatto coincidente con quanto è scritto nei testi che raccoglie.
La voglia di creare una nuova comunità di pensieri lo spinge a cercare una ragione. Eppure niente è meno razionale di una creazione, un istinto che si abbatte sui progetti e sconquassa qualunque codice. E’ il senso di vuoto che echeggia l’urlo di tutti quegli uomini e quelle donne sepolte nell’impossibilità. Deve rispondere a quel richiamo.
Non ha importanza quanto essi potranno ritrovarsi. Deve esumarli. La vicenda è già suddivisa in venti parti, dieci principali e dieci secondarie. Esistono due eventi fuori dalla linea della narrazione. Quattro sono gli episodi paralleli. Le storie che corrono parallele sono almeno tre. Il dialogo scandisce la prima, la narrazione la seconda, l’epistolario l’ultima. I soggetti sono attuali. La trama è antica. Si ripete ancora, ma non è nuova. E’ tutto reale eppure non palpabile. Bisogna credere alle parole anche quando disegnano sfumature indecifrabili.
Lascia che dicano perché raccontarli sarebbe impresa vana. Conosce ogni dettaglio della loro vita, ma ne concederà brevi frammenti a chi legge. Il vuoto è assai più necessario del pieno.
Serve un inizio. La fine verrà. Il corpo centrale ha bisogno di un calendario ridotto.
Pochi giorni e tutti si avvieranno verso le ultime pagine. Assiste alla nascita. Tutto è pronto.
Lui è l’unico a non esserlo giacché deve ancora vivere quello che scriverà. Tutti attendono che lui scriva. Conosce gli odori, i rumori. Inventa gli amori e la fine di ogni azione.
Eppure è la nascita che invoca il suo nome. Sarà un titolo.
 
                                                      Pasquale Esposito
 
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lunedì, 02 novembre 2009

Pasquale Esposito: ... con le sole parole

macina1[1]
 
Pietra di macina
Pietra di macina l’idea del futuro
i miei anni come chicchi di grano
sgranellati, isolati, dispersi, indifesi
in polvere riuniti, raccolti, confusi.
Il mio pane per te, figlio,
briciole sole di vita sulla tua via.
Segui la scia, ritrova la spiga.
Canta l’amore che ti ha sfamato
cerca la gioia, arriva al mulino.
Guarda la pietra e ricorda le mani
strette, offerte, protese, a difesa.
Lingua degli uomini da tutti compresa.
Guarda la pietra, osserva il tuo volto.
 
Impazzirò
E’ tutta qui con me
quella sensazione di inutile vita.
Le parole sono disperse
nel soffio di vento del tuo saluto.
Se proprio devo
vivrò con la consapevolezza del bisogno.
La mancanza sola
mi servirà come svago alla perdizione.
Vorrei sentirti cantare.
Impazzirò senza dirlo a nessuno.
 
Da ignoto
Verrò da sconosciuto
con le sole parole
senza la luce del nome
e senza notizie sul come.
Verrò e ti sarò ignoto.
Una nuova presenza
cosciente dei segni
vestito di tutti gli accenni.
Avrò il tuo io
accumulato negli anni
eppure in mistero celato.
Verrò per osare
ciò che a me non è dato.
Vicenda senza una storia.
Sarò essenza novella
che inizia da qui
barlume del mito
cercherai ciò che ero
temendo di avermi tradito.
 
Tutto è già dato
Arpeggia la luce la sua carezza
svelando ogni dolce segreto del corpo
e rimarcando l’ordita bellezza.
Indugia lenta sui vuoti e sui pieni
creando i colori del mio desiderio
iniettando i suoi voluttuosi veleni.
Solo il tuo sguardo condivide
ogni mio recesso pensiero
attraversa lo spazio tessuto
che accompagna e divide.
Tutto si compie anzitempo
sottraendo all’atto
la ricchezza dell’attesa
svilendo la pienezza del tatto.
Nulla può essere ancora rubato.
 
