
Rivenditore: - Astrologari strologanti! Antiquitari oracolanti! Per le necessità tutte!
Passante: - Mi scusi, Signore, non Le pare che questi prodotti non siano beni di prima necessità? che queste cose che desidera vendere siano un po’, come dire, superflue, inutili, senza alcuna necessità, o, quanto meno, fuori dal comune?
Rivenditore: - Se pur fossero robe estravaganti dalla tradizione comunitaria, non potrebbe dirsi altresì che il negro semen, oh! capovolta nemesi d’i imaginaria!, vi si insemini, incolto nel colto, immondo nel mondo, impuro nel puro?
Passante: - Che linguaggio da imbonitore, così esclamativo: le parole che usa non Le pare siano in qualche modo strane?
Rivenditore: - Se pur fosse una estravagante lingua morta, o soltanto stranita e straniera, non potrebbe dirsi comunque che non sia estrema, o che non sia alla ricerca d’un punto di contatto del contrasto di tra l’esiziale esistenza e la vitale inesistenza.
Passante: - I Suoi modi di dire son certamente curiosi.
Rivenditore: - Abbecedari usati! Abbecedari logori! Abbecedari laceri! Non Le necessitano analfabetici abbecedari?
Passante: - Mi scusi, Signore, ma che dice? Perché mai qualcuno dovrebbe voler comprare per l’anno nuovo un qualcosa di antico e usato? Ma poi, usato da chi?
Rivenditore: - Forse è un libercolo antiquo, e mai usato, forse è un trattatello distratto di geometria o retorica, di figure sfigurate, di forme difformi, che non contenga contenuto d’alcunché: al suo interno potransi ammirare imagini d’un immaginario morto, parole desuete, inuse, dismesse. O forse è stato usato, sì, ma senza aprirlo, a uso e consumo proprio improprio, usato dunque quale controparte per aprirsi al gran teatro del distolto, dell’inconsueto, del disuso: il gran teatro pien di vuote meraviglie!
Passante: - Lei parla senza venire al dunque. Lei divaga, Lei è quanto mai vago. Lei ancora non ha detto da chi sia stato usato.
Rivenditore: - Se le dicessi chi, Lei non potrebbe crederci, Lei non potrebbe credere più a niente.
Passante: - Me lo dica comunque. Per capire. Per capirsi. Per capirci.
Rivenditore: - Pinocchio.
Passante: - Pinocchio?
Rivenditore: - Ha visto?
Passante: - Cosa?
Rivenditore: - Non è che incredibile quel che non è da credere, quel che non ha credito né credo, ma solo e soltanto discredito e dubbio. Ma non dubiti dei debiti. Né ne sia certo. Tutti i libri sono un unico libro, che si scrive, che ci scrive.
Passante: - Non La seguo.
Rivenditore: - Per seguire l’esser pinocchio, Le necessita appunto l’analfabeto, in cui colui che segue precede: la nota frase ignota della verità della menzogna, della follia ragionevole, dell’errore esatto; la morte viva, la vita morta, là, dove dovunque, quando quandunque, come comunque, quanto quantunque.
Passante: - Lei è proprio matto!
Rivenditore: - Forse l’abbecedario ha solo e soltanto di coteste pagine matte, dai mille millanta colori appunto non lucidi, sì ben ludici.
Passante: - Lei gioca con le parole, e con le frasi, senza farsi capire, senza dir niente, senza significare niente
Rivenditore: Forse l’abbecedario non è altro che un lunario, un enigmatico lunario labirintico, una summa sottratta al senno, le di cui pagine sian state scompaginate, in cui vi si possa trovar di tutto senza che niente si perda.
Passante: - In verità, pare proprio il contrario: non vi si trova niente, e si perde tutto.
Rivenditore: - Forse è perdendosi che ci si trova, non trova?
Passante: - Se ci si perde, come ritrovarsi? Parlare con Lei è proprio tempo perso.
Rivenditore: - Forse non si ha più tempo da perdere: nessuno ha più tempo da perdere. Così, per nulla. Per non aver che il nulla da fare, per non essere che un nulla facente. Così, per nulla. Per non aver che il nulla da dire, e nulla, nulla da dare.
Passante: - Le ho dato tutto il mio tempo. Ora non me ne resta più. Questo tempo non si ritroverà più.
Rivenditore: - E pure, se solo offrisse quattro soldi per cotesto abbecedario lunambolo, per cotesto lunario analfabetico, magari potrebbe venire a conoscenza del luogo dove ritrovare il tempo.
Passante: - Un luogo dove ritrovare il tempo?
Rivenditore: - Un luogo di ritrovo.
Passante: - Un luogo di ritrovo? Ma che dice?
Rivenditore: - Non è forse un luogo di ritrovo il luogo ideale della realtà oggidiana? Lei non cercherà certo un luogo reale per l’ideità!
Passante: - Ma di che parla? Lei non sa più nemmeno parlare.
Rivenditore: - Non si sa che dire per parlare, non si sa di che parlare per dire.
Passante: - Ormai sono senza parole.
Rivenditore: - Tutti si è senza parole: un sòno senza parole. Ecco, si sente una musica. Ecco, lo spettacolo del gran teatro sta per finire. Le ultime battute, questi colpi di gran cassa, ora. E la danza, ora. Ecco, il gran ballo, il ballo finale. Lo spettacolo è finito. Giusto in tempo per la fine del tempo. Per la fine dei tempi. Lo spettacolo sta per cominciare. Giusto in tempo per l’inizio del tempo. Per l’inizio dei tempi. Ecco, arrivano buone nuove! Nove lune, Signore, novissime! Nove novità, Signore? Non Le necessitano delle buone nuove?
Passante: - Buone nuove per l’anno nuovo? Finalmente un auspicio!
Rivenditore: - No, Signore.
Passante: - Come no? E allora a che le nuove? Non ci sono buone novelle? Eppure, la vita è bella, non è così?
Rivenditore: - Felicità! – disse Pinocchio. – Non è così?
Giovanni Campi - Teqnofobico