Qualche giorno fa mi è stata rivolta una domanda sul rapporto esistente tra etica ed estetica e sulla possibilità o meno di riconoscere un qualche valore etico in un’opera d’arte astratta.
La bibliografia in merito è immensa ed avrei potuto consigliare al mio “curioso” interlocutore di andare in libreria a soddisfare la sua sete di conoscenza attingendo alla sicura fonte degli studi svolti dai giganti del settore nel corso dei secoli.
Poi mi son detta - non conoscendo l’età del mio interlocutore - che forse non sarebbe sopravvissuto all’indagine e, visto che la domanda era stata posta spontaneamente ai “filosofi per caso”, che avrei potuto azzardare una risposta propria da “filosofi per caso” (cioè consapevole di non dire nulla di originale ed autorevole in merito).
Ovviamente tutti sappiamo cosa sia l’etica, non tutti però ricordiamo che è stato Aristotele il primo ad introdurre nel linguaggio filosofico questo termine parlando appunto di una “ethike theoria”, volendo indicare con ciò quella parte della filosofia che studia la condotta dell’uomo (sia a livello personale – morale – che sociale –etica-), i fini cui esso tende ed i criteri in base ai quali ne vengono valutati i comportamenti:
“Ogni arte e ogni ricerca e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene: perciò a ragione il bene è stato definito: ciò a cui ogni cosa tende” (Etica Nicomachea).
Sorvolando qui sull’ottimistica visione aristotelica, vorrei che ci soffermassimo sulla sua concezione dell’arte che, dati i presupposti, non potrà prescindere dal concorrere al “bene”, inteso dallo stagirita, come felicità (eudaimonia).
L’arte, o le arti (dette “tecniche” secondo l’etimologia greca) rientrano nelle “scienze poietiche” o “produttive” ed Aristotele s’interrogherà sulla “natura” ed il “fine” del discorso “poetico”.
Per comprendere le conclusioni alle quali giungerà dobbiamo tener presente due concetti fondamentali: mimèsi e catarsi.
Riguardo alla prima – la mimèsi:
“ufficio del poeta non è di descrivere cose realmente accadute, bensì quali possono in date condizioni accadere: cioè cose le quali sono possibili secondo le leggi della verisimiglianza o della necessità. Infatti lo storico non differisce dal poeta perché l’uno scrive in versi e l’altro in prosa; la storia di Erodoto, per esempio, potrebbe benissimo esser messa in versi, e anche in versi non sarebbe meno storia di quel che sia senza versi: la vera differenza è questa, che lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è qualcosa di più filosofico e di più elevato della storia; la poesia tende più a rappresentare l’universale, la storia il particolare”. (Poetica, 9, 1451 a 36 –b 11)
Il poeta è tale non in quanto “versifica” (e ciò che vale per il poeta può dirsi anche del pittore/scrittore/musicista …) - ma in virtù della propria capacità mimetica e creatrice. Tale capacità non è misurabile dalla verità dell’oggetto rappresentato (verità che è dovere per la storia, possibilità e verisimiglianza per la poesia /arte), quanto da quel “quid” che lo rende universalmente valido:
“Il particolare si ha quando si dice, per esempio, che cosa fece Alcibiade e che cosa gli capitò.” (ivi)
Per cui la poesia è superiore alla storia, poiché quest’ultima resta ancorata al particolare, mentre la prima, seppure si limitasse a trattare lo stesso argomento, lo farebbe trasfigurandolo a tal punto da renderlo universale. Essa può introdurre al suo interno anche elementi irrazionali, impossibili, contraddittori, riuscendo a renderli verosimili.