Puparo d’amore
Danza per me.
Nel movimento io esisto.
I fili il corso delle mie ore.
Son puparo d’amore
e disegno le scene.
Tela nuda, resto,
senza le tue pene
ad ogni solo gesto.
Ravviva il canto
e tieni voce
a fugar silenzi.
Essi, per me,
solo morte atroce.
Vivi e balla
son tue le movenze
solo tua la presenza.
Danza con me.
Reggimi i fili
della vuota coscienza,
nel tuo movimento
la mia triste esistenza.
 
Specchio
Conosci di me
quel che non vedo,
serbi fedele
fuori dal tempo
ciò che non chiedo,
solo attenzione.
Sei limite e fine
di ogni umano sapere
mare oscuro
nel quale sprofondo
senza ritorno
senza potere.
Ogni mio verbo
scandisci silente,
crei dal nulla
la vita del niente,
sei falso
eppure più vero
del mio solo presente.
 
La mancanza
Drappeggia i suo teli, la notte.
Indossa i monili e invita a danzare.
Ricordo gli amori e di essi,
negli anni,
solo gli odori.
Di fiori del primo, sbagliato.
Di mare, mai più scordato.
Di lino pulito, tanto cercato.
Unico, rimane,
finchè dura la danza,
quello che non so definire.
Mi lascia un essenza
della quale conosco
la sola mancanza.
 
La beltà
Tanto sparge intorno
la beltà
il suo colore
che rimane al cuore
solo
l’affidarsi unicamente
al suo tremore.
 
Una parola
Quando il tempo
avrà trascritto
le sue storie
sul mio viso
e le stagioni
lasceranno
sempre il bianco,
allora mia diletta
mi verrai in sogno
e ricorderò chi ero.
Come un museo
serberò le parole,
quelle dell’amore
e quelle del dolore
e tutte a me
saranno vecchie.
Una sola,
come ora,
mi sarà amica
eppure ignota,
proprio quella
che a me diede amore
ed a te un compagno.
La speranza.
 
Tutte le passioni del mondo
A chi ho detto di me ?
Chi sa dei miei desideri ?   
Non mi basta il mio corpo
e l’attenzione degli uomini.
Non mi basta pensare,
vorrei poter raccontare
e toccare tutti i colori
del mio cielo.
Vorrei accrescere
le mie mani
per sentire
tutte le passioni del mondo.
 
Solo quella
Ho frugato fra tutte
le mie parole
cercando proprio quella
che vorresti sentire.
Ho confrontato
e scartato,
recuperato, ricordato.
Ho rubato tra quelle
trovate da altri,
scolpite nei libri.
Ho inventato
suoni nuovi e diversi.
Sono rimasto, poi,
esausto a guardarti
e all’improvviso
m’è tornata alla mente
la parola amore.
Solo quella.
 
Vieni amico
Vieni amico
a portare il tuo cuore.
Lo uniremo al mio
per sfamare il silenzio.
 
Non voltare lo sguardo

Scambierei il mio corpo

con i tuoi pensieri, 

le mie mani

con i tuoi desideri.

Vorrei essere ovunque

per non farti voltare lo sguardo.*

 

*da Come pagina bianca - Aletti Editore

 
                                                                                             Pasquale Esposito
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domenica, 25 ottobre 2009

