mercoledì, 16 settembre 2009

Scarborough Fair

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 Scarborough Fair

elaborazione per coro di voci virili
di Marino Baldissera
esegue il Coro Cortina

 
    C'erano banconi di legno grezzo e massiccio interamente ricoperti da latte di finto argento d'ogni misura, tipo e caratura. Erano piene di fiori multicolore: si contavano geranei, rose, verbene, tulipani ... Seduta come si trovasse all'interno della sua normale abitazione, una vecchina ricamava centrini intagliati a mano, "un'arte antica", sembrava dicesse ad ogni passaggio di filo nella tela, "profuma ancora di speranze e sogni da rammendare".
 
Sollevando il capo, senza una parola, mi porse un fazzoletto in lino, grezzo. Lo presi come se ne conoscessi motivo e ragione - complice del suo silenzio - la continuai ad osservare.
 
Senza distogliere lo sguardo dal ditale - "devi ricamarlo senza usare filo ed ago, poi lo devi stirare senza ferro né vapore", diceva lentamente, "e dopo averlo ripiegato in essenza di lavanda, glielo devi consegnare ... eh, ragazza mia, cent'anni prima io persi la ragione" - concluse, svelando una smorfia di commozione sulle labbra corrucciate. Abbassai il capo, lei congiunse l'indice alla bocca a suggellarne il segreto.
 
Dalla folla di tamburelli nella piazza mi avvolse d'improvviso una canzone: era la fiera di Scarborough in aprile, la fiera dei folli, dei sogni, dell'amore.
 
natàlia castaldi
lunedì, 10 agosto 2009

Enzo Campi: il corpo della voce – di natàlia castaldi

Partiamo con un racconto:

La torta e il piede grosso di Enzo Campi
 
Enzo Campi da Gesti d
 
Stavo rientrando a casa. Era molto tardi. Avevo appena superato la Rue Cardinale quando incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta. Non so perché ma cominciai a seguirla sistemandomi appena dietro di lei.
 
La donna parlava a voce alta come se volesse farsi sentire:
 
“Il mercato centrale alle cinque del mattino pullula di giovani scaricatori che esibiscono i loro corpi villosi. Una puttana come me sa che questa è l’ora più adatta per racimolare qualche franco con prestazioni veloci. Tra le casse di pesce fresco appena arrivato dall’Atlantico e i cesti di frutta delle campagne della Charente è tutto un susseguirsi di ansimi, grida e risate. Con quello che guadagno tra le cinque e le sette del mattino potrei anche smettere di battere la sera sotto i lampioni del Boulevard du Palais nell’Île de la cité, ma Mignon se ne avrebbe a male. Sarebbe capace di picchiarmi e, ancor peggio, non verrebbe più a letto con me”.
 
Si infilò le mani in tasca e tirò fuori del denaro. Poi cominciò a contarlo separando le banconote dalle monete e riprese a parlare:
“Dunque, vediamo un po’, stamane ho incassato otto franchi in più di ieri. Voglio proprio vedere se Mimosa e Castagnette hanno incassato più di me. Mignon sarà contento”.
 
Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla. Cercai di chiederle scusa per la mia goffaggine ma lei mi zittì dicendo:
“Ma tu bel signore, che mi guardi con quegli occhi da gitano, cosa vuoi da me? Un servizio veloce così tanto per iniziare la giornata nel miglior dei modi e senza impegno, o forse mi vuoi portare a casa tua?”.
La donna aspettava una mia risposta, ma io non dissi una parola. Così continuò:
“Io non vado mai a letto prima di mezzogiorno. Sono le sette e mezza, quindi abbiamo più di quattro ore tutte per noi. In quattro ore posso resuscitare un morto o ammazzare un vivo. Tu sei vivo o morto?”.
 
Fu a quel punto che mi decisi a parlare: “Hai sorelle?”.
 
Lei mi guardò stupita e continuò: “Non vedo che importanza abbia. No, non ho sorelle. Beh, a dire il vero, io sono sorella di me stesso. A buon intenditore poche parole”. La cosa non mi era molto chiara. Feci per dire qualcosa ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili.

Si avvicinò sfiorando con le labbra la guancia e, modulando la voce, cominciò a sussurrare alcune parole al mio orecchio:
 
“Permettimi di presentarmi, io sono Louis, ma preferisco farmi chiamare Divine. Qui al mercato però tutti mi conoscono come La torta, questo perché sono golosa e fin dal primo giorno che ho cominciato a bazzicare in questi luoghi tutti mi offrono pezzi di torta. Ti devo fare una confessione: a me piacciono gli uomini con dei grossi piedi. C’è una donna che si fa chiamare Françoise e che talvolta, spacciandosi per mia cugina, mi ruba i clienti più giovani, nonostante il suo alito puzzi sempre di cipolla. Vuoi mettere la differenza tra un alito che profuma di crema e cioccolato e un alito che puzza di cipolla? Io ancora non capisco come gli uomini possano preferirla a me. Comunque, Françoise prima di andare a letto con un uomo gli misura i piedi. Se il piede è troppo grosso manda via il cliente. Ecco perché ho imparato ad amare gli uomini coi piedi grossi: una volta che Françoise li rifiuta loro vengono da me. Tu che piedi hai? Sono sufficientemente grossi?”.
 
Chinai il capo come per invitarla a guardare i miei piedi ed esclamai:
“Questo è quello che ho, ma il problema non va posto in questi termini. I miei piedi non contano, a meno che tu non riesca a mangiarli”.
 
La torta, senza scomporsi più di tanto, replicò:
 
“Beh, bisogna prima tagliarli a pezzetti e poi passarli in padella con aglio e lardo. Infine si devono condire con latte d’asina e un trito di erbe aromatiche. È così che vuole la tradizione, e io non sono una rivoluzionaria, né tanto meno un rivoluzionario. Ci tengo che le cose vengano fatte nel migliore dei modi”.
 
Feci appena in tempo a notare che la donna faceva un po’ di confusione nell’apostrofarsi talvolta al maschile e talvolta al femminile, quando la mia attenzione si concentrò su un fischiettio che proveniva dalla mia sinistra.
La torta sorrise e mi disse:
 
“Lo senti anche tu? È Lucien, un macellaio che lavora qui dietro l’angolo. Gli ho appena fatto uno dei miei lavoretti di bocca. Se vuoi possiamo chiedergli di tagliarti i piedi. Poi appena più avanti c’è la locanda di Marion che è ancora aperta. Vedrai che non avrà difficoltà a prestarci la cucina. Anche lei è una mia cliente. Sai, il fatto di essere sorella di me stesso mi permette di poter soddisfare sia gli uomini che le donne”.
 
Cominciai a capire che La torta non era una donna ma uno di quelli che qui, nell’argot metropolitano, chiamano mâle, ovvero un travestito. Ed anche lei comprese che avevo messo a fuoco la situazione perché, con uno sguardo di sfida, prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola. Mi sentivo un po’ a disagio e per mettere fine a quella situazione apostrofai:
 
“Io non andrei da Marion né dal macellaio. I miei piedi devono essere mangiati crudi. Se tu non sei in grado di farlo non sei la donna o l’uomo che fa al caso mio”.
 
La torta rimase interdetta per un attimo e poi replicò:
“Guarda che sono disposta a pagarti. Magari ne tagliamo uno solo. Che ne dici del piede sinistro?”.
 
Feci un cenno di dissenso col capo e lei visibilmente indispettita cominciò a strapparsi i vestiti da dosso. Poi urlò a gran voce il nome di Lucien che sopraggiunse in pochi secondi con in mano un grosso coltello ancora sporco del sangue del vitello che stava disossando. Lucien chiese cosa stesse accadendo e La torta rispose che io avevo tentato di violentarla. Poi chiese al macellaio di darmi una lezione e di tagliarmi il piede sinistro.
 
Vidi il coltello levarsi nell’aria e mi svegliai di soprassalto sbarrando gli occhi.
Mi trovavo in terra in un vicolo adiacente a Rue de la Boétie con la camicia macchiata di verde e letteralmente intontito. Pensai che prima o poi avrei dovuto smetterla con l’assenzio.
 
Mi alzai e mi incamminai verso casa che distanziava poco più di un centinaio di metri. Una volta arrivato vidi che sull’uscio c’era già il giornale del mattino. In prima pagina svettava, a caratteri cubitali, la notizia della morte di Harry Crosby.
 
Harry era stato trovato morto a letto insieme a Josephine Bigelow in una camera dell’Hotel des Artistes. Entrambi avevano i piedi nudi mentre il resto del corpo era completamente vestito. Harry aveva sparato un colpo di pistola alla tempia di Josephine e solo dopo diverse ore si decise a farla finita sparandosi un colpo in testa. Sul letto furono trovati tutti i libri di Baudelaire, dei fiori neri, un paio di bottiglie d’assenzio vuote e una torta intatta sulla quale spiccavano i resti di una grossa candela consumata. In terra un manoscritto con un’illustrazione di Alastair e la trascrizione della poesia La mort des amants. La cosa che aveva più colpito il giornalista che firmava l’articolo consisteva nel fatto che la stanza fosse pregna di un profumo mai sentito prima, quasi soprannaturale.
 
Ezra Pound spese parole di elogio difendendo questa morte e rivestendola come di un’aura salvifica. Scrisse che si trattava di una necessità e che bisognava che tutti gli artisti compiessero atti portatori di messaggi. Solo così, anche attraverso eventi sacrificali, si poteva avere fiducia per un avvenire migliore e sperare in una sorta di giustizia divina.
 
Comunque, a parte le estremizzazioni di Pound e la morte che io, per principio, cercavo sempre di esorcizzare, ciò che mi procurava disagio e preoccupazione era la presenza di una torta e il fatto che i loro piedi fossero nudi ed esposti, come se fossero davvero portatori di un messaggio.
 
Forse Pound aveva ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la propria sensibilità. Crosby attraverso il suo suicidio mi aveva mandato un messaggio figurato: i piedi nudi.
 
Voi credete ai segni del destino?
 
Anche se era stato solo un sogno fui contento che il macellaio non fosse riuscito a tagliarmi i piedi.
 
Vidi che il forno di André era già aperto. Comprai una torta e mi tolsi le scarpe. Poi aprii completamente il giornale, vi poggiai con cura la torta e le scarpe facendo in modo che chiunque passasse potesse vedere quella sorta di improvvisata natura morta.
 
Aprii il portone e mi incamminai, a piedi nudi, su per le scale.
 
Enzo Campi

***

Sensazioni di lettura, di natàlia castaldi:

Enzo Campi da apocalisse

Il racconto si apre avvolto in una sottile nebbiolina che le conferisce un onirico senso tra mistero ed ironia: una scena surreale dal sapore di vicoli francesi che profumano di pâtisserie, boulangerie, boucherie, e “barrios” da "Irma la dolce", laddove tutto è gustoso come un soffritto con trito di speziato che annulla il lato cruento della “fame”, facendone cogliere l’invito al carnale gusto in modo scorrevolmente naturale ma non privo d’umano e morboso feticismo che, giocando nella rete di sguardi e dialoghi, si scopre e si compiace della sua Freudianamente “svelata” ambi-guità che s’incentra, appunto, “fallicamente” sul piede, grosso.


Che sia sogno, immaginazione o realtà, l’“incontro” è sempre una commistione di percezioni, e questa pagina una giostra di sensi:

impatto visivo – voltato l’angolo "incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta"
e poi uditivo - "parlava a voce alta come se volesse farsi sentire" – “come se volesse farsi sentire”, voleva farsi sentire? Sentire … non ascoltare ma sentire, entrare nel senso attraverso le porte dei sensi tutti, penetrare.

e ancora, tatto/contatto fisico – “Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla”- In-vestirla, non uno “scontro” ma un “in-contro” di corpi in movimento, l’uno avvolge l’altro, quasi a con-tener-lo. E più avanti ancora corpo, ancora contatto: "ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili.", la scelta del verbo “tappare” presuppone un’azione mascolina, carnale, quasi violenta, non femminile ancor prima della scoperta tattile di mani di per se stesse grandi, forti “mascoline”, appunto.
e poi ancora tatto e vista, insieme, l’uno a sfidare l’altra, percezione contro percezione: "prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola."

e profumi e sapori: crema e cioccolato, soffritti, spezie e maleodoranti cipolle che si mescolano ravvivando papille, stuzzicando impensati appetiti.

La scena onirica si dissolve nel risveglio di soprassalto al presentarsi della prima vera immagine cruenta con l’accorrere – coltello alla mano – del fido macellaio Lucien in soccorso alle “isteriche” grida dell’appetita “Torta” , e qui si passa da uno stato di surrealtà onirica ad un diverso livello di sopra-realtà letteraria:

l’assenzio e la notizia dell’omicidio-suicidio d’amore per introdurre altre gestualità fissate e composte in un disegno di “nature morte” quali estreme rappresentazioni/composizioni Baudelairiane d’arte:

il viaggio surreale tra i sapori della Torta acquista il senso della premonizione, dell’anticipazione dei simboli dell’estremizzazione artistica del suicidio degli amanti: ancora assenzio, ancora una torta, ancora piedi, nudi.

“… Pound spese parole di elogio difendendo questa morte e rivestendola come di un’aura salvifica. Scrisse che si trattava di una necessità e che bisognava che tutti gli artisti compiessero atti portatori di messaggi. Solo così, anche attraverso eventi sacrificali, si poteva avere fiducia per un avvenire migliore e sperare in una sorta di giustizia divina. Comunque, a parte le estremizzazioni di Pound e la morte che io, per principio, cercavo sempre di esorcizzare, ciò che mi procurava disagio e preoccupazione era la presenza di una torta e il fatto che i loro piedi fossero nudi ed esposti, come se fossero davvero portatori di un messaggio.

Forse Pound aveva ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la propria sensibilità.”

Dunque l’esigenza di far proprio il “senso” del viaggio attraverso una propria “composizione” da esporre simbolicamente esorcizzandone l’estremizzazione del suo compimento: un giornale, un paio di scarpe ed una torta fresca formano una “natura morta” da lasciarsi dietro le spalle, percependo il marmo delle scale di casa sotto i piedi nudi.

“Forse Enzo ha ragione, … ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la sensibilità dei propri … piedi

***

Avremo letti intrisi di sentori
tenui, divani oscuri come avelli,
sulle mensole nuovi e strani fiori,
nati per noi sotto cieli più belli.

Consumandosi a gara, i nostri cuori
come due grandi torce due ruscelli
verseranno di vampe e di fulgori
nei nostri spiriti, specchi gemelli.

Una sera di rosa e azzurro mistico,
un lampo solo ci vedrà commisti,
lungo singhiozzo carico d'addio.

Un Angelo, schiudendo indi le porte,
a ravvivar verrà, gaudioso e pio,
gli specchi opachi e le due fiamme morte.

Charles Baudelaire - La mort des amants - CXXI - trad. G. Bufalino

 

***

Enzo Campi è prolifico autore di testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla critica, alla pièce teatrale, ed ancora è coreografo, creativo, video maker, regista …

Dalla voce di Enzo, dalla postura corporea del suono della sua recitazione si resta rapiti e condotti in uno stato di com-partecipazione attiva, che significa empatica apertura delle proprie porte percettive al senso intimo dei testi che rappresenta.

L’attenzione per il corpo non è mai casuale o formale far mostra di sé, ma performante, penetrativa, viva, naturale necessità espressiva che traduce l'essenza intima della libertà ed unicità caratterizzante ed individuale di ogni singolo essere umano, che ha voce nel suo stesso e proprio movimento che si fa danza, eleganza, estetica, vita transitata e condivisa.

Il linguaggio ci accomuna, ci fa interagire, ci racconta, ma il linguaggio è fatto di tutto un insieme di codici ed elementi espressivi che partono dal gesto, dal corpo che si fa parola veicolato primariamente dalla voce/corpus distintivo dell’individuo veicolante, prima ancora di farsi segno grafico per la sua “traduzione” e tradizione, che permanga ai posteri nel tempo.

natàlia castaldi

***

 Enzo Campi da apocalisse 2

Presento, quindi, qui Gesti d’aria e incombenze di luce, utilizzando le parole che Enzo stesso ha pubblicato sul suo blog come breve introduzione:

“Gesti d’aria e incombenze di luceè l’uso della parola fermata nell’istante del concepimento, l’interazione con l’immagine, fissa o in movimento, la teatralità, la musica, l’incombenza della voce con la luce dell’arte in alcune delle sue forme. I poeti della collana Libero di Stile, di Liberodiscrivere Edizioni, sono autori performativi. Nel panorama della Poesia si distinguono per la volontà di restituire la parola ‘scritta’ in altre forme, una sorta di raggiungimento del lettore che, se non è lui stesso a raggiungere la parola stampata, è la parola detta, pronunciata, immaginata, musicata, raffigurata, che va a raggiungere il fruitore.”
 

Gesti d’aria e incombenze di luce:

*per una coretta visione dei video qui presenti si consiglia di eliminare l'audio del sottofondo musicale del blog che si trova nella colonna laterale a sinistra.

    

 
 
domenica, 02 agosto 2009

Francesco Marotta: Poesia "Fino all'ultima sillaba dei giorni"

Benci FIORE DI PIETRA

“…

come chi vive

per lasciare impronte, un

solco per la morte che

ci segue, che ci precede

in forma di stagioni”

fm

 

λέγω – λĎŚγος – ποιέω - ποιήτης

 

Lo scorrere liquido del pensiero in parole nella creazione poetica non è altro che fluir/si in offerta nuda agli occhi, alle orecchie, alle labbra di un reale o presunto interlocutore.

Niente di più carnale, umorale, intimo ed oggettivamente soggettivo della poesia può costituire il mistero irrisolto dell’esistenza e della “necessità” della tradizione/traduzione del pensiero in scrittura.

Segni grafici che costituiscono suoni catalogati in ordine di organi e lembi vivi di carne che ne implicano la pronunzia: labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali …. sono le vocali e le consonanti, praticamente le note di una composizione di suoni codificati in parole che costituiranno il pensiero – dentro di noi – o il dia-logo – quando il pensiero sia espresso per trans-itare da noi ad altri.

La liquidità densa della parola nei versi – anche lo stesso termine “verso” richiama l’atto del mescere, del versare appunto il proprio pensiero come in offerta, come fosse vino o, divinamente, il proprio stesso sangue –  di Francesco Marotta, si consuma nella sua stessa carne, nel suo stesso analizzare il dolore. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso: ricerca tecnica? Scelta di stile? Sì, certamente siamo di fonte alla consapevolezza della gestione del verso - sia pure libero – che apparirà rilegato e ricucito ad arte in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico - al "colon", ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il dis/ordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.

Forma e parola si fanno quindi tessuto, tessuto vivo, sanguigno, denso di fluidi: acqua/sangue/sudore/umori che cambiano, che si rincorrono dalla fonte alla loro stessa foce: Inchiostro, nero come il cielo che fa da sfondo all’umana aspirazione al bello d’una illusoria luna o, ancora, inchiostro nero come sangue, che quando si rapprende perdendo la sua intima vitalità si stigmatizza in segno grafico che permanga, macchiando di sé la pietra o la carta.

La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi – ne ho letti tanti/troppi, e mi esimo dall’elenco delle citazioni -, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra.

Marotta è parola che si fa grido, carezza, richiamo, messaggio, richiesta intima e rassegnata d’aiuto, ch’egli cerca nella parola stessa come conforto dignitoso alla intima ed universale  necessità di essersi testimonianza ed interezza di vita.

Una traccia, che non scolora.

 

natàlia castaldi

 

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Presento qui

una selezione emotiva e “disordinata”

delle poesie di Francesco Marotta:

 

 

 

Fino all’ultima sillaba dei giorni

 

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

 

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

 

***

 

Da "HAIRESIS"

 

 

8.(Ars poetica)

note per improvvisate metafore
vagando tra storie che sfumano in acque di eventi interdetti
tumescenza per troppo furore
passando in rassegna
ectoplasmi di neve
e si fugge
solo intuibile l’ubiquità di certi bagliori
adiacenze di tregua nel buco del culo del mondo
dove le foglie reclamano spazio
ai cieli consunti in deliri di tenebre acerbe
ingiunzione a stremare l’interno
la vita vissuta per interposta persona
che pende
riprende lo slancio
s’avvita nel vortice di minute torsioni
intenzioni di stile
emozioni
l’età che ritratta umbratili vuoti
eiacula ritmi di sensi straziati
l’immagine si fissa nel gioco
la luna che ha sete avvicenda rumori
tu dici del verbo dovrebbe segnare l’inizio e alla fine
ultimarsi nel gergo
controllare sintassi di simboli
epigrafici grumi di fango
orme di esistere ai margini
comunione di sguardi tra sangue e altro sangue
e forse incede
resiste
ci sarà qualche gesto un solco più fondo
un fiore nell’implume materia
sutura di un grido
un accento di luce scampato a fluenze
di lacrime
e
merce

 

***

 

 

domenica, 26 luglio 2009

Charles Simic e lo stupore del solito divenire.

Andrew Wyeth Lovers
La meraviglia della quotidianità che si fa arte, bagliore di conoscenza e comprensione come per un bambino la fantasia che nasce dalla pura osservazione del mondo ancora da scoprire.
 
Charles Simic rende poesia la trivialità dei gesti coniugali, dei rumori più comuni e degli umori vitali.
 
Osservazione e penetrazione di fatti e gesti che conducono a metafisiche divagazioni che, da una fase empirica e quasi tattile, sfociano in uno stato di attonita meditazione sul significato più “essenziale” dell’effetto e dell’interazione tra le cose, gli oggetti e l’uomo.
 
Pareti, muri, colori sembrano avere una vita propria che interagisce empaticamente con l’umanità scarna e routinaria che non si sofferma ma che passa avanti a se stessa rincorrendosi in modo “automatico”, più per inerzia che per consapevole ed individuale volontà.
 
Ingranaggi che si disegnano nella penombra d’un interno in cui si muovono figure di vecchi amanti, spogli degli ardori, appassiti dei loro stessi fiori, eppure ancora vivi negli odori delle proprie carni e nei riflessi delle pelli in un raggio d’alba che penetri la scena da una tapparella a dare un senso arcano ai soliti gesti.
 
“…. Erano le 7 del mattino. / Aspettavi che un raggio di sole / ti scaldasse un poco i piedi gelati, / o che tua moglie entrasse assonnata / con la vestaglia azzurra consunta, / e si chinasse con i capelli sugli occhi / a raccogliere il giornale che ti era scivolato di mano /
con quel titolo e una grande fotografia, / e restasse così, piegata, a leggere / intenta, con la vestaglia che si schiudeva a poco a poco, / con le mammelle pendenti e il pelo scuro / ancora umido di sonno che si scoprivano del tutto, / mentre continuava a leggere con quel sussurro spettrale.”
(C. Simic “Il titolo”, trad. Damiani Abeni)
 
Andrew-Wyeth-Up_in_the_Studio
 
Ricordi d’infanzia e scenari d’un realismo velato d’immaginifico onirismo si stendono sulla carta in modo narrativo, fotografico e piano, rivelando solo alla fine dell’intera lettura un senso di sgomento segreto ed intimo che rievoca paure lontane eppure vive nell’immaginario adulto ed insonne del bambino che ha sempre stentato a dormire sonni sereni nell’incubo delle guerre e della precarietà dei suoi fragili giorni.
 
 
Hotel Insomnia, Charles Simic
 
 
I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
"My Blue Heaven."

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The "Gypsy" fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.
 
***
 
Hotel Insomnia
 
Mi piaceva il mio piccolo pertugio
e la sua finestra che guardava un muro di mattoni.
Nella stanza accanto c’era un piano.
Un paio di sere al mese
un vecchio sgangherato ci veniva a suonare
“My Blue Heaven”.
 
Il più delle volte, però, tutto era tranquillo.
Ogni camera aveva il suo ragno in pastrano pesante
intento a catturare la sua mosca nella rete
tra fumo di sigarette e fantasie.
Era così buio
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavandino.
 
Alle 5 del mattino il passo dei piedi nudi al piano di sopra.
Lo "Zingaro” che dice la fortuna,
al negozio giù all'angolo,
se ne va a pisciare dopo una notte d'amore.
Una volta, anche il pianto di un bambino singhiozzante.
Era così vicino che per un momento
pensai che a singhiozzare fossi io.
 
Trad. n.c., 2009
 
Andrew Wyeth
 
Il disincanto mantiene il suo fascino e la sua aura di mistero nella rispettosa e silenziosa osservazione della natura e dei suoi antichi presagi inscenati dal volo degli uccelli all’orizzonte o da un tramonto sanguigno che colora le pietre di un sentiero, dipingendo di tinte forti e ricche di contrasti i pochi elementi naturali che costituiscono il mondo esterno agli attori tragici d’una commedia quotidiana che si vive e si logora nelle quattro mura d’una stanza che sembra scrutare le nudità di una donna in bianco silenzio.
Così, mentre il tempo dell’amore inizia, si consuma e finisce nella durata d’un soffio di candela, inscatolato in ritmi e spazi costruiti e fissati per sé dall’uomo stesso, fuori, inspiegabilmente ed incurantemente tutto scorre nel succedersi di buio e luce.
 
Clouds Gathering, Charles Simic

It seemed the kind of life we wanted.
Wild strawberries and cream in the morning.
Sunlight in every room.
The two of us walking by the sea naked.

Some evenings, however, we found ourselves
Unsure of what comes next.
Like tragic actors in a theater on fire,
With birds circling over our heads,
The dark pines strangely still,
Each rock we stepped on bloodied by the sunset.

We were back on our terrace sipping wine.
Why always this hint of an unhappy ending?
Clouds of almost human appearance
Gathering on the horizon, but the rest lovely
With the air so mild and the sea untroubled.

The night suddenly upon us, a starless night.
You lighting a candle, carrying it naked
Into our bedroom and blowing it out quickly.
The dark pines and grasses strangely still.


E si ammassavano le nuvole


Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all'orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell'aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi,
ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.

trad. n.c., 2009
natàlia castaldi
 
lunedì, 20 luglio 2009

Just a little poem - La cutrettola

roseto
Dischiuse le palme dissetino l'arsura,
non c'è risveglio più dolce
che nella brina tra le foglie.

Rimango all'ombra del glicine a fissare
l'arcobaleno che fiorisce tra le dita.
 
E' una coppa frizzantina
l'offerta dell'incanto
nel cinguettìo dell'alba a primavera.
 
natàlia castaldi 
mercoledì, 15 luglio 2009

Enzo Campi legge

REFLEJOS
alpacino-tango


Ti fossi stata notte
avrei abitato i sogni
in tango di stelle e luna

Nel riflesso del lago argentato
avrei intessuto caviglie e polpacci
in geometrie d’archi tra nuca e schiena

Ti fossi notte ancora
leverei cime di giunchi a scimitarra
per silenziare il ronzare delle ore

mentre la danza
s’increspa sulla pelle
alla deriva

(Natàlia Castaldi)



***

L’approccio critico a una poesia non dovrebbe mai essere univoco. Quantomeno dovrebbe prendere in considerazione vari aspetti. Non è sicuramente questo il luogo per analizzarli (travisarli) tutti, per cui concedetemi uno sguardo, per così dire, approssimato e obliquo.
Cos’è lo sguardo obliquo?
Tutto ciò che non si accontenta del semplice fluire sulle linee orizzontali rientra nella categoria dell’obliquità.

Partiamo dal titolo: “Reflejos”.
Consideriamone almeno tre accezioni: riflesso, riflessione, riflessività.
Non a caso la poesia si apre con una proposizione riflessiva: “ti fossi stata notte”.
Sembrerebbe una semplice asserzione, ma in realtà dice molto più di quanto non sembri a prima vista. Intanto, poco più avanti, si ripete differenziandosi in apertura della terza strofa.
Basterebbe solo questo a renderla il vero leit motiv della lirica.

Come sempre accade (o dovrebbe accadere) non è tanto importante dare risposte quanto continuare a proporre domande.
Accadimenti?
Cosa accade qui?
Molto semplicemente (si fa per dire) ci si dà attraverso una delocazione che permette il connubio tra due particelle pronominali: il “mi” del nome proprio e il “ti” della disappropriazione.
Il “ti” – ponendosi a favore del nome – è qui sostantivato, non solo grammaticalmente ma anche semanticamente.
Il “ti” rappresenta, a tutti gli effetti, la delocazione del soggetto.
Qual è il soggetto?
Molto semplicemente l’io. Un “io” che non si accontenta della sua condizione “al singolare” e che pretende la coabitazione con l’ “altro”.
Ma prendiamoci il tempo di arrivarci per gradi.
Una semplice particella pronominale apre le danze e fomenta il “transito” della parola.
Parole penetranti (“ti” fossi notte) e che avrebbero potuto penetrare (“ti” fossi stata notte).
La variazione del tempo verbale è già sinonimo di una variazione di genere.
Mi viene da usare un termine squisitamente derridiano: trans/partizione.
Quante volte appare il “ti”?
È presto detto: 2 volte.
Il “ti” si deloca, si rialloca due volte attraversando e attraversando-si nella pluralità dei suoi stati d’animo.
Variazione dello stato d’animo come variazione di genere (e di enunciato , - non a caso ho parlato di particella semantica)?
Un’ipotesi nemmeno tanto azzardata; basti pensare che il passaggio (trapasso, trans-passo, trans-partizione dei passi) ri-partisce i vari momenti allocandoli in uno spazio che è anche temporale (semanticamente: “il ronzare delle ore”; grammaticalmente: il passaggio dal trapassato all’imperfetto), non disdegnando inoltre di provvedere anche alla spartizione delle parti di sé, alla ridistribuzione spazio-temporale delle “particelle” che compongono il suo nome e che mettono in scena il “recit” della disappropriazione.
In poche parole: il “ti fossi stata notte” enuncia un rimpianto e il “ti fossi notte ancora” enuncia un desiderio. In entrambi i casi si afferma una “mancanza”. C’è qualcuno o qualcosa (non importa chi o cosa) che non c’è e a cui ci si rivolge per riflesso, per riflessione e per riflessività.

Bisognerebbe qui considerare tutto il ventaglio delle particelle pronominali: il “si” del render-si (anche accentato e raddoppiato, alla Derrida: sì, sì ; che qui viaggia in un regime di simbiosi parentale con “vieni”, “vieni-mi”, “venir-ti”), il “ci” dell’esser-ci, il “mi” dell’eterno ritorno a sé, il “ti” del desiderio, il “vi” del dono, ecc.
Basti considerare (indagare, riflettere, disamina, ponderatezza… tutti sinonimi di riflessione ) che esse vengono generalmente usate come complemento di termine al posto di “a me – a te – a sé – a noi – a voi”.
C’è quindi un qualcosa che parte da… e arriva a…
Un percorso (i passi da compiere) che presuppone un “dono” (il passo da compiere).
Pensate come una semplice (e sottovalutata) particella pronominale possa instaurare il seme della differenza e aprire la porta all’alea (in letteratura bisognerebbe sempre rischiare) delle accezioni, alla trans/partizione delle possibilità. Il “ti”, in tal senso, diventa possibilista, inaugura cioè il palinsesto dei “supplementi”. Il “ti” lascia sperare in un “a venire”, ovvero: sia al compimento del desiderio che al consolidamento della mancanza.
In nome di chi o di cosa?
In nome del soggetto che si deloca (che muove i propri passi, che provvede alla propria trans/partizione, anche disappropriandosi) e in nome di quella cosa che si chiama desiderio.
In nome = a favore del nome = pro-nome.
Cos’è il pronome?
Una micro-parola che sostituisce il nome, o meglio: che agisce per conto di un nome, o meglio ancora: in nome di un nome.
Ma anche pro-nome, porsi a favore del nome.
Non un nome assoluto. Non l’io preso nella sua unicità, né tanto meno l’io che basta a se stesso.
Il nome è qui pluralizzato, vive in funzione di un presunto connubio.
L’io (si) auspica il contatto con l’altro, e l’altro serve da tramite per permettere all’io di dir-si, di dar-si o quantomeno di sperare che ciò avvenga.
In quest’ottica il “ti”, la particella pronominale nomina un nome doppio.
Avviene così un raddoppiamento del destinatario: non solo l’io, non solo l’altro, ma l’io e l’altro insieme fusi e confusi (con-fusi).
Il “ti” (si) risuona, si offre all’ascolto (“ci” offre l’ascolto di sé), si consegna al pasto cannibalistico della fruizione (il “si consegna” in questo caso andrebbe permutato in “mi consegno”).
Ne converrete, qui non ci sono particelle univoche e singolarizzate.
Ogni parte di sé dicendo X presuppone l’esistenza di Y.
Ogni particella viaggia all’unisono con un’altra o con tutte le altre.
Cos’è il “con”?
Prossimità (render-si prossimi)?
Coabitazione (con-divisione delle “distanze”: “avrei abitato i sogni / in tango di stelle e luna”)?
Fusione?
Cos’è la fusione?
Un ripiegar-si l’uno nell’altro (quelle caviglie e quei polpacci disegnati in geometrie d’archi non sono forse flessioni e ripiegamenti?)
Cos’è la confusione?
Il carattere imprescindibile dell’amore e dell’eros?
Non stiamo forse parlando di amore e di desiderio?
No?

Enzo Campi

martedì, 30 giugno 2009

In bianco e nero - La preghiera del padre

fabbrica
È inutile come il mattino
dopo un sonno senza riposo
rincorrere l’ombra d’un sentiero di cipressi lividi
infilando perline ad una collana spezzata
intorno al collo della negligenza.
Succube di parole morte nella notte senza afa
la fede spezzata in un crocicchio di quesiti
senza attese si deforma
nello specchio di mille maschere di zucchero e sale.

***
Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata?
***
In bianco e nero amo guardare il vero delle cose
nel grigio smorto delle nebbie al camminare
degli scarponi antinfortunio detratti a rate
dallo stipendio aziendale.
***

Alle cinque cantava la sirena il richiamo delle anime
trascinanti corpi che evaporavano odori di letto e figli.
Seduta a studiare diritto internazionale
la osservavo passare in fretta e sognavo un avvenire
che mi facesse ricordare il suo nome,
ma una mano scrisse una legge, poi perì nel sangue.

***
Nessuna luce ancòra dal mio balcone è degna
dei colori del reale
***
Si mischiano le pelli dei sottopagati nel sudore appeso
a mezz’aria dal suolo senza funi né ripari.
Cartellini da timbrare con contratto interinale
e domani un nuovo mestiere per bestiario
di pretese.
***
La preghiera del padre si disegna agli angoli d’una bocca da sfamare
nei crampi d’uno stomaco vuoto d’amore
che brama leccornie da consumare in fretta
per mondare gli interstizi dei denti dagli avanzi di fragole mature,
lievi come il mulinare del vento per un marinaio nato in camicia
che mille lidi attraversa sempre appeso alla sua rammendata tela
che perde il tempo dalle toppe dei suoi miseri inganni.
 
natàlia castaldi
martedì, 16 giugno 2009

Il Re Lucertola: Mito, Uomo, Poeta.

 
“Mi sono sempre piaciuti i rettili...
Immagino l'universo come un mastodontico serpente,
con tutte le persone, le cose, i panorami alla stregua di
minuscole immagini sulle sfaccettature delle squame.
E penso che la contrazione peristaltica sia il movimento
basilare della vita: l'inghiottire, il digerire, il ritmo del rapporto sessuale.
Del resto, la lucertola e il serpente si identificano con l'inconscio,
con le forze del male... anche se non se n'é mai visto uno, il serpente
incarna tutto ciò che temiamo”
 
James Douglas Morrison (Melbourne, 1943 – Parigi 1971)
 
Una rockstar? un narciso autodistruttivo dedito all’eccesso … o, semplicemente, un poeta?
 
Quello di rockstar eccessivo fino alla sua stessa distruzione è l’aspetto che comunemente e tristemente conosciamo di un giovane uomo che aspettava le ore dell’albeggiare per scrivere fiumi di versi (più di 700 pagine) tra visionarie intuizioni e postumi di sbronze e droghe.
 
Una personalità forte ed intimamente fragile, carisma da vendere dietro la dionisiaca maschera da frontman rockettaro, che amava inscenare e contrapporre all’introversione taciturna ed alla timidezza dell’uomo che sognava di “fare il poeta”. Un poeta che delicatamente e violentemente si delinea dalla lettura dei suoi versi.
 
Figlio di un ammiraglio della Marina statunitense ed un’impiegata sempre presso la Marina, il giovane James ricevette un’educazione rigida e conservatrice alla quale reagì violentemente tagliando i ponti con la famiglia già durante gli anni dell’Università.
 
Era un giovane preparato e vorace lettore, amava i poeti maledetti, Rimbaud, Blake, Baudelaire, Artaud, Céline, la filosofia di Nietzsche, gli autori della Beat Generation Jack Kerouac ed Allen Ginsberg, i visionari romanzi di Aldous Huxley e, particolarmente, il famoso romanzo “The Doors of Perception[Le Porte della Percezione] – che diede nome al gruppo rock che lo portò alla notorietà – e che si rifaceva alla poetica blackiana dello sregolamento sistematico dei sensi fino ad acuire, quindi “aprire” le famore “Doors”/Porte percettive per giungere “al palazzo della Saggezza”.
 
«Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. [.] Egli giunge all'ignoto, e quand'anche, sbigottito, finisse col perdere l'intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!»
(Arthur Rimbaud, in Lettre du voyant ("lettera del veggente") al coetaneo Paul Demeny)
 
Morrison incarnava quest’opera di sregolamento dei sensi portando se stesso all’eccesso di stanchezza, insonnia, abusando con gli alcolici e le droghe ossessionato dalla sola volontà di scrivere.
 
“Tutti i grandi poeti, gli epici come i lirici,
compongono i loro bei poemi non grazie all'arte
ma perché ispirati e posseduti.
I poeti lirici non hanno mente sana
quando compongono le loro meravigliose fatiche.
Per il Poeta é una luce, é volare, é una cosa sacra,
e non c'è inventiva in lui finché non è stato ispirato
e non ha perso la ragione, e la mente non é più in lui.
Quando non ha raggiunto questo stato, é senza forza
e incapace di pronunciare i suoi oracoli.”
(J.D.Morrison)
 
Lo scopo dell’auto-sregolamento di sé, sistematicamente condotto dal giovane Morrison, aveva il fine di aprire attraverso l’alterazione sensoriale la coscienza per poi riaffacciarsi sul mondo come attraverso una porta deformante e descriverlo in tutte le sue paure, negli aspetti più cupi ma anche gioiosi e solari, dando vita ad un insieme filmico di visioni versificate di sapiente organicità descrittiva probabilmente dovuta alla formazione cinematografica sviluppata ed approfondita da Morrison durante gli anni universitari presso l’UCLA di Los Angeles.
 
Nel 1970, grazie all’incoraggiamento del poeta ed amico Michael McClure, Morrison si decise a far visionare le sue poesie alla Simon & Schuster e così, nello stesso anno, vennero pubblicate le prime copie di “The Lords and the New Creatures” [I Signori e le Nuove Creature], due raccolte poetiche pubblicate in un unico volume che riportava quale nome dell’autore “Jim Morrison” anziché il nome per esteso “James Douglas Morrison” e, cosa che ferì ancora più profondamente Jim, la foto di Jim icona rock in copertina (la famosa “foto del giovane leone”): insomma, la sua poetica, ciò cui Morrison teneva più di ogni altra cosa come fatto intimo e personale, era stata mercificata quale puro fenomeno commerciale.
 
“Sono convinto che in un certo senso Jim fosse intrappolato in un personaggio che non considerava adeguato a sé ed alla propria essenza, …. Penso che in realtà Jim come poeta non avesse nessuna prospettiva. Cosa avrebbe potuto fare? La sua poesia sarebbe stata totalmente messa in ombra per il resto della sua vita dal suo stesso nome. Ogni volta che qualche circolo di poesia invitava Jim Morrison, non lo faceva per la sua poesia, ma per il suo nome”  - Babe Hill, amico e stretto collaboratore di Morrison.
 
Tra il 1969 ed il ‘70, morirono tragicamente all’età di 27 anni tre rockstar: Jimi Hendrix, Brian Jones e Janis Joplin. In quegli anni, Morrison scrisse un’Ode pensando alla scomparsa per affogamento dell’amico Brian Jones, che può essere letta come tragico presagio della sua stessa scomparsa solo due anni dopo a Parigi, all’età di 27 anni.
 
natàlia castaldi
***
jim-morrison
 
Ode to L.A. while thinking of Brian Jones, Decease

I'm a resident of a city
They've just picked me to play
the Prince of Denmark
Poor Ophelia
All those ghosts he never saw
Floating to doom
On an iron candle
Come back, brave warrior
Do the dive
On another channel
Hot buttered pool
Where's Marrakesh
Under the falls
the wild storm
where savages fell out
in late afternoon
monsters of rhythm
You've left your
Nothing
to compete with the
Silence
I hope you went out
Smiling
Like a child
Into the cool remnant
of a dream
The angel man
with Serpents competing
for his palms
& fingers
Finally claimed
This benevolent
Soul
Ophelia
Leaves, sodden
in silk
Chlorine
dream
mad stifled
Witness
The diving board, the plunge
The pool
You were a fighter
a damask musky muse
You were the bleached
Sun
for TV afternoon
horned-toads
maverick of a yellow spot
Look now to where it's got
You
in meat heaven
w/ the cannibals
& jews
The gardener
Found
The body, rampant, Floating
Lucky Stiff
What is this green pale stuff
You're made of
Poke holes in the goddess
Skin
Will he Stink
Carried heavenward
Thru the halls
of music
No Chance.
Requiem for a heavy
That smile
That porky satyr's
leer
has leaped upward
into the loam.

Ode a L.A. pensando a Brian Jones, Deceduto

Io sono un semplice cittadino
Scelto per impersonare
il principe di Danimarca
Povera Ofelia
Tutti gli spettri che non vide mai
Volteggiano nella morte
Sulla fiamma di una candela metallica
Guerriero implacabile, ritorna
Tuffati
In un altro canale
In una pozzanghera di burro fuso
C'è Marrakech
Sotto le cascate
La tempesta feroce
Ha disperso i selvaggi
Nel tardo pomeriggio
Mostri del ritmo
Hai lasciato il tuo
Nulla
A gareggiare con il
Silenzio
Spero che tu sia uscito di scena
Sorridente
Come un bambino
Nei freschi rimasugli
Di un sogno
L'uomo angelico
In lotta coi serpenti
Per il possesso delle mani
E delle dita
Alla fine pretende
Il comando
Su questa anima
Pacifica
Ofelia
Foglie inzuppate
Nella seta
Cloro
Sogno
Testimonianza
Imbavagliata dalla pazzia
Il trampolino, il tuffo
La piscina
Tu eri un combattente
Una musa del muschio damascato
Tu eri il pallido
Sole
Per i pomeriggi televisivi
Rospi cornuti
Terrorizzati da una macchia gialla
Guarda adesso dove sei
Tu
In un paradiso carnale
Pieno di cannibali
E di ebrei
Il giardiniere
Ha rinvenuto
Il corpo che galleggia muovendosi
Cadavere eccellente
Che cos'è questa materia verde
Di cui sei fatto?
Buchi d'urto
Nella pelle della Dea
Puzzerà
Nel suo cammino verso il cielo
Per i saloni
Della musica
Non c'è scelta
Requiem per un duro
Quel sorriso
Quello sguardo
Da satiro sporcaccione
Ha saltato l'ostacolo
Per sprofondare nella terra grassa.
lunedì, 15 giugno 2009

LibertĂ  d'opinione? - Privilegio tombale

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Mark Twain nel 1905 scriveva un saggio su libertà di pensiero, parola ed opinione il cui titolo ne esplicava sin dal principio l’amaro ed ironico contenuto: The privilege of the grave, Privilegio tombale.
 
Per Twain, infatti, la libertà di parola è solo un’illusione perché condizionata alla volontà di ogni singolo individuo d’uniformarsi all’opinione imperante e di massa, dunque, una reale libertà d’opinione sarebbe paradossalmente accessibile all’uomo solo dalla sua stessa tomba, ovvero solo allorquando questo suo utopico diritto non gli si potrà più torcere contro.
 
Sì, perché è vero che possiamo recitare l’articolo n. 19 della  “Dichiarazione universale dei diritti umani”, il 21° della nostra Costituzione, storcere il muso comodamente seduti dinanzi al nostro computer o al televisore al manifestarsi di superbi atteggiamenti squadristi … ma poi, alla fine, quanto siamo bravi a far valere questo nostro semplice ed insindacabile “diritto” se il nostro dissensode facto – ci si potrebbe poi ritorcere contro sotto forma d’offesa, emarginazione, ghettizzazione o censura?
 
Dunque, è molto più facile scegliere un carro cui* accodarsi  in codazzo di corte, ossequiando il signore che muove le briglie da bravi soldatini mercenari in attesa di briciole e riverenze, vestire l’uniforme da cerberi latranti al primo segno di intrusione “aliena” che si azzardi a mettere in discussione l’“insindacabile ordine prestabilito” ed attendere pazientemente il proprio meritato zuccherino. (*N.B.: “CUI” è DATIVO ed in questo blog preferiamo non aggiungervi LA SUPERFLUA e cacofonica preposizione “A”).
 
Questo accade in tutti gli strati sociali …. ed indipendentemente dall’età media dei soggetti “pensanti”.
 
Se prendiamo una classe liceale ad esempio, noteremo che all’interno d’essa si forma –  dopo poche e brevi mosse di demarcazione territoriale degne dei più elementari documentari naturali –  un gruppo che elegge tacitamente il suo o suoi “capocchia” che detteranno “tacita” legge in questioni di “moda”, “gusto”, comportamento, linguaggio e – peggio – amicizie, mentre la “massa classe” si affannerà a cercare di carpirne la benevolenza con atteggiamenti di sudditanza e servile dipendenza.
 
Se, malauguratamente, un singolo per ragioni educative, religiose, politiche, sessuali o fisiche non si sottometterà al “tacito” canone imposto, non ridendo alle battute del o dei capocchia, non dimostrando ad esso/essi venerazione, questi sarà soggetto alle peggiori pene e cattiverie che l’animo umano possa immaginare: la legge del branco.
 
Ci si domanderà se questo schema socio-comportamentale è limitabile a quella precaria fascia evolutivo-formativa della personalità propria dell’adolescenza?! Mon Dieu, …. NO!
 
Chi ha sviluppato la personalità di capocchia continuerà ad esserlo sul lavoro ed in ogni suo atteggiamento pubblico, anche quando dovrà chinare il capo dinanzi ad un altro più forte “capocchia”, al fine di poter raggiungere il proprio quarto di visibilità e, quindi, di “riconosciuta superiorità”, che gli permetterà di esercitare la sua azione di sopraffazione sulla fetta o porzione di “massa” a lui affidata.
 
Il soldato semplice e mercenario, invece, continuerà a svolgere la propria azione operaia per il bene del successivo ingranaggio sociale in cui si inserirà … e così via.
 
Generalmente il capocchia è maschio, di razza caucasica e possiede facilità d’espressione anche quando muove le labbra prima del cervello. Ancor peggiore invece è il ruolo femminile in questo ingranaggio di corte.
 
La femmina di branco difende, infatti,  due ruoli: quello di prima donna (ancestralmente generatrice e quindi istintivamente e ferocemente materna) e quello di membro attivo del gruppo che deve sempre “dimostrare” d’essere intellettivamente oltre che prolificamente all’altezza del suo ruolo di fertile ape regina. Si scaglierà quindi contro ogni nuovo arrivato – peggio se questi è anch’esso soggetto di sesso femminile - con tutte le sue armi muliebremente subdole e lo farà platealmente in attesa del con-senso di gruppo, assolvendo dunque compiutamente e ferocemente il suo ruolo d’abile cortigiana.
 
Questo accade in tutti i luoghi d’aggregazione sociale ed indipendentemente dal livello culturale dei suoi “membri” il cui grado di potere e militanza dipenderà proporzionalmente dal “tempo” della loro fidele osservanza della n-etiquette di gruppo.
 
Lucifero
Lucifero
***
Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani:
 
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”
 
***
L’articolo 21 della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”
 
***
La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire. (George Orwell)

 
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Per censura si intende il controllo della comunicazione verbale o di altre forme di espressione da parte di un’autorità. Nella maggior parte dei casi si intende che tale controllo sia applicato all'ambito della comunicazione pubblica, per esempio quella per mezzo della stampa od altri mezzi di comunicazione di massa; ma si può anche riferire al controllo dell'espressione dei singoli.
 
***

“Un privilegio di cui nessuna persona vivente gode: la libertà di parola. Chi è in vita non è del tutto privo, a rigore, di un tale privilegio, ma dato che lo possiede solo come vuota formalità e sa di non poterne fare uso, non possiamo considerarlo un effettivo possesso. In quanto privilegio attivo, è simile al privilegio di poter commettere un omicidio: si può esercitarlo se si è disposti a sopportarne le conseguenze. L’omicidio è proibito sia formalmente che di fatto, la libertà di parola è formalmente permessa, ma di fatto proibita. Per l’opinione comune sono crimini entrambi, tenuti in grande spregio da tutti i popoli civili. L’omicidio è a volte punito, la libertà di parola lo è sempre, qualora venga esercitata. Il che avviene raramente. [...] Questa riluttanza a esprimere opinioni impopolari è giustificata: il prezzo da pagare è assai alto, può comportare la rovina economica di un uomo, può fargli perdere gli amici, può esporlo al pubblico ludibrio e alla violenza, può condannare all’emarginazione la sua famiglia innocente e rendere la sua casa un luogo desolato, disprezzato ed evitato da tutti.

Nel petto di ogni uomo si cela almeno un’opinione impopolare sulla politica o sulla religione, e in molti casi se ne trova ben più di una. Più l’uomo è intelligente, maggiore è la quantità delle opinioni di questo tipo che ha e che tiene per sé. Non c’è individuo — compreso il lettore e me stesso — che non sia in possesso di convinzioni impopolari, che coltiva e accarezza e che il buon senso gli vieta di esprimere. A volte sopprimiamo un’opinione per ragioni che ci fanno onore, non onta, ma più spesso lo facciamo perché non possiamo sostenere l’amaro costo di dichiararla. A nessuno di noi piace essere odiato, a nessuno piace essere evitato.

Una naturale conseguenza di questa condizione è che, consciamente o inconsciamente, facciamo più attenzione ad accordare le nostre opinioni con quelle del nostro vicino e a mantenere la sua approvazione piuttosto che a esaminarle con scrupolo per vedere se siano giuste e fondate. Quest’abitudine produce inevitabilmente un altro risultato: l’opinione pubblica che nasce e si alimenta in questo modo non è affatto un’opinione, è semplicemente un atteggiamento; non suscita riflessioni, è priva di principi e non merita rispetto. …”
 
Mark Twain, The Privilege of the grave
 
venerdì, 12 giugno 2009

Valentine - Love has no gender

 
 

In circa 70 Paesi l'omosessualità è considerata un reato e, tra questi, almeno quattro: Iran, Sudan, Mauritania, Arabia Saudita, la puniscono con la pena di morte. In altri, le preferenze ed inclinazioni sessuali sono soggette a pene crudeli, disumane e degradanti.

Quando lo Stato ne "tollera" i diritti, è la comunità di appartenenza a emarginare quanti nutrono amore verso persone del loro stesso sesso.

L’essere omosessuali, maschi o femmine determina forse una maggiore o minore gradazione di umanità, quasi come si stesse parlando dell’azzurro che è più chiaro del blu e più scuro del celeste?

Non siamo forse tutti ugualmente diversi nella nostra inestimabile unicità ed omo-sessuali quando facciamo della nostra sessualità il canone per leggere gli avvenimenti, giudicare i sentimenti, comprendere la vita, non lasciando all’altro sesso libertà di espressione e riconoscimento?

I filosofi greci, umanisti per eccellenza, non si sarebbero posti neppure la domanda, in quanto l’omosessualità è sempre, che lo si condivida o meno, espressione della medesima natura umana e l’amore omosessuale, in quanto forma di amore autentico, ne è degna espressione.

Meretrix Baldraque


Cipolla
Valentine - di Carol Ann Duffy

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

Here.
It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.

Lethal.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.


***

Valentine

Non una rosa rossa o un cuore di satin.
Ma una cipolla.
Una luna avvolta in carta marrone.
E’ una promessa di luce
come il cauto denudarsi dell’amore.

Ecco, tieni.
Ti colmerà gli occhi di lacrime
come un’amante.
Farà della tua immagine
una foto vibrante di pianto.

Cerco di essere vera.

Non un biglietto carino o un baciogramma.

Io ti do una cipolla.
Fiero il suo bacio ti vestirà le labbra,
possessivo e fedele
come siamo noi,
per tutto il tempo in cui saremo noi.

Prendila.
I suoi cerchi di platino ti cingono in anello nuziale,
se lo vuoi.

Letale.
Il suo profumo si attaccherà alle tue dita,
al tuo coltello.
 
trad. n. c.
 
***
 
l'amore è pungente come una cipolla: "cerco di essere vera" dice la poetessa alla sua amante, non ti prometto rose odorose, né vita semplice.
Il nostro è un amore difficile, che ti riempirà di dolore ma ti cingerà le dita come i cerchi saldi ed avvolgenti di una cipolla in un anello di fede, se lo vuoi ...
il suo acre spirito ti resterà sulle dita e sul tuo coltello

Sarà la tua ferita e la tua cura, ma sarà vita vera.
 
A scrivere è una donna omosessuale ed è un messaggio d'amore tra i più veri e belli che abbia mai letto.
 
natàlia castaldi
mercoledì, 10 giugno 2009

Lettera aperta all'On. D'Alema

Con mia grande sorpresa, stamattina, i miei poco "webbatici" genitori mi hanno consegnato questa lettera, chiedendomi che fosse pubblicata su filosofipercaso.

Comprendendone le viscerali motivazioni, sono felice di farlo.

n.c.

 

Escher-Mani_che_disegnanoStamattina la radio riportava una dichiarazione dell’on. Massimo D'Alema che riferiva che nel suo giro elettorale aveva raccolto il malumore di molti elettori del partito democratico che protestavano di “essere sempre costretti a votare per gli ex democristiani di sinistra”. Come spesso accade all’on. D'Alema, questa frase non mancherà di suscitare polemiche.

Vorremmo essere chiari: gli scriventi hanno una militanza che in più di 40 anni è passata prima nel PCI, poi nel PDS, nei DS e, infine, con immutato entusiasmo è approdata al Partito Democratico.

Per noi il PD è veramente un partito “nuovo”, che raccoglie varie culture di sinistra e progressiste, ma soprattutto, costituisce l’incontro di due forze, la cattolica di sinistra e la socialista che, storicamente, tante volte si sono trovate vicine nella lotta per i diritti dell’uomo. Oggi queste forze hanno deciso di integrarsi in una nuova struttura politica che, programmaticamente, mette ai primi posti la tutela sociale dei lavoratori, i diritti delle donne, l’equità fiscale, la lotta all’evasione fiscale come unica premessa per poter operare una riduzione delle tasse ed una più equa redistribuzione del reddito; infine, e questo è l’unico vero punto in “sofferenza”, dovrebbe tutelare in tutte le sue implicazioni la laicità dello Stato.

Tutto ciò premesso, vorremmo dire all’on. D'Alema che, invece di riferire quella frase infelice, avrebbe dovuto replicare non una, ma tutte le volte, che l’appartenenza al Partito Democratico significa militanza in un partito nuovo, in cui non esistono più le divisioni politiche di provenienza: o si ha l’orgoglio di appartenere ad un partito nuovo, ambizioso, che sente con forza l’esigenza di cambiare veramente la società, una società che oggi appare immiserita, affascinata da fatui miti creati per ottenere consenso e distogliere l’attenzione dai veri problemi del lavoro sempre più precario e meno tutelato, o si possiede quest’orgoglio, questa determinazione, oppure evidentemente si è stanchi ed è meglio abbandonare la militanza attiva!

Il partito ha bisogno di persone vive, determinate, che siano nate in questo clima fondativo, che si impegnino a ritrovare i principi di professionalità, equità, eticità e laicità, che abbiano a cuore la libertà e non l’arbitrio dell’uomo.

Questo partito potrà farcela a porsi alla guida del nostro contraddittorio Paese solo se riuscirà a presentarsi e ad essere una forza unitaria, compatta, un’organizzazione di persone che si stimano e si rispettano e che da questa consapevolezza trovano il modo di mostrarsi e porsi come una forza credibile e capace di indicare obiettivi fermi, veri, ambiziosi ma possibili.

Mai più, frasi ad effetto e battute maliziose dei nostri dirigenti abbiano a creare nuove tensioni nel partito! Partito che peraltro, occorre dirlo, è stato ben guidato dall’on. Franceschini in una campagna elettorale difficile, all’inizio della quale esso si presentava con un consenso bassissimo (intorno al 20%) e si paventava la possibilità della totale disgregazione anche a causa della litigiosità interna.

Umberto Castaldi – Lalage Ranieri

 


sabato, 06 giugno 2009

Il mio piede sinistro - Election Day

 Lucifero
 
Anche stamattina poggio il piede sinistro nello scendere dal letto, sarà che questa mia naturale inclinazione m’è costata bacchettate contro il sinistro maligno alla materna dalle suore, ma la sento con lo spirito anarchico di chi si è sempre dovuto difendere da un ordine prestabilito.
 
Preparo un caffè ed accendo questo schermo, un tutt’uno svolto con scadenze regolari, quasi ad occhi chiusi. E’ sovraccarico di improperi e pensieri questo macinino elettrico e la buona vecchia moca svolge il suo dovere precedendo il susseguirsi delle tre puntuali note d’avvio del mio buongiorno al mondo.
 
Inizio la panoramica, in ordine apro cinque finestre: Repubblica, filosofipercaso, facebook, ed altri due siti di cultura mancina.
 
Passeggiando dall’una all’altra stempero l’amaro della prima incazzatura: Oggi al voto per le Europee, ultimi fuochi tra PD e Pdl”: fuochi? …, poi passo all’editoriale di Scalfari e mi commuovo rabbiosamente, come troppo spesso accade:
 
“[…] L’Italia non ha mai avuto una borghesia degna di questo nome perché i tre grandi valori della modernità non hanno mai avanzato insieme. Per la stessa ragione la laicità non ha mai raggiunto la sua pienezza e per la stessa ragione un vero Stato moderno, una compiuta democrazia, un’effettiva sovranità del popolo e un’autentica classe dirigente portatrice di interessi generali, non sono mai stati una realtà ma soltanto un sogno, un’ipotesi di lavoro sempre rinviata, una ricerca vana e frustrante, uno stato d’animo diffuso che ha alimentato la disistima delle istituzioni e l’analfabetismo politico.
Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all’ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo.
* * *
L’analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra ma non risparmia la sinistra. Per certi aspetti anzi a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti.
Uno degli effetti più vistosi di questo fenomeno consiste nella ricerca di un partito da votare che corrisponda il più esattamente possibile alle proprie idee, convinzioni, gusti, simpatie. Ricerca vana poiché ciascuno di noi è un individuo, una mente, un deposito di pulsioni emotive non ripetibili. Le persone politicamente mature sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo. La ricerca del meglio porta inevitabilmente al frazionamento, alla polverizzazione del voto, al moltiplicarsi dei simboli e di fatto alla rinuncia della sovranità popolare. […]” Da “La Repubblica” del 6 giugno 2009
 
Dunque mi ritrovo a pensare alla riunione aziendale ed ai volantini “offerti” ai quattrocento “lavoratori a progetto” che incrociano giornalmente la mia esistenza.
 
Sorridente, in bella stampa, un rappresentante locale, uno tra i tanti che chiede il supporto dei “lavoratori” per poter fare qualcosa di buono per la città e l’azienda occupando una poltrona in sede europea … mi guardavo intorno, visi opachi e ottusi come le coscienze: non lo conoscevano nemmeno, non era altro che un volto con uno scudo crociato al lato, mentre dal brusio scomposto un coro ripeteva più o meno la stessa sonata: “… tanto l’uno vale l’altro e non saprei chi altro votare … magari farà qualcosa per la nostra azienda”
 
Davanti a quest’affermazione un moto istintivo di rabbia mi graffia giù per la schiena e frenare il mio istinto omicida non farà che acuire la mia gastrite ulcerosa: “ignavi qualunquisti!” vorrei urlar loro in faccia “s’interesserà al vostro lavoro mantendovi schiavi asserviti al ricatto del padrone senza garanzie pensionistiche, malattie e ferie” … tutto mentre lo sguardo dei caporali aziendali mi sfida con sarcastico ghigno quando, sfilandomi accanto, mi offrono paterna pacca sulla spalla: “a te non lo diamo il santino” … Mi resta un “grazie” velenoso sulle labbra.
 
Rimastico con un avanzo di brioche la diabolica invettiva che macinava nello stomaco tra fegato e budella:Ignavi che non sarete degni nemmanco del mio inferno, tanto foste capaci a costruiverlo in terra”, poi cambio finestra sullo schermo e m’acquieto deglutendo l’ultimo sorso di caffè con i versi di Luca:
 
Vorrei dirti poeta che hai il dovere di parlare
di quello che accade nel tuo paese senza
infilare la testa nella sabbia della tua clessidra
Vorrei dirti poeta che devi denunciare
soprusi e prevaricazioni e non
nasconderti dietro il dito della lirica
Vorrei dirti poeta che la poesia è nata
nel parlare e nel parlato ritorna e punge
come la coda dello scorpione
Vorrei dirti poeta ch’è finito il tempo
delle intenzioni e delle pose e che milioni
aspettano un segnale dalla tua lingua di spada

(versi di Luca Paci)

Con una remota speranza mi alzerò anche domani col mio piede sinistro, e domani - ancora - si vota.
 
  
Lucifero  
venerdì, 05 giugno 2009

Poesia italiana contemporanea: Pensiero che ... - Cristina Bove

 Io sono
 
L’impalpabile essenza
che gioca con le pagine
del Tempo …
 
 
Un giocare con le pagine quello della Bove che ha duplice senso se il Tempo è conquistato quotidianamente come una vittoria, una nuova alba densa di cicatrici da trasformare in elogio alla vita non privo di momenti di buio strapiombo nella sua quotidiana ma ricca fatica.
 
Senza voler scavare nell’intimo di un’esistenza, ma semplicemente cogliendone ogni crepitio o respiro attraverso i versi, appare chiaro che ci sono autori in cui il viaggio intimo è segnato da percorsi accidentati che ne temprano lo spirito acuendone le capacità percettive e d’ “ascolto” del mondo.
 
Le scelte stilistiche della Bove sembrano formarsi sul suo umore e non prescindere da quello che, poesia dopo poesia, si accinge a narrare. Ecco che nei suoi versi troveremo momenti di lucida ed analitica riflessione sui fatti e sulla storia mescolarsi allo sdegno, all’accusa feroce, audace, femminilmente ironica, alternati a morbidi ed euforici intimi abbandoni - sanguigni pur nella loro onirica dimensione - poi nuovamente smentiti dall’abisso del nuovo dolore in una danza di logiche e coscienti contraddizioni esistenziali, che si intrecciano per ritmo e tempo alla ricerca di una risposta che dia complessivamente senso alla lotta per la vita ed all’Ossimora Umana Speranza “atea e spirituale” d’un suo protrarsi ad essa oltre.
 
Le scelte linguistiche pregne di classicismo proprio del suo bagaglio culturale si mescolano a sempre nuovi artifizi e sperimentazione che, svestendosi dalle ingabbiature metrico-tradizionali, conferiscono al suo verso libero una musicalità sciolta, tagliente ed originale.
 
natàlia castaldi
 

Finestra_Metafora_G_Cossu

(foto di Giovanni Cossu)
 
 
 
Pensiero che … - Cristina Bove
 
 
 
Porta

Riconobbi la soglia
una fotografia fatta di vento
lo riportava a me dall’infinito
Il camino era spento e la finestra
si spalancava sull’eternità
le distanze incolmabili generavano spazio
su gradini sbreccati ero seduta
di crepa in crepa
a rattoppare il tempo.
 
 
Di finestre, tante

Inaspettato giunse il crocevia
nel pullulare d’api, nel ronzio
perdevo il senso delle sue parole.

La bocca di vermiglio
papaveri schiacciati fra le labbra
pronunciavo la sera, e meraviglia
pareva la sua voce nella stanza

davanti alla finestra l’aspettavo
a tende aperte gli porgevo il niente:
ora lo so, non c’ero nel mio petto.

Non esistevo ancora, non ero nata mai.

Poi scorsi alle finestre della notte
affacciarsi di pianto e di lanterne
avvoltolarsi di parole smesse
e non un grido
non una spallata
alla porta dell’ombra
s’apriva il vuoto dietro la facciata. 
 
 
Quando finiranno le parole

Smetterò di scrivere, lo so.
Verrà quel momento e la mia mano
si fermerà sui tasti, oppure mentre
appoggiata alla ringhiera
tolgo le cocciniglie dal roseto .
E forse resterò sorpresa
piegata sulle gambe a scivolare
tra il mirto e la fontana.

Prima però le voglio tutte
le parole che affollano i miei giorni
se pure le dovessi pronunciare
al melograno e al noce

e andare a capo
 
 
Pessime chiusure il tempo

cerniere che s’ inceppano, da esse non traspare
che un deglutire impigliato fra i denti.
Sulla gola pulsante è scritto un punto:
premere qui.
La giugulare guizza sotto labbra invisibili
segna il tempo di un sole ingoiato
a parole
di un generatore di frecce
rivolte all’interno

“e mai ti colpirò
mai ti farò che un pianto ti rovesci
ti porto nella fronte, dietro gli occhi.

sei le mie mani , i miei respiri, i passi
e dove l’erba e i sassi, calpesterò
sarai nel mio cammino.”

Zip
 
 
Tutto a posto, no?...

Una ressa al portello
e certo i figli andavano a giocare
a chi annegava prima

che piacere alle madri e alle nonne
avrebbe fatto!
avrebbero potuto finalmente
coprirsi il capo dello scialle
e stare mute immobili occhi asciutti
a reclamare corpi
nella Plaza de Majo

vorrete mica fare come loro?
vorrete mica il candido foulard?

Allora attente
se non vedrete rincasare figli
se non vedrete rincasare padri.

Ma forse il nostro duce ha già previsto
prima le donne , anzi, le nonne
e madri
così non c'è problema
e vieteranno di confezionare
qualunque cosa sembri un fazzoletto
specie se bianco.
(per le madri e le nonne di Plaza de Majo
e per i loro figli e nipoti torturati e uccisi
gaglioffamente vilipesi da un buffone)
 
 
Oppure

Coltivo di vermiglio
risate e melograni

rifuggo la penombra, vesto il sole.

Quando il tempo dei mantici
scardinerà per sottrazione terminale
infissi di silenzio
inghirlandata mi offrirò all'altrove.

Oppure

mentre
 
 
Pensiero che …
 
Pensiero che contieni la roccia
e gli oceani e le cateratte del tempo
e le finestre di un grido
Pensiero che percorri le pareti a picco
che ti insinui negli anfratti di dolori i incisi
che sfidi ogni legge di gravità
ed urli nel soffocato abbraccio dell’ omertà
e mai ti liberi in aperti sorrisi
anche se la mia bocca ride
 
Pensiero che voli libero mentre io già sepolta
languo in questa carne d’ ombra
e non ti dichiari vinto
 
Pensiero mio
sintomo del mio esistere
seppure non ancora certezza
di quell’ io-noi che mi sfavilla dentro
sei l’ unico mio aggancio
il solo appiglio
ed aggrappata a te sfido l’ eterno…
 
 
Dissolvenza

 
pulisco il posto
lascio il vestito
e sfumo.
 

Cristina Bove - ritratto d Cristina Bove - Ritratto d'anima
 
Brevi cenni biografici:
 
Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da sempre dipinge, scolpisce, scrive, legge, tempo e famiglia permettendo. Di sé dice: "Da qualche anno non godo di buona salute, sono stata più volte sul punto di andarmene...ma eccomi qui, davanti a questo mezzo meraviglioso che mi offre la possibilità di conoscere e farmi conoscere. Sono grata a tutta quella fascia di umanità che non si arrende e continua a battersi per un futuro illuminato in cui tutti gli uomini possano esprimere sé stessi senza subire ingiustizie e discriminazioni.. accolti come doni insostituibili in un mondo di pace e solidarietà."
 
Libri:
 
Il respiro della Luna, Ed. il Foglio, 2008
Fiori e Fulmini, Ed. Il Foglio, 2007
mercoledì, 03 giugno 2009

NatĂ lia Castaldi e la proporzione femminile dell'eros

Il linguaggio recupera, proprio quando fa riferimento al corpo ed alla sua dimensione erotica, quella equivocità originaria indispensabile ad introdurre dal “fuori” al “dentro” lo sguardo del lettore.
 
Proprio in quanto espressione sublime del corpo, la poesia erotica, come un eccellente acrobata dei sensi, accende visivamente l’immaginazione senza scadere nella retorica del voyerismo.
 
La parola seduce in una danza che allude e prelude al “tracimare” dei sensi, che è già essa stessa un venire alla penna e diventare “inchiostro”.
 
La Castaldi riesce a coniugare egregiamente il tempo del corpo con il ritmo interno, tumultuoso della passione, dando vita ad immagini poetiche di un erotismo avvolgente e coinvolgente.
 
I verbi quasi sempre imperativi, scandiscono esigenze nelle quali chiedere significa darsi, nell’euforica danza della parola che - audacemente femmina - affiora nuda alle labbra certa che verrà raccolta.
 
Una visione della femminilità esuberante ma non acerba, forte ed allo stesso tempo arrendevole, mai aggressiva ed estremamente seducente, è quella che ci viene restituita da versi in cui l’attenzione per la parola non mortifica l’immediatezza e la bellezza delle immagini, rendendole, delicatamente e voluttuosamente barocche.
 
Antonella Foderaro
 
 
nudo
 

 dalla raccolta My Eros, di Natàlia Castaldi
 
 
Inchiostro
 
Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri
smussa le virgole ed accarezzami gli accenti
striscia sul corpo del mio testo
                                         dàgli peso
penetra ogni parola
                          ogni verbo
bagnami la lingua della tua saliva
             - nel leggermi piano
                  senza fretta -
scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio
e stropicciami ad ogni lettura
                                         nelle ore di noia
mentre vieni nelle mie caverne
                             e sui miei capelli
                                          ed alle mie labbra
                                                         offri ancòra nuovo inchiostro.
 

Calice
 
Si stende la pelle
come vitigno da vendemmiare
nelle tinozze delle tue palme
offerte e dischiuse
all'equinozio settembrino.
Maschile e selvatico
l'afròre appiccicoso sulla pelle
nel tracimare dei miei sensi.
Farò di te la perla d'ogni conchiglia
ed incavo mutuo sospiro
nel berti - nettare e frutto -
in calice di piacere.
 

D’orchidée speziato
 
Lasciami scivolare lungo le pareti del cuore,
spingimi contro questo muro,
braccami fino a togliermi potere di fuga:
- ... solleva le mie gonne –
mettendo a nudo i celati petali
svelami i segreti di voluttuoso miele
d’orchidée speziato.
Con dita mature
indicami vie di fluida uscita
da labirinti di remore e pudori:
in abbandono di presa sulle ginocchia
sciolte
di lussuria e piacere,
prenditi gioco di questo
ancor giovane corpo:
in te le delizie dei miei istinti femminili
rigònfino
d’immensa soddisfazione il tuo ego maschile.
 

Femmina
 
Nella naturalezza
della mia nudità, nei miei nei,
nelle efelidi e nei vezzi quotidiani,
nelle bionde chiome e nelle mie caverne,
nell'attimo del risveglio e nel caffè d'orzo,
ti offro la morbida essenza
del mio essere femmina,
senza pudore.
martedì, 02 giugno 2009

Il ricordo individuale e la memoria collettiva: Martin Walser

 

l’11 ottobre 1998, nella Paulskirche di Francoforte, in occasione del “Premio per la pace” ad opera dell’editoria tedesca, Martin Walser tenne un discorso di ringraziamento che finì con l’assumere i toni di una Sonntagsrede – come egli stesso la definì –  cioè d’un sermone domenicale, scatenando un acceso dibattito sul valore della memoria come coscienza intimo-personale che va a contrapporsi al concetto di memoria-storico-collettiva in merito ai fatti ed agli eventi della passata (?) epoca nazista.

 

Walser non nega le atrocità del nazismo, né tantomeno Auschwitz ma attacca quella che definisce come Drohroutine – la routinizzazione della minaccia – che ravvisa in quella a lui detestabile istituzionalizzazione della memoria dell’Olocausto da parte dei media e della cultura in genere, ed interpellato circa l’utilità e la possibilità d’erigere a Berlino un monumento alla memoria – memoria non del popolo tedesco ma delle vittime dell’Olocausto!!!definì l’ancora ipotetica opera come “La cementazione … della capitale tedesca con un incubo onirico […]. La monumentazione della vergogna”.

 

Quello che Walser afferma è che la rappresentazione della memoria nazionale tedesca attraverso il ripetersi di proiezioni e la diffusione di illustrazioni mirate a denudare la vergogna del passato del suo popolo attraverso le immagini dell’Olocausto e dei suoi aberranti crimini, costituisca una continua violenza psicologica sulla coscienza singola dei cittadini tedeschi.

 

Attua allora uno stratagemma del tutto letterario contrapponendo due diverse coscienze all’interno di una stessa storia di sterminio ed orrore: la coscienza e, quindi, la memoria di un singolo “attore” da una parte, e quella di un intero popolo dall’altra.

 

Per Walser la libertà di coscienza che identifica nel suo personaggio, il bambino poi adulto Johann, costituirebbe la coscienza di un “io” libero dalla memoria collettiva risultante dai fatti e dagli avvenimenti dell’esterno che, al contrario, sarebbero vissuti dal singolo con un’ottica “innocente” ed all’interno di un suo proprio microcosmo vitale.

 

Il che, al fine di un romanzo, può anche avere un suo originale guizzo letterario, ma a livello storico e morale non fa altro che alimentare un “gap” socio-etico-culturale che non ha nulla di originale ed innovativo di questi tempi, dati i forti venti di destra che soffiano e spazzano prepotentemente tutta l’Europa, cancellando la storia, addormentando il senso di coscienza collettiva in un appiattimento di coscienza collettiva a favore della nuova corsa alla “difesa” di nazionalismi e territorialismi fin troppo ridicoli ed all’interno di una stessa nazione, alimentando grazie ai risultati di cattive politiche economiche la paura dell’invasione, creando nuovi nemici e nuovi mostri proprio in quell’insieme di singole coscienze individuali, che – mio Dio!!! – non fanno altro che “respirare” l’aria collettivamente.

 

Se accettassimo dunque questa visione così personale, singola ed intima delle cose, degli eventi e della storia quale significato nuovo dovremmo inventare per termini come “comune”, “società”, “collettività”?

 

Mi chiedo, per concludere, quale sia la risposta circa le conseguenze dell’abbattimento della memoria collettiva – sia pure solo nelle sue rappresentative immagini – che un Walser possa prevedere dopo aver operato tale dicotomica distinzione.

 

natàlia castaldi

La vita è bella - la levità nella vergogna 3Parlare della Germania
di Martin Walser
traduzione di Marina Cantoni
 
(Estratto)
 
Si è in grado di valutare in un secondo tempo le immagini dell’infanzia o addirittura si è obbligati a farlo, oppure ci si può abbandonare semplicemente per sempre a questo flusso ricco di ricordi? Ho la sensazione di non potere trattare i ricordi a mio piacimento. Ad esempio non mi è possibile modificarli tramite le conoscenze che ho acquisito nel frattempo. Il ricordo torna a un periodo che fu terribile, come ora so. Ogni volto del partito, ogni figura militare, ogni insegnante e ogni volto visto da vicino esprime l’appartenenza a quel periodo, eppure da solo non mostra l’atrocità. È il caso di una persona che tra i sei e i diciott’anni non si è accorta di Auschwitz. L’infanzia e la giovinezza sviluppano la loro infinita fame e sete e quando vengono messe di fronte a uniformi, volti di comandanti e cose simili divorano tutto. Il dirigente locale del partito mi appare ciò che era allora per me: un goffo uomo bavarese-francone che gracchiava in un’uniforme di un giallo bruno stridente, che era fuori posto ovunque, sia per la zona che per il periodo. Sembrava che gli ci fosse voluto tutto il suo coraggio per uscire con quell’uniforme grottesca dalla sua casa di funzionario e sulla strada principale del paese. Per ogni altro passo doveva esserci voluto ancora più coraggio. Quando poi arrivava al luogo dell’adunata emetteva solo quel suono gracchiante e avvilito.
 
La luce con cui il ricordo mi presenta gli oggetti e le persone di allora è una luce fissa, una specie di riflettore che illumina ogni dettaglio.Allora non si sapeva che tutto ciò sarebbe stato ricordato per sempre con così tanta esattezza. Soprattutto non si sapeva che non sarebbe stato possibile aggiungere più nulla a quelle immagini. Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna valutazione. Le immagini non accettano alcuna informazione. Tutto ciò che nel frattempo ho imparato non ha cambiato quelle immagini. Secondo i criteri di giudizio di oggi mi sembra che le immagini non abbiano bisogno di istruzioni. Le conoscenze acquisite sulla dittatura assassina sono una cosa, i miei ricordi sono un’altra. Ma solo fintantoché tengo per me questo ricordo. Appena voglio rendere qualcuno partecipe di tutto ciò noto che non riesco a comunicare l’innocenza del ricordo. Non ho il coraggio né la capacità di raccontare scene di lavoro dei vagoni per il trasporto del carbone tra il 1940 e il 1943 perché si viene travolti dal pensiero che quei vagoni servivano anche a trasportare persone ai campi di concentramento. Per poterlo raccontare dovrei trasformarmi in un bambino antifascista.
 
Quindi dovrei parlare come si parla di quei tempi oggi. Dunque non rimarrebbe altro che una persona di oggi che parla. Un altro che parla di allora come se allora fosse già stato la persona di oggi. Un procedimento penoso. Per me. Il passato visto con gli occhi di oggi, ci può essere qualcosa di più inutile? Di sicuro non ci può essere nulla di più fuorviante. Fuorviante se si vuole rappresentare il passato in questo modo. La maggior parte delle rappresentazioni del passato sono pertanto informazioni sul presente. Il passato fornisce il materiale con cui oggi si dà prova della propria umanità.
Penso che gli storici che procedono come me verrebbero considerati esponenti dello storicismo, una scuola che al momento non è particolarmente apprezzata, come è evidente. Eppure ci sono alcuni ricercatori, ad esempio in Inghilterra, che in questo modo riescono a scoprire qualcosa di importante.
 
Ho dovuto dire questo anzitutto perché Germania per me è una parola di quel passato. Di quel passato in seguito ho appreso esattamente quello che hanno appreso tutti gli altri. La misura del nostro crimine. E se è già difficile spiegare in che modo si può tenere libera ogni scena dell’infanzia da ciò che circondava direttamente quell’infanzia, come si deve spiegare che si vuole salvare addirittura una parola come Germania? Salvarla per potere continuare a utilizzarla. Dapprima naturalmente si crede che si possa parlare di questo Paese, del nostro Paese, senza dover parlare della Germania. Ma la storia è ineludibile. Se fosse andata bene sicuramente la Germania non sarebbe diventata un argomento così costante di conversazione. Se la storia fosse andata bene stasera andrei a teatro a Lipsia e domani sarei a Dresda e che io sia in Germania sarebbe la cosa meno importante. Ma poiché non è così la Turingia mi tiene impegnato con santi e artigiani, giocattoli e posate, carbonai e boschi, e un’infinità di altre occupazioni, infinite come le radici di un albero che arrivano fino al centro della terra.
 
Se oggi prendo il treno e passo attraverso Magdeburgo non so dove guardare, per l’imbarazzo e la compassione. E se mi viene in mente Königsberg finisco nel vortice della storia che mi fa girare e mi inghiotte. Ogni volta ne esco come il pescatore del racconto del Maelstrom di Edgar Allan Poe, ancora più incanutito. Ci consuma il pensiero di non poter essere d’accordo con ciò che è accaduto. Dipende dall’età. I più giovani sono liberi da questo. Che cos’è Ecuba, ossia Königsberg, per loro? Ma anche persone che sono più vicine alla mia età sono più libere da questo di quanto lo sia io. Questa è l’esperienza che ho da raccontare. Questo è il mio problema. Per il momento non mi stancherò di parlarne, nella speranza di poter ancora scoprire, in tal modo, che non è solo il mio problema.
 
Brano pubblicato su

Nazione Indiana il 1° giugno 2009 – Link al testo ed al sito N.I. qui

La vita è bella - la levità nella vergogna 2

Una bella lettura “letteraria”, di elevato valore estetico con un manifesto tentativo d’approccio storico indubbiamente audace e fortemente sentito nonché ricco di spunti filosofici, tuttavia, mi si permetta senza nulla togliere all’eccellenza della penna dell’autore, di prendere le distanze da alcune idee che esso, a mio sentire, veicola e che personalmente non condivido.

In questo “estratto”, M. Walser, partendo dal presupposto che: ”Le conoscenze acquisite sulla dittatura assassina sono una cosa, i miei ricordi sono un’altra” sembra voler “ripulire” con l’innocenza di un ricordo “personale”, quella che è una “memoria” storica universale, le cui fonti, sono appunto quelle “immagini” con le quali nel testo gioca, usandole ora come “immagini dell’infanzia” (dunque innocenti) ora come implicito riferimento a quei documenti fotografici che testimoniano la shoa (dunque incriminanti) “non si sapeva che non sarebbe stato possibile aggiungere più nulla a quelle immagini”.
 
Questa ambiguità disturba proprio in quanto duplice nello spazio di un testo così breve.

La domanda che egli pone: “Il passato visto con gli occhi di oggi, ci può essere qualcosa di più inutile?” ed alla quale risponde “Di sicuro non ci può essere nulla di più fuorviante …” pare più una trovata “letteraria” che un’intuizione politico-filosofica.
 
Uno sguardo realmente innocente denuncia ciò che vede senza perdere con questo di verticalità artistica ed in tal senso la prospettiva offerta da “La vita è bella” ne può essere un valido esempio.
 
Infatti, se possiamo pur ammettere che non tutti condividano il fine etico delle “scienze dello spirito”, tuttavia credo nessuno possa negarne la funzione comunicativa, dunque diffusiva d’idee ed ideologie.
 
L’ uomo “medio” pare purtroppo aver fatto proprio il suggerimento di Walser: non guarda più al passato con gli occhi maturati dall’esperienza storica, ma con quelli di ieri, cioè quelli dell’inconsapevolezza che proprio in quanto anti-storica è “oggi” colpevole ed i risultati, in Italia (senza bisogno di guardare lontano), sono chiari ed evidenti.
“Il passato fornisce il materiale con cui oggi si dà prova della propria umanità”: affermazione questa ulteriormente fuorviante che riformulerei in: “il passato fornisce il materiale con cui oggi si ha il dovere di costruire una rinnovata umanità , in quanto altrimenti si rischia di risultare “banali” nel bene, non meno che “nel male”.
 
Riconoscere che il nazismo è stato un male non dimostra – purtroppo – automaticamente che non abbiamo uno “sguardo”, un’inclinazione, addirittura un’indole “nazista”, altrimenti vivremmo tutti il comunismo platonico (donne escluse … non si adeguerebbero al “ruolo” vista l’evoluzione dei tempi!).
 
Chiariti questi punti, per me indispensabili, trovo la lettura molto piacevole in quanto volta a rivalutare l’ “immagine” di una nazione che già il nostro attuale pontefice difende egregiamente e che sempre più raramente viene ricordata per gli errori del passato, ed amata per la ricchissima produzione artistica, filosofica e scientifica ed aggiungerei, mi si consenta, gastronomica.
 
Antonella Foderaro


Per ulteriori approfondimenti “storici” qui e qui 

Chi sono

Utente: AntoNatGiu


Nome: Casual Mente Filo SofiAmo .....*diversamente mis/credenti*


Amministratori:

Antonella Foderaro

***

Collaborano:

Donatella Quattrone
Francesco Colia
Pasquale Esposito

***

Partecipano:

tutti gli ospiti & commentatori

***

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