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Scambierei il mio corpo
con i tuoi pensieri,
le mie mani
con i tuoi desideri.
Vorrei essere ovunque
per non farti voltare lo sguardo.*
*da Come pagina bianca - Aletti Editore

Confronto tra due lettori del dialogo precedente

- Tu cosa hai capito ?
- C’è una che si vuole uccidere cambia idea e decide di ammazzare il suo interlocutore, ma poi dopo un sacco di chiacchiere non s’ammazza nessuno.
- Perché si voleva uccidere ?
- A me lo chiedi ?
- Siccome mi hai detto che hai capito…
- Ho capito e non ho capito. Questo che scrive non è troppo normale. Ogni tanto gli prende una botta di intimismo psicodisagiato tendente al patologico.
- Pensi che sia grave ?
- Non è una bella cosa. Uno comincia a parlare di queste cose come se parlasse dell’ultima sigaretta che ha fumato e poi finisce per far nascere il sospetto che abbia fumato qualcos’altro.
- Fumato cosa ?
- Quelle cose che è meglio non fumare altrimenti poi si scopre che la realtà vera è quella, mentre l’altra di tutti i giorni è vissuta sotto l’effetto di allucinogeni.
- Cominci a farmi paura. Stai calmo.
- Sono calmo. Sto solo cercando di interpretare la follia dell’autore del blog.
- Scusa, ma poi per quale motivo si firma con uno pseudonimo ?
- Si chiama, nickname…ignorante !
- Ah, ecco.
- Comunque, per farla breve, dice che così mantiene un grado di separazione tra vita pubblica e vita privata, ma lo sanno pure i sassi come si chiama (ed il nickname è assai meglio del nome vero).
- E allora perché mantiene quella cosa della separazione…il grado pubblico ed il sasso privato ?
- Il grado di separazione. Secondo me gli manca un grado all’iperpiressia.
- Quella cosa di quando uno mangia troppi legumi ?
- No, no. La febbre alta.
- Mi sembra un discorso tipo quello dell’acqua, della pianta e del nutrimento. Il nulla ed il qualcosa. Tu sei sicuro di non essere troppo simile a lui, vero ?
- Sicurissimo.
- E chi è quella che non ci sta troppo con la testa e della quale parla sempre quando scrive “la linea” ?
- E’ una che conosce bene, ma non vuole parlarne troppo. Sicuramente viene qui a sfogare una parte minima di quello che vorrebbe dire.
- E proprio qua si deve venire a sfogare ? Uno che va a leggere un blog vuole distrarsi, rilassarsi, mica leggere ste palle qua.
- Lascia perdere è un discorso complicato.
- Perché complicato. Spiegami.
- Uno scrive anche per costruire una identità multipla, risultato delle esperienze e degli incontri. Scrive per esistere.
- Vabbè tu stai qui che io faccio una telefonata. Poi arriveranno dei signori con una camicia con le maniche molto lunghe che ti diranno “su su..è tutto finito”.
- Guarda che ti stavo spiegando…
- Uno che ragiona come te bisognerebbe ammazzarlo a colpi di vocabolario.
- Anche tu vuoi uccidere ? Perché oggi per farsi notare bisogna arrivare a questi estremi ? Perché bisogna andare oltre ?
- Oltre de che ? Oltretutto io passavo di qui per caso.
- E allora perché mi hai fatto perdere tutto questo tempo con queste domande del cavolo.
- Volevo capire…
- E non devi capire ! Qui nei blog devi solo leggere e commentare.
- E sarebbe ?
- Che passi e spassi, provi a leggere e scrivi la prima cazzata che ti viene in mente.
- Così funziona ?
- Proprio così. Pensa che se le scrivi bene le tue cazzate puoi anche cominciare ad avere molti contatti. Diventi un blogger famoso.
- Un blogger ?
- Certo. Uno che scrive in un blog.
- Senti io vado a vedere se c’è Ornella in giro.
- Ha un blog anche lei ?
- No, ma, dopo, il blog te lo fa scrivere a te.
- E come fa ?
- Ti dice talmente tante cose che dopo puoi tenere delle lezioni.
- Lezioni su che ?
- Sul sesso.
- Sul sesso ?
- Certo. E’ l’unica cosa che ha un mercato.
- Si vende ?
- Più di ogni altra cosa e non c’è crisi che tenga.
Evento Unico

- Dovrei uccidermi o ucciderti per cambiare le cose.
- Da cosa dipende la scelta tra te e me ?
- Dal caso o dagli effetti. Io uccido per avere attenzione e se fossi tu a
morire la reazione sarebbe maggiore.
- Sei convinta che io riceva più attenzione ?
- Certo. Sei tristemente comico. Tutti riderebbero della tua morte. La mia
morte sarebbe una liberazione.
- Liberazione da cosa ?
- Sarebbe la fine della diversità, quella che voi in famiglia non sapete come
circoscrivere, l'unica condizione di instabilità nelle vostre povere, usuali
vite.
- Credi sia usuale questo dialogo ?
- E' grazie a me che riesci a nutrirti di diversità, ammettilo.
- Di cosa è fatta la tua diversità ?
- Di nulla. Ho una vita basata sul nulla. Io sono nulla. Il nulla può sparire
in ogni istante. Tu, invece, sei qualcosa di più del nulla. Se sparisci,
qualcosa verrà meno.
- Per chi ?
- Per chi ti ama.
- Tu mi ami ?
- Dal nulla non può venire amore. Io posso solo ricevere. Non esiste amore
che possa colmare il nulla.
- Si può amare qualcosa ?
- Certo che si può.
- Quanto si può ?
- Qualcosa di più.
- Di cosa ?
- Del nulla.
- Se non esiste amore che possa colmare il nulla, quanto ne servirà per
qualcosa ?
- Non so. Forse dovrebbero darti più amore di quello che danno a me.
- E a me basterebbe ?
- Sicuro. Tu sei solo qualcosa.
- Dunque se a me dessero meno amore di quello che danno a te, a me
basterebbe, mentre a te quello che danno non basta.
- Si.
- E' per questo che posso morire ?
- No, non puoi. Perché tu sei parte dell'amore che ricevo.
- Tu a me ne dai ?
- Non so. Forse no. Dal nulla non può venire alcuna cosa.
- Tutti quelli che amano te, amano anche me. Dunque da chi viene qual
qualcosa in più ?
- Non so.
- Se venisse da te non saresti nulla.
- Si. Allora potrei morire. Tuttavia non riceverei più attenzione.
- Sei sicura che non sia abbastanza ?
- Io riesco solo a sopravvivere. Come una pianta.
- Chi ti dà l'acqua ?
- Non so. La ricevo e basta.
- Ed il nutrimento ?
- Non so. Lo ricevo e basta.
- E l'amore ?
- Come l'acqua ed il nutrimento. Lo ricevo.
- Vuoi smettere di ricevere tutto questo ?
- No. Non voglio.
- Dunque morirò ?
- No. Nessuno può farlo adesso. Abbiamo bisogno di ricevere acqua e
nutrimento e amore.
- Anche tu ?
- Si. Anche io.
- E l'attenzione ?
- Ci devo pensare.
- Pensa, allora. Non farlo in fretta. Certe decisioni richiedono tempo. Non c'è nulla che non possa aspettare domani.
- Si. Non c'è nulla che non possa aspettare domani. Torna dalla tua famiglia.
Io rifletterò sulla linea che ci unisce. La linea del nulla.
Pasquale Esposito


Il successo è personale. Anche i problemi, ma devono essere risolti all’interno della collettività secondo processi fatti per la massa.
Le aziende si uniscono, si fondono. I progetti interessano i dipendenti in maniera collettiva. Eppure il bisogno di lavorare è individuale.
L’appartenenza ad un partito politico, ad un sindacato, a qualunque rete sociale è collettiva, ma il bisogno di sostegno è individuale. La partecipazione è collettiva. L’azione della rete quasi mai indirizza l’esigenza del singolo.
Il bisogno di un lavoro, di una badante, di un infermiere è individuale. La modalità per soddisfarlo deve seguire schemi pubblici, navigando nel mare della burocrazia. Affogando tra i flutti dei documenti e tra gli scogli degli uffici competenti.
L’azienda è in crisi e deve ridurre i costi. L’azione sul personale è collettiva. L’impossibilità di portare il pane a casa è individuale.
La tua impotenza è individuale. Il giudizio sulla stessa è collettivo.
La pubblicazione su questo blog è individuale. La lettura è collettiva.
Siamo animali sociali, ma non ci hanno mai detto come comportarci. Ognuno fa la propria scelta. E’ animale dominante se vive fuori dalla collettività E’ dominato se vive in essa.
E se qualcuno volesse essere solo un uomo?
EventoUnico, P.E.

Il ritorno non dovrebbe mai essere definitivo, così come la partenza.
E’ proprio il senso di incompiuto che resta dentro a far nascere il desiderio di viaggiare.
L’uomo deve essere migrante, sempre. Che lo faccia con il corpo o anche solo con la mente non ha importanza, poiché, più ancora dello spostamento, ha rilevanza il desiderio di cambiamento.
Ho sempre amato le persone instabili e per le quali patria e casa non fossero nello stesso luogo, quelle persone capaci di vivere infinite vite, quelle che tornano a vedere se il luogo che hanno lasciato è sempre uguale pur essendo convinte che non potrà più esserlo.
La stanzialità assume mura altissime appena la desideriamo.
Il desiderio di cambiamento, di uscire da qualunque ordine precostituito, la scelta di lasciare ciò che siamo in un certo istante, trova il suo culmine nella trasgressione, per quanto essa abbia assunto un significato altrettanto mutevole nel tempo e nello spazio.
Trasgredendo cerchiamo l’unico vero confine, quello al nostro essere.
La cultura umana inizia il suo viaggio per il tramite di due mitiche trasgressioni.
La prima è quella di Adamo ed Eva che spezzano il legame, prima ombelicale, tra uomo e natura, rompono l’armonia somma, si staccano dal padre divino e dalla madre terra e, come conseguenza, del loro gesto, la violazione di un limite, iniziano il cammino nel mondo.
La loro è stata una trasgressione suggerita, una tentazione alla violazione ed il gesto commesso un atto di suprema incoscienza, non di meno una trasgressione irrinunciabile.
La seconda trasgressione originaria è quella di Prometeo che inizia il suo viaggio per andare a compiere una violazione. Egli si muove spinto dal desiderio di trasgredire, un desiderio in piena consapevolezza delle conseguenze.
La conquista del fuoco, negato agli uomini unicamente in possesso del dio, è anche un atto orgoglioso, la scelta della punizione, pur di uscire dal buio.
Due diverse trasgressioni, due diversi viaggi, due differenti desideri.
In entrambi, tuttavia, gli uomini trovano sé stessi, che sia nella sofferenza del quotidiano o nella fine delle tenebre poco importa.
L’atto è stato prima, nella decisione, è stato trasgressivo e ad esso si è accompagnato un viaggio, l’uscita dalla condizione di stanzialità fisica o culturale.
L’uomo, dunque, non può non scegliere di viaggiare, non può non scegliere di trasgredire, di valicare i confini, andare oltre le regole e le costrizioni, che siano morali, religiose, politiche o culturali.
“Eppure si muove” l’uomo desideroso di essere sé stesso e di migliorarsi.
Egli rischia, ma non può farne a meno. Il suo destino è quello di essere migrante, di lasciare la comodità della propria casa e di andare verso altri luoghi ed altri uomini. Nel viaggio egli scopre, conosce, si relaziona con altri uomini.
La trasgressione ricerca la diversità.
L’uomo che rinuncia ad essere migrante, rifuggendo la trasgressione, condanna sé stesso alla perdita della propria identità, giacchè sceglie di essere come tutti.
Il movimento verso l’altro è il desiderio più forte dell’uomo, quello che lo conduce ad essere sé stesso, in continuo cambiamento, in costante mediazione, in auspicata negoziazione di nuova cultura.
Evento Unico

“Mi sono chiesto cosa sia a legittimare la mia vita, cosa riesca ad evitare che io sia solo un tramite dell’oblio.
Proprio perché sento che ogni istante si consuma nel dagherrotipo di quello che ero. Proprio perché non ho più possesso nemmeno di me stesso, potrei lasciare che l’esistenza svanisca, così, gratuitamente.
Eppure deve esserci un senso più alto, la catarsi dalla carne morente, ciò che eleva l’essere solo vivente al rango di uomo.
Deve poter avvenire il conferimento di un traguardo lontano, eppure vitale.
Ora, proprio perché tendiamo a diventare nulla e quando stiamo per passare allo stato peggiore siamo come animali in attesa della mutazione, possiamo morire così senza essere diventati altro oppure rinascere per incarnare un bello maggiore.
Se solo una persona ci dona il suo futuro, legandolo al nostro, se solo quella vita richiede la nostra vita, allora possiamo essere altro.
L’affidamento è l’alchimia.
E’ il senso di appartenenza e di muta dipendenza che crea nuova vita.
Allora l’animale che appare più brutto o implume, non fatto o fatto male, anche il peggiore può essere proprio quello che si ammira. Quello che leggiadro, poi, spicca il suo volo e prende distanza da ciò che era.
Così se tu riponi la tua vita nelle mie mani e mi chiedi di averne cura allora io dovrò vivere e vivere bene, cosicché tu possa vivere bene.
Come cigno o farfalla
se t’affidi.
Che grande opera è quella che trasmuta un essere in qualcosa di più alto.
Che grande opera se trasmuta me per il tuo tramite.
Tu quale musa, tu quale agente della mutazione. Così avviene il passaggio da un io limitato e morente ad un tu che vivifica. Nel passaggio tutto sublima.
Questa parola che nasce da mano affaticata arriva forte se tu la leggi con entusiasmo. Questi versi che i miei occhi leggono a fatica, saranno intarsi pregiati se tu li troverai tali.
Io sono come un bruco che fila il suo bozzolo attraverso queste pagine e trova in esse dimora nella stagione fredda. Le parole come fili di seta che puoi tessere a piacere per ritrovare nuove forme. La tua voce come foglie di gelso per il mio nutrimento, il tuo sguardo come telaio.
Io sono materia grezza, una forma incompiuta e tu il demiurgo per la mia prossima anima, della mia nuova vita.
Non importa se lasceranno che io la viva. Diverrò idea archetipa nella tua mente.
Se non dovessi leggermi sarò stato nulla. Questo pensiero è il mio terrore.
Il terrore è il primo compagno dell’uomo, lo accompagna fin dalla nascita.
Tutta la vita è presidiata dalla presenza di quella sensazione, che diventa simile ad una inclinazione, la tendenza a vedere in ogni azione degli altri un tentativo di privarti di qualcosa che ti appartiene. Siamo così gelosi del nostro essere che viviamo nella continua difesa del suo modo di manifestarsi, frapponendo sacchi di sabbia tra noi ed i nostri interlocutori. Ogni appunto o piccola critica si concretizza come un piccolo furto del nostro io. Non possiamo essere come vogliamo, altrimenti gli altri ci priveranno delle nostre abitudini, delle nostre credenze, delle nostre parole.
Sono pronti a segnalare ogni inesattezza, ogni azione al di fuori dell’ordinario. Ci additano. Hanno bisogno del nostro sangue e lo chiedono con la critica. Vogliono renderci simili a loro. Non possiamo pensare, non possiamo agire secondo la nostra coscienza. La difesa sta nell’isolamento. Distanti, appartati con lo studio ed i libri, senza alcun giudice umano. La diversità è la migliore rappresentazione della nostra originalità, il carattere distintivo dell’univocità del nostro io. Una creazione irripetibile e incidentale della natura, di cui bisogna esaltare le differenze, piu’ che ridurle.
Non è tanto il nome, la famiglia, il volto o gli occhi a renderci diversi gli uni dagli altri, quanto il modo di pronunciare la parola io. Scandendola, distante da ogni verbo, esprimiamo il pensiero assoluto di ciò che siamo. Poco o tanto, non importa, giacché di quantità sono fatte le cose triviali. L’io, il pensiero sublime di ogni mente umana, indissolubile da essa, sua stessa manifestazione e rappresentazione cosciente.
Nel tono della voce, nella pausa prima e dopo la sua pronuncia, nella lunghezza delle due vocali, nel suono acuto o grave, nella distanza o vicinanza delle lettere, nelle due note, nel respiro che accompagna il pronunciamento, nella posizione del corpo in quel momento e le mani e le braccia, l’inclinazione del capo, l’apertura degli occhi, la posizione delle gambe, il diaframma alto o basso, la tensione del torace, l’allungamento e la contrazione delle labbra, la distanza tra i denti, l’altezza degli zigomi, finanche la piccola ruga ai lati della bocca, in tutto questo c’è la grandezza dell’io.
Il nostro volto riflesso allo specchio ci insegna, fin dall’infanzia, la distanza che intercorre tra l’io ed il tu. Come può dunque il secondo esprimere commenti sul primo se esso ha un suono cosi’ fugace. Un soffio di fiato che passa in un istante, più veloce di un battito di ciglia, inesistente intermezzo tra due espressioni del nostro essere.
Eppure siamo terrorizzati. Un tu qualsiasi può arrivare a conoscere una piccola insignificante parte del nostro io e già al primo approccio può produrre un riflessione autentica sul nostro essere.
Dobbiamo difenderci. Dobbiamo nascondere la gran parte di ciò che siamo nei palchi vuoti di un grande teatro di legno, tra le panche e le logge, disseminando tutti i nostri pensieri ai vari livelli, in ogni ordine di posti. Lasciare le luci spente, il sipario chiuso, la porta sbarrata. All’interno potremo tenere tutto occulto.
A te sola, l’unico tu per me dotato di dignità anche maggiore del mio io, pronunciato con il respiro affannato, esanime al pensiero di quello che sei, dò accesso.
E ti conduco all’interno, a girovagare tra i piani vuoti, guardando in basso il palcoscenico vuoto, le cui luci accenderò solo per te. Teatrante di strada, solleverò il sipario e porterò in scena tutto me stesso. Ti inviterò, dunque, a raggiungere la quarta parete, dopo averti narrato tanto di me. Se vorrai leggere, Tra le tue mani riporrò tutto il mio io.”
EventoUnico

Ecco, amica mia, tutto si compie. Nessun progetto è possibile senza l’azione. Tutto soggiace all’effetto.
Io mi fermo al limite del nulla. Voglio provare a desiderare. Preferisco produrre l’attesa piuttosto che bruciare il mio tempo nel fuoco del momento presente.
Il ridicolo non esiste senza l’uomo comune. Bagnami con le tue parole. Voglio sentirne la piena sensualità. Lascio le convenzioni a chi non può che morire.
Agirò quando tutti cercheranno di capire quanto rimane per le loro piccole gesta del quotidiano. Sarò incomprensibile.
EventoUnico