Sintomatologia dell’effimero

olbinski

Privati dell’utopia di un futuro possibile, incapaci di pensare alle infinite manifestazioni del divenire, viviamo soggiogati dalla sintomatologia dell’effimero. Uno spazio puntuale che non riesce ad evolgere in sequenza lineare.
La commedia dell’esistenza va in scena sempre e solo per un giorno concedendoci di ripetere all’infinito sempre la stessa parte oppure di indossare ogni giorno vesti diverse e di recitare nuove battute. Il futuro ha bisogno della finitezza dell’effimero per legittimare la sua esistenza, ma se ne serve come di un servitore sciocco ed inconsapevole. Un appello quotidiano rivolto a tutti noi.
Il tempo e lo spazio non “morirono ieri” al contrario di quanto scriveva Marinetti, bensì devono ancora essere perché di essi non è data altra misura che la rappresentazione del quotidiano, la sintomatologia dell’effimero che nasce e muore in un giorno, che ha un termine stabilito ed un divenire accelerato eppure già dato.
Ogni misura diventa transitoria ed il domani è privato dell’incertezza, vera manifestazione della sua natura. Eppure rinasciamo ogni giorno, pronti a cogliere i sintomi dell’effimero. La storia perde la strada di Musil, non va più bighellonando.
Ogni uomo che nasce si interroga sul proprio effimero, cercando di intuire dove si trovi il suo altrove, alternativa al qui ed ora, per costruire su di esso l’unico progetto possibile: non ammalarsi di quotidiano.
Così lo spazio ed il tempo sono organizzati senza alcuna proiezione nel futuro. Le città vivono di urgenza, funzionali, come devono essere, al tempo reale.
Se l’uomo non ha più alcuna proiezione nel futuro, non riesce ad organizzare gli ambienti della sua vita affinché la vita stessa possa esprimersi.
E’ il tempo mediatico che detta le forme ed i modi dell’esteriorità.
Non esiste una prospettiva della bellezza. Essa può essere solo casuale, uno dei sintomi dell’effimero. Chi appare agli altri, nella liturgia della presenza, attende gli applausi degli astanti. Ogni dispositivo è transitorio, funge, perdendo ogni forma, divenendo irrimediabilmente virtuale.
Si celebra l’assenza, dunque, quale unico simulacro di continuità, nel non esserci si preserva l‘ultimo baccello di infinito. Non è dato alcun desiderio di eternità. Viviamo un interminabile presente che nasce e muore ogni giorno. E’ la sintomatologia dell’effimero.
L’unico futuro possibile è quello che sapremo descrivere con le nostre parole. In esse rimane la prima traccia del virtuale e forse l’unica persistenza alla quale aspirare.
                                                                      Pasquale Esposito
mercoledì, 14 ottobre 2009

La linea del nulla (antievento)

