
Scarborough Fair
Partiamo con un racconto:

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Sensazioni di lettura, di natàlia castaldi:

Il racconto si apre avvolto in una sottile nebbiolina che le conferisce un onirico senso tra mistero ed ironia: una scena surreale dal sapore di vicoli francesi che profumano di pâtisserie, boulangerie, boucherie, e “barrios” da "Irma la dolce", laddove tutto è gustoso come un soffritto con trito di speziato che annulla il lato cruento della “fame”, facendone cogliere l’invito al carnale gusto in modo scorrevolmente naturale ma non privo d’umano e morboso feticismo che, giocando nella rete di sguardi e dialoghi, si scopre e si compiace della sua Freudianamente “svelata” ambi-guità che s’incentra, appunto, “fallicamente” sul piede, grosso.
Che sia sogno, immaginazione o realtà, l’“incontro” è sempre una commistione di percezioni, e questa pagina una giostra di sensi:
impatto visivo – voltato l’angolo "incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta"
e poi uditivo - "parlava a voce alta come se volesse farsi sentire" – “come se volesse farsi sentire”, voleva farsi sentire? Sentire … non ascoltare ma sentire, entrare nel senso attraverso le porte dei sensi tutti, penetrare.
e ancora, tatto/contatto fisico – “Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla”- In-vestirla, non uno “scontro” ma un “in-contro” di corpi in movimento, l’uno avvolge l’altro, quasi a con-tener-lo. E più avanti ancora corpo, ancora contatto: "ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili.", la scelta del verbo “tappare” presuppone un’azione mascolina, carnale, quasi violenta, non femminile ancor prima della scoperta tattile di mani di per se stesse grandi, forti “mascoline”, appunto.
e poi ancora tatto e vista, insieme, l’uno a sfidare l’altra, percezione contro percezione: "prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola."
La scena onirica si dissolve nel risveglio di soprassalto al presentarsi della prima vera immagine cruenta con l’accorrere – coltello alla mano – del fido macellaio Lucien in soccorso alle “isteriche” grida dell’appetita “Torta” , e qui si passa da uno stato di surrealtà onirica ad un diverso livello di sopra-realtà letteraria:
l’assenzio e la notizia dell’omicidio-suicidio d’amore per introdurre altre gestualità fissate e composte in un disegno di “nature morte” quali estreme rappresentazioni/composizioni Baudelairiane d’arte:
il viaggio surreale tra i sapori della Torta acquista il senso della premonizione, dell’anticipazione dei simboli dell’estremizzazione artistica del suicidio degli amanti: ancora assenzio, ancora una torta, ancora piedi, nudi.
“… Pound spese parole di elogio difendendo questa morte e rivestendola come di un’aura salvifica. Scrisse che si trattava di una necessità e che bisognava che tutti gli artisti compiessero atti portatori di messaggi. Solo così, anche attraverso eventi sacrificali, si poteva avere fiducia per un avvenire migliore e sperare in una sorta di giustizia divina. Comunque, a parte le estremizzazioni di Pound e la morte che io, per principio, cercavo sempre di esorcizzare, ciò che mi procurava disagio e preoccupazione era la presenza di una torta e il fatto che i loro piedi fossero nudi ed esposti, come se fossero davvero portatori di un messaggio.
Forse Pound aveva ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la propria sensibilità.”
Dunque l’esigenza di far proprio il “senso” del viaggio attraverso una propria “composizione” da esporre simbolicamente esorcizzandone l’estremizzazione del suo compimento: un giornale, un paio di scarpe ed una torta fresca formano una “natura morta” da lasciarsi dietro le spalle, percependo il marmo delle scale di casa sotto i piedi nudi.
“Forse Enzo ha ragione, … ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la sensibilità dei propri … piedi”
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Enzo Campi è prolifico autore di testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla critica, alla pièce teatrale, ed ancora è coreografo, creativo, video maker, regista …
Dalla voce di Enzo, dalla postura corporea del suono della sua recitazione si resta rapiti e condotti in uno stato di com-partecipazione attiva, che significa empatica apertura delle proprie porte percettive al senso intimo dei testi che rappresenta.
L’attenzione per il corpo non è mai casuale o formale far mostra di sé, ma performante, penetrativa, viva, naturale necessità espressiva che traduce l'essenza intima della libertà ed unicità caratterizzante ed individuale di ogni singolo essere umano, che ha voce nel suo stesso e proprio movimento che si fa danza, eleganza, estetica, vita transitata e condivisa.
Il linguaggio ci accomuna, ci fa interagire, ci racconta, ma il linguaggio è fatto di tutto un insieme di codici ed elementi espressivi che partono dal gesto, dal corpo che si fa parola veicolato primariamente dalla voce/corpus distintivo dell’individuo veicolante, prima ancora di farsi segno grafico per la sua “traduzione” e tradizione, che permanga ai posteri nel tempo.
natàlia castaldi
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Presento, quindi, qui Gesti d’aria e incombenze di luce, utilizzando le parole che Enzo stesso ha pubblicato sul suo blog come breve introduzione:
Gesti d’aria e incombenze di luce:
*per una coretta visione dei video qui presenti si consiglia di eliminare l'audio del sottofondo musicale del blog che si trova nella colonna laterale a sinistra.

“…
come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni”
fm
λÎγω – λĎŚγος – ποιÎω - ποιήτης
Lo scorrere liquido del pensiero in parole nella creazione poetica non è altro che fluir/si in offerta nuda agli occhi, alle orecchie, alle labbra di un reale o presunto interlocutore.
Niente di più carnale, umorale, intimo ed oggettivamente soggettivo della poesia può costituire il mistero irrisolto dell’esistenza e della “necessità” della tradizione/traduzione del pensiero in scrittura.
Segni grafici che costituiscono suoni catalogati in ordine di organi e lembi vivi di carne che ne implicano la pronunzia: labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali …. sono le vocali e le consonanti, praticamente le note di una composizione di suoni codificati in parole che costituiranno il pensiero – dentro di noi – o il dia-logo – quando il pensiero sia espresso per trans-itare da noi ad altri.
La liquidità densa della parola nei versi – anche lo stesso termine “verso” richiama l’atto del mescere, del versare appunto il proprio pensiero come in offerta, come fosse vino o, divinamente, il proprio stesso sangue – di Francesco Marotta, si consuma nella sua stessa carne, nel suo stesso analizzare il dolore. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso: ricerca tecnica? Scelta di stile? Sì, certamente siamo di fonte alla consapevolezza della gestione del verso - sia pure libero – che apparirà rilegato e ricucito ad arte in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico - al "colon", ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il dis/ordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.
Forma e parola si fanno quindi tessuto, tessuto vivo, sanguigno, denso di fluidi: acqua/sangue/sudore/umori che cambiano, che si rincorrono dalla fonte alla loro stessa foce: Inchiostro, nero come il cielo che fa da sfondo all’umana aspirazione al bello d’una illusoria luna o, ancora, inchiostro nero come sangue, che quando si rapprende perdendo la sua intima vitalità si stigmatizza in segno grafico che permanga, macchiando di sé la pietra o la carta.
La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi – ne ho letti tanti/troppi, e mi esimo dall’elenco delle citazioni -, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra.
Marotta è parola che si fa grido, carezza, richiamo, messaggio, richiesta intima e rassegnata d’aiuto, ch’egli cerca nella parola stessa come conforto dignitoso alla intima ed universale necessità di essersi testimonianza ed interezza di vita.
Una traccia, che non scolora.
natàlia castaldi
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Presento qui
una selezione emotiva e “disordinata”
delle poesie di Francesco Marotta:
Fino all’ultima sillaba dei giorni
scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)
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Da "HAIRESIS"
8.(Ars poetica)
note per improvvisate metafore
vagando tra storie che sfumano in acque di eventi interdetti
tumescenza per troppo furore
passando in rassegna
ectoplasmi di neve
e si fugge
solo intuibile l’ubiquità di certi bagliori
adiacenze di tregua nel buco del culo del mondo
dove le foglie reclamano spazio
ai cieli consunti in deliri di tenebre acerbe
ingiunzione a stremare l’interno
la vita vissuta per interposta persona
che pende
riprende lo slancio
s’avvita nel vortice di minute torsioni
intenzioni di stile
emozioni
l’età che ritratta umbratili vuoti
eiacula ritmi di sensi straziati
l’immagine si fissa nel gioco
la luna che ha sete avvicenda rumori
tu dici del verbo dovrebbe segnare l’inizio e alla fine
ultimarsi nel gergo
controllare sintassi di simboli
epigrafici grumi di fango
orme di esistere ai margini
comunione di sguardi tra sangue e altro sangue
e forse incede
resiste
ci sarà qualche gesto un solco più fondo
un fiore nell’implume materia
sutura di un grido
un accento di luce scampato a fluenze
di lacrime
e
merce
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REFLEJOS

Ti fossi stata notte
avrei abitato i sogni
in tango di stelle e luna
Nel riflesso del lago argentato
avrei intessuto caviglie e polpacci
in geometrie d’archi tra nuca e schiena
Ti fossi notte ancora
leverei cime di giunchi a scimitarra
per silenziare il ronzare delle ore
mentre la danza
s’increspa sulla pelle
alla deriva
(Natàlia Castaldi)
***
L’approccio critico a una poesia non dovrebbe mai essere univoco. Quantomeno dovrebbe prendere in considerazione vari aspetti. Non è sicuramente questo il luogo per analizzarli (travisarli) tutti, per cui concedetemi uno sguardo, per così dire, approssimato e obliquo.
Cos’è lo sguardo obliquo?
Tutto ciò che non si accontenta del semplice fluire sulle linee orizzontali rientra nella categoria dell’obliquità.
Partiamo dal titolo: “Reflejos”.
Consideriamone almeno tre accezioni: riflesso, riflessione, riflessività.
Non a caso la poesia si apre con una proposizione riflessiva: “ti fossi stata notte”.
Sembrerebbe una semplice asserzione, ma in realtà dice molto più di quanto non sembri a prima vista. Intanto, poco più avanti, si ripete differenziandosi in apertura della terza strofa.
Basterebbe solo questo a renderla il vero leit motiv della lirica.
Come sempre accade (o dovrebbe accadere) non è tanto importante dare risposte quanto continuare a proporre domande.
Accadimenti?
Cosa accade qui?
Molto semplicemente (si fa per dire) ci si dà attraverso una delocazione che permette il connubio tra due particelle pronominali: il “mi” del nome proprio e il “ti” della disappropriazione.
Il “ti” – ponendosi a favore del nome – è qui sostantivato, non solo grammaticalmente ma anche semanticamente.
Il “ti” rappresenta, a tutti gli effetti, la delocazione del soggetto.
Qual è il soggetto?
Molto semplicemente l’io. Un “io” che non si accontenta della sua condizione “al singolare” e che pretende la coabitazione con l’ “altro”.
Ma prendiamoci il tempo di arrivarci per gradi.
Una semplice particella pronominale apre le danze e fomenta il “transito” della parola.
Parole penetranti (“ti” fossi notte) e che avrebbero potuto penetrare (“ti” fossi stata notte).
La variazione del tempo verbale è già sinonimo di una variazione di genere.
Mi viene da usare un termine squisitamente derridiano: trans/partizione.
Quante volte appare il “ti”?
È presto detto: 2 volte.
Il “ti” si deloca, si rialloca due volte attraversando e attraversando-si nella pluralità dei suoi stati d’animo.
Variazione dello stato d’animo come variazione di genere (e di enunciato , - non a caso ho parlato di particella semantica)?
Un’ipotesi nemmeno tanto azzardata; basti pensare che il passaggio (trapasso, trans-passo, trans-partizione dei passi) ri-partisce i vari momenti allocandoli in uno spazio che è anche temporale (semanticamente: “il ronzare delle ore”; grammaticalmente: il passaggio dal trapassato all’imperfetto), non disdegnando inoltre di provvedere anche alla spartizione delle parti di sé, alla ridistribuzione spazio-temporale delle “particelle” che compongono il suo nome e che mettono in scena il “recit” della disappropriazione.
