


La cosa più strana di un essere umano è la sua esistenza H. Kudszus
Non riesco ad immaginare una vita senza domande di senso eppure mi accorgo che la maggior parte delle persone non se ne pone e prosegue beatamente la propria esistenza nella più supina ignoranza.
Chi sono, da dove vengo, che senso ha la mia vita?
Non c’è tempo per porsi simili interrogativi e seppure lo si avesse è meglio impiegarlo in qualcosa che dia risposte chiare e soddisfacenti, piuttosto che mettere in crisi la nostra ormai consolidata prospettiva esistenziale. L’uomo moderno è l’alpinista dei desideri, la sua unica domanda è la felicità e non accetta risposte che possano minimamente far vacillare l’equilibrio illusorio delle proprie sicurezze. Ma cosa sia questa tanto vagheggiata felicità è difficile definirlo in maniera univoca, forse sarebbe più saggio parlare di una ricerca o di un anelito costante verso ciò che riteniamo essere la nostra perfezione, la pienezza del nostro essere.
Come ci si può illudere oggi che la felicità consista in un benessere puramente materiale, che ci garantisca stabilità e sicurezza, quando tutto intorno a noi è evidentemente soggetto alla caducità?
Noi stessi siamo effimeri, destinati naturalmente alla morte, una breve parentesi temporale che rischia di passare totalmente inosservata. Ecco allora che abbiamo bisogno di continue dimostrazioni di riconoscimento ed amore, per poter mantenere sempre accesa in noi quell’aspirazione all’eternità di cui siamo inconsapevolmente imbastiti.
In verità la cosa più “strana” di un essere umano non è la propria fine, inevitabile, quanto la propria esistenza e la meraviglia che da sempre l’accompagna. Come si può rimanere sordi al generoso canto della vita? Come ignorarne l’unicità e la bellezza? Come atrofizzare il proprio sguardo nel torpore dell’indifferenza?
Se l’esistenza non è considerata nel suo mistero allora nessuna relazione interpersonale sarà autentica, ma solo il vano tentativo di sfamare uno stomaco che non conosce sazietà.
Nella brevità della vita è nascosto il segreto della sua bellezza, nella dedizione quello dell’amore e per quante parole si possano inventare ed usare per spiegare quanto abbia valore la persona, nulla sarà più eloquente dell’esemplarità del silenzio.
Forse è questo il tempo per fermarci sulla soglia della nostra finitezza e contemplare la notte che ci aspetta e sorridere e cantare quel raggio di sole che ancora ci scalda.
Antonella Foderaro
Braille
Da punto a punto ho sempre visto sabbia
che cade e giri la clessidra e torna
con l’ombra di un granello su un granello
fissa in un’eco infissa dentro un’eco
Oggi che ho gli occhi spenti e sento il vuoto
del tempo che rivendica il suo buio
mi so che è vita quando in eco d’ombra
risuona cosa a nome punto a punto
Patricia Panebianco
Quando il cuore inizia a morderle il petto Ester sa bene che si avvicina il pugnale.
Chi è già stato comprato non vede più del proprio prezzo e si tradisce covando ambizioni che prosciugano le orbite nell’insonnia del possesso.
Ester non ha mai venduto nessuno, neppure se stessa, varrà quanto un canestro di uova, un debito saldato o un attimo di gloria?
Lei sente solo la lama che affonda ma non è così forte da uccidere quell’ideale del quale ci si riempie bene la bocca e le tasche.
Si lascia colpire … alle spalle, davanti, non si nasconde, non fugge: vuol guardare la notte diventarle destino.
Nel buio della terra marcire come un piccolo seme caro a nessuno.
Che importa?
Chi saprà riconoscerla in fiore? Dimenticheranno il tocco e la voce, ma non il profumo fragrante del dono.
Ecco che cade, recisa, nel ventre della terra. Reclinando il capo alla carezza vide come un bagliore di luna sul lago, era la lama nel pugno … nessuno mai seppe di chi fosse la mano.
Antonella Foderaro
![Lorenzo_Mattotti[1]](http://files.splinder.com/e9d62c066adf074eb025fe1d50e1eb87_medium.jpg)
Sironi è indubbiamente una delle figure artistiche più complesse ed affascinanti del nostro Novecento, difficile quindi tracciarne una fisionomia senza correre il rischio di risultare approssimativi o parziali, tuttavia se De Chirico ha il merito di aver considerato, per primo, l’oggetto fuori dalla rete dei suoi rapporti logici, Mario Sironi ha inequivocabilmente quello di essersi fatto interprete di questa prospettiva rendendola accessibile anche a quanti non fossero imbevuti di cultura classica.
L’adesione al fascismo da parte dell’artista, ha condizionato moltissimo e negativamente il giudizio sulla sua pittura. Per Sironi, come ben si evince dai suoi scritti, e come avremo modo di vedere attraverso alcuni brevi cenni sulle sue opere, esso incarna il sogno di una rinascita dell’Italia e il desiderio di “andare verso il popolo”, quindi in campo espressivo, l’aspirazione ad un’arte che uscisse dai salotti per scendere nelle piazze ed essere per tutti.
“Le intuizioni profonde della vita congiunte l’una all’altra, parola per parola, secondo il loro nascere illogico, ci daranno le linee generali di una psicologia intuitiva della materia. Essa si rivelò al mio spirito dall’alto di un aeroplano. Guardando gli oggetti, da un nuovo punto di vista, non più di faccia o per di dietro, ma a picco, cioè di scorcio, io ho potuto spezzare le vecchie pastoie logiche e i fili a piombo della comprensione antica”. F.T. Marinetti, Manifesto della letteratura futurista (1912)

Guardare gli oggetti da un nuovo punto di vista significa non soltanto interpretare gli stessi in modo nuovo, ma renderli nuovi alla luce di quella esperienza: se essa è personale e solo in parte comunicabile, non lo sarà altrettanto la novità “oggettiva” delle cose condivisibile da chiunque ad esse si voglia approssimare. Lo sguardo disincantato di Sironi oltre a rendere oggi condivisibile il panorama storico-politico del suo tempo, offre l’originalità di questo sguardo a chi, suo contemporaneo, non poteva permettersi di sollevarlo oltre le mura grigie della periferia, rendendo “approssimabile” l’opera d’arte, coinvolgendo lo spettatore a tal punto da renderlo protagonista non tanto e non solo dell’architettura raffigurata, ma dell’evento storico nel suo darsi.