Confronto tra due lettori del dialogo precedente

dialogo

- Tu cosa hai capito ?
- C’è una che si vuole uccidere cambia idea e decide di ammazzare il suo interlocutore, ma poi dopo un sacco di chiacchiere non s’ammazza nessuno.
- Perché si voleva uccidere ?
- A me lo chiedi ?
- Siccome mi hai detto che hai capito…
- Ho capito e non ho capito. Questo che scrive non è troppo normale. Ogni tanto gli prende una botta di intimismo psicodisagiato tendente al patologico.
- Pensi che sia grave ?
- Non è una bella cosa. Uno comincia a parlare di queste cose come se parlasse dell’ultima sigaretta che ha fumato e poi finisce per far nascere il sospetto che abbia fumato qualcos’altro.
- Fumato cosa ?
- Quelle cose che è meglio non fumare altrimenti poi si scopre che la realtà vera è quella, mentre l’altra di tutti i giorni è vissuta sotto l’effetto di allucinogeni.
- Cominci a farmi paura. Stai calmo.
- Sono calmo. Sto solo cercando di interpretare la follia dell’autore del
blog.
- Scusa, ma poi per quale motivo si firma con uno pseudonimo ?
- Si chiama, nickname…ignorante !
- Ah, ecco.
- Comunque, per farla breve, dice che così mantiene un grado di separazione tra vita pubblica e vita privata, ma lo sanno pure i sassi come si chiama (ed il nickname è assai meglio del nome vero).
- E allora perché mantiene quella cosa della separazione…il grado pubblico ed il sasso privato ?
- Il grado di separazione. Secondo me gli manca un grado all’iperpiressia.
- Quella cosa di quando uno mangia troppi legumi ?
- No, no. La febbre alta.
- Mi sembra un discorso tipo quello dell’acqua, della pianta e del nutrimento. Il nulla ed il qualcosa. Tu sei sicuro di non essere troppo simile a lui, vero ?
- Sicurissimo.
- E chi è quella che non ci sta troppo con la testa e della quale parla sempre quando scrive “la linea” ?
- E’ una che conosce bene, ma non vuole parlarne troppo. Sicuramente viene qui a sfogare una parte minima di quello che vorrebbe dire.
- E proprio qua si deve venire a sfogare ? Uno che va a leggere un blog vuole distrarsi, rilassarsi, mica leggere ste palle qua.
- Lascia perdere è un discorso complicato.
- Perché complicato. Spiegami.
- Uno scrive anche per costruire una identità multipla, risultato delle esperienze e degli incontri. Scrive per esistere.
- Vabbè tu stai qui che io faccio una telefonata. Poi arriveranno dei signori con una camicia con le maniche molto lunghe che ti diranno “su su..è tutto finito”.
- Guarda che ti stavo spiegando…
- Uno che ragiona come te bisognerebbe ammazzarlo a colpi di vocabolario.
- Anche tu vuoi uccidere ? Perché oggi per farsi notare bisogna arrivare a questi estremi ? Perché bisogna andare oltre ?
- Oltre de che ? Oltretutto io passavo di qui per caso.
- E allora perché mi hai fatto perdere tutto questo tempo con queste domande del cavolo.
- Volevo capire…
- E non devi capire ! Qui nei blog devi solo leggere e commentare.
- E sarebbe ?
- Che passi e spassi, provi a leggere e scrivi la prima cazzata che ti viene in mente.
- Così funziona ?
- Proprio così. Pensa che se le scrivi bene le tue cazzate puoi anche cominciare ad avere molti contatti. Diventi un blogger famoso.
- Un blogger ?
- Certo. Uno che scrive in un blog.
- Senti io vado a vedere se c’è Ornella in giro.
- Ha un blog anche lei ?
- No, ma, dopo, il blog te lo fa scrivere a te.
- E come fa ?
- Ti dice talmente tante cose che dopo puoi tenere delle lezioni.
- Lezioni su che ?
- Sul sesso.
- Sul sesso ?
- Certo. E’ l’unica cosa che ha un mercato.
- Si vende ?
- Più di ogni altra cosa e non c’è crisi che tenga.

                                                   
Evento Unico

lunedì, 28 settembre 2009

La linea del nulla

il_nulla


- Dovrei uccidermi o ucciderti per cambiare le cose.

- Da cosa dipende la scelta tra te e me ?

- Dal caso o dagli effetti. Io uccido per avere attenzione e se fossi tu a
morire la reazione sarebbe maggiore.

- Sei convinta che io riceva più attenzione ?

- Certo. Sei tristemente comico. Tutti riderebbero della tua morte. La mia
morte sarebbe una liberazione.

- Liberazione da cosa ?

- Sarebbe la fine della diversità, quella che voi in famiglia non sapete come
circoscrivere, l'unica condizione di instabilità nelle vostre povere, usuali
vite.

- Credi sia usuale questo dialogo ?

- E' grazie a me che riesci a nutrirti di diversità, ammettilo.

- Di cosa è fatta la tua diversità ?

- Di nulla. Ho una vita basata sul nulla. Io sono nulla. Il nulla può sparire
in ogni istante. Tu, invece, sei qualcosa di più del nulla. Se sparisci,
qualcosa verrà meno.

- Per chi ?

- Per chi ti ama.

- Tu mi ami ?

- Dal nulla non può venire amore. Io posso solo ricevere. Non esiste amore
che possa colmare il nulla.

- Si può amare qualcosa ?

- Certo che si può.

- Quanto si può ?

- Qualcosa di più.

- Di cosa ?

- Del nulla.

- Se non esiste amore che possa colmare il nulla, quanto ne servirà per
qualcosa ?

- Non so. Forse dovrebbero darti più amore di quello che danno a me.

