giovedì, 12 novembre 2009

Esercizio filosofico: la virtĂą della sinceritĂ  (tra pubblico e privato)

Qui di seguito le riflessioni dei nostri commentatori sul seguente  post: Rileggendole in questa nuova “posizione” - che spero dia a tutti la luce meritata - concorderete con me che hanno realizzato un vero e proprio esercizio filosofico.
Partendo, infatti, da una breve riflessione proposta dal Prof. Zampieri sulla sincerità vissuta sia sul piano pubblico che privato e che, come ben ricorderete, scaturiva da un fatto di cronaca qui volutamente non citato, gli intervenuti hanno diversamente sviluppato ed in alcuni caso sviscerato la tematica proposta con appassionata partecipazione e (come nel commento finale) con un pizzico di amara ironia.
Nel riproporli ne ho modificato parzialmente l’impostazione (per fedeltà ai contenuti potete fare riferimento agli originali in calce al post nello spazio predisposto ai “commenti”) al fine di permettere a qualunque lettore di confrontarsi con le affermazioni di tutti senza rimanere impigliato nel “botta e risposta” (che in alcuni casi è diretto e personale) e poter così liberamente riflettere e trarre le proprie conclusioni.
Grazie a tutti per questa esperienza che contraddice il luogo comune secondo il quale la “rete” ed il “virtuale” non sono spazi “reali” di confronto, relazione e crescita.
                                                              Antonella Foderaro
 
016HenriMatisseDance
 
Ritengo che non sia obbligatorio essere pubblicamente quello che siamo nei nostri fatti privati, nel senso che non è necessario ostentare quello che si è. Così come credo che sia la gente – il contesto – ad obbligare le persone a mostrarsi diverse da come sono, per la naturale tendenza di tutti a chiedere agli altri particolari della vita privata per permettere loro di essere quello che vogliono essere.
La sincerità e l’accettazione di sé non corrispondono necessariamente al “vomitare” se stessi sugli altri.
Mi spiego meglio: mettiamo che il signor X faccia l’avvocato e che sia bravissimo a farlo, ma che, per vivere, debba lavorare per uno studio di avvocati e mettiamo anche che il signor X abbia una vita sessuale disordinata ed alcuni vizi privati che non è obbligato a rendere pubblici, qualcuno potrà biasimare il signor X se mente sulla sua vita privata per non essere licenziato, visto che i suoi datori di lavoro gli chiedono di mostrare pubblicamente una facciata irreprensibile?
Riportando ciò sul piano politico, secondo me gli elettori (che sono i datori di lavoro del politico) non possono biasimare un bravo ed appassionato politico che mente per poter fare il suo lavoro, visto che gli chiedono cose che con la politica non hanno nulla a che vedere.
Altro caso è quello di chi, pessimo avvocato (o medico o politico), riesce ad ottenere un posto solo attraverso la costruzione di un’immagine falsa.
Credo che oggi sia questo il problema che la politica italiana sta affrontando e, comunque, mi chiedo se anche questa non sia responsabilità dei “datori di lavoro”, cioè di chi non è capace di apprezzare la preparazione e la competenza e guarda soltanto i fatti privati.             
                                                          Patricia Panebianco
 
Credo che tutti noi abbiamo il dovere dell’onestà. E’ un dovere che abbiamo prima di tutto con noi stessi, poi con le persone che amiamo.
Un personaggio pubblico deve essere trasparente.
Non ne faccio una questione di moralità, non m’interessa, ma ho il diritto di pretendere che chi fa politica non sia ricattabile perché, inevitabilmente, chi si trova in questa situazione subisce condizionamenti, i più disparati.
Non si tratta, però solo di politici, parlo di chi dice tutto il male possibile delle coppie di fatto, forte di una famiglia "benedetta", ma "disastrata". Non è mica facile essere onesti. E’ una grande fatica per tutti. C’è chi ci prova, c’è chi cade … ammettere, ammettere che siamo deboli, è già gran prova di onestà.
                                                   Stefania Crozzoletti
                                                                            
La sincerità? Ho conosciuto tante persone usare questa parola come una veste per vendere con successo merce avariata, ma anche buona. Più che di virtù perduta parlerei di virtù estinta, ma ci si arricchisce molto con le riproduzioni e i falsi d’autore.
                                                       Vittoria *Anonima*
                      
In linea generale sono d’accordo con quanto affermato dall’autore, perché la virtù dovrebbe sempre accompagnarsi all’impegno politico. Ma c’è anche una tradizione che scinde etica e politica e che afferma che il politico, per fare il suo mestiere, non deve essere integerrimo ma capace di fare delle cose giuste in un mondo tutto sbagliato.
Io ritengo che una persona che fa del sesso a pagamento non possa essere un buon politico. Non è una questione etica, a me non interessa, ma la “doppia” vita per quanto possa essere uno sfogo e per quanto frequentare sordidi ambienti possa avere anche una specie di fascino letterario, non sia addice a uomo pubblico.
Quest’ultimo ha una privacy ridotta.
So bene che sono tanti i politici e gli uomini pubblici che hanno una doppia vita senza che nessuno lo sappia … per questo il potere è qualcosa di orrendo.
Sincerità, onestà, limpidezza, sono virtù faticose, ma almeno le si guardi come ad un “dover essere” …
                                                        Giuseppe Barreca
 
“Le umane virtù” – Io parto sempre dal titolo perché penso sia la sintesi di una riflessione: “La nostra virtù perduta”.
Dividere la vita di un uomo in vizi e virtù sarebbe noioso e semplicistico per cui trascurerò quest’aspetto … quando divenne pubblica la storia delle macchine (escort) rimasi stupito non del fatto che un uomo ricco e potente andasse a letto con donne “disponibili”, ma dello scenario che si era costruito intorno a questa faccenda. Ora la cosa si ripete. I temi che emergono (e s’intrecciano) sono talmente tanti e vari (politici, etici, morali, religiosi, economici etc..) che in questo commento è impossibile affrontarli in modo approfondito, quindi cercherò di essere sintetico (come sempre).
Le considerazioni più “gettonate” sono:
1° un uomo politico deve saper amministrare bene la cosa pubblica quindi la sua vita privata non condiziona il suo operato ed il conseguente giudizio nei suoi confronti;
2° un uomo politico deve/non deve essere rispettato nella sua privacy;
3° un uomo politico deve avere una vita privata moralmente ineccepibile;
4° un uomo politico deve essere d’esempio a tutti i cittadini;
5° un uomo politico deve essere trasparente ed onesto
6° un uomo politico deve
La domanda che nasce spontanea è questa: davvero noi tutti crediamo che il moderno uomo politico (ed anche qualcuno del passato) possa esprimere le migliori virtù umane?
Ce ne illudiamo perché l’illusione culla molto di più della realtà.
Cos’è un politico? Un uomo o un’idea di uomo?
I meccanismi della politica sono chiari a tutti quindi è inutile stupirsi di qualcosa che sappiamo già. Tuttavia la riflessione ci richiama alla virtù perduta.
Faccio fatica a pensare ad una virtù perduta perché personalmente detesto le giustificazioni (anche se a volte sono un buon antidolorifico) e non mi piacciono le divisioni radicali. Quale virtù abbiamo perso veramente? Quella di credere in qualcosa che l’uomo fa fatica ad accettare (cioè di credere in valori che contrastano fortemente con l’essere dell’uomo) o quella di credere nel politico risolutore, messaggero di grandi ideali?
Mi viene in mente un famoso discorso di Robert Kennedy nel quale egli citò Eschilo: “Anche mentre dormiamo, il dolore che non riesce a dimenticare cade goccia a goccia sul nostro cuore fino a quando, pur nella nostra disperazione e persino contro la nostra volontà, la saggezza prevale attraverso la grazia di Dio”. La saggezza dell’uomo è anche la sua perdizione. Noi aspiriamo ad essere uomini, ma la nostra indole ci tira sempre per la giacchetta. I nostri tentativi sono encomiabili perché nonostante le carenze (verso un ideale di sicuro valore) lottiamo contro il nostro stesso essere – nel –mondo.
La virtù non è perduta perché è convivente con il vizio.
L’onestà si esprime con l’accettare le nostre debolezze e la consapevolezza che il potere è il soggiorno più comodo dell’uomo. Non è la virtù ad essersene andata, ma l’informazione che ci richiama alla dimenticanza. Quello che pensiamo aver perduto è solo un trucco dell’uomo moderno che maschera la sua inettitudine con morali mai gradite. Se vogliamo che le cose cambino dobbiamo impegnarci su due aspetti: sull’uomo e sulla gestione del potere.
Il potere è un miele pericoloso ma noi api lavoriamo operosamente per la sua produzione e regolamentazione.
Chi detiene un potere deve sapere che ciò che gli è dato è solo una concessione temporanea, uno strumento, un essere – per – la comunità (e non un essere-per-se stesso) al servizio del cittadino-uomo e non dell’uomo e basta.
Lavorare sull’uomo è molto più complicato, siamo un essere in costruzione con teorie e dottrine di grande spessore, ma con un agire pratico di facile squallore.
Per concludere ritorno sulla mia affermazione iniziale relativa allo “scenario” in cui tutto ciò ha avuto “luogo” e che avevo detto avermi stupito: penso che la figura del leader pubblicizzata a più non posso negli ultimi tempi sia la cosa più deleteria della politica. Un leader deve coordinare una rappresentanza (scelta dal popolo) e se dovesse commettere un errore, senza fare drammi si sostituisce con un altro membro della stessa rappresentanza.
Perché logiche misere devono stravolgere un pensiero così nobile come la politica? L’ipocrisia non risiede nell’errore umano, ma nell’esaltazione della figura del salvatore o dello sceriffo. L’uomo politico è la punta di una penna e noi, come l’inchiostro, ne regoliamo l’azione. Il politico non è il figlio di un dio venuto su questa terra per salvare le pecorelle smarrite, anche lui fa parte del gregge. Come scrisse Heidegger: “l’uomo è il pastore dell’essere”, dunque l’uomo deve cercare la strada smarrita dell’essere e non soffermarsi sulle sue amenità. Partendo dal suo essere - nel – mondo deve percorrere la retta via (sicuramente piena di ostacoli e di continue contraddizioni), ma con il suo carico d’iniquità deve viagiare verso nuovi lidi dove conciliare il suo lato oscuro (uomo/potere) con la sua forza inespressa (l’essere).
Se il politico moderno, sintesi dei mali dell’uomo, mi delude, l’Eschilo del passato mi rincuora perché questo significa che una speranza ancora alberga in questo piccolo pastore.
                                                   Francesco Colia 
 