La mimesi così intesa è dunque un concetto sintetico che non può risolversi nella mera “leggibilità” e “interpretabilità” storica, cronologica, cronachistica, naturalistica, realistica dell’evento rappresentato dall’artista, ma al contrario essa, pur trascendendo “il fatto” non se ne separa totalmente, mantenendosene in un certo senso aderente ed esprimendolo in forma e forme sempre nuove (non soggette all’usura del tempo), senza con ciò smarrire quella capacità che le permette di mantenere l’opera comunque fruibile, se non da tutti, almeno dai più, riuscendo ad elevare il particolare ad una sorta di “universale fantastico”.
Riguardo alla seconda - la catarsi:
“Tragedia (Aristotele tratta fondamentalmente della tragedia, per ovvi motivi) dunque è mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa, con una certa estensione; in un linguaggio abbellito da varie specie di abbellimenti, ma ciascuno a suo luogo nelle parti diverse; in forma drammatica e non narrativa; la quale mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare l’animo da siffatte passioni” (Poetica, 6, 1449 b 24-28)
La frase ha dato adito a diverse interpretazioni: purificazione dalle passioni; purificazioni delle passioni, i più arditi vi hanno letto un accenno al moderno “piacere estetico”.
Comunque si voglia leggere la catarsi aristotelica, rimane innegabile, che al di là del proposito “educativo” che l’artista possa e voglia più o meno consapevolmente prefiggersi, l’arte, in qualsiasi forma/e si esprima, è sempre capace di muovere l’animo e come tale ha sempre una ricaduta morale ed etica.
Banalizzando, ma non troppo: la visione del sole al mattino (fenomeno naturale ed "artistico"), ci fa indubbiamente gioire a livello personale e privato, ma ci permette di affrontare anche con maggiore positività le nostre attività e relazioni, così l’ascolto o la visione o la lettura di un’opera d’arte.
Inoltre che essa si serva di “pietà e terrore”, significa che possiede diversi linguaggi e che non è solo il “bello” (qualunque sia il canone storico cui fa riferimento) il proprium dell’arte, ma anche l’orribile, il brutto, il grottesco, l’irrazionale, ecc …
Nell’ambito della pittura, l’arte astratta, riesce con una sintesi “fantastica” ad esprime proprio questa catarsi, il muoversi e liberarsi dello spirito da ciò che lo mortifica, proprio attraverso geometrie di colori che si liberano dalle forme esprimendo, come in questo caso, la lotta tra spirito e materia:

Nell’Almanacco del Cavaliere azzurro Kandinskij scrive: Quando la forma non è espressione esterna di un contenuto interno, non si serve più lo spirito libero (il raggio bianco) ma la barriera pietrificata (la mano nera) […] I veli materiali che avvolgono lo spirito sono spesso talmente fitti che pochi in genere sono gli uomini in grado di scorgerlo in trasparenza […] Ci sono epoche intere che negano lo spirito perché gli occhi degli uomini non riescono a vederlo […] Nel XIX secolo e così anche oggi gli uomini rimangono accecati. Una mano nera si posa sui loro occhi. E’ la mano dell’odio. Chi odia cerca in tutti i modi di frenare il raggio bianco, l’evoluzione, l’elevazione. E questo è la negatività, il principio distruttore, è il male; la mano nera che uccide.”
Nell’astrattismo ogni punto è importante, non lo si può dunque sminuire considerandolo un movimento artistico di pura evasione, dunque disimpegnato, al contrario esso è custode di una saggezza filosofica sottile a tal punto da diventare trasparenza.
A proposito del punto geometrico Kandinskij scriverà: è “l’unico legame tra silenzio e parola”. “Oggi un punto può significare qualche volta nella pittura più di una figura umana. Una verticale messa insieme a un’ orizzontale produce un suono quasi drammatico. Il contatto dell’angolo acuto di un triangolo con un cerchio non ha minore effetto di quello del dito di Dio con le dita di Adamo in Michelangelo”.

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Spero con ciò di non aver tediato troppo il mio interlocutore, ma di averlo “mosso” alla più vicina libreria ove troverà “spalle di giganti” sulle quali salire per poter ampliare (e volendo) approfondire la parziale visione.
a.f.