- E a me basterebbe ?

- Sicuro. Tu sei solo qualcosa.

- Dunque se a me dessero meno amore di quello che danno a te, a me
basterebbe, mentre a te quello che danno non basta.

- Si.

- E' per questo che posso morire ?

- No, non puoi. Perché tu sei parte dell'amore che ricevo.

- Tu a me ne dai ?

- Non so. Forse no. Dal nulla non può venire alcuna cosa.

- Tutti quelli che amano te, amano anche me. Dunque da chi viene qual
qualcosa in più ?

- Non so.

- Se venisse da te non saresti nulla.

- Si. Allora potrei morire. Tuttavia non riceverei più attenzione.

- Sei sicura che non sia abbastanza ?

- Io riesco solo a sopravvivere. Come una pianta.

- Chi ti dà l'acqua ?

- Non so. La ricevo e basta.

- Ed il nutrimento ?

- Non so. Lo ricevo e basta.

- E l'amore ?

- Come l'acqua ed il nutrimento. Lo ricevo.

- Vuoi smettere di ricevere tutto questo ?

- No. Non voglio.

- Dunque morirò ?

- No. Nessuno può farlo adesso. Abbiamo bisogno di ricevere acqua e
nutrimento e amore.

- Anche tu ?

- Si. Anche io.

- E l'attenzione ?

- Ci devo pensare.

- Pensa, allora. Non farlo in fretta. Certe decisioni richiedono tempo. Non c'è nulla che non possa aspettare domani.

- Si. Non c'è nulla che non possa aspettare domani. Torna dalla tua famiglia.
Io rifletterò sulla linea che ci unisce. La linea del nulla.



                                                                                              Pasquale Esposito


giovedì, 25 giugno 2009

Neuroscienza

vignetta
-      In questo stato di veglia apparente riesco a pensare utilizzando tutta l’energia della mia mente e mi avvicino alla percezione del divino.
 
-         Vuoi fare sesso ?
 
-         Non è una pulsione fisica. Semmai una spinta che viene da dentro e mi spinge a cercare una idea.
 
-         Stai cercando nuove posizioni ?
 
-         Voglio che tutte le onde cerebrali entrino in fase con le fluttuazioni della natura. Altererò il mio stato transitando da fisico a liquido.
 
-         Certo. Nel momento di maggiore piacere questo avviene quasi sempre. Hai forse timore che accada troppo presto ?
 
-         Non è prevedibile quando il sistema convergerà. Potrebbe esserci un punto di cuspide.
 
-         Mi piace quando usi queste metafore.
 
-         Non è detto che esista un’unica soluzione. Potremmo arrivare a due o a tre. Forse quattro.
 
-         Non ti facevo così caloroso dietro quegli occhialetti.
 
-         Sono anni che studio.
 
-         Io pure.
 
-         Vorrei trovare la forma perfetta.
 
-         Non sei messo così male.
 
-         Nessuno si è mai spinto così avanti.
 
-         Ma se non abbiamo ancora cominciato…
 
-         Vuoi essere con me quando arriverò a qualcosa.
 
-         Qualunque cosa, basta che ci diamo una mossa
 
-         Lasciati studiare.
 
-         Sono la curva misurabile delle tue attese.
 
-         Si
 
-         Mi spoglio ?
 
-         Spogliati !
 
Pasquale Esposito - EventoUnico
lunedì, 09 febbraio 2009

Riflessione n. 43 - Individuale e collettivo

zampillo
Il successo è personale. Anche i problemi, ma devono essere risolti all’interno della collettività secondo processi fatti per la massa.

Le aziende si uniscono, si fondono. I progetti interessano i dipendenti in maniera collettiva. Eppure il bisogno di lavorare è individuale.

L’appartenenza ad un partito politico, ad un sindacato, a qualunque rete sociale è collettiva, ma il bisogno di sostegno è individuale. La partecipazione è collettiva. L’azione della rete quasi mai indirizza l’esigenza del singolo.

Il bisogno di un lavoro, di una badante, di un infermiere è individuale. La modalità per soddisfarlo deve seguire schemi pubblici, navigando nel mare della burocrazia. Affogando tra i flutti dei documenti e tra gli scogli degli uffici competenti.

L’azienda è in crisi e deve ridurre i costi. L’azione sul personale è collettiva. L’impossibilità di portare il pane a casa è individuale.

La tua impotenza è individuale. Il giudizio sulla stessa è collettivo.

La pubblicazione su questo blog è individuale. La lettura è collettiva.

Siamo animali sociali, ma non ci hanno mai detto come comportarci. Ognuno fa la propria scelta. E’ animale dominante se vive fuori dalla collettività E’ dominato se vive in essa.

E se qualcuno volesse essere solo un uomo?

EventoUnico, P.E.

sabato, 17 gennaio 2009

Riflessione n. 37 - Migrante e trasgressivo

IMMIGRATI-ITALIANI-1

Il ritorno non dovrebbe mai essere definitivo, così come la partenza.

E’ proprio il senso di incompiuto che resta dentro a far nascere il desiderio di viaggiare.
L’uomo deve essere migrante, sempre. Che lo faccia con il corpo o anche solo con la mente non ha importanza, poiché, più ancora dello spostamento, ha rilevanza il desiderio di cambiamento.


Ho sempre amato le persone instabili e per le quali patria e casa non fossero nello stesso luogo, quelle persone capaci di vivere infinite vite, quelle che tornano a vedere se il luogo che hanno lasciato è sempre uguale pur essendo convinte che non potrà più esserlo.


La stanzialità assume mura altissime appena la desideriamo.

Il desiderio di cambiamento, di uscire da qualunque ordine precostituito, la scelta di lasciare ciò che siamo in un certo istante, trova il suo culmine nella trasgressione, per quanto essa abbia assunto un significato altrettanto mutevole nel tempo e nello spazio.

Trasgredendo cerchiamo l’unico vero confine, quello al nostro essere.

La cultura umana inizia il suo viaggio per il tramite di due mitiche trasgressioni.

La prima è quella di Adamo ed Eva che spezzano il legame, prima ombelicale, tra uomo e natura, rompono l’armonia somma, si staccano dal padre divino e dalla madre terra e, come conseguenza, del loro gesto, la violazione di un limite, iniziano il cammino nel mondo.

La loro è stata una trasgressione suggerita, una tentazione alla violazione ed il gesto commesso un atto di suprema incoscienza, non di meno una trasgressione irrinunciabile.

La seconda trasgressione originaria è quella di Prometeo che inizia il suo viaggio per andare a compiere una violazione. Egli si muove spinto dal desiderio di trasgredire, un desiderio in piena consapevolezza delle conseguenze.

La conquista del fuoco, negato agli uomini unicamente in possesso del dio, è anche un atto orgoglioso, la scelta della punizione, pur di uscire dal buio.

Due diverse trasgressioni, due diversi viaggi, due differenti desideri.

In entrambi, tuttavia, gli uomini trovano sé stessi, che sia nella sofferenza del quotidiano o nella fine delle tenebre poco importa.

L’atto è stato prima, nella decisione, è stato trasgressivo e ad esso si è accompagnato un viaggio, l’uscita dalla condizione di stanzialità fisica o culturale.

L’uomo, dunque, non può non scegliere di viaggiare, non può non scegliere di trasgredire, di valicare i confini, andare oltre le regole e le costrizioni, che siano morali, religiose, politiche o culturali.

“Eppure si muove” l’uomo desideroso di essere sé stesso e di migliorarsi.

Egli rischia, ma non può farne a meno. Il suo destino è quello di essere migrante, di lasciare la comodità della propria casa e di andare verso altri luoghi ed altri uomini. Nel viaggio egli scopre, conosce, si relaziona con altri uomini.

La trasgressione ricerca la diversità.

L’uomo che rinuncia ad essere migrante, rifuggendo la trasgressione, condanna sé stesso alla perdita della propria identità, giacchè sceglie di essere come tutti.

Il movimento verso l’altro è il desiderio più forte dell’uomo, quello che lo conduce ad essere sé stesso, in continuo cambiamento, in costante mediazione, in auspicata negoziazione di nuova cultura.

Evento Unico

domenica, 11 gennaio 2009

Riflessione n. 34 - Ultima notte della XV settimana - Lo sguardo

bette davis 2

“Mi sono chiesto cosa sia a legittimare la mia vita, cosa riesca ad evitare che io sia solo un tramite dell’oblio.

Proprio perché sento che ogni istante si consuma nel dagherrotipo di quello che ero. Proprio perché non ho più possesso nemmeno di me stesso, potrei lasciare che l’esistenza svanisca, così, gratuitamente.

Eppure deve esserci un senso più alto, la catarsi dalla carne morente, ciò che eleva l’essere solo vivente al rango di uomo.

Deve poter avvenire il conferimento di un traguardo lontano, eppure vitale.

Ora, proprio perché tendiamo a diventare nulla e quando stiamo per passare allo stato peggiore siamo come animali in attesa della mutazione, possiamo morire così senza essere diventati altro oppure rinascere per incarnare un bello maggiore.

Se solo una persona ci dona il suo futuro, legandolo al nostro, se solo quella vita richiede la nostra vita, allora possiamo essere altro.

L’affidamento è l’alchimia.

E’ il senso di appartenenza e di muta dipendenza che crea nuova vita.

Allora l’animale che appare più brutto o implume, non fatto o fatto male, anche il peggiore può essere proprio quello che si ammira. Quello che leggiadro, poi, spicca il suo volo e prende distanza da ciò che era.

Così se tu riponi la tua vita nelle mie mani e mi chiedi di averne cura allora io dovrò vivere e vivere bene, cosicché tu possa vivere bene.

 Io sono  

Come cigno o farfalla

se t’affidi.

Che grande opera è quella che trasmuta un essere in qualcosa di più alto.

Che grande opera se trasmuta me per il tuo tramite.

Tu quale musa, tu quale agente della mutazione. Così avviene il passaggio da un io limitato e morente ad un tu che vivifica. Nel passaggio tutto sublima.

Questa parola che nasce da mano affaticata arriva forte se tu la leggi con entusiasmo. Questi versi che i miei occhi leggono a fatica, saranno intarsi pregiati se tu li troverai tali.

Io sono come un bruco che fila il suo bozzolo attraverso queste pagine e trova in esse dimora nella stagione fredda. Le parole come fili di seta che puoi tessere a piacere per ritrovare nuove forme. La tua voce come foglie di gelso per il mio nutrimento, il tuo sguardo come telaio.

Io sono materia grezza, una forma incompiuta e tu il demiurgo per la mia prossima anima, della mia nuova vita.

Non importa se lasceranno che io la viva. Diverrò idea archetipa nella tua mente.

Se non dovessi leggermi sarò stato nulla. Questo pensiero è il mio terrore.

Il terrore è il primo compagno dell’uomo, lo accompagna fin dalla nascita.

Tutta la vita è presidiata dalla presenza di quella sensazione, che diventa simile ad una inclinazione, la tendenza a vedere in ogni azione degli altri un tentativo di privarti di qualcosa che ti appartiene. Siamo così gelosi del nostro essere che viviamo nella continua difesa del suo modo di manifestarsi, frapponendo sacchi di sabbia tra noi ed i nostri interlocutori. Ogni appunto o piccola critica si concretizza come un piccolo furto del nostro io. Non possiamo essere come vogliamo, altrimenti gli altri ci priveranno delle nostre abitudini, delle nostre credenze, delle nostre parole.

