martedì, 14 luglio 2009

RUMENI - Romanzo di storie (Ed. Stampa alternativa)

rumeni

Se è vero che il titolo custodisce sempre in parte il “segreto” di un’opera possiamo dire che RUMENI è uno squarcio aperto nel cuore di un popolo la cui storia di fatto non esiste - per noi - se non attraverso quegli “episodi” - “le storie” dei singoli appunto - che, per un motivo assolutamente casuale vengono ad intersecarsi inaspettatamente e con una frequenza sempre maggiore con la nostra vita, increspandone l’abituale fluire.

Se alla fine del romanzo di Anna Lamberti Bocconi, ci domandassimo “chi sono dunque i rumeni?”, la risposta sarebbe: Marja, Kostel, Stefan, Gigio … impossibile rispondere se non attraverso la mediazione vitale della persona che si fa voce graffiante all’interno di uno stereotipo che offende e difende al tempo stesso, come una logora e sporca veste che quanto meno nasconde l’inerme nudità.
Anna è l’unico personaggio comune a tutte le storie, è lei a viverle e raccontarle, ma più che un “io narrante”, potremmo definirla un “io dialogante”:

“Era una zingaraccia sui trent’anni, scura, che mi disse “Ciao” di slancio in mezzo alle macchine; subito, però pronta a ricadere anche con me nella solfa lamentosa dell’elemosina. Ma io in contropiede giocai al rilancio: “Ehi ti ricordi di me?!”. (da Marja)

Ciò che più affascina in queste storie oltre ai fatti narrati spesso volutamente spinti al limite del paradosso, è il carisma straordinariamente empatico di questa donna “diversa” tra “diversi” che riesce a farsi mediante l’ironia, la rabbia, lo sdegno, la passione, la tenerezza, accoglienza laddove altrimenti ci sarebbe solo posto per la violenza o l’indifferenza.

Non è un romanzo “sociologico”, non lo è per la forma, lirica piuttosto che scientifica, né per la metodologia in quanto l’incontro ed il dialogo nascono “fuori scaletta” in modo inequivocabilmente non programmato e mai finalizzati ad esplicite indagini o approfondimenti; non è “politico” nel senso più deteriore del termine, cioè non è “schierato”, se non a favore di quell’umana carne carica di misteriosa ed indicibile bellezza, ma anche di miseria senza speranza, né attese di redenzione.

E’ un romanzo di storie, di persone che si scontrano e s’incontrano proprio nel momento in cui Anna riesce a guardarle ed a coglierle come tali anche se doppiamente nascoste dalla crudeltà anonima di una barzelletta, che barzelletta non è, e che racconta di Violeta, una prostituta distratta che perde con il tanga l’incasso di un’intera notte d’amore e poi muore perché non può pagarne il prezzo se non con la vita.

Esperienze che si confrontano, generando riflessioni che hanno la ruvidità e la forza della filosofia “de rua”, quella che nasce e cresce semplicemente dall’osservazione/ascolto in treno, alle fermate degli autobus, sui marciapiedi, nelle metropolitane:

“Si dice che il rumeno sia una lingua neolatina, simile all’italiano. In effetti tutti i rumeni che ho conosciuto il mio idioma lo parlano molto bene, imparato da soli, per la strada. Io invece del rumeno non capisco niente, neanche una parola. Il mio orecchio non ci trova nulla di familiare. Ma poi che me ne importa della lingua rumena? Io non devo fare niente di quello che fanno loro, non devo portare la mia giovane persona fuori dai confini, non devo andare a servizio né rubare, non devo usare abilità per sollevarmi dal suolo, dal fondo delle galere intese come grandi navi di schiavi rematori. Non sono una prostituta, un ragazzo di vita, una cameriera, una bambinaia. Non accompagno i vecchi, gli infermi, non faccio scattare il coltello con lo stesso clack con cui richiudo il telefonino. Non mando soldi a casa. Non sono un muratore, un violinista mendicante, non ho un padrone che mi brucerà vivo com’è successo tempo fa ad un operaio che chiedeva di essere messo in regola e l’imprenditore gli ha buttato la benzina. Del rumeno non me ne importa, non mi serve, sto bene con il mio italiano imparato in culla, a quei tempi lontanissimi in cui faceva effetto anche solo vedere un nero, e qualunque straniero era esotico, anzi a scuola si studiavano le regioni. Io facevo l’album delle regioni, degli animali, dei calciatori, e la Romania era solo una parola lontana, una suggestione quasi astratta. Oggi invece tante volte di sera sugli autobus né pieni né vuoti sono l’unica italiana, caricate con me ci sono dieci, venti persone di tutti i continenti. I più diversi fra loro hanno maggiori punti in comune l’uno con l’altro di quanti possa averne io con nessuno. Sono tutti stranieri, tutti emigranti; e se l’egiziano vuole portare fuori la peruviana, useranno la mia lingua come koinè della strada, quattro parole dette all’osso eppure già gergali. Mi rendono proprio un’outsider questi qui, un’italiana eccentrica …” (da Mario, Gheorghe, Cesar)

I racconti sono brevi, dinamici, teatrali: i “rumeni” di Anna interpretano una parte all’interno del racconto, quella che il pubblico si aspetta, tanto per ridere e far ridere, come in un circo il pagliaccio che non deve, né può tradire il suo ruolo, dunque sono volgari e furbi, passionali e crudi, bugiardi e sinceri, violenti della violenza che li fa “rumeni” senza un nome, quel nome che Anna conosce e che ci restituisce autenticamente, in modo unico, nel titolo di ogni capitolo.
Conoscere il nome, per il pensiero ebraico, significa avere accesso all’identità della persona, a quel segreto che altrimenti rimarrebbe inaccessibile e che silenziosamente separa, estranea, impaurisce. Lo straniero è diverso già a cominciare dal nome, che non sappiamo scrivere e nemmeno correttamente pronunciare ed allora … Marja, Kostel, Stefan, Gigio, Violeta, Lilia, Tiberiu, Valentina, Mario, Gheorghe, Cesar, Madalina, Cristina, ….. , …. , ….

In attesa che ciascuno di noi possa personalmente continuare con altri “capitoli” questo romanzo umano fatto di storie, lasciamo che Anna ci racconti le sue attraverso i colori di una città, Milano, descritta così come viene vissuta: con dinamicità ed entusiasmo, carattere, vitalità e passione.

“Ciao, Anna!” (da Cristina)

***

Antonella Foderaro

sabato, 27 giugno 2009

Destinati a esser vivi – Pro/Testo

frinirei

Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle

Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.

Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.

Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.

Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.

Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.

Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.

Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri”  (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).

Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.

Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …

Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….

Antonella Foderaro

 

coverprotesto1 

Pro/Testo

Versi

a cura di Luca Ariano e Luca Paci

introduzione di Mimmo Cangiano

opere di

Luca Ariano – Marco Bini

Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi

Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco

Salvatore Della Capa – Chiara De Luca

Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi

Fabio Franzin – Marco Giovenale

Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès

Simone Molinaroli – Fabio Orecchini

Luca Paci – Massimo Palme

Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti

Alesssandro Seri – Tito Truglia

Dale Zaccaria

Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.

 

Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo

 

La cicala

 

S’io fossi una cicala

frinirei le mie note

nel bramir d’ali e foglie.

Scivolando s’una goccia

nello stagno delle vertebre abbandonate

brandirei pagliuzze dorate:

mozzando capi chini

di vergogne ossequianti,

sederéi mille battaglie

nel sangue dei codardi e dei potenti

per riconquistarti il mondo

nel silenzio del mio canto.

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

ad I.

 

Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano

il terùn – ha combattuto

nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:

non ci sta più con la testa e ti racconta

che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi

– non sa di baci e strette di mano cose loro – .

Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit

in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino

ti porta in qualche bettola a cenare;

cibi discount – studente fuori sede –

ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.

Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic

paiono usciti da un romanzo francese;

tra le pareti si respira sapore di moka

e fumo di castagne cotte in padella

– quella coi buchi che ti ricorda focolari –

e il tramonto su tangenziale tra pali e fili

brilla anche su cupole e campanili.

Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca

di tosse e starnuti e il volo d’uccello

è solo l’arrivederci d’un abbraccio.

 

(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)

Luca Ariano

 

*** *** *** ***

Per quel che mi è dato di sapere

può essere causa dei mali di qualcuno.

Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa

al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino

qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto

ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto

la carica della celere, sindacalista.

So solo che compare a metà del pomeriggio,

l’astio nello sguardo che riserva per la bionda

che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe

della tuta, che ancora si rivede quella volta,

infreddolita alla frontiera mentre sputa

via, richiudendo la lampo a un’uniforme.

Che si accarezza con la mano la permanente

vistosa, appena fatta, come quella di una signora.

Marco Bini

 

*** *** *** ***

 

La canzone delle primule rosse

 

In un presente privo di memorie

per le croci senza lapide né nome

raccogli secchi papaveri rossi

tra le pagine d’un vecchio diario

e dàlli alle fiamme

di questo stanco cammino.

 

Nel seme della ribellione

si nasconde il tacito dolore

dell’animo che avanza negli anni represso.

Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero

e tornerò libera in catene

al servizio di arroganti minimi.

 

Ha avuto un nome ogni ideale

scagliato dalle torri

alla diaspora dei mondi

nelle lingue confuse d’incomprensibili déi

e profeti d’uguaglianza

armati d’arroganza e verità.

Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.

Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.


Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.

 

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

 

Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.

 

Carmine De Falco

 

 

*** *** *** ***

 

da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)

 

Viviamo giorni di pace.

Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi

***

Nei nostri letti stuprano donne senza volto

***

Il giusto massacra il colpevole.

Beve il sangue del figlio

***

Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.

Pezzo per pezzo.

Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.

Gli ricuce il volto per provarne pietà

***

I nostri figli hanno imparato a bere.

Hanno mosso i primi passi

noi guardavamo altrove.

Hanno appreso il sesso

dalle madri senza vita.

Ora li guardiamo

riempire la bocca di pietre

portare dentro la colpa del padre

 

***

 

A Giusy L.

 

Dentro di te cresce un ventre

di balena che ti nasconde.

Paghi i dolori del parto

di quando sei nata come non dovevi.

E sai del dolore delle bambole

di quelle facce escluse

del tuo redentore morto.

Il male è nel mondo

e ti è crollato addosso.

 

Salvatore Della Capa

 


lunedì, 08 giugno 2009

Dotto monologo del passeggiatore solitario

sarcofago delle muse

Sempre più spesso solo in libreria si fanno incontri interessanti ...

Sapevo perché mi trovavo lì, avevo ordinato dei libri e Antonio – così mi diceva Marisa, la titolare – li avrebbe da un momento all’altro consegnati … erano “avanzi” di magazzino, di opere ormai poco lette, abbandonate al ricordo di qualche rarissimo estimatore del genere …

Aspettando stancamente il “momento” in cui Antonio avrebbe varcato l’ingresso - liberandomi dalle numerose tentazioni che mi circondavano - ecco il mio sguardo curioso volgersi in direzione dello scaffale nascosto in un angolino, distinto dalla sbiadita e sbilenca “etichetta” Filosofia: scorro avidamente i nomi come in cerca di qualcuno … Natoli, Severino, Galimberti … più su Arendt, Stain, Weil, Heidegger … insomma volumi su volumi, quando ad un tratto un libriccino giallo, minuto, fa capolino tra i più robusti , in basso, lo prendo … attratta dal colore? dallo spessore? Non saprei, forse anche da quelli, ma principalmente il titolo come un richiamo m’inchioda: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita, F. Nietzsche, Piccola Biblioteca - Adelphi”.

“Anche questo” dico a Marisa e contenta che questa volta Antonio non fosse arrivato puntuale ritorno a casa. Inizio subito a leggerlo – “tanto è breve”, mi dico, “non ci vorrà molto a finirlo” – e vengo introdotta dal linguaggio energico ed affascinante del giovanissimo Nietzsche in una dimensione “storica” del tutto “attuale”.

Nietzsche, prendendo vigorosamente le distanze dallo storicismo hegeliano, sbraita contro gl’intellettuali tedeschi suoi contemporanei, denunciandone la vergognosa sterilità che si traduce in quell’assoluta incapacità nel saper trasformare l’erudizione in vita (cioè in cultura) e la memoria in momento costruttivo orientato verso il futuro, in questo del tutto simili ai polverosi scaffali nei quali accumulano i reperti delle loro archeologiche “conoscenze”.

Ne rimango incantata, tutta la mia persona viene come trascinata dal vortice del sentimento, simile a quell’ovattata euforia che ci cattura di fronte ad una bella musica o un dipinto e ci rende sognanti … divoro ogni parola in fretta, come chi aspetta da troppo tempo un cibo necessario, poi sorrido come sicuramente avrà fatto anche lui, al punto finale.

Giorgio Colli nella nota introduttiva, dopo aver giustamente elogiato il testo, ne sottolinea la mancata compiutezza filosofica:

“Nietzsche tuttavia è nel giusto non soltanto per lo splendido avvio, ma anche quando dice: “chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato … non saprà mai cosa sia la felicità”. Solo gli è mancata l’espressione filosofica di questa intuizione, ed è caduto nell’ambiguità di contrapporre l’azione, sia pure immediata, come superiore alla conoscenza.”

Io preferisco immedesimarmi con il “destinatario” dell’opera al quale l’autore si rivolge ed al quale in un certo senso affida lo sviluppo filosofico della sua intuizione, ammonendo allo stesso tempo anche se stesso:

 “Ma la vita deve dominare sulla conoscenza, sulla scienza, oppure la conoscenza deve dominare sulla vita? Quale delle due forze è la più alta e decisiva? Nessuno può dubitarne: la vita è il potere più alto, dominante, poiché una conoscenza che distruggesse la vita distruggerebbe nel contempo se stessa. La conoscenza presuppone la vita, ha cioè rispetto alla conservazione della vita lo stesso interesse che ogni essere ha rispetto alla continuazione della propria esistenza. Quindi la scienza ha bisogno di una superiore vigilanza e sorveglianza; un’igiene della vita si pone proprio accanto alla scienza, e una proposizione di questa igiene suonerebbe appunto: l’antistorico e il sovrastorico sono i rimedi naturali contro il soffocamento della vita da parte della storia, contro la malattia storica. E’ probabile che noi malati di storia, dobbiamo anche soffrire per i rimedi. Ma che noi soffriamo per essi non è una prova contro la giustezza del metodo terapeutico scelto.

E qui io vedo la missione di quella gioventù, di quella prima generazione di combattenti e di uccisori di serpenti, che precede una cultura ed un’umanità più felici e più belle, senza avere, di questa felicità futura e della bellezza avvenire, qualcosa di più di un promettente presentimento. Questa gioventù soffrirà per il male ed al tempo stesso per i rimedi: e tuttavia crede di potersi vantare di una salute più robusta ed in genere di una natura più naturale delle generazioni che l’hanno preceduta, degli “uomini” e “vecchi” colti del presente. La sua missione consiste peraltro nello scuotere le idee che questo presente ha della “salute” e della “cultura”, e nel generare scherno ed odio contro così ibridi mostri concettuali; e il segno di garanzia della propria salute più robusta è proprio questo, che essa, cioè questa gioventù, non può neanche usare, per designare la propria natura, nessun concetto, nessuna parola settaria fra le correnti monete-parola e monete-concetto del presente, e viene invece convinta solo da una forza in essa attiva, che lotta, stacca e divide, e in ogni ora buona da un sempre accresciuto sentimento della vita. Si può contestare che questa gioventù abbia già cultura – ma per quale gioventù questo sarebbe un rimprovero? Le si può rimproverare rudezza ed intemperanza – ma essa non è ancora abbastanza vecchia e saggia per moderarsi; soprattutto essa non ha bisogno di fingere e difendere nessuna cultura compiuta, e gode di tutte le consolazioni e privilegi della gioventù, soprattutto del privilegio di una valorosa e temeraria onestà e l’entusiasmante conforto della speranza.”

Questo brano, tratto dalla parte conclusiva della seconda “Considerazione inattuale” ci permette di cogliere la combattiva denuncia che il filosofo muove anche nei confronti della mercificazione della cultura, presunto appannaggio d’intellettuali da sarcofago, i quali oltre a dimostrare proprio con il loro atteggiamento di superiorità, quell’infelicità che scaturisce dalla mancata aderenza alla vita (nel senso qui inteso) nutrono la presunzione alimentata dai consensi dei loro circoli letterari , che solo la loro penna interpreti e dia colore alla storia.

Concludo con questo monito di Nietzsche rivolto ai filosofi, categoria nella quale non mi riconosco, considerandomi a par di molti, una semplice estimatrice del “ramo”.

“In quali condizioni innaturali, artificiali ed in ogni caso indegne deve venirsi a trovare in un’epoca che soffre della cultura generale, la più verace di tutte le scienze, la sincera e nuda dea Filosofia! In un tal mondo di forzata uniformità esterna, essa rimane un dotto monologo del passeggiatore solitario, un bottino di caccia fortuito dell’individuo, un occulto segreto di camera o una chiacchiera innocua fra vegliardi accademici e bambini.”

 

Antonella Foderaro

martedì, 19 maggio 2009

Poesia italiana contemporanea: La Poesia che esiste e resiste: Francesco Tomada

  

“Poesia italiana contemporanea”, sotto questa vaga dicitura si raccoglie l’immenso della produzione poetica nazionalpopolare, con i suoi vari registri, modi, tecniche, sperimentazioni, colori e grafica … di tutto un po’ …

Talmente è vasto quest’oceano di versi che straripano da blog e siti coloratissimi ed accattivanti, che il povero lettore sembra non poterne uscire incolume, fagocitato e risucchiato nel gorgheggiare di esternazioni intime, personali, languide, lapidarie che sembrano rubare il fiato alla frenesia dei tempi, riproducendo nei modi i linguaggi del quotidiano, della chat, degli sms, dei più melensi programmi strappalacrime se non addirittura degli spot pubblicitari, laddove tutto è “permesso” e racchiuso in un unico “tag”: un’etichetta o marchio di categoria che gli rivela d’essere dinanzi ad una vera e propria forma d’arte e creazione: - oddio - la poesia!

 

Potrà mai l'uomo perdonare se stesso per quello che ha fatto alla poesia?

 

Eppure in questo naufragio il nuotatore accorto può ancora ritrovare piccole oasi di autentica arte, come nel caso di Francesco Tomada e di tanti altri autori più o meno conosciuti (che mi impegno a proporre qui con scadenza più o meno settimanale, cominciando da Giacomo Cerrai, Stefano Giorgio Ricci, Carmine Vitale, Abele Longo, Gloria D’Alessandro, Anna Lamberti Bocconi, Francesco Marotta, Andrea Garbin, Ivan Crico, Lucianna Argentino, Francesca Pellegrino, Renzo Montagnoli, Milvia Comastri, Cristina Bove, e tanti altri …) che godono di una fama di “nicchia”, pubblicando senza riconoscimenti plateali, ma per passione, amore e dedizione verso la più antica ed alta forma di canto che l’uomo abbia mai saputo intonare con la sola forza del suo vissuto e del suo pensiero.

 

 

---

donna con conca in testa

 

venerdì, 27 febbraio 2009

Rubrica - Consigli di lettura: L'impronta del tempo, Petr Halmay, di Federico Federici

nebbia
L'impronta del tempo, Petr Halmay
di Federico Federici
  
 
La svalutazione dell'atto poetico, come atto volontario in grado di incidere nel mondo, è un tratto comune a buona parte della poesia, che ha radici nel rivolgimento culturale seguito alla caduta di antiche ideologie, in prossimità degli anni Ottanta e Novanta. Liberate dall'ambiguità della censura di principio, iniziano da Est a emergere voci nuove, consolidate da un percorso personale ben delineato, che avevano fatto propria quest'ansia già viva in Occidente, divise tra sconfinamenti dal forte sapore nostalgico per la figura novecentesca del poeta, e sarcastiche, autoritarie rivendicazioni proprio del valore della sua voce. Il nodo si stringe intorno alla reale possibilità di fare della parola non solo uno strumento di formazione estetica o morale condivisa, ma di autentica costruzione esistenziale. Cade l'idea del verso come modello/metro di riferimento, attraverso il quale misurare la realtà, e con ciò l'illusione che il linguaggio governi da una dimensione a sé il mondo, venendo meno la netta distinzione tra l'uno e l'altro.
 
Pur nei tratti del tutto riconoscibili di una biografia singolare, Petr Halmay, poeta e prosatore originario di Praga (1958), può essere collocato in questo contesto.
L'esperienza maturata nelle molte professioni (macchinista, magazziniere, uomo delle pulizie, insegnante, attrezzista falegname a teatro ecc.) affiora nei residui che popolano ambienti a lui quotidiani (quinte teatrali, magazzini, depositi), o comuni stanze, abitazioni spesso trasfigurate secondo la logica del teatro. Non si tratta mai di semplici riferimenti biografici, ma di citazioni in grado di attivare i meccanismi di un'efficace allegoria, che lentamente svela uomini, animali e cose sullo stesso piano, grottesche miniature di un teatrino meccanico o di un carillon. Lo sguardo è quello disincantato, talvolta affettuosamente metodico, di chi per abitudine monta e smonta a memoria le scenografie di uno spettacolo.
 
L'insistenza su questi temi (esemplari, in tal senso, testi come La fine del mondo o Fulgore) occorre nella costruzione di un doppio del mondo, in cui via via si diluisce il senso della realtà, sino a smarrirsi completamente. Il linguaggio non inventa parole nuove per tenere viva questa distinzione. Solo modulando gli aggettivi, o altre forme attributive, la si può ristabilire in «lampioni finti, bozzetti di parchi [...]», o in un «cielo di cartapesta». L'aggettivo è spesso il punto di demarcazione tra oggettività e figura del verso. Di per sé i nomi (certi nomi) non avrebbero la forza di separare i mondi, ritraendosi, per natura, nel loro significato, estinguendolo nel suono, riparando in esso. L'elencazione allora li accomuna e l'io lirico percorre quei significati, andando tra gli estremi, come un pendolo completa la sua oscillazione. L'illusione marginale di un confine sussiste appena nello scambio forte tra i suoi termini, la vita e l'altro: «il piovasco applaude nella finestra aperta» o, ancor più elaborato intreccio, «come una battuta volgare / scorrono venature lungo le grandi finestre, / quando gocce grevi, gelide e scroscianti / si rovesciano sui muri del finto paradiso».
 
Questa tecnica assume spesso i tratti di un vaudeville grotesque, secondo gli schemi propri di una messinscena, quando «nei vitrei cespugli di ribes nero / pascolano mio nonno, una capra, i polli e mia zia», o quando «in mezzo al bosco rilucente / mia zia, un cervo, mio cugino più piccolo / leccano una grande zolla di sale». Altrove, il distico «stelle come schegge di ornamenti natalizi / lampeggiano lungo la soffitta nella scatola sull'armadio» raccoglie in una dicitura sola il mondo “vero” e quello costruito.
 
In La fine del mondo, l'insistente ripetizione, appena variata in alcuni capoversi, del tema di una vaga primavera già iniziata «fuori», «da qualche parte», «lontano», «tempo fa», riporta forse alla memoria altre primavere dell'infanzia, forse addirittura Praga e il '68, riandando ai repentini cambiamenti, di cui Halmay fu in qualche modo testimone, come se l'io continuamente volesse espellere dallo spazio il tempo, confinare le cose in una propria identità immobile. Dal mondo circoscritto in una stanza o in una casa si guarda fuori, dentro il mondo, come pupazzi da una scatola, che assume i tratti dolorosi e vulnerabili di un corpo: questa la sua fisicità, declinata in acuti intrisi di una forza primitiva «come se sopra rivoltassero il coltello nella piaga».
 
L'idea unificante di una prospettiva che accomuni tempo e spazio, affiora in calcolata malinconia da immagini remote che «[...] scompaiono all'orizzonte in lontananza. / Immagini, sensazioni, la propria storia – tutto».
Proprio l'ostinata separazione tra un mondo e un altro, colloca sovente la vita in un al di là, appena tangibile se presentata coi caratteri di un al di qua che non ha tempo, quindi storia: «vorresti sentirti ancora oltre questa porta? / Vorresti essere terribilmente vivo?!» Il diaframma trasparente, ma più spesso permeabile, quasi sempre è un vetro, un cancello, un muro sottilissimo, una porta, qualcosa di frantumabile, che non riesce mai a dividere completamente l'uno e l'altro, sino alla più ostica tautologia dello specchio.
 
L'irruzione del mondo di fuori è il collasso del mondo di dentro. La fine si prepara in un climax di visioni: prima le similitudini, poi le cose, gli odori, la filodiffusione dal piano di sotto, sino al gancio che solleva lampadari e armadi, scoprendo sui tavoli gigantesche lettere di gesso: è la creazione dei cieli e della terra. La storia è scritta e gli alfabeti sono le sue ossa. In un fragore «la corrente spaccò la porta»: così finisce il mondo, in una prospettiva eliotiana ribaltata. È più che spalancarsi d'occhi, o la vista che ritorna al termine del sonno, è nascita/morte consumata in un atto unico e drammatico, o, come si legge in altro testo, il risveglio non calcolato, ma «che ben sappiamo: / l'ondata che ci ha rigettato su questa magnifica riva / ci ha liberato per sempre da ogni illusione...».
 
Neppure il corpo riesce a sottrarsi a questa incapacità di separare una parte e l'altra, racchiudere un'interiorità invisibile ed esclusiva, anche se di corpi si dovrebbe piuttosto parlare, di involucri nei quali tenta di racchiudersi un Universo altro, come nella «[...] ridicola esilità del torace del cielo». Né il tempo, né lo spazio sembrano circoscrivibili secondo una diversa topologia vivente e, come un inquietante presagio, o un insistente scherzo, «le sveglie ticchettano dietro la porta sopra gli armadi».
 
Lo schema di queste introspezioni da un luogo all'altro, per mobili o per fragili barriere, agisce ovunque. In La creazione del mondo, un corpo si rivela all'altro, in trasparenza: «guardai fisso attraverso il busto di mia moglie, / attraverso il tronco di vetro / e vidi il fegato, lo stomaco e il midollo - / un embrione... e un figlio...». L'elencazione delle parti nominate, segrete ad altri occhi, diviene il dono unico dell'amore tra gli amanti, che sono insieme «le due prime e ultime persone - / non nate... morte... in vita...».
 
Anche in questo caso, il tempo è espulso in una figura dalle sembianze umane, come se la morte fisica riuscisse appena a espellerne dal corpo il seme: «alla porta del cortile il tempo si spegneva come una persona». Cessata la misura dei minuti, delle settimane, dei secoli, il mattino, come ogni primavera, s'illumina in un altrove, nel limite non calcolabile del mondo. E per oltrepassarlo, Halmay ricorre a progressioni semantiche frequenti, ora avvicina, ora tenta di separare di nuovo i mondi, accumulando i tratti distintivi di quelle cose «che cercano di dire / tutto anche al posto nostro», escono poco dall'ombra, per condividere il destino di una realtà inaudita, al suono di un battente, che quasi non si scorge muoversi alla porta.
 
Gli occhi, la bocca, le orecchie sono stimmate di questa perforabilità dei mondi, buchi dai quali ci si scopre e sporge sull'abisso nero, attraverso i quali scola «un'irreale sostanza di vuoto», che tiene «separati in eterno dall'essenza delle cose [...]» gli uomini e gli animali. In entrambi si agitano identici gli istinti, i sentimenti, ma l'essenza ultima è nascosta da una sostanza spessa, come una pelle che completi la finitudine del corpo.
In La creazione del mondo I, incombe una figura sconosciuta, se non per essere nella casa dei Novák. Governa una scacchiera dove tutto è spento, un mondo al buio, dal quale con metodo sottrae e ripone in ordine alle scatole le pedine cadute: gli uomini? gli eroi? Qui la creazione appare nel suo negativo, per sottrazione silenziosa, immagine di morte scrupolosa e metodica: ogni creazione chiede prima in sé la distruzione.
 
Il sangue è un altro tema ricorrente, a volte associato a orride visioni «[...] giorno dopo giorno trasuda dal soffitto / ci gocciola in testa», o «con la bocca piena, spaccata a sangue», medicate subito da slanci di smisurata bellezza: «una stella cadente adunava / animali, / alberi, elementi» come in un presepe, e rifacendo il verso alla figura di prima, torna il tema dei gesti meticolosi. In altri casi è un medium in grado di conferire sembianza umana alle cose «la diafana mammella della notte, sventrata dal coltello di una stella, sanguina luce tersa».
Isolate, appaiono figure in transito nel mondo, che sono i nati e i non nati. E questo transito è insieme la nascita e la morte in solitudine, su cui frequente è l'insistenza all'interno di uno stesso testo, come in Fulgore: «per un po' brillammo / nel cortile insanguinato», che anticipa quel grido ripetuto mentre «[...] nel liquido amniotico della notte, / continuavamo a venire al mondo». Il pianto è quello fragoroso della nascita e quello basso, lamentoso della notte/morte. Altrove, in Non nato, questo effetto è reso in modo più sottile e arcano, nel figlio che «[...] nei vestiti quieti del nonno / piange già, scalcia dietro il muro sottilissimo». Tra corpo e mondo il tratto è quasi impercettibile, ma in ogni punto dello spazio sussiste già il destino regolato da uno stesso tempo. Chi nasce in realtà è già nato e morto attraverso il varco, che proprio la morte lasciò aperto e «prima di approdare su questo litorale / sembra sia trascorsa tutta la nostra vita», e la ragione non cura il dolore.
 
Lo stile, pure letto in filigrana in traduzione, mostra una ricerca tecnica e raffinata delle parole, con lo scopo di tessere una trama fine nel linguaggio, di filtrare, ove già non può completamente separare, alcuni elementi dell'esperienza: «[...] il lampo del biacco nell'erba», «quando nei lampioni si convelle la carne cruda del fulgore», o ancora «continuiamo a percorrere la vecchia via / e lei è ancora alla porta del bagno pubblico - / formidabile cromotipia, / che ci costò tutta la giovinezza». Gli scarti nelle immagini sono guizzi, punti stretti, che cuciono in un'unica visione lontanissimi contesti, mentre «macchie grandi, belle, scarlatte / ci fiammeggiano sulle ali / su campi d'orzo, di girasoli, di rape».
 
Il verso non è mai termine ultimo di raffronto col reale o misura variabile di esso. Diviene anzi fenomeno e dato oggettivo da indagare in una lingua che quasi non si scopre. È vibrante corda la voce, ma la parola cui aspira rimane lì qualcosa d'altro, pura, altrove.
 
Federico Federici
  
 
Petr Halmay, L'impronta del tempo,
traduzione di Antonio Parente,
Finito di stampare nel mese di giugno 2007
per le edizioni del Foglio Clandestino
da GAM – Rudiano
ISBN 978-88-902114-2-3
lunedì, 26 gennaio 2009

AUTOREVERSE di Francesco Forlani

nastro_magnetico_originale

 

“..e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
e rimane lì a bagnarsi ancora un po'
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa”

Francesco De Gregori, 1973

in una strofa di questo brano De Gregori canta la prima delusione amorosa di un Cesare Pavese che, ancora diciassettenne, aspetta invano sotto la pioggia l'arrivo della sua Pucci.

Poi prenderà il tram, zuppo di pioggia e delusione ... ma questo, Alice, non lo sa.

Autoreverse di Francesco Forlani
L’ancora del mediterraneo Odisseo, 2008

In libreria in una di quelle visite in cui vorresti trovare mille argomenti per non andar via, tra gli scaffali, per caso, lo sguardo s’insinua nel foro circolare di una copertina bianca, dietro la quale un vecchio telefono a muro invita tacitamente nel passato: è un attimo, un tuffo, siete nell’Autoreverse.

Lato A

“Mi chiamo Angelo Cocchinone e sono di Casapulla, per poco.” 

Una voce, la prima,  ne percepisci subito la musicalità dell’accento: “napoletano di Caserta”.

Il linguaggio è semplice: frasi brevi, ironiche, incisive, miniature di paesaggi che si materializzano davanti agli occhi e capisci subito che sarà Angelo che ti condurrà sulla soglia del mistero, alla porta di quella stanza dove tutti vogliono pernottare, all’Hotel Roma, a Torino, dove Pavese volle lasciare alla reception il suo ultimo autografo.

Lato B

Una donna:  Juliette, di Montepellier, al telefono dialoga con un uomo – François – un intreccio di voci,  un’unica ossessione, trovare  “… la voce di Pavese”.

Dall’intreccio di questi due Lati, approfonditi / alleggeriti dai cinque dialoghi dall’autore posti come “entracte”, non solo si ascolta/assiste alla ricostruzione di alcuni aspetti e momenti della vita dello scrittore e del destino delle sue opere nella lettura che di esse fanno magistralmente i personaggi, quanto del suo carattere, ove per carattere non intendiamo solo temperamento e stile, ma quel tratto unico che lo contraddistingue e che lo fa essere irrimediabilmente se stesso, ciò che Forlani chiama inequivocabilmente “la voce”, la “sua”.

I personaggi infatti non giocano soltanto il ruolo all’interno della propria storia, ma insieme interpretano Pavese nelle “figure” a lui più care, come quella dell’espatriato, in cerca di fortuna lontano dalle proprie origini e che trova solo in esse, amate e misconosciute, ricordi e legami. Così Angelo, annoiato dalla solitudine della grande città, che imparerà ad amare come “doppiamente casa … perché l’avrai deciso”, trova negli amici, migranti come lui,  sfogo all’immenso desiderio di comunicare, attraverso il dialogo, la musica, il racconto, la complicità nel segreto, il calore dell’amore.

Una costante, l’amore, che attraversa come una lama l’intera vita di Pavese: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla” – una costante non trascurata neppure dal nostro autore, che per dare “calore” ad una voce dai più ricordata come: “sommessa, oserei dire persino monotona, senza toni alti. (…)” – con discrezione suggerisce immagini, dai colori e dalle sfumature diverse, per aiutarci a coglierne, ancora una volta, la vera, ricca ed intensa, irriducibile, tonalità.

“La questione chiave non è l’incontro con una donna, con l’amore, ma esserne degno”:

“E’ sparita ed era giusto. Che cosa ne avrei fatto tanto? […]. Se la più bella delle donne che mi passano accanto per la strada volesse me, me me solo, che cosa ne farei tanto? Io non so cosa sia questa maledizione che ho indosso. Questa domanda che non mi lascia adorare in pace più nulla e nessuno.”

In questo costante restituire la parola a Pavese l’autoreverse assolve in modo esemplare il proprio compito: non chiacchiere di salotti, non “pettegolezzi” sterili, ma ascolto, sguardo, su qualcosa che si delinea come inafferrabile e che nel suo volerlo essere e rimanere, viene rispettata fino in fondo.

Così l’autoreverse si conclude con la stessa immagine che ci rapì all’inizio e ci immerse nel “nastro”, un telefono, non ormai irrimediabilmente silente, ma una voce, un amore, la speranza, la vita, una possibilità di riscrivere le proprie origini, di salvarsi dall’oscurità della notte, nel racconto e grazie ad esso:

“La vera sfida in verità è stata un’altra – dirà François - ma in quel momento non ne ero consapevole. Mi sono salvato dalla notte che mi voleva assassino, per una serie di circostanze. Grazie ad una persona sola. Alle storie che una persona porta in sé.”

Con questa frase l’autore restituisce ancora una volta la parola al poeta … un passo indietro, non si può mai descrivere del tutto una voce, definire un’identità, risolvere un mistero,  così come non si può farlo con un profumo, ci si può semplicemente inebriare.

     Copyright_svg  

Antonella Foderaro - Filosofipercaso -

 

 [Sempre vieni dal mare]

Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.

Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all'urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s'odiano più
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose -
combatteremo sempre.

Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all'urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei più. Le braccia
si dibattono invano.

Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.

C. Pavese

 

giovedì, 11 dicembre 2008

Rubrica - Consigli di lettura: La consulenza filosofica, Gerd B. Achenbach, Milano, Apogeo 2004

la consulenza

I filosofi oggi sono più dei funzionari del pensiero e degli amministratori del concetto … quanto contano i desideri degli uomini, che non hanno potere, con i quali non ci si può intrattenere su questioni sottili?  P. Feyerabend

L’opera si presenta come una raccolta di saggi pubblicati per la prima volta in Germania nel 1986. In essa l’autore in maniera del tutto a-sistematica cerca di rispondere alla domanda “cos’è la consulenza filosofica?” Ovviamente la risposta si legge tra le righe ed alla fine dell’intero testo si rimane con la sensazione di aver cercato di “definire” un’esperienza così unica da non poter essere sintetizzata in formule, sistemi e metodi.

Tutto ciò potrebbe far pensare che ci troviamo di fronte ad un testo “non filosofico” o per lo meno, non alla “maniera” tradizionalmente intesa, infatti, è proprio l’episodicità dei vari saggi a farci intuire qualcosa della stessa consulenza: non si tratta di una “teoria” filosofica, ma di una “pratica”.

Pensiero dunque che si fa azione? L’autore sostiene il contrario: è “l’azione che stimola il pensiero”, è l’evento stesso dell’esistenza, nella sua imprevedibilità ed unicità che “accende” il pensiero, spingendolo ad in-verarsi, a superarsi, a rivolgere il suo sguardo dall’alto della teoresi al vissuto nel quale la speculazione è chiamata a dar prova di fecondità.

Ne scaturisce un’opera ricca di suggestioni in cui l’autore non vuole rispondere ad una domanda, ma piuttosto stimolarne una nuova sul vero senso del filosofare, sull’identità del filosofo, sulla natura della filosofia.

Così il titolo dell’opera non ne definisce il contenuto, ma ne traccia semplicemente l’itinerario: bisogna da bravi “pellegrini” iniziare il viaggio, fermarsi, ripartire, tornare indietro, oltrepassare … laddove il fermarsi ed il tornare indietro non sono mai un regredire, ma un crescere in consapevolezza, profondità, o come direbbe Achenbach in “saggezza”.

Nel primo capitolo l’autore cerca direttamente di rispondere alla domanda “cos’è la consulenza filosofica”, ma per delinearne il profilo usa la via negationis: non è approccio psicologico o psicoterapeutico, non lavora con metodi, ma sui metodi, la filosofia non viene “applicata” all’ospite, ma ne vivifica il pensiero spingendolo ad altri criteri di valutazione della vita e delle circostanze.

Il secondo capitolo, che è la trascrizione di un colloquio tra Lorenzen e Achenbach, chiarifica meglio cosa sia la “pratica filosofica”  e cosa il “consultante” o “ospite” debba da essa aspettarsi.

Achenbach è il primo ad aprire uno studio di consulenza filosofica ed a praticarla come “professione”, ne spiega dunque le ragioni al suo interlocutore, indicandone almeno tre:

- la filosofia allo stato attuale è totalmente autoreferenziata e sopravvive unicamente nel ghetto accademico;

- l’uomo del XX secolo ha rivolto quelle che un tempo erano le domande della filosofia alla psicologia, ma si è visto applicato delle tecniche, divenendo da soggetto-pensante, oggetto di terapie;

- la filosofia pratica ha in sé il pregio di sciogliere ogni irrigidimento del pensiero, per cui non applica teorie o sistemi, ma al contrario tenta di pensare i problemi concreti in modo produttivo.

Il compito della consulenza filosofica è quindi “nel pensiero (o anche nel sentimento) arenato, senza direzione, circolare o spossato da continue ripetizioni, … pensare insieme, pensare oltre, portare movimento all’interno dell’intrico problematico … in una parola -con Novalis- : filosofare significa deflemmatizzare e vivificare”.

Le domande kantiane vengono quindi “personalizzate”, non più: che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? Cos’è l’uomo? Ma assumono il carattere del qui, ora, per me: che cosa so? Che cosa faccio? Che cosa spero? Chi sono?

Nel terzo e nel quarto capitolo Achenbach si dedica all’identità del filosofo, alla sua ascesa  e caduta, presentando la consulenza filosofica come chance della filosofia: il filosofo non sa più confrontarsi con la vita, con quel “ma” che è lo scarto tra il razionale ed il reale. La consulenza filosofica si dovrà sviluppare come una “teologia razionale dell’essere umano e dell’individuo”.  L’uomo moderno - sempre più sradicato e affamato di “formule” che lo aiutino a vivere meglio la propria inadeguatezza in una società che gli propina modelli troppo “super” per essere raggiungibili - ha bisogno di ricominciare a pensare, in maniera personale ed autonoma.

L’autore propone dunque, una nuova “strategia” filosofica: piuttosto che lasciare campo libero alla psicoterapia, facendo ahimè ingrossare le fila al banco delle farmacie che vendono antidepressivi ed ansiolitici, pensa una nuova professione che “curi” il problema alla radice, per non lasciare l’uomo paralizzato davanti agli imprevisti ed ai “ma” della vita.

Il consulente non vende formule, ma cerca insieme al suo “ospite” di aprire, nel dialogo, nuovi orizzonti di senso.

Il testo, come si può chiaramente evincere dai nostri brevi cenni, non offre definizioni ma intuizioni e sembra comunque dire troppo poco, soprattutto se pensiamo che l’autore è di fatto il fondatore di una “pratica”. L’aspetto a-sistematico tuttavia, è paradossalmente non il punto debole, bensì quello di forza in quanto riflette quella che è la vita di ogni uomo … un susseguirsi di esperienze … in attesa di una propria originale interpretazione.

a.f.

Chi sono

Utente: AntoNatGiu


Nome: Casual Mente Filo SofiAmo .....*diversamente mis/credenti*


Amministratori:

Antonella Foderaro

***

Collaborano:

Donatella Quattrone
Francesco Colia
Pasquale Esposito

***

Partecipano:

tutti gli ospiti & commentatori

***

condivi i tuoi scritti inviando una mail a:

antonellafoderaro@libero.com



More about Pro/testo

Categorie

6 aprile 2009
8 marzo
a rosari
abbandono scolastico
abele longo
abraham joshua heschel
accattone
achenbach
aforismi
aforismi di meretrixbaldraque
alberto napolitano
alda merini
aldo tagliaferri
alessandro giuliani
alexei kharitidi
alexis de tocqueville
aleš debeljak
alla luna
amnesty international
ana rossetti
anarchica
andrea pomella
andré neher
andy warhol
anfiosso
anna lamberti bocconi
anselm kiefer
antonella foderaro
apologia di socrate
aristotele
assoluto e relativo
astrattismo
atti impuri
autoironia
autoreverse
babele
baudrillard
bianca madeccia
birkenau
botero
braille
caducitĂ 
caput anni
carmine vitale
carol ann duffy
cartesio
cesare pavese
chagall
charles simic
cicerone3
cinema
clandestini
claudio molinari
claudio ronco
clochard
coltivare la democrazia
consigli di lettura
contratti a progetto
coro cortina
cortometraggi
crisi
cristina bove
critica letteraria
cubismo e surrealismo
dalì
daniele dagostino
darwin
david ramanzini
de chirico
delara darabi
deliri notturni
dialoghi
dialogo tra sordi
diritti umani
diritto
domenico faucello
donatella quattrone
e la nave va
ebraismo
election day
elie wiesel
eluana
emarginazione
emiliano laurenzi
enzo campi
eros e pornografia
eros e thanatos
eros ed agape
esercizio filosofico
esilio di voce 1
essere singolare plurale
etica e bioetica
etica ed estetica
europee
eventounico
fara editore
faraòn meteosés
fasci siciliani
fede
federico federici
federico sollazzo
fedro
fellini
feudalesimi
fiaba
filosofi per caso
filosofia della musica
filosofia della storia
filosofia pratica
flavio ermini
follia
formazione
forme metriche
francesca pellegrino
francesca vitale
francesco colia
francesco forlani
francesco marotta
francesco rosi
francesco tomada
franz krauspenhaar
freud
fromm
gagarin
gaspara stampa
gemellaggi
giacomo cerrai
giacomo sferlazzo
giampiero pepe
gianandrea parisi
gianni montieri
giovani e ricerca
giovanna lentini
giovanni campi
giuditta
giuseppe barreca
giuseppe schillaci
giusi venuti
gorgia di leontini
griffy il bottaio
guerre e pace
guido michelone
haiku
hannah arendt
herbert marcuse
hopper
i burocrati del male
identitĂ 
ignazio licata
il bacio
il branco
il dito e la luna
il dono
il dono di humboldt
il frullatore mediatico
il ghetto e la fortezza
il gioco dei ruoli
il giorno della memoria
il grande masturbatore
il mito della caverna
il monaco ed il pesce
il profumo dei colori
il re lucertola
il tempo
il testo poetico e la prosa
il viaggio di ulisse
il viandante
il vignettificio
immigrazione
impronte
incuria
indifferenza
individuale e collettivo
inediti
innovazione e radici
integrazione
intermezzo ludico - la gnosi del
ippocrate
italo calvino
ivan crico
ivan fassio
jacopo ninni
james douglas morrison
jazz
jean barriére
jĂĽrgen habermas
k z mauthausen
kamikaze
kandinskij
kant
karl popper
kaysersose
klimt
l oratore
la banalitĂ  del male
la bestemmia
la coerenza
la cura
la diva
la donna nell arte
la follia tema musicale
la logica aperta della mente
la luce e il lutto
la nazione
la nebbia delle coscienze
la parola
la pittura di eishi
la poetica della metafisica
la ricotta
la sinceritĂ 
la torta e il piede grosso
la traduzione poetica
la violazione della carne
la voz a ti debida
lamore della povera gente
lampedusa
larte di perdere
lavoro
le prigioni politiche
le viol
leggerezza
lettera aperta all on d alema
levitĂ  liciniana
lezioni americane
libera nel verso libero
liberazione
libertĂ  di pensiero
libraria
limpossibilitĂ  di vivere
lo sguardo
luciano folgore
lucifero
lun e storte
l’eros nel cantico dei cantici
magritte
marcantonio lunardi
marco lodoli
marco saya
marco toso borrella
marinella morati
marino baldissera
mario benedetti
mario sironi
mark strand
mark twain
martin walser
mellonta tau talogica
memoria e nazismo
memorie apocrife
messina
michael dudok
migrante e trasgressivo
morti bianche
munch
musica
musica ed astrattismo
nancy jean-luc
nascita
natale
natĂ lia castaldi
nazione indiana
neil postman
nietzsche
noberto bobbio
notizie dalla pizia
omo-sessualitĂ 
osservando la resistenza del mon
osvaldo licini
parabola
pasolini
pasqua
pasquale esposito
patricia panebianco
paul klee
pd aspettative e speranze
pedro salinas
pensiero che
persuasione
petr halmay
pier paolo pasolini
platone
poesia
poesia dialettale siciliana
poesia erotica
poesia giapponese
poesia politica
poesie inedite
politica
polvere
pop art
povera musa
pratiche filosofiche
preghiera
prima vita
pro/testo
psicofantaossessioni
racconti
racconti horror
reb stein
recensioni
relazione
renga
riflessioni
robert rauschenberg
roberto carradore
rocco rao
rolando iaria
rose ausländer
rumeni un romanzo di storie
salvatore giuliano
santa caterina market di barcell
satira
saul bellow
scarborough fair
schneier
schonberg
sciacalli
scuola
sebastian brant
seduzione
sinceritĂ 
sintomatologia delleffimero
sole freddo
srebrenica
statistiche
stefania crozzoletti
stefano amorese
stefano zampieri
stoneart
storia senza storie
strategie politiche
stupro
sul virtuosismo e larte
tanka
teatro
tempi di recessione
tempo
teqnofobico
terremoto
terrorismo
the privilege of the grave
thomas merton
tommaso cannizzaro
tommaso moro
totò che visse due volte
traduzione poetica
treblinka
u2
una zampillante fontana
universitĂ 
utopia
veronica franco
videopoesia
viola amarelli
visioni d arte
viviana scarinci
war
william dewitt snodgrass
xenofobia
yoko ono matopei
zagrebelsky

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder