
“..e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
e rimane lì a bagnarsi ancora un po'
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa”
Francesco De Gregori, 1973
in una strofa di questo brano De Gregori canta la prima delusione amorosa di un Cesare Pavese che, ancora diciassettenne, aspetta invano sotto la pioggia l'arrivo della sua Pucci.
Poi prenderà il tram, zuppo di pioggia e delusione ... ma questo, Alice, non lo sa.
In libreria in una di quelle visite in cui vorresti trovare mille argomenti per non andar via, tra gli scaffali, per caso, lo sguardo s’insinua nel foro circolare di una copertina bianca, dietro la quale un vecchio telefono a muro invita tacitamente nel passato: è un attimo, un tuffo, siete nell’Autoreverse.
Lato A
“Mi chiamo Angelo Cocchinone e sono di Casapulla, per poco.”
Una voce, la prima, ne percepisci subito la musicalità dell’accento: “napoletano di Caserta”.
Il linguaggio è semplice: frasi brevi, ironiche, incisive, miniature di paesaggi che si materializzano davanti agli occhi e capisci subito che sarà Angelo che ti condurrà sulla soglia del mistero, alla porta di quella stanza dove tutti vogliono pernottare, all’Hotel Roma, a Torino, dove Pavese volle lasciare alla reception il suo ultimo autografo.
Lato B
Una donna: Juliette, di Montepellier, al telefono dialoga con un uomo – François – un intreccio di voci, un’unica ossessione, trovare “… la voce di Pavese”.
Dall’intreccio di questi due Lati, approfonditi / alleggeriti dai cinque dialoghi dall’autore posti come “entracte”, non solo si ascolta/assiste alla ricostruzione di alcuni aspetti e momenti della vita dello scrittore e del destino delle sue opere nella lettura che di esse fanno magistralmente i personaggi, quanto del suo carattere, ove per carattere non intendiamo solo temperamento e stile, ma quel tratto unico che lo contraddistingue e che lo fa essere irrimediabilmente se stesso, ciò che Forlani chiama inequivocabilmente “la voce”, la “sua”.
I personaggi infatti non giocano soltanto il ruolo all’interno della propria storia, ma insieme interpretano Pavese nelle “figure” a lui più care, come quella dell’espatriato, in cerca di fortuna lontano dalle proprie origini e che trova solo in esse, amate e misconosciute, ricordi e legami. Così Angelo, annoiato dalla solitudine della grande città, che imparerà ad amare come “doppiamente casa … perché l’avrai deciso”, trova negli amici, migranti come lui, sfogo all’immenso desiderio di comunicare, attraverso il dialogo, la musica, il racconto, la complicità nel segreto, il calore dell’amore.
Una costante, l’amore, che attraversa come una lama l’intera vita di Pavese: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla” – una costante non trascurata neppure dal nostro autore, che per dare “calore” ad una voce dai più ricordata come: “sommessa, oserei dire persino monotona, senza toni alti. (…)” – con discrezione suggerisce immagini, dai colori e dalle sfumature diverse, per aiutarci a coglierne, ancora una volta, la vera, ricca ed intensa, irriducibile, tonalità.
“La questione chiave non è l’incontro con una donna, con l’amore, ma esserne degno”:
“E’ sparita ed era giusto. Che cosa ne avrei fatto tanto? […]. Se la più bella delle donne che mi passano accanto per la strada volesse me, me me solo, che cosa ne farei tanto? Io non so cosa sia questa maledizione che ho indosso. Questa domanda che non mi lascia adorare in pace più nulla e nessuno.”
In questo costante restituire la parola a Pavese l’autoreverse assolve in modo esemplare il proprio compito: non chiacchiere di salotti, non “pettegolezzi” sterili, ma ascolto, sguardo, su qualcosa che si delinea come inafferrabile e che nel suo volerlo essere e rimanere, viene rispettata fino in fondo.
Così l’autoreverse si conclude con la stessa immagine che ci rapì all’inizio e ci immerse nel “nastro”, un telefono, non ormai irrimediabilmente silente, ma una voce, un amore, la speranza, la vita, una possibilità di riscrivere le proprie origini, di salvarsi dall’oscurità della notte, nel racconto e grazie ad esso:
“La vera sfida in verità è stata un’altra – dirà François - ma in quel momento non ne ero consapevole. Mi sono salvato dalla notte che mi voleva assassino, per una serie di circostanze. Grazie ad una persona sola. Alle storie che una persona porta in sé.”
Con questa frase l’autore restituisce ancora una volta la parola al poeta … un passo indietro, non si può mai descrivere del tutto una voce, definire un’identità, risolvere un mistero, così come non si può farlo con un profumo, ci si può semplicemente inebriare.
Antonella Foderaro
[Sempre vieni dal mare]
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all'urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s'odiano più
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose -
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all'urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei più. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.
C. Pavese