Sono pronti a segnalare ogni inesattezza, ogni azione al di fuori dell’ordinario. Ci additano. Hanno bisogno del nostro sangue e lo chiedono con la critica. Vogliono renderci simili a loro. Non possiamo pensare, non possiamo agire secondo la nostra coscienza. La difesa sta nell’isolamento. Distanti, appartati con lo studio ed i libri, senza alcun giudice umano. La diversità è la migliore rappresentazione della nostra originalità, il carattere distintivo dell’univocità del nostro io. Una creazione irripetibile e incidentale della natura, di cui bisogna esaltare le differenze, piu’ che ridurle.

Non è tanto il nome, la famiglia, il volto o gli occhi a renderci diversi gli uni dagli altri, quanto il modo di pronunciare la parola io. Scandendola, distante da ogni verbo, esprimiamo il pensiero assoluto di ciò che siamo. Poco o tanto, non importa, giacché di quantità sono fatte le cose triviali. L’io, il pensiero sublime di ogni mente umana, indissolubile da essa, sua stessa manifestazione e rappresentazione cosciente.

Nel tono della voce, nella pausa prima e dopo la sua pronuncia, nella lunghezza delle due vocali, nel suono acuto o grave, nella distanza o vicinanza delle lettere, nelle due note, nel respiro che accompagna il pronunciamento, nella posizione del corpo in quel momento e le mani e le braccia, l’inclinazione del capo, l’apertura degli occhi, la posizione delle gambe, il diaframma alto o basso, la tensione del torace, l’allungamento e la contrazione delle labbra, la distanza tra i denti, l’altezza degli zigomi, finanche la piccola ruga ai lati della bocca, in tutto questo c’è la grandezza dell’io.

Il nostro volto riflesso allo specchio ci insegna, fin dall’infanzia, la distanza che intercorre tra l’io ed il tu. Come può dunque il secondo esprimere commenti sul primo se esso ha un suono cosi’ fugace. Un soffio di fiato che passa in un istante, più veloce di un battito di ciglia, inesistente intermezzo tra due espressioni del nostro essere.

Eppure siamo terrorizzati. Un tu qualsiasi può arrivare a conoscere una piccola insignificante parte del nostro io e già al primo approccio può produrre un riflessione autentica sul nostro essere.

Dobbiamo difenderci. Dobbiamo nascondere la gran parte di ciò che siamo nei palchi vuoti di un grande teatro di legno, tra le panche e le logge, disseminando tutti i nostri pensieri ai vari livelli, in ogni ordine di posti.  Lasciare le luci spente, il sipario chiuso, la porta sbarrata. All’interno potremo tenere tutto occulto.

A te sola, l’unico tu per me dotato di dignità anche maggiore del mio io, pronunciato con il respiro affannato, esanime al pensiero di quello che sei, dò accesso.

E ti conduco all’interno, a girovagare tra i piani vuoti, guardando in basso il palcoscenico vuoto, le cui luci accenderò solo per te. Teatrante di strada, solleverò il sipario e porterò in scena tutto me stesso. Ti inviterò, dunque, a raggiungere la quarta parete, dopo averti narrato tanto di me. Se vorrai leggere, Tra le tue mani riporrò tutto il mio io.”

EventoUnico 

da "Come pagina bianca", Aletti Editore.

sabato, 29 novembre 2008

Riflessione n. 19 e 1/2 - Il tempo - Il nulla e l'azione

orologioMolleDali

Ecco, amica mia, tutto si compie. Nessun progetto è possibile senza l’azione. Tutto soggiace all’effetto.

Io mi fermo al limite del nulla. Voglio provare a desiderare. Preferisco produrre l’attesa piuttosto che bruciare il mio tempo nel fuoco del momento presente.

Il ridicolo non esiste senza l’uomo comune. Bagnami con le tue parole. Voglio sentirne la piena sensualità. Lascio le convenzioni a chi non può che morire. 

Agirò quando tutti cercheranno di capire quanto rimane per le loro piccole gesta del quotidiano. Sarò incomprensibile. 

EventoUnico

http://eventounico.blog.kataweb.it/

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