I nostri politici ci rappresentano perché noi stessi li abbiamo eletti. E’ inutile accanirsi sul loro mal costume quando padri di famiglia violentano i propri figli o vanno con prostitute minorenni e le stesse madri mandano le proprie figlie a farlo … da dove cominciare a cambiare? Da ognuno di noi che ha comunque in un modo o nell’altro preso e continua a prendere parte alla condizione di questa società.
                                                   Marinella Morati
 
Perché il politico o anche il cittadino privato che ha una doppia vita fatta di eventi scabrosi non è sincero? La sincerità è la virtù più difficile e, credo, non solo perché richiede coerenza ma, a mio parere, soprattutto perché esige un esame su se stessi. Per essere sinceri con gli altri occorre esserlo prima di tutto con se stessi. Più la nostra colpa è vergognosa più questo non avviene. E' rarissima la disposizione d'animo capace di veder il peggio di sé e mostrarlo agli altri. I più non sono in grado neanche di ammetterlo a se stessi. Forse tutti, chi in massima chi in minima parte, siamo insinceri riguardo a noi stessi. Forse è veramente trasparente solo chi non niente o poco di cui doversi vergognare. Forse, anche se potrà sembrare banale, la saggezza (anche quella politica) sta nel ricordarsi di avere responsabilità in modo da stare lontani dagli eccessi e non avere nulla di grave di cui vergognarsi.                                                             
                                                   Donatella Quattrone           
 
Nell’affermazione che la vita privata degli altri appartiene di diritto al giudizio di noi tutti e nel rappresentare il noi tutti come un monolite o un gregge ordinato io non mi riconosco assolutamente. Affermare di essere sconcertato di fronte all'immoralità privata cosa significa? Che cosa è l’immoralità? Che cosa è morale? su quali basi si stabilisce ciò che è morale? in base all’educazione cattolica, all’ educazione liberal-borghese, a quella proletaria, a quella delle favelas o quella della propria esperienza personale? Il grande Spinoza affermava che l’immoralità in natura non esiste e che essa è semplicemente una convenzione sociale e aggiungerei una convenzione sociale confacente agli interessi delle classi dominanti. Si parla poi di coerenza di tutti noi tra quello che noi intimamente sentiamo di essere e la nostra vita pubblica. Certo questa coerenza sarebbe possibile se vivessimo in una società che considerasse la diversità come normalità, in cui l’eros potrebbe esprimersi in tutte le sue sfaccettature, in cui nessuno giudicasse l’intimità naturale dell’altro. In realtà viviamo in una società sessuofobica, repressiva, formalista in cui l’individuo non è una persona in carne ed ossa, ma un concetto omologato e omologabile dove la diversità è vista come un attacco al sistema. Come fa un ragazzino che si scopre omosessuale a esprimere pubblicamente la propria intimità? la cosa meno grave e più tenera che gli possa capitare è di essere deriso e sbeffeggiato dai suoi stessi coetanei. Tutti noi, nessuno escluso, in qualche modo viviamo la dicotomia tra il pubblico e il privato. Affermare poi che non è il fatto in sé che va riprovato (questo lo lasciamo fare ai bigotti) ma soffermandosi in seguito proprio su di esso e sottolineando che esso significhi vivere un’inconfessabile vita notturna di marginalità, di sesso estremo, di esagerazioni, non è contraddittorio? Si continua con la nostalgia di quella virtù che un tempo s’insegnava negli oratori … io ho passato la mia infanzia e adolescenza all’oratorio, sapeste che razza di virtù ho imparato … sorvoliamo … Senza questa famigerata virtù della sincerità noi saremmo costretti a vivere la dissociazione e l'incoerenza, la follia e la disperazione, forse non ci siamo accorti che tutti siamo già dissociati, incoerenti, folli e disperati.
                                                                  Cicerone 3
 
Proprio perché mi dedico al colloquio con gli altri so (per esperienza e non per teoria) quanta sofferenza noi tutti viviamo, quanta difficoltà incontriamo sulla strada della nostra identità, quanti pregiudizi, quante battaglie, ognuno di noi deve vincere e non mi sfugge certamente che la morale non è un valore assoluto, ma un percorso, una scelta.
Ciò che invece può sfuggire e che questo percorso non si fa da soli, che non siamo isole nell’oceano, che non siamo monoliti, monadi, cristalli e che non vale dunque il ragionamento che sostiene – argomento per altro molto in voga ai nostri tempi – che in fondo ognuno dovrebbe poter fare ciò che crede senza che gli altri lo debbano giudicare.
Questa che pare un’affermazione di libertà è invece la prima trappola in cui si cade quando la libertà cerchiamo di viverla proprio perché deriva dal precedente principio, quello stesso per cui ci illudiamo di essere soggetti isolati, autosufficienti e non ci rendiamo conto di essere invece le nostre relazioni, di essere “animali razionali dipendenti” e che alla luce di tutto questo dovremmo ripensare molte delle nostre scelte.
Ci apparirebbe allora che il nostro piacere può essere dolore, sofferenza, umiliazione altrui e che la nostra libertà è condivisa. Infine potremmo scoprire che la virtù che oggi manca e proprio quella che ci impedirebbe di nasconderci a noi stessi prima che agli altri: la sincerità. Guardarsi negli occhi, trovare il senso di un dialogo.
                                                             Stefano Zampieri
 
 
Quando ero ragazzino, reduce da grave anemia, mi dicevano che non potevo far nulla, che ero debole di Costituzione: non mi restavano che le fialette. Ma non si trattava di quella Costituzione nominata un giorno si ed uno no da chicchessia. Era la Mia costituzione. A 18 anni mio padre, buonanima, ci ha lasciato in eredità una escort. Era vecchiotta e non voleva saperne a tirarci su in nessun modo … ma le Ford lo sappiamo, a quei tempi erano dei veri carrettoni.... Ora tutