
L’iconografia di Dalì raggiunge nel 1929 quella che potremmo definire una fisionomia onirica, ove le immagini, ambientate in uno spazio metafisico, esplodono rivelandone le visioni spesso considerate “morbose”.
Breton, nell’Antologia dello humour nero, scrive: “Dalì non perde di vista che il dramma umano nasce e si esaspera soprattutto per la contraddizione tra necessità naturale e necessità logica, poiché queste due necessità riescono a fondersi soltanto a sprazzi …”.
Questa “regione” ove le due esigenze si “fondono”, come Narciso con la propria immagine riflessa, è il “meraviglioso” attraverso il quale la “necessità naturale” seduce la “necessità logica”.
Cosa trionfa dunque nelle opere di Dalì? Il sur-reale o ciò che lo fonda? La “sessualizzazione” degli oggetti o il “gioco” attraverso il quale la sessualità diviene fruibile? Il godimento o la seduzione?
Gli oggetti, le forme, i colori, ogni dettaglio mira a sedurre una necessità all’altra: “Potenza immanente della seduzione di sottrarre tutto alla sua verità, di rimetterlo in gioco nel gioco puro delle apparenze, e di far così fallire tutti i sistemi di senso e di potere…” Della seduzione, J. Baudrillard
Nel disfare l’evidenza attraverso la fluidità delle forme, nell’introduzione di elementi ammiccanti altro-oltre il “testo” che la tela rappresenta, Dalì materializza la ricerca della sensualità, con un messaggio/invito, intuibile senza bisogno di formulazioni logiche, di domande o di risposte: tutto passa attraverso lo sguardo mantenendo intatta la complicità del segreto.
Nulla nelle immagini ci “convince”, tutto ci destabilizza, rimandando a ciò che non si vede, tutto è duale, atemporale: è il gioco dei segni che attraverso l’improvvisazione artistica ci sorprende e ci conduce nel sogno, dove la licenza è permessa perché il confine è indistinto.
“Effetto prismatico della seduzione. Altro spazio di rifrazione. Essa consiste non nell’apparenza semplice, non nell’assenza pura, ma nell’eclissi di una presenza. La sua unica strategia consiste nell’esserci/nel non esserci, assicurando così una sorta di lampeggiamento intermittente, di dispositivo ipnotico che cristallizza l’attenzione al di là di ogni effetto di senso. Qui l’assenza seduce la presenza” J.B., op. cit.
Ciò che ci seduce non è mai dove crediamo di trovarlo, né dove desideriamo che sia, sempre oltre in una spirale che conduce alla morte, la grande seduttrice, il cui “nefasto”, casuale incontro ci spinge a fuggire e nella fuga a raggiungere il luogo in cui ci ha dato appuntamento …
Simile ad un profumo che ci attrae rimescolando desiderio e volontà o ad un sussurro che come un brivido solca la pelle ed illanguidisce lo sguardo, gli schizzi di colore su una tela, nel gioco ambiguo della seduzione, che nel dire la verità mente e nel mentire rimanda al vero, senza ipocrisia, senza vizio, né violenza, insignificante saturo di significati.
a.f.

Anche la parola scritta, come disegno di china, si plasma in forme e colori fondendo onirismo e surreale in magica esplosione sensuale … la difficoltà sta nel non varcare quella sottile linea di demarcazione tra il buon gusto e la delicatezza dell’arte seduttiva e la gratuita esposizione pornografica dell'espressione verbale, ahimé, già troppo spesso erroneamente etichettata e confusa con la produzione d'arte e poesia erotica.
Ed è ….
Inchiostro.
Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri
smussa le virgole ed accarezzami gli accenti
striscia sul corpo del mio testo
dàgli peso
penetra ogni parola
ogni verbo
bagnami la lingua della tua saliva
- nel leggermi piano
senza fretta -
scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio
e stropicciami ad ogni lettura
nelle ore di noia
mentre vieni nelle mie caverne
e sui miei capelli
ed alle mie labbra
offri ancòra nuovo inchiostro.
n.c.