In poche parole: il “ti fossi stata notte” enuncia un rimpianto e il “ti fossi notte ancora” enuncia un desiderio. In entrambi i casi si afferma una “mancanza”. C’è qualcuno o qualcosa (non importa chi o cosa) che non c’è e a cui ci si rivolge per riflesso, per riflessione e per riflessività.
Bisognerebbe qui considerare tutto il ventaglio delle particelle pronominali: il “si” del render-si (anche accentato e raddoppiato, alla Derrida: sì, sì ; che qui viaggia in un regime di simbiosi parentale con “vieni”, “vieni-mi”, “venir-ti”), il “ci” dell’esser-ci, il “mi” dell’eterno ritorno a sé, il “ti” del desiderio, il “vi” del dono, ecc.
Basti considerare (indagare, riflettere, disamina, ponderatezza… tutti sinonimi di riflessione ) che esse vengono generalmente usate come complemento di termine al posto di “a me – a te – a sé – a noi – a voi”.
C’è quindi un qualcosa che parte da… e arriva a…
Un percorso (i passi da compiere) che presuppone un “dono” (il passo da compiere).
Pensate come una semplice (e sottovalutata) particella pronominale possa instaurare il seme della differenza e aprire la porta all’alea (in letteratura bisognerebbe sempre rischiare) delle accezioni, alla trans/partizione delle possibilità. Il “ti”, in tal senso, diventa possibilista, inaugura cioè il palinsesto dei “supplementi”. Il “ti” lascia sperare in un “a venire”, ovvero: sia al compimento del desiderio che al consolidamento della mancanza.
In nome di chi o di cosa?
In nome del soggetto che si deloca (che muove i propri passi, che provvede alla propria trans/partizione, anche disappropriandosi) e in nome di quella cosa che si chiama desiderio.
In nome = a favore del nome = pro-nome.
Cos’è il pronome?
Una micro-parola che sostituisce il nome, o meglio: che agisce per conto di un nome, o meglio ancora: in nome di un nome.
Ma anche pro-nome, porsi a favore del nome.
Non un nome assoluto. Non l’io preso nella sua unicità, né tanto meno l’io che basta a se stesso.
Il nome è qui pluralizzato, vive in funzione di un presunto connubio.
L’io (si) auspica il contatto con l’altro, e l’altro serve da tramite per permettere all’io di dir-si, di dar-si o quantomeno di sperare che ciò avvenga.
In quest’ottica il “ti”, la particella pronominale nomina un nome doppio.
Avviene così un raddoppiamento del destinatario: non solo l’io, non solo l’altro, ma l’io e l’altro insieme fusi e confusi (con-fusi).
Il “ti” (si) risuona, si offre all’ascolto (“ci” offre l’ascolto di sé), si consegna al pasto cannibalistico della fruizione (il “si consegna” in questo caso andrebbe permutato in “mi consegno”).
Ne converrete, qui non ci sono particelle univoche e singolarizzate.
Ogni parte di sé dicendo X presuppone l’esistenza di Y.
Ogni particella viaggia all’unisono con un’altra o con tutte le altre.
Cos’è il “con”?
Prossimità (render-si prossimi)?
Coabitazione (con-divisione delle “distanze”: “avrei abitato i sogni / in tango di stelle e luna”)?
Fusione?
Cos’è la fusione?
Un ripiegar-si l’uno nell’altro (quelle caviglie e quei polpacci disegnati in geometrie d’archi non sono forse flessioni e ripiegamenti?)
Cos’è la confusione?
Il carattere imprescindibile dell’amore e dell’eros?
Non stiamo forse parlando di amore e di desiderio?
No?
Enzo Campi


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In circa 70 Paesi l'omosessualità è considerata un reato e, tra questi, almeno quattro: Iran, Sudan, Mauritania, Arabia Saudita, la puniscono con la pena di morte. In altri, le preferenze ed inclinazioni sessuali sono soggette a pene crudeli, disumane e degradanti.
Quando lo Stato ne "tollera" i diritti, è la comunità di appartenenza a emarginare quanti nutrono amore verso persone del loro stesso sesso.
L’essere omosessuali, maschi o femmine determina forse una maggiore o minore gradazione di umanità, quasi come si stesse parlando dell’azzurro che è più chiaro del blu e più scuro del celeste?
Non siamo forse tutti ugualmente diversi nella nostra inestimabile unicità ed omo-sessuali quando facciamo della nostra sessualità il canone per leggere gli avvenimenti, giudicare i sentimenti, comprendere la vita, non lasciando all’altro sesso libertà di espressione e riconoscimento?
I filosofi greci, umanisti per eccellenza, non si sarebbero posti neppure la domanda, in quanto l’omosessualità è sempre, che lo si condivida o meno, espressione della medesima natura umana e l’amore omosessuale, in quanto forma di amore autentico, ne è degna espressione.
Meretrix Baldraque

Con mia grande sorpresa, stamattina, i miei poco "webbatici" genitori mi hanno consegnato questa lettera, chiedendomi che fosse pubblicata su filosofipercaso.
Comprendendone le viscerali motivazioni, sono felice di farlo.
n.c.
Stamattina la radio riportava una dichiarazione dell’on. Massimo D'Alema che riferiva che nel suo giro elettorale aveva raccolto il malumore di molti elettori del partito democratico che protestavano di “essere sempre costretti a votare per gli ex democristiani di sinistra”. Come spesso accade all’on. D'Alema, questa frase non mancherà di suscitare polemiche.
Vorremmo essere chiari: gli scriventi hanno una militanza che in più di 40 anni è passata prima nel PCI, poi nel PDS, nei DS e, infine, con immutato entusiasmo è approdata al Partito Democratico.
Per noi il PD è veramente un partito “nuovo”, che raccoglie varie culture di sinistra e progressiste, ma soprattutto, costituisce l’incontro di due forze, la cattolica di sinistra e la socialista che, storicamente, tante volte si sono trovate vicine nella lotta per i diritti dell’uomo. Oggi queste forze hanno deciso di integrarsi in una nuova struttura politica che, programmaticamente, mette ai primi posti la tutela sociale dei lavoratori, i diritti delle donne, l’equità fiscale, la lotta all’evasione fiscale come unica premessa per poter operare una riduzione delle tasse ed una più equa redistribuzione del reddito; infine, e questo è l’unico vero punto in “sofferenza”, dovrebbe tutelare in tutte le sue implicazioni la laicità dello Stato.
Tutto ciò premesso, vorremmo dire all’on. D'Alema che, invece di riferire quella frase infelice, avrebbe dovuto replicare non una, ma tutte le volte, che l’appartenenza al Partito Democratico significa militanza in un partito nuovo, in cui non esistono più le divisioni politiche di provenienza: o si ha l’orgoglio di appartenere ad un partito nuovo, ambizioso, che sente con forza l’esigenza di cambiare veramente la società, una società che oggi appare immiserita, affascinata da fatui miti creati per ottenere consenso e distogliere l’attenzione dai veri problemi del lavoro sempre più precario e meno tutelato, o si possiede quest’orgoglio, questa determinazione, oppure evidentemente si è stanchi ed è meglio abbandonare la militanza attiva!
Il partito ha bisogno di persone vive, determinate, che siano nate in questo clima fondativo, che si impegnino a ritrovare i principi di professionalità, equità, eticità e laicità, che abbiano a cuore la libertà e non l’arbitrio dell’uomo.
Questo partito potrà farcela a porsi alla guida del nostro contraddittorio Paese solo se riuscirà a presentarsi e ad essere una forza unitaria, compatta, un’organizzazione di persone che si stimano e si rispettano e che da questa consapevolezza trovano il modo di mostrarsi e porsi come una forza credibile e capace di indicare obiettivi fermi, veri, ambiziosi ma possibili.
Mai più, frasi ad effetto e battute maliziose dei nostri dirigenti abbiano a creare nuove tensioni nel partito! Partito che peraltro, occorre dirlo, è stato ben guidato dall’on. Franceschini in una campagna elettorale difficile, all’inizio della quale esso si presentava con un consenso bassissimo (intorno al 20%) e si paventava la possibilità della totale disgregazione anche a causa della litigiosità interna.
Umberto Castaldi – Lalage Ranieri


Cristina Bove - Ritratto d'anima
l’11 ottobre 1998, nella Paulskirche di Francoforte, in occasione del “Premio per la pace” ad opera dell’editoria tedesca, Martin Walser tenne un discorso di ringraziamento che finì con l’assumere i toni di una Sonntagsrede – come egli stesso la definì – cioè d’un sermone domenicale, scatenando un acceso dibattito sul valore della memoria come coscienza intimo-personale che va a contrapporsi al concetto di memoria-storico-collettiva in merito ai fatti ed agli eventi della passata (?) epoca nazista.
Walser non nega le atrocità del nazismo, né tantomeno Auschwitz ma attacca quella che definisce come Drohroutine – la routinizzazione della minaccia – che ravvisa in quella a lui detestabile istituzionalizzazione della memoria dell’Olocausto da parte dei media e della cultura in genere, ed interpellato circa l’utilità e la possibilità d’erigere a Berlino un monumento alla memoria – memoria non del popolo tedesco ma delle vittime dell’Olocausto!!! – definì l’ancora ipotetica opera come “La cementazione … della capitale tedesca con un incubo onirico […]. La monumentazione della vergogna”.
Quello che Walser afferma è che la rappresentazione della memoria nazionale tedesca attraverso il ripetersi di proiezioni e la diffusione di illustrazioni mirate a denudare la vergogna del passato del suo popolo attraverso le immagini dell’Olocausto e dei suoi aberranti crimini, costituisca una continua violenza psicologica sulla coscienza singola dei cittadini tedeschi.
Attua allora uno stratagemma del tutto letterario contrapponendo due diverse coscienze all’interno di una stessa storia di sterminio ed orrore: la coscienza e, quindi, la memoria di un singolo “attore” da una parte, e quella di un intero popolo dall’altra.
Per Walser la libertà di coscienza che identifica nel suo personaggio, il bambino poi adulto Johann, costituirebbe la coscienza di un “io” libero dalla memoria collettiva risultante dai fatti e dagli avvenimenti dell’esterno che, al contrario, sarebbero vissuti dal singolo con un’ottica “innocente” ed all’interno di un suo proprio microcosmo vitale.
Il che, al fine di un romanzo, può anche avere un suo originale guizzo letterario, ma a livello storico e morale non fa altro che alimentare un “gap” socio-etico-culturale che non ha nulla di originale ed innovativo di questi tempi, dati i forti venti di destra che soffiano e spazzano prepotentemente tutta l’Europa, cancellando la storia, addormentando il senso di coscienza collettiva in un appiattimento di coscienza collettiva a favore della nuova corsa alla “difesa” di nazionalismi e territorialismi fin troppo ridicoli ed all’interno di una stessa nazione, alimentando grazie ai risultati di cattive politiche economiche la paura dell’invasione, creando nuovi nemici e nuovi mostri proprio in quell’insieme di singole coscienze individuali, che – mio Dio!!! – non fanno altro che “respirare” l’aria collettivamente.
Se accettassimo dunque questa visione così personale, singola ed intima delle cose, degli eventi e della storia quale significato nuovo dovremmo inventare per termini come “comune”, “società”, “collettività”?
Mi chiedo, per concludere, quale sia la risposta circa le conseguenze dell’abbattimento della memoria collettiva – sia pure solo nelle sue rappresentative immagini – che un Walser possa prevedere dopo aver operato tale dicotomica distinzione.
natàlia castaldi
Parlare della Germania
Una bella lettura “letteraria”, di elevato valore estetico con un manifesto tentativo d’approccio storico indubbiamente audace e fortemente sentito nonché ricco di spunti filosofici, tuttavia, mi si permetta senza nulla togliere all’eccellenza della penna dell’autore, di prendere le distanze da alcune idee che esso, a mio sentire, veicola e che personalmente non condivido.