(…) “Non dimentichiamo inoltre che tutto è spettrale, misterioso e magico, per un cervello debole, un corpo rammollito, un occhio stanco o velato dalla nebbia. Questo primitivismo plagiario camuffa la pittura pura con della rancida letteratura, del nebuloso filosofume metafisico e delle sciocche pretese di trascendentalismo” M. Sironi, Manifesto futurista Contro tutti i ritorni in pittura (1920)
La metafisica (lett. dal greco ta metà ta fusikà, dopo le cose fisiche) di Mario Sironi rifugge il taglio trascendentale tipico dei due fratelli De Chirico ed è caratterizzata da una forte aderenza alla realtà che scaturisce da una vivida necessità d’immanenza e concretezza.
La scelta di temi urbani (paesaggio urbano 1920; paesaggio urbano con camion 1920; paesaggio urbano con aereo caduto 1920; sintesi di paesaggio urbano 1921; il molo 1921 -1922 etc..) in sintonia con la linea futurista e con l’ideale politico cui ingenuamente credeva, mostra il fallimento di queste utopie davanti ai disagi del dopoguerra: rare le presenze umane, solitario il percorso dei tram, monotono il profilo delle case, tutto è invaso da un senso di frustrante desolazione.
L'artista delle "periferie" registra il malessere provato dalla classe operaia, la miseria spirituale in cui il capitalismo ottocentesco relegava il lavoratore la cui “assenza” come soggetto visibile dei dipinti è così interpretabile come denuncia. Con sguardo sinottico tra antico e moderno Sironi pone le basi della rinascita di una pittura monumentale tesa a far scoprire il proprio tempo ed a far assumere consapevolezza alle forze popolari: un metafisico anarchico, si potrebbe azzardare, che promuove dell’ideologia imperante le sfumature proletarie.
L’osservazione della periferia si mescola in Sironi a reminescenze metafisiche e lo stesso Alberto Savinio riconobbe nelle carenze del panorama milanese una vocazione metafisica della città, tuttavia nell’attenzione verso le periferie metropolitane è riscontrabile non soltanto la spinta politica, sociale ed esistenziale dell’artista, ma anche la tensione alla costruzione di un linguaggio pittorico personale fatto di volumi più che di simboli.
Il manichino, protagonista dei panorami di De Chirico, diventa in Sironi l’ibrido tra l’artificiale e l’umano, il “fantoccio”. Esso non ha più l’occhio metafisico (elemento che ne trasformava - in De Chirico - l’inumanità nella super-umanità nietzschiana), ma rappresenta l’oggettiva proiezione della parte più banale e squallida dell’umanità, vittima e carnefice, non solo di se stessa.
Rielaborando immagini e consuetudini della guerra appena trascorsa (la frequentazione delle prostitute era premio ai soldati per l’impegno bellico), Sironi tratteggia ironicamente, anzi assembla tramite collage di ritagli di giornali - non casualmente ricuciti sulla venere/fantoccio - la leggerezza (inconsistenza) del ruolo della donna leggibile, come recitano i ritagli sul busto, quale “pastas alimenticias” e “PRODUCTOS ALIMENTICIOS”.
Sironi si avvale dunque nella sua creazione artistica di molti elementi propri al “discorso” metafisico, ma cogliendoli e “montandoli” con quell’originalità che solo lo sguardo futurista e la passione politica potevano conferirgli, dando delirante “volume” nelle sue tele e murales a quella miseria ed insensatezza umana destinati a rimanere il mistero di un enigma irriducibile a quegli spazi, che nell’ultimo Sironi, si fanno sempre più piccoli e densi, quasi a volerne contenere le furie, come in un otre il vento.
Antonella Foderaro

Ringrazio Giacomo Cerrai per la preziosa collaborazione nella scelta del testo poetico di Luciano Folgore.
Ulteriori approfondimenti in rete li trovate qui

“Scartando ora tutte le stupide definizioni e tutti i confusi verbalismi dei professori, io vi dichiaro che il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di inebriarsi di noi stessi. La facoltà di cambiare in vino l’acqua torbida della vita che ci avvolge ed attraversa. La facoltà di colorare il mondo coi colori specialissimi del nostro io mutevole”
F.T. Marinetti da Zang Tumb Tum - 1914
Cosa significa cambiare in vino l’acqua torbida della vita?
Molti “professori” del mestiere pensano che basti semplicemente fingere che l’acqua sia pulita e dunque berla immaginando che si tratti di vino.
Una finzione nella finzione il cui soggetto è incapace di inebriarci in quanto “acqua” e finanche di dissetarci perché di fatto essa è e rimane “torbida”.
Perché il “miracolo” avvenga è necessario che muti la sostanza, non più “acqua torbida”, bensì vino ed aggiungerei un ottimo vino, il migliore, tanto da spingerci a bere fino all’ebbrezza.
Ma come compiere questo miracolo? Di quale facoltà dobbiamo avvalerci per non essere semplici illusionisti, ma autentici poeti?
…“il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di inebriarsi di noi stessi …”
Il poeta non costruisce cattedrali, superbe architetture d’immagini e versi, nel deserto dei valori e nel piatto grigiore di un’esistenza che si trascina nel triste autocompiacimento della bellezza e ricercatezza delle proprie parole, egli più concretamente è un demiurgo, costruisce e ri-costruisce il reale attraverso la propria personalissima capacità lirica.
Tale capacità/facoltà è originalissima e mutevole proprio perché non ha sede nelle cose o circostanze esterne cui piuttosto si volge, bensì in quella zampillante unicità creativa che è l’ “io” poetico.
Chi possiede questo rarissimo dono, non può fare a meno di colorare il mondo con “i colori specialissimi” del proprio io mutevole. Un io che si evolve, non si fossilizza in regole e schemi sclerotici e sclerotizzanti, costantemente aperto a nuove sperimentazioni in cui la parola vive la stessa libertà del poeta.
La potenza dello “sguardo” lirico è tale da non rendere necessaria alcuna formula o gesto, in quanto è esso stesso gesto trasformante, modificando la sostanza delle cose affinché diventino ciò che dovrebbero essere. La parola allora può dirsi lirica se capace di operare questa metamorfosi dentro e fuori di sé.
L’acqua torbida della società consumistica, con il suo linguaggio fatto di spot e la sua realtà-mercato, invoca su di sé uno sguardo lirico, che non sia denuncia priva d’impegno, lotta senza ideale, grido incapace di diventare canto.
“Ci sono cose che solo la letteratura può dare” -direbbe Calvino – una di esse, in verità la prima è, appunto, la “leggerezza”, cioè quella capacità di essere allo stesso tempo, dentro e fuori la realtà, tanto dentro da sentirne il “peso” della responsabilità, abbastanza fuori da poterla restituire allo sguardo di tutti, più lieve (trasformandola dunque in vino).
A contatto con quest’acqua vorticosa che “avvolge ed attraversa” il poeta deve però prima di tutto riuscire a resistere, ecco allora che la sua visione per rimanere lirica e non morire vittima del processo di desertificazione del “nulla” che avanza e lo circonda, dovrà trasformarsi in una “psicofantaossessione”: un lirismo difensivo e creativo al tempo stesso, una lucidità delirante la bellezza, un gioco di scacchi psicologico dal cui esito finale dipenderà la realtà.
Simile ad un tappeto magico o un cavallo alato, la fantasia permette al poeta di levitare, consentendogli allo stesso tempo quell’equilibrio tra sogno e realtà indispensabile per traghettare in quest’ultima ciò che egli stesso avrà ritenuto irrinunciabile.
Le “Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès (aka Stefano Amorese) si leggono tutte d’un fiato – con leggerezza - come si beve un buon bicchiere, spinti dal desiderio d’inebriarsi e dall’ansia di sapere se a vincere sarà la vita.
L’ Incipit dell’opera introduce “qualcosa” che è più di un semplice testo, sembra quasi che l’autore ci fornisca di occhiali 3D tanto forte è l’impatto suscitato dal susseguirsi geniale e giocoso d’immagini vivide e veloci.
Il linguaggio spesso fumettistico risulta semplice e ricercato al tempo stesso, diventando a seconda delle tematiche ora sottile ed ironico sberleffo, ora pugno iconoclasta.
Nulla lascia indifferenti, ci si scopre – come per magia – protagonisti involontari delle psicofantaossessioni di un poeta metropolitano, che muove magistralmente la sua penna/bacchetta perché il coinvolgimento del pubblico sia totale.
La colonna sonora del film è un “jazz-rap” travolgente, non ci si accorge di starne seguendo il ritmo se non fosse per il tamburellare involontario delle dita sulla pagina e quella irresistibile voglia di rispondere ai versi con la nostra personale improvvisazione.
Antonella Foderaro
*Buona degustazione a tutti, si consiglia di bere rigorosamente seduti ed evitare di mettersi alla guida nelle prossime 48 h, prosit!
Incipit
Apro le porte della Mente
scavalco le fortezze del Nulla
supero i palinsesti del Programma
e do il segno d’Attacco
con una bacchetta magica e orchestrale,
vi batto come la maestrina tra le unghiette e la manina,
bombardo i bambini di birbe di bambagia,
di coriandoli di cartoon, i vecchietti di fumetti:
sguaino la scimitarra che scintilla d’Argentil,
spacco lo specchio lucidato dal Vetril
e non contento
per un mio moto ondoso in aumento
non mi sento più... più pervenuto
e mi spavento
se sulle alte perturbazioni
tu non mi turbi più, tu non mi sturbi
in una gamma di erezioni in sottocute
in una somma di creazioni incompiute
sulle linee filEtiche dallo slancio all’inerzia
- Ciak a Woozzeck
- A-AZIONE! - Giù lo -Sla-lom. Giù il -Go-lem
al di qua dell’INCIPIT fino all’Introitus
nel dulcis in... de profundis
- in vademecum di gomma in cellophane...
- per un surplus di Ogino-Knaus
- in memorandum di Onan...
- in “SEMEN FUNDEBAT IN TERRAM”!
Mi garantisco così da contaminazioni
veneree, da trombosi di corpi cavernosi:
nelle trincee delle cefalee
con le panacee mi sento ancora Arconte e Rodomonte,
priapeo e clitorideo
svilito virilmente come fosse adesso,
arcicontento e fesso, ermafrodito afrodisiaco:
non dico mai la Verità, in dettatura, se non sotto tortura,
perché il mio congiuntivo è congiuntivite,
il mio indicativo è un indizio auditivo,
è un congegno linguistico in uno... Yabadaba-duzzie
delle mie balbuzie,
che vi grido di buon grado e che ci credo!
... se accumulo la rabbia che non sbollo se non a bagno Maria,
in un Pater Noster, in qui tollis peccata mundi:
tra la claque di un applausometro,
tra il silenzio di un metronomo,
mi rifaccio lo spelling e il footing da un eccetera all’altro,
in recitazione sillabica labiale e nasale-palatale,
di autodidattica semantica, lesbico-lessico-sintattica,
nel Numero Passante da lassativo a lavativo,
da lassista a lesionista... lasciatemelo fare... ostinatamente
(so di scrivere male!): la Lingua mi sa un po’ di cognac.
Ancora mi sa di… Cabaret.
(da Psicofantaossessioni – Ed. LietoColle 2007)
Faraòn Meteosès (all’anagrafe Stefano Amorese, Roma 1965). I suoi esordi artistici (anni 80) lo vedono collaborare con diversi gruppi di poeti ed artisti dell’underground romano. Successivamente, porta la poesia in strada con le Letture allo scoperto. Con la Compagnia Parateatrale “Il Piede di porco” (come promotore, autore ed interprete) inscena Per ludum dicere (teatro di poesia) e successivamente Glifi apocrifi e geroglifici ipertrofici (composizioni a voci plurime). Nel 2000 pubblica una plaquette autoprodotta Samizdat e nel 2007, per i tipi di LietoColle la raccolta poetica Psicofantaossessioni e nel 2009 Ecolallaliche per Arduino Sacco editore. Al suo attivo, pubblicazioni su riviste e in Rete, interventi radiotelevisivi, partecipazioni a varie rassegne di poesia, collaborazioni per elaborati sinestetici. Suoi testi sono presenti in numerose antologie, fra le principali: “Concepts Storia” (Arpanet, 2007); “Quaderni di Lìnfera” (Progetto Cultura, 2008); “Pro/testo” (Fara editore, 2009). È inoltre coautore, col fotografo F. Buratta, de «Il dolce cammino…» (Liberodiscrivere, 2009).

Finché qualcosa è, non è quello che sarà stato. Quando qualcosa è passato, non si è più colui che l’ha vissuto. Si è però più vicini ad esso che ad altro. Sebbene il passato, quando era presente, non sia esistito, si impone ora, come se fosse esistito, nel modo in cui adesso si impone. Tuttavia finché qualcosa è, non è quello che sarà stato. Quando qualcosa è passato, non si è più colui che l’ha vissuto. Quando vi era ciò di cui ora diciamo che è stato, non abbiamo saputo che esso è. Ora diciamo che è stato così e così, sebbene allora, quando esso era, non sapessimo nulla di quello che ora diciamo che sia.
Nel passato che tutti insieme possediamo ci si può muovere come in un museo. Non si può percorrere il proprio passato. Di esso abbiamo soltanto ciò che esso stesso ci rivela. Anche se allora non diventa più chiaro di un sogno. Il passato sarebbe a suo modo tanto più presente, quanto più fossimo capaci di lasciarlo essere se stesso. Anche i sogni, noi li distruggiamo quando ci chiediamo il senso. Il sogno, proiettato nella luce di un altro linguaggio, si limita a rispondere alle nostre domande. Come il torturato, dice tutto quello che noi vogliamo, nulla di sé. Così il passato. (…)
Da dove vengono i sogni? Narrare ciò che fu è costruire la casa del sogno. Quanto hai sognato! Ora costruisci. In questa costruzione la volontà non conduce mai a qualcosa di desiderato. Si riceve. Si è pronti. (…)
Il paese fiorisce sotto il suolo. Oppure si deve dire: L’autunno passa la sua mano variopinta sul verde che ci è concesso in prestito. Poi viene la neve, gelosa custode. Fregi di neve su tutti i rami. La neve induce silenzio. Incornicia i singoli suoni. E così li trasmette. Come un’armatura sfavillante il lago s’acconcia al corpo dell’inverno.
Quelli che sopravvivono non sono quelli che noi siamo stati, ma quelli che noi siamo diventati dopo essere stati. Dopo la fine del passato il quale, per quanto passato, continua ad esistere. Ora nella storia passata vi è più passato o più presente?
Tratto dal I capito di “Una zampillante fontana”, Martin Walser, Ed. Sugarco
Questa breve ed intensa meditazione sul passato con la quale Martin Walser inizia Una zampillante fontana, il romanzo nel quale narra con straordinario lirismo la vita del piccolo Johann, tedesco di Wasserburg, incastonandola, come un diamante nel ferro, nella storia della Germania della II Guerra, ha una vis filosofica che merita di essere discussa, approfondita e, per quanto possibile, comparata con il diffuso “sentimento” della memoria che oggi più che mai necessiterebbe di essere ripensato.
“Finché qualcosa è, non è quello che sarà stato”: è il presente che esiste nutrendosi di futuro con la sua carica d’ imprevedibilità, di speranza, sogno e attesa. Ciò lo rende miope nell’immobilità propria di colui che tutta l’energia raccoglie nel silenzio che precederà il salto che deve compiere. Il presente è la prosa nel cui seno il futuro scrive versi, inventa nuove parole, per non invecchiare mai nella memoria.
“Quando qualcosa è passato non si è più colui che l’ha vissuto”: Il presente ha fatto il salto ed in questo saltare viene custodito il segreto del cambiamento personale. “Adesso” posso solo guardare indietro con una categoria nuova, misurare l’evento alla luce del mio “averlo vissuto” ed essere stato da esso attraversato, non sarò mai più quello di “un attimo prima”, ma il ricordo vivente di quell’attimo che la mia memoria custodirà solo nella misura in cui sarà necessario per me, “amabile” più dell’oblio.
Ecco allora perché - sebbene sia “passato” - si possa dire: “si è vicini più ad esso che ad altro”.
“Nel passato che tutti insieme possediamo ci si può muovere come in un museo”: questo passato comune o memoria collettiva è la storia, in essa ci muoviamo come in un museo dove – in teoria – tutto per tutti dovrebbe avere valore quantomeno archeologico se non politico-pedagogico, ma di fatto lo ha solo per pochi, spesso per nessuno. A questa memoria, intesa come storia, il singolo non si può sottrarre, essa è inesorabilmente eredità per tutti, con il suo carico di onore e disonore, un’eredità che neppure quanti hanno vissuto e condiviso in prima persona sarebbero però autenticamente in grado d’interrogare “Come il torturato, dice tutto quello che noi vogliamo, nulla di sé. Così il passato”.
Un passato messo “sotto tortura” evoca tuttavia l’immagine di un “colpevole” al quale si vuol fare confessare segreti e responsabilità nell’intento di fare comunque giustizia: ma si può fare realmente giustizia al passato?
Ci chiediamo se non sia proprio questo approccio a dover essere ripensato.
Doveroso, in questo contesto, quanto meno accennare al particolare o meglio “unico” legame che l’ebreo ha con il tempo e dunque con la storia.
Il tempo, come ben nota Abraham J. Hescel (Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno), non è concepibile come “immagine mobile di una eternità immobile”, ma come “eternità in azione”, con questa espressione il filosofo non vuole certamente riproporre una nuova quanto inaccettabile ed anacronistica forma di teodicea, ma quella complessa attitudine del “pensare ebraico” che consiste nel cogliere gli eventi del tempo attraverso l’ottica biblica, cioè come il frutto dell’attiva e fattiva interazione tra i due partners dell’alleanza: l’uomo e Dio.
Il quanto “eternità in azione” esso viene percepito come le “spalle” di Dio, espressione della sua estrema vicinanza e della sua totale diversità, come mistero che nella sua insondabilità comunque unisce, in quanto è l’unico elemento comune a tutti gli uomini poiché li rende “destinalmente” contemporanei, chiamati a condividere la storia. Una storia che non ha, come per il cristiano, “ospitato” una volta per sempre l’eternità (nell’incarnazione del Figlio di Dio), ma che nell’attesa del compimento, della redenzione, vive il “senso” dell’infinito e dunque non può trascurare i suoi propri segni. L’ebreo sente il peso del suo fare ed affrettare la venuta del Regno: il suo “fare memoria” della salvezza - tramite il culto e la festa - è un modo per rendere “attuale” quel “tempo redento” che è appunto l’eternità.
Ecco allora che possiamo capire il significato delle parole di W. Benjamin: “Nulla di ciò che si è verificato va perduto nella storia. Certo, solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato”. Tutto nella storia è frutto del dialogo e dei silenzi tra l’uomo e Dio, ma il senso ed il fine di ogni evento non sono ciò che preordina, guida e muta la storia, ma solo ciò che le sopravvive.
La storia dunque per il pensiero ebraico non è una progressione continua, ma come precisa A. Neher, una eterna improvvisazione (L’essenza del profetismo) e come tale è disseminata dai quei “forse” che ne caratterizzano la radicale “insicurezza”.
Questa avventura dell’esito incerto si gioca per l’ebreo non nell’ambito della teologia o della morale, ma appunto nella storia e l’uomo del “dopo Auschwitz e Hiroshima” si scopre al crocevia retro e prospettivo della sua avventura” (N. Wiener, Dio & Golem S.p.A. Un commento su alcuni punti in cui la cibernetica tocca la religione).
Memoria, azione ed aspettativa sono i tre modi di custodire e interpretare, costruire e anticipare il tempo, cioè di essere fedeli al proprio compito in seno all’Alleanza. Capiamo bene dunque che non solo teologicamente ma anche filosoficamente il “dimenticare” non ha lo stesso “peso” per un ebreo e per un cristiano. Dimenticare per un ebreo equivarrebbe a tradire la propria fede, rinunciare alla propria identità personale e comunitaria ed al ruolo unico che sente di aver ricevuto ed accolto all’interno della storia.
Con queste brevi premesse, certo non esaustive, ma quanto meno allusive ad un modo di pensare “totalmente altro” dal nostro, possiamo ora cercare nel rispetto delle diversità, d’interrogarci non certo sul valore ma sul senso e sulle possibili modalità per noi che non viviamo lo stesso legame con il tempo e con la storia, di questo “fare memoria” in relazione a quell’evento specifico “hourban” (catastrofe) oggi comunemente noto come “shoah” (tempesta, bufera, catastrofe).
“Il passato sarebbe a suo modo tanto più presente, quanto più fossimo capaci di lasciarlo essere se stesso”: perché allora celebrare il giorno della memoria? E soprattutto con quale fine?
In effetti “commemorando” noi non intendiamo rendere presente il passato ma, al contrario, interrogandoci su di esso vorremmo precisamente che non fosse mai più tale, vorremmo - piuttosto - che non fosse mai stato: “Non sarebbe mai dovuto succedere. (…) Non sarebbe mai dovuto succedere. Ad Auschwitz è successo qualcosa che noi tutti non siamo preparati a comprendere.” H. Harendt (intervista pubblicata in La lingua materna, a cura di A. Dal Lago).
“Noi abbiamo disperatamente bisogno, per l’avvenire, della storia vera di questo inferno costruito dai nazisti. Non solo perché questi fatti hanno cambiato e avvelenato l’aria che respiriamo, non solo perché essi popolano i nostri incubi e impregnano i nostri pensieri giorno e notte, ma anche perché sono diventati l’esperienza di base e la miseria costitutiva del nostro tempo. Solo a partire da questo fondamento, su cui poggia una nuova conoscenza dell’uomo, potranno riprendere slancio le nostre nuove prospettive, i nostri nuovi ricordi, le nostre nuove azioni. H. Harendt (L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo).
Nuove prospettive, nuovi ricordi, nuove azioni … direbbe Johann: “nuove frasi” …
“Una sottile speranza di riuscire a placare il sogno mettendolo per iscritto. O di attenuare la vergogna che il sogno suscitava in lui. Lui doveva mettere per iscritto il sogno. Doveva difendersi. Mettendo per iscritto il sogno, gli sembrava di fare qualcosa di proibito. Ma lo fece. Dovette farlo. Affidarsi davvero al linguaggio. Forse esso può qualcosa che tu noi puoi.
Avendo scritto il sogno, si rese conto che non era il sogno che aveva messo per iscritto, ma quello che lui riteneva esserne il significato. Di tutta la sovrabbondanza onirica non era rimasto nulla. Finché sognava, aveva compreso tutto; adesso, una volta risvegliatosi, non ne comprende che il significato. Aveva distrutto il sogno mettendolo per iscritto. Non si era affidato al linguaggio, ma aveva scritto quello che aveva voluto scrivere. Trascrivendo il sogno, aveva voluto strappargli la forza della vergogna. Si era proposto un obiettivo, invece di affidarsi. Bisognava perdere l’abitudine di porsi degli scopi. Consegnarsi alle frasi. Al linguaggio. E se lo immaginò così: traversare il mare su una zattera di frasi, anche se questa zattera non cessa di disgregarsi man mano che si costruisce e deve rigenerarsi senza fine con nuove frasi, se non si vuol naufragare.
Quando lui si mette a scrivere, ci deve già essere sulla carta ciò che desidera scrivere. Non dovrebbe fare altro che leggere quello che il linguaggio di per sé ha già vergato sulla carta. Il linguaggio, pensò Johann, è una zampillante fontana.”
Tratto dalla conclusione di “Una zampillante fontana”, M. Walser
Forse Johann ha qualcosa di straordinariamente importante da suggerire al nostro tempo, forse è il linguaggio – senza scopi –quella zattera che ci mantiene a galla sul mare imprevedibile della storia, restituendoci salva la verità dagli spietati naufragi umani di senso, a patto che sappiamo “rigenerarla senza fine con nuove frasi”…
Johann ha saputo custodire con sacrificio le incomprensibili parole insegnategli a sillabare dal padre finché non è stato in grado di comprenderne pienamente il senso e di restituirgli nuovo senso, forse in questo modo tutto suo di “fare memoria” possiamo ancora noi attingere - oggi - come da una zampillante fontana le modalità nuove con le quali non tradire la memoria e sperare nel futuro.
Antonella Foderaro
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A seguire un brano tratto da “L’ebreo errante” di Elie Wiesel, nel quale l’autore, si affida – come Johann – al linguaggio: la scrittura “non è altro che il desiderio inconfessato o cosciente di incidere alcune parole su una pietra tombale: alla memoria di una città scomparsa, di un’infanzia esiliata e di tutti coloro che ho amato e che se ne sono andati prima che abbia potuto dirglielo”.

Se è vero che il titolo custodisce sempre in parte il “segreto” di un’opera possiamo dire che RUMENI è uno squarcio aperto nel cuore di un popolo la cui storia di fatto non esiste - per noi - se non attraverso quegli “episodi” - “le storie” dei singoli appunto - che, per un motivo assolutamente casuale vengono ad intersecarsi inaspettatamente e con una frequenza sempre maggiore con la nostra vita, increspandone l’abituale fluire.
Se alla fine del romanzo di Anna Lamberti Bocconi, ci domandassimo “chi sono dunque i rumeni?”, la risposta sarebbe: Marja, Kostel, Stefan, Gigio … impossibile rispondere se non attraverso la mediazione vitale della persona che si fa voce graffiante all’interno di uno stereotipo che offende e difende al tempo stesso, come una logora e sporca veste che quanto meno nasconde l’inerme nudità.
Anna è l’unico personaggio comune a tutte le storie, è lei a viverle e raccontarle, ma più che un “io narrante”, potremmo definirla un “io dialogante”:
Ciò che più affascina in queste storie oltre ai fatti narrati spesso volutamente spinti al limite del paradosso, è il carisma straordinariamente empatico di questa donna “diversa” tra “diversi” che riesce a farsi mediante l’ironia, la rabbia, lo sdegno, la passione, la tenerezza, accoglienza laddove altrimenti ci sarebbe solo posto per la violenza o l’indifferenza.
Non è un romanzo “sociologico”, non lo è per la forma, lirica piuttosto che scientifica, né per la metodologia in quanto l’incontro ed il dialogo nascono “fuori scaletta” in modo inequivocabilmente non programmato e mai finalizzati ad esplicite indagini o approfondimenti; non è “politico” nel senso più deteriore del termine, cioè non è “schierato”, se non a favore di quell’umana carne carica di misteriosa ed indicibile bellezza, ma anche di miseria senza speranza, né attese di redenzione.
E’ un romanzo di storie, di persone che si scontrano e s’incontrano proprio nel momento in cui Anna riesce a guardarle ed a coglierle come tali anche se doppiamente nascoste dalla crudeltà anonima di una barzelletta, che barzelletta non è, e che racconta di Violeta, una prostituta distratta che perde con il tanga l’incasso di un’intera notte d’amore e poi muore perché non può pagarne il prezzo se non con la vita.
Esperienze che si confrontano, generando riflessioni che hanno la ruvidità e la forza della filosofia “de rua”, quella che nasce e cresce semplicemente dall’osservazione/ascolto in treno, alle fermate degli autobus, sui marciapiedi, nelle metropolitane:
I racconti sono brevi, dinamici, teatrali: i “rumeni” di Anna interpretano una parte all’interno del racconto, quella che il pubblico si aspetta, tanto per ridere e far ridere, come in un circo il pagliaccio che non deve, né può tradire il suo ruolo, dunque sono volgari e furbi, passionali e crudi, bugiardi e sinceri, violenti della violenza che li fa “rumeni” senza un nome, quel nome che Anna conosce e che ci restituisce autenticamente, in modo unico, nel titolo di ogni capitolo.
Conoscere il nome, per il pensiero ebraico, significa avere accesso all’identità della persona, a quel segreto che altrimenti rimarrebbe inaccessibile e che silenziosamente separa, estranea, impaurisce. Lo straniero è diverso già a cominciare dal nome, che non sappiamo scrivere e nemmeno correttamente pronunciare ed allora … Marja, Kostel, Stefan, Gigio, Violeta, Lilia, Tiberiu, Valentina, Mario, Gheorghe, Cesar, Madalina, Cristina, ….. , …. , ….
In attesa che ciascuno di noi possa personalmente continuare con altri “capitoli” questo romanzo umano fatto di storie, lasciamo che Anna ci racconti le sue attraverso i colori di una città, Milano, descritta così come viene vissuta: con dinamicità ed entusiasmo, carattere, vitalità e passione.
“Ciao, Anna!” (da Cristina)
***
Antonella Foderaro
Se la bellezza esteriore è già difficile da “definire” ed esprimere per la soggettività dei parametri con la quale viene comunemente “misurata”, cosa possiamo balbettare su quella dai contorni fluttuanti, spumeggianti come le onde del mare, che tracima dall’interiorità di una sensibilità magnetica come quella della Lentini?
Un mare calmo in superficie nasconde vortici impensati che ondeggiano come note su un pentagramma liquido tra i quali non sai mai cosa si nasconde, se la giocosa danza di una lattiginosa medusa o l’avida bocca di quella bianca signora che t’ingoierà rubandoti per sempre alla terra.
Esteriorità ed interiorità, razionalità e passione si fondono dando vita a linee sinuose e delicate ma anche decise, forti, in bianco e nero ed a colori, in un crescendo cromatico che imprime su tela ciò che la carne ed il sangue, la mente ed il cuore, esprimono qui senza bisogno di parole, in una visione che rimescola e fonde, come il colore, vita, pensiero ed arte.
Antonella Foderaro

Un artista può scegliere di guardare all'esterno o all'interno. Giovanna Lentini ha intrapreso da tempo la seconda strada, cosa che rende il commento dei suoi lavori arduo come l'interrogazione di una Sfinge. La raccolta "Variazioni", dai piccoli formati alle grandi realizzazioni, è da considerare un'opera nell'opera; ogni singolo tema veicola infatti la trasmutazione di un momento interiore in una proiezione pittorica secondo la logica alchemica del cercatore ferito. L'insieme delle Variazioni offre allora all'osservatore un indizio in più, quello del percorso. Se dovessimo cercare una parentela dal punto di vista formale, forse è alla famosa scuola di New York che bisognerebbe guardare, il primo autentico movimento americano che unì l'intensità dell'espressionismo tedesco con l'anti-figuratività delle altre scuole europee. Di quel momento troviamo anche i procedimenti per cancellazione, dai quali l'immagine esce scarnificata e de-localizzata, attraverso un minuto controllo dello spazio che è fitto, accurato ed invariante, non dipende dalla grandezza della tela. Ma questa è solo una parentela sintattica diremmo, ed è ancora all'alchimia che dobbiamo rivolgerci ed alle cose che Giovanna Lentini ama quotidianamente per trovare una chiave interiore. A esempio a quel Paul Klee il cui incessante dinamismo di forme e colori ha spesso fatto apparire gioiosa la sua arte, mentre lui stesso scriveva: "Quest'uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un'ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l'usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia" (P. Klee, Diari 1898-1918). Costringendo le Variazioni di Giovanna Lentini a mostrarsi sotto la luce di una narrazione storica, osserviamo che c'è un progressivo passaggio da una tenue, elegante emergenza di tratti neri e rossi su un fondo bianco sui grandi spazi della canapa ai più recenti rossi densi e concentrati, dove il fragile graffito è ormai diventato un'esplicita battaglia con quel singolare continuum di spazio-tempo e memorie che in pittura è la materia. Le Variazioni vanno dunque verso un innalzamento progressivo della temperatura interiore, un'apertura rischiosa e necessaria, il passaggio dall'opera al nero/bianco al sagredo della rivoluzione annunciata. E come ogni rivoluzione, non è senza vittime. Le Variazioni, costrette dunque a continuare all'infinito, svelano il loro lato oscuro ed esplosivo, proprio come L'angelo di Klee al di là delle apparenze si rivela l'angelo tragico della storia che osa guardare all'indietro.
L'angelo creativo di Giovanna Lentini svolge le sue Variazioni guardando in profondità all'origine del dolore.
Ignazio Licata
Giovanna Lentini (Marsala, 29 marzo 1962) ha conseguito la maturità classica dedicandosi all’approfondimento delle materie pedagogiche educative.
Dal 1999 si occupa di counseling espressivo ed arte terapia.
Espone dal 1998 opere di indirizzo espressionista astratto. Le sue opere sono state inserite in cataloghi d’arte nazionali ed alcuni dei suoi dipinti sono presenti in pinacoteche e collezioni private. La sua produzione pittorica è un “alfabeto dell’anima” che attraverso i segni decodifica le forze energiche della comunicatività.
Freud ha sviscerato l’inconscio universo per poter trasformare il dolore in felicità, in coscienza, in armonia dell’Io, ma il mistero di Dio e dell’Universo, il mistero dell’amore e del sesso, della vita e della morte, continuano a vivere in noi. Sono quelli che danno un senso alla nostra ESISTENZA.
Vive e dipinge a Marsala (Tp).
PRINCIPALI MOSTRE
1998
Incisioni “Opere del Corso di Calcografia”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA
1999
“Ricerca 1”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA
1999
XI° Premio “Città di Nova Milanese”
Milano
2000
XVI° Premio Nazionale di Pittura “Città di Civitella”
Arezzo
2001
Mostra Nazionale di Pittura Contemporanea “Santhià”
Vercelli
2002
Galleria d’arte 2000 “Sguardi sulla città”
Milano
2002
Collettiva d’arte Contemporanea “L’ibrido e l’arte”
ENTE MOSTRA DI PITTURA PETROSINO
2003
Vernissage “La scherma nell’arte”
Trapani
2003
Estemporanea di pittura “…I Mille Dipinti”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA
2003
Mostra personale “Un Linguaggio tra Elegia e Fluidità”
ENTE MOSTRA DI PITTURA “CITTA’ MARSALA”
2006
XVII° Premio Nazionale di Pittura città di Civitella
Arezzo
2006 “La donna nell’arte”
Palazzo Burgio Spanò – Marsala
2006
Agrigento arte
Mostra mercato Internazionale di Arte Contemporanea, II° Ed. Palacongressi di Agrigento
2006
Expo Arte Mediterraneo
Ente autonomo Fiere
Cosenza
2006
L’arte di amare l’arte
42 artisti a sostegno della Fondazione Città Italia
Castello Ursino
MEDIARTE 2007
Mostra mercato d’arte moderna e contemporanea
Palermo 23-25 marzo 2007
Fiera del Mediterraneo
CATANIA ARTE FIERA
Terza expo d’arte moderna e contemporanea
Le Ciminiere centro congressuale fieristico culturale
11-14 maggio 2007
MUSEO CIVICO D’ARTE CONTEMPORANEA DI GIBELLINA
12 maggio 2007
“La donna nell’arte”
MALTA INTERNATIONAL ART BIENNALE 2007
18 / 20 maggio 2007
ARTERIA 2007
Monzon – Spagna
IV Edizione - Aprile 2007
CONCORSO “I FIORI NELL’ARTE”
Premio “Originalità”
4-12/08/2007 – Livorno
“TROVARSI, 6 PERSONAGGI NEI LUOGHI DI PIRANDELLO”
MOSTRA PERSONALE di Giovanna Lentini
10 Settembre – 7 Ottobre Biblioteca Pirandello, via Imera
“GALLERIA LIBRERIA MAGIC BOOK”
Dal 30 agosto al 2 ottobre 2008
IV EDIZIONE AGRIGENTO ARTE 2008”
Mostra Internazionale d’arte contemporanea
3-4-5 Ottobre 2008

Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle …
Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.
Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.
Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.
Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.
Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.
Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.
Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri” (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).
Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.
Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …
Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….
Antonella Foderaro
Pro/Testo
Versi
a cura di Luca Ariano e Luca Paci
introduzione di Mimmo Cangiano
opere di
Luca Ariano – Marco Bini
Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi
Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco
Salvatore Della Capa – Chiara De Luca
Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi
Fabio Franzin – Marco Giovenale
Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès
Simone Molinaroli – Fabio Orecchini
Luca Paci – Massimo Palme
Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti
Alesssandro Seri – Tito Truglia
Dale Zaccaria
Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.
Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo
La cicala
S’io fossi una cicala
frinirei le mie note
nel bramir d’ali e foglie.
Scivolando s’una goccia
nello stagno delle vertebre abbandonate
brandirei pagliuzze dorate:
mozzando capi chini
di vergogne ossequianti,
sederéi mille battaglie
nel sangue dei codardi e dei potenti
per riconquistarti il mondo
nel silenzio del mio canto.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
ad I.
Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano
il terùn – ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi
– non sa di baci e strette di mano cose loro – .
Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit
in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount – studente fuori sede –
ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.
Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
– quella coi buchi che ti ricorda focolari –
e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d’uccello
è solo l’arrivederci d’un abbraccio.
(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)
Luca Ariano
*** *** *** ***
Per quel che mi è dato di sapere
può essere causa dei mali di qualcuno.
Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa
al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino
qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto
ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto
la carica della celere, sindacalista.
So solo che compare a metà del pomeriggio,
l’astio nello sguardo che riserva per la bionda
che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe
della tuta, che ancora si rivede quella volta,
infreddolita alla frontiera mentre sputa
via, richiudendo la lampo a un’uniforme.
Che si accarezza con la mano la permanente
vistosa, appena fatta, come quella di una signora.
Marco Bini
*** *** *** ***
La canzone delle primule rosse
In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dàlli alle fiamme
di questo stanco cammino.
Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell’animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.
Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganza e verità.
Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.
Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.
Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.
Carmine De Falco
*** *** *** ***
da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)
Viviamo giorni di pace.
Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi
***
Nei nostri letti stuprano donne senza volto
***
Il giusto massacra il colpevole.
Beve il sangue del figlio
***
Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.
Pezzo per pezzo.
Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.
Gli ricuce il volto per provarne pietà
***
I nostri figli hanno imparato a bere.
Hanno mosso i primi passi
noi guardavamo altrove.
Hanno appreso il sesso
dalle madri senza vita.
Ora li guardiamo
riempire la bocca di pietre
portare dentro la colpa del padre
***
A Giusy L.
Dentro di te cresce un ventre
di balena che ti nasconde.
Paghi i dolori del parto
di quando sei nata come non dovevi.
E sai del dolore delle bambole
di quelle facce escluse
del tuo redentore morto.
Il male è nel mondo
e ti è crollato addosso.
Salvatore Della Capa

L'altruismo e l'abnegazione fondano la stabilità di un rapporto.
Meretrix Baldraque

Una donna che promuove le proprie parti anatomiche: "volgare!"
Un uomo che le propone: "poeta ... grande poeta!"
Una vera donna sa di non poter "dare" la felicità, appena quella notorietà che da sempre la precede, l'accompagna e la segue.
Se il filosofare inteso come atto di ricerca continua potesse essere espresso attraverso la pittura, certamente Klee, per l’esuberanza della sua ricchissima e multiforme produzione artistica (circa 9000 opere), ne sarebbe singolare rappresentante.
L’infaticabile ricerca alimentata da una genuina sete di conoscenza si coniuga all’entusiasmo per la didattica e per la comunicazione intersoggettiva: non è sufficiente l’intuizione, bisogna anche renderla accessibile.
Questo sguardo “rivelativo”, sostenuto dall’umile consapevolezza del “non sapere”, è mosso dalla dynamis dionisiaca del daimon socratico: “Un modesto ed ignorante apprendista che impara da solo, un minuscolo io” - poche parole sufficienti ad introdurre opere immense.
“Quest’uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un’ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l’usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia” (P. Klee, Diari 1898-1918)
Questa visione d’incompiutezza “ontologica” propria della natura umana, sarà alla base della visione artistica kleeniana e lo condurrà alla maturazione della lettura del gesto artistico quale gesto “creativo” attraverso il quale l’uomo acquisirebbe una sorta di “seconda” ala per elevarsi dal ruolo di “spettatore” della propria “tragicommedia”.
Conoscere “la distanza” tra l’ “incapacità umana e la natura”, non significa misurare una lontananza, quasi che l’una fosse al di sopra dell’altra, bensì uno scarto interpretativo tra due nature create e creative, delle quali solo una – l’umana per l’appunto – si pone quale interprete dell’altra. L’artista guarda alla natura come fonte ispiratrice, ma non più per rappresentarne il visibile mediante una “mimesi” esteriore, ma per renderne visibile quell’intimo generare che è la garanzia della sua stessa continuità.
Potremmo dunque dire che l’idea di creazione assume qui il carattere proprio del gesto artistico in quanto strappa il mondo dalla sua chiusura e dalla sua immobilità di elemento immettendolo in quel dinamismo vivente della natura che ne consente il progressivo dischiudersi, senza eliminarne comunque il mistero.

Il rapporto con il reale, nella pittura di Klee, è sempre un rapporto creativo nel senso sopra inteso: “La creazione vive come genesi sotto la superficie visibile dell’opera. Volta al passato la vedono tutti gli intellettuali, volta all’avvenire soltanto chi sa creare” (P. Klee, ibidem)
Questa danza di colori, permeata ora di luce ora di ombre, vuole essere comunicativa di una visione del mondo accessibile pienamente solo a quanti da questa “musica” vogliono lasciarsi coinvolgere, partecipando alla sempre rinnovata creazione del mondo anche semplicemente attraverso la “scoperta” di “strade” maestre percorribili senza il pericolo di confondersi e disperdersi tra i mille rigagnoli di vie secondarie.
Creatore e creatura, artista e mondo, non sono certo la medesima cosa tuttavia possono essere comparabili. In tale processo di comparazione il “destinatario” dell’opera, nel contemplarla, ne diventa esso stesso “artefice”, garantendo così, nel tempo, quel rinnovarsi dell’evento artistico proprio dell’atto creativo.

Se le vie dell’uomo e quelle divine sono dunque diverse, tuttavia comune è il linguaggio, per cui attraverso la “parola” artistica, l’uomo può dare vita a nuovi mondi meravigliosi e fiabeschi, nei quali sperimentare quella bellezza antica e sempre nuova.
In circa 70 Paesi l'omosessualità è considerata un reato e, tra questi, almeno quattro: Iran, Sudan, Mauritania, Arabia Saudita, la puniscono con la pena di morte. In altri, le preferenze ed inclinazioni sessuali sono soggette a pene crudeli, disumane e degradanti.
Quando lo Stato ne "tollera" i diritti, è la comunità di appartenenza a emarginare quanti nutrono amore verso persone del loro stesso sesso.
L’essere omosessuali, maschi o femmine determina forse una maggiore o minore gradazione di umanità, quasi come si stesse parlando dell’azzurro che è più chiaro del blu e più scuro del celeste?
Non siamo forse tutti ugualmente diversi nella nostra inestimabile unicità ed omo-sessuali quando facciamo della nostra sessualità il canone per leggere gli avvenimenti, giudicare i sentimenti, comprendere la vita, non lasciando all’altro sesso libertà di espressione e riconoscimento?
I filosofi greci, umanisti per eccellenza, non si sarebbero posti neppure la domanda, in quanto l’omosessualità è sempre, che lo si condivida o meno, espressione della medesima natura umana e l’amore omosessuale, in quanto forma di amore autentico, ne è degna espressione.
Meretrix Baldraque


http://ilvignettificio.interfree.it
La politica è l'arte del raccogliere consensi anche per la stupidità.
Meretrix Baldraque