
Se è vero che il titolo custodisce sempre in parte il “segreto” di un’opera possiamo dire che RUMENI è uno squarcio aperto nel cuore di un popolo la cui storia di fatto non esiste - per noi - se non attraverso quegli “episodi” - “le storie” dei singoli appunto - che, per un motivo assolutamente casuale vengono ad intersecarsi inaspettatamente e con una frequenza sempre maggiore con la nostra vita, increspandone l’abituale fluire.
Se alla fine del romanzo di Anna Lamberti Bocconi, ci domandassimo “chi sono dunque i rumeni?”, la risposta sarebbe: Marja, Kostel, Stefan, Gigio … impossibile rispondere se non attraverso la mediazione vitale della persona che si fa voce graffiante all’interno di uno stereotipo che offende e difende al tempo stesso, come una logora e sporca veste che quanto meno nasconde l’inerme nudità.
Anna è l’unico personaggio comune a tutte le storie, è lei a viverle e raccontarle, ma più che un “io narrante”, potremmo definirla un “io dialogante”:
Ciò che più affascina in queste storie oltre ai fatti narrati spesso volutamente spinti al limite del paradosso, è il carisma straordinariamente empatico di questa donna “diversa” tra “diversi” che riesce a farsi mediante l’ironia, la rabbia, lo sdegno, la passione, la tenerezza, accoglienza laddove altrimenti ci sarebbe solo posto per la violenza o l’indifferenza.
Non è un romanzo “sociologico”, non lo è per la forma, lirica piuttosto che scientifica, né per la metodologia in quanto l’incontro ed il dialogo nascono “fuori scaletta” in modo inequivocabilmente non programmato e mai finalizzati ad esplicite indagini o approfondimenti; non è “politico” nel senso più deteriore del termine, cioè non è “schierato”, se non a favore di quell’umana carne carica di misteriosa ed indicibile bellezza, ma anche di miseria senza speranza, né attese di redenzione.
E’ un romanzo di storie, di persone che si scontrano e s’incontrano proprio nel momento in cui Anna riesce a guardarle ed a coglierle come tali anche se doppiamente nascoste dalla crudeltà anonima di una barzelletta, che barzelletta non è, e che racconta di Violeta, una prostituta distratta che perde con il tanga l’incasso di un’intera notte d’amore e poi muore perché non può pagarne il prezzo se non con la vita.
Esperienze che si confrontano, generando riflessioni che hanno la ruvidità e la forza della filosofia “de rua”, quella che nasce e cresce semplicemente dall’osservazione/ascolto in treno, alle fermate degli autobus, sui marciapiedi, nelle metropolitane:
I racconti sono brevi, dinamici, teatrali: i “rumeni” di Anna interpretano una parte all’interno del racconto, quella che il pubblico si aspetta, tanto per ridere e far ridere, come in un circo il pagliaccio che non deve, né può tradire il suo ruolo, dunque sono volgari e furbi, passionali e crudi, bugiardi e sinceri, violenti della violenza che li fa “rumeni” senza un nome, quel nome che Anna conosce e che ci restituisce autenticamente, in modo unico, nel titolo di ogni capitolo.
Conoscere il nome, per il pensiero ebraico, significa avere accesso all’identità della persona, a quel segreto che altrimenti rimarrebbe inaccessibile e che silenziosamente separa, estranea, impaurisce. Lo straniero è diverso già a cominciare dal nome, che non sappiamo scrivere e nemmeno correttamente pronunciare ed allora … Marja, Kostel, Stefan, Gigio, Violeta, Lilia, Tiberiu, Valentina, Mario, Gheorghe, Cesar, Madalina, Cristina, ….. , …. , ….
In attesa che ciascuno di noi possa personalmente continuare con altri “capitoli” questo romanzo umano fatto di storie, lasciamo che Anna ci racconti le sue attraverso i colori di una città, Milano, descritta così come viene vissuta: con dinamicità ed entusiasmo, carattere, vitalità e passione.
“Ciao, Anna!” (da Cristina)
***
Antonella Foderaro

Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle …
Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.
Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.
Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.
Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.
Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.
Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.
Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri” (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).
Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.
Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …
Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….
Antonella Foderaro
Pro/Testo
Versi
a cura di Luca Ariano e Luca Paci
introduzione di Mimmo Cangiano
opere di
Luca Ariano – Marco Bini
Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi
Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco
Salvatore Della Capa – Chiara De Luca
Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi
Fabio Franzin – Marco Giovenale
Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès
Simone Molinaroli – Fabio Orecchini
Luca Paci – Massimo Palme
Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti
Alesssandro Seri – Tito Truglia
Dale Zaccaria
Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.
Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo
La cicala
S’io fossi una cicala
frinirei le mie note
nel bramir d’ali e foglie.
Scivolando s’una goccia
nello stagno delle vertebre abbandonate
brandirei pagliuzze dorate:
mozzando capi chini
di vergogne ossequianti,
sederéi mille battaglie
nel sangue dei codardi e dei potenti
per riconquistarti il mondo
nel silenzio del mio canto.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
ad I.
Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano
il terùn – ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi
– non sa di baci e strette di mano cose loro – .
Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit
in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount – studente fuori sede –
ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.
Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
– quella coi buchi che ti ricorda focolari –
e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d’uccello
è solo l’arrivederci d’un abbraccio.
(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)
Luca Ariano
*** *** *** ***
Per quel che mi è dato di sapere
può essere causa dei mali di qualcuno.
Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa
al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino
qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto
ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto
la carica della celere, sindacalista.
So solo che compare a metà del pomeriggio,
l’astio nello sguardo che riserva per la bionda
che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe
della tuta, che ancora si rivede quella volta,
infreddolita alla frontiera mentre sputa
via, richiudendo la lampo a un’uniforme.
Che si accarezza con la mano la permanente
vistosa, appena fatta, come quella di una signora.
Marco Bini
*** *** *** ***
La canzone delle primule rosse
In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dàlli alle fiamme
di questo stanco cammino.
Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell’animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.
Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganza e verità.
Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.
Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.
Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.
Carmine De Falco
*** *** *** ***
da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)
Viviamo giorni di pace.
Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi
***
Nei nostri letti stuprano donne senza volto
***
Il giusto massacra il colpevole.
Beve il sangue del figlio
***
Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.
Pezzo per pezzo.
Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.
Gli ricuce il volto per provarne pietà
***
I nostri figli hanno imparato a bere.
Hanno mosso i primi passi
noi guardavamo altrove.
Hanno appreso il sesso
dalle madri senza vita.
Ora li guardiamo
riempire la bocca di pietre
portare dentro la colpa del padre
***
A Giusy L.
Dentro di te cresce un ventre
di balena che ti nasconde.
Paghi i dolori del parto
di quando sei nata come non dovevi.
E sai del dolore delle bambole
di quelle facce escluse
del tuo redentore morto.
Il male è nel mondo
e ti è crollato addosso.
Salvatore Della Capa

Sempre più spesso solo in libreria si fanno incontri interessanti ...
Sapevo perché mi trovavo lì, avevo ordinato dei libri e Antonio – così mi diceva Marisa, la titolare – li avrebbe da un momento all’altro consegnati … erano “avanzi” di magazzino, di opere ormai poco lette, abbandonate al ricordo di qualche rarissimo estimatore del genere …
Aspettando stancamente il “momento” in cui Antonio avrebbe varcato l’ingresso - liberandomi dalle numerose tentazioni che mi circondavano - ecco il mio sguardo curioso volgersi in direzione dello scaffale nascosto in un angolino, distinto dalla sbiadita e sbilenca “etichetta” Filosofia: scorro avidamente i nomi come in cerca di qualcuno … Natoli, Severino, Galimberti … più su Arendt, Stain, Weil, Heidegger … insomma volumi su volumi, quando ad un tratto un libriccino giallo, minuto, fa capolino tra i più robusti , in basso, lo prendo … attratta dal colore? dallo spessore? Non saprei, forse anche da quelli, ma principalmente il titolo come un richiamo m’inchioda: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita, F. Nietzsche, Piccola Biblioteca - Adelphi”.
“Anche questo” dico a Marisa e contenta che questa volta Antonio non fosse arrivato puntuale ritorno a casa. Inizio subito a leggerlo – “tanto è breve”, mi dico, “non ci vorrà molto a finirlo” – e vengo introdotta dal linguaggio energico ed affascinante del giovanissimo Nietzsche in una dimensione “storica” del tutto “attuale”.
Nietzsche, prendendo vigorosamente le distanze dallo storicismo hegeliano, sbraita contro gl’intellettuali tedeschi suoi contemporanei, denunciandone la vergognosa sterilità che si traduce in quell’assoluta incapacità nel saper trasformare l’erudizione in vita (cioè in cultura) e la memoria in momento costruttivo orientato verso il futuro, in questo del tutto simili ai polverosi scaffali nei quali accumulano i reperti delle loro archeologiche “conoscenze”.
Ne rimango incantata, tutta la mia persona viene come trascinata dal vortice del sentimento, simile a quell’ovattata euforia che ci cattura di fronte ad una bella musica o un dipinto e ci rende sognanti … divoro ogni parola in fretta, come chi aspetta da troppo tempo un cibo necessario, poi sorrido come sicuramente avrà fatto anche lui, al punto finale.
Giorgio Colli nella nota introduttiva, dopo aver giustamente elogiato il testo, ne sottolinea la mancata compiutezza filosofica:
“Nietzsche tuttavia è nel giusto non soltanto per lo splendido avvio, ma anche quando dice: “chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato … non saprà mai cosa sia la felicità”. Solo gli è mancata l’espressione filosofica di questa intuizione, ed è caduto nell’ambiguità di contrapporre l’azione, sia pure immediata, come superiore alla conoscenza.”
Io preferisco immedesimarmi con il “destinatario” dell’opera al quale l’autore si rivolge ed al quale in un certo senso affida lo sviluppo filosofico della sua intuizione, ammonendo allo stesso tempo anche se stesso:
… “Ma la vita deve dominare sulla conoscenza, sulla scienza, oppure la conoscenza deve dominare sulla vita? Quale delle due forze è la più alta e decisiva? Nessuno può dubitarne: la vita è il potere più alto, dominante, poiché una conoscenza che distruggesse la vita distruggerebbe nel contempo se stessa. La conoscenza presuppone la vita, ha cioè rispetto alla conservazione della vita lo stesso interesse che ogni essere ha rispetto alla continuazione della propria esistenza. Quindi la scienza ha bisogno di una superiore vigilanza e sorveglianza; un’igiene della vita si pone proprio accanto alla scienza, e una proposizione di questa igiene suonerebbe appunto: l’antistorico e il sovrastorico sono i rimedi naturali contro il soffocamento della vita da parte della storia, contro la malattia storica. E’ probabile che noi malati di storia, dobbiamo anche soffrire per i rimedi. Ma che noi soffriamo per essi non è una prova contro la giustezza del metodo terapeutico scelto.
E qui io vedo la missione di quella gioventù, di quella prima generazione di combattenti e di uccisori di serpenti, che precede una cultura ed un’umanità più felici e più belle, senza avere, di questa felicità futura e della bellezza avvenire, qualcosa di più di un promettente presentimento. Questa gioventù soffrirà per il male ed al tempo stesso per i rimedi: e tuttavia crede di potersi vantare di una salute più robusta ed in genere di una natura più naturale delle generazioni che l’hanno preceduta, degli “uomini” e “vecchi” colti del presente. La sua missione consiste peraltro nello scuotere le idee che questo presente ha della “salute” e della “cultura”, e nel generare scherno ed odio contro così ibridi mostri concettuali; e il segno di garanzia della propria salute più robusta è proprio questo, che essa, cioè questa gioventù, non può neanche usare, per designare la propria natura, nessun concetto, nessuna parola settaria fra le correnti monete-parola e monete-concetto del presente, e viene invece convinta solo da una forza in essa attiva, che lotta, stacca e divide, e in ogni ora buona da un sempre accresciuto sentimento della vita. Si può contestare che questa gioventù abbia già cultura – ma per quale gioventù questo sarebbe un rimprovero? Le si può rimproverare rudezza ed intemperanza – ma essa non è ancora abbastanza vecchia e saggia per moderarsi; soprattutto essa non ha bisogno di fingere e difendere nessuna cultura compiuta, e gode di tutte le consolazioni e privilegi della gioventù, soprattutto del privilegio di una valorosa e temeraria onestà e l’entusiasmante conforto della speranza.”
Questo brano, tratto dalla parte conclusiva della seconda “Considerazione inattuale” ci permette di cogliere la combattiva denuncia che il filosofo muove anche nei confronti della mercificazione della cultura, presunto appannaggio d’intellettuali da sarcofago, i quali oltre a dimostrare proprio con il loro atteggiamento di superiorità, quell’infelicità che scaturisce dalla mancata aderenza alla vita (nel senso qui inteso) nutrono la presunzione alimentata dai consensi dei loro circoli letterari , che solo la loro penna interpreti e dia colore alla storia.
Concludo con questo monito di Nietzsche rivolto ai filosofi, categoria nella quale non mi riconosco, considerandomi a par di molti, una semplice estimatrice del “ramo”.
“In quali condizioni innaturali, artificiali ed in ogni caso indegne deve venirsi a trovare in un’epoca che soffre della cultura generale, la più verace di tutte le scienze, la sincera e nuda dea Filosofia! In un tal mondo di forzata uniformità esterna, essa rimane un dotto monologo del passeggiatore solitario, un bottino di caccia fortuito dell’individuo, un occulto segreto di camera o una chiacchiera innocua fra vegliardi accademici e bambini.”
Antonella Foderaro
“Poesia italiana contemporanea”, sotto questa vaga dicitura si raccoglie l’immenso della produzione poetica nazionalpopolare, con i suoi vari registri, modi, tecniche, sperimentazioni, colori e grafica … di tutto un po’ …
Talmente è vasto quest’oceano di versi che straripano da blog e siti coloratissimi ed accattivanti, che il povero lettore sembra non poterne uscire incolume, fagocitato e risucchiato nel gorgheggiare di esternazioni intime, personali, languide, lapidarie che sembrano rubare il fiato alla frenesia dei tempi, riproducendo nei modi i linguaggi del quotidiano, della chat, degli sms, dei più melensi programmi strappalacrime se non addirittura degli spot pubblicitari, laddove tutto è “permesso” e racchiuso in un unico “tag”: un’etichetta o marchio di categoria che gli rivela d’essere dinanzi ad una vera e propria forma d’arte e creazione: - oddio - la poesia!
Potrà mai l'uomo perdonare se stesso per quello che ha fatto alla poesia?
Eppure in questo naufragio il nuotatore accorto può ancora ritrovare piccole oasi di autentica arte, come nel caso di Francesco Tomada e di tanti altri autori più o meno conosciuti (che mi impegno a proporre qui con scadenza più o meno settimanale, cominciando da Giacomo Cerrai, Stefano Giorgio Ricci, Carmine Vitale, Abele Longo, Gloria D’Alessandro, Anna Lamberti Bocconi, Francesco Marotta, Andrea Garbin, Ivan Crico, Lucianna Argentino, Francesca Pellegrino, Renzo Montagnoli, Milvia Comastri, Cristina Bove, e tanti altri …) che godono di una fama di “nicchia”, pubblicando senza riconoscimenti plateali, ma per passione, amore e dedizione verso la più antica ed alta forma di canto che l’uomo abbia mai saputo intonare con la sola forza del suo vissuto e del suo pensiero.
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“..e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
e rimane lì a bagnarsi ancora un po'
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa”
Francesco De Gregori, 1973
in una strofa di questo brano De Gregori canta la prima delusione amorosa di un Cesare Pavese che, ancora diciassettenne, aspetta invano sotto la pioggia l'arrivo della sua Pucci.
Poi prenderà il tram, zuppo di pioggia e delusione ... ma questo, Alice, non lo sa.
In libreria in una di quelle visite in cui vorresti trovare mille argomenti per non andar via, tra gli scaffali, per caso, lo sguardo s’insinua nel foro circolare di una copertina bianca, dietro la quale un vecchio telefono a muro invita tacitamente nel passato: è un attimo, un tuffo, siete nell’Autoreverse.
Lato A
“Mi chiamo Angelo Cocchinone e sono di Casapulla, per poco.”
Una voce, la prima, ne percepisci subito la musicalità dell’accento: “napoletano di Caserta”.
Il linguaggio è semplice: frasi brevi, ironiche, incisive, miniature di paesaggi che si materializzano davanti agli occhi e capisci subito che sarà Angelo che ti condurrà sulla soglia del mistero, alla porta di quella stanza dove tutti vogliono pernottare, all’Hotel Roma, a Torino, dove Pavese volle lasciare alla reception il suo ultimo autografo.
Lato B
Una donna: Juliette, di Montepellier, al telefono dialoga con un uomo – François – un intreccio di voci, un’unica ossessione, trovare “… la voce di Pavese”.
Dall’intreccio di questi due Lati, approfonditi / alleggeriti dai cinque dialoghi dall’autore posti come “entracte”, non solo si ascolta/assiste alla ricostruzione di alcuni aspetti e momenti della vita dello scrittore e del destino delle sue opere nella lettura che di esse fanno magistralmente i personaggi, quanto del suo carattere, ove per carattere non intendiamo solo temperamento e stile, ma quel tratto unico che lo contraddistingue e che lo fa essere irrimediabilmente se stesso, ciò che Forlani chiama inequivocabilmente “la voce”, la “sua”.
I personaggi infatti non giocano soltanto il ruolo all’interno della propria storia, ma insieme interpretano Pavese nelle “figure” a lui più care, come quella dell’espatriato, in cerca di fortuna lontano dalle proprie origini e che trova solo in esse, amate e misconosciute, ricordi e legami. Così Angelo, annoiato dalla solitudine della grande città, che imparerà ad amare come “doppiamente casa … perché l’avrai deciso”, trova negli amici, migranti come lui, sfogo all’immenso desiderio di comunicare, attraverso il dialogo, la musica, il racconto, la complicità nel segreto, il calore dell’amore.
Una costante, l’amore, che attraversa come una lama l’intera vita di Pavese: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla” – una costante non trascurata neppure dal nostro autore, che per dare “calore” ad una voce dai più ricordata come: “sommessa, oserei dire persino monotona, senza toni alti. (…)” – con discrezione suggerisce immagini, dai colori e dalle sfumature diverse, per aiutarci a coglierne, ancora una volta, la vera, ricca ed intensa, irriducibile, tonalità.
“La questione chiave non è l’incontro con una donna, con l’amore, ma esserne degno”:
“E’ sparita ed era giusto. Che cosa ne avrei fatto tanto? […]. Se la più bella delle donne che mi passano accanto per la strada volesse me, me me solo, che cosa ne farei tanto? Io non so cosa sia questa maledizione che ho indosso. Questa domanda che non mi lascia adorare in pace più nulla e nessuno.”
In questo costante restituire la parola a Pavese l’autoreverse assolve in modo esemplare il proprio compito: non chiacchiere di salotti, non “pettegolezzi” sterili, ma ascolto, sguardo, su qualcosa che si delinea come inafferrabile e che nel suo volerlo essere e rimanere, viene rispettata fino in fondo.
Così l’autoreverse si conclude con la stessa immagine che ci rapì all’inizio e ci immerse nel “nastro”, un telefono, non ormai irrimediabilmente silente, ma una voce, un amore, la speranza, la vita, una possibilità di riscrivere le proprie origini, di salvarsi dall’oscurità della notte, nel racconto e grazie ad esso:
“La vera sfida in verità è stata un’altra – dirà François - ma in quel momento non ne ero consapevole. Mi sono salvato dalla notte che mi voleva assassino, per una serie di circostanze. Grazie ad una persona sola. Alle storie che una persona porta in sé.”
Con questa frase l’autore restituisce ancora una volta la parola al poeta … un passo indietro, non si può mai descrivere del tutto una voce, definire un’identità, risolvere un mistero, così come non si può farlo con un profumo, ci si può semplicemente inebriare.
Antonella Foderaro
[Sempre vieni dal mare]
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all'urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s'odiano più
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose -
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all'urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei più. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.
C. Pavese

I filosofi oggi sono più dei funzionari del pensiero e degli amministratori del concetto … quanto contano i desideri degli uomini, che non hanno potere, con i quali non ci si può intrattenere su questioni sottili? P. Feyerabend
L’opera si presenta come una raccolta di saggi pubblicati per la prima volta in Germania nel 1986. In essa l’autore in maniera del tutto a-sistematica cerca di rispondere alla domanda “cos’è la consulenza filosofica?” Ovviamente la risposta si legge tra le righe ed alla fine dell’intero testo si rimane con la sensazione di aver cercato di “definire” un’esperienza così unica da non poter essere sintetizzata in formule, sistemi e metodi.
Tutto ciò potrebbe far pensare che ci troviamo di fronte ad un testo “non filosofico” o per lo meno, non alla “maniera” tradizionalmente intesa, infatti, è proprio l’episodicità dei vari saggi a farci intuire qualcosa della stessa consulenza: non si tratta di una “teoria” filosofica, ma di una “pratica”.
Pensiero dunque che si fa azione? L’autore sostiene il contrario: è “l’azione che stimola il pensiero”, è l’evento stesso dell’esistenza, nella sua imprevedibilità ed unicità che “accende” il pensiero, spingendolo ad in-verarsi, a superarsi, a rivolgere il suo sguardo dall’alto della teoresi al vissuto nel quale la speculazione è chiamata a dar prova di fecondità.
Ne scaturisce un’opera ricca di suggestioni in cui l’autore non vuole rispondere ad una domanda, ma piuttosto stimolarne una nuova sul vero senso del filosofare, sull’identità del filosofo, sulla natura della filosofia.
Così il titolo dell’opera non ne definisce il contenuto, ma ne traccia semplicemente l’itinerario: bisogna da bravi “pellegrini” iniziare il viaggio, fermarsi, ripartire, tornare indietro, oltrepassare … laddove il fermarsi ed il tornare indietro non sono mai un regredire, ma un crescere in consapevolezza, profondità, o come direbbe Achenbach in “saggezza”.
Nel primo capitolo l’autore cerca direttamente di rispondere alla domanda “cos’è la consulenza filosofica”, ma per delinearne il profilo usa la via negationis: non è approccio psicologico o psicoterapeutico, non lavora con metodi, ma sui metodi, la filosofia non viene “applicata” all’ospite, ma ne vivifica il pensiero spingendolo ad altri criteri di valutazione della vita e delle circostanze.
Il secondo capitolo, che è la trascrizione di un colloquio tra Lorenzen e Achenbach, chiarifica meglio cosa sia la “pratica filosofica” e cosa il “consultante” o “ospite” debba da essa aspettarsi.
Achenbach è il primo ad aprire uno studio di consulenza filosofica ed a praticarla come “professione”, ne spiega dunque le ragioni al suo interlocutore, indicandone almeno tre:
- la filosofia allo stato attuale è totalmente autoreferenziata e sopravvive unicamente nel ghetto accademico;
- l’uomo del XX secolo ha rivolto quelle che un tempo erano le domande della filosofia alla psicologia, ma si è visto applicato delle tecniche, divenendo da soggetto-pensante, oggetto di terapie;
- la filosofia pratica ha in sé il pregio di sciogliere ogni irrigidimento del pensiero, per cui non applica teorie o sistemi, ma al contrario tenta di pensare i problemi concreti in modo produttivo.
Il compito della consulenza filosofica è quindi “nel pensiero (o anche nel sentimento) arenato, senza direzione, circolare o spossato da continue ripetizioni, … pensare insieme, pensare oltre, portare movimento all’interno dell’intrico problematico … in una parola -con Novalis- : filosofare significa deflemmatizzare e vivificare”.
Le domande kantiane vengono quindi “personalizzate”, non più: che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? Cos’è l’uomo? Ma assumono il carattere del qui, ora, per me: che cosa so? Che cosa faccio? Che cosa spero? Chi sono?
Nel terzo e nel quarto capitolo Achenbach si dedica all’identità del filosofo, alla sua ascesa e caduta, presentando la consulenza filosofica come chance della filosofia: il filosofo non sa più confrontarsi con la vita, con quel “ma” che è lo scarto tra il razionale ed il reale. La consulenza filosofica si dovrà sviluppare come una “teologia razionale dell’essere umano e dell’individuo”. L’uomo moderno - sempre più sradicato e affamato di “formule” che lo aiutino a vivere meglio la propria inadeguatezza in una società che gli propina modelli troppo “super” per essere raggiungibili - ha bisogno di ricominciare a pensare, in maniera personale ed autonoma.
L’autore propone dunque, una nuova “strategia” filosofica: piuttosto che lasciare campo libero alla psicoterapia, facendo ahimè ingrossare le fila al banco delle farmacie che vendono antidepressivi ed ansiolitici, pensa una nuova professione che “curi” il problema alla radice, per non lasciare l’uomo paralizzato davanti agli imprevisti ed ai “ma” della vita.
Il consulente non vende formule, ma cerca insieme al suo “ospite” di aprire, nel dialogo, nuovi orizzonti di senso.
Il testo, come si può chiaramente evincere dai nostri brevi cenni, non offre definizioni ma intuizioni e sembra comunque dire troppo poco, soprattutto se pensiamo che l’autore è di fatto il fondatore di una “pratica”. L’aspetto a-sistematico tuttavia, è paradossalmente non il punto debole, bensì quello di forza in quanto riflette quella che è la vita di ogni uomo … un susseguirsi di esperienze … in attesa di una propria originale interpretazione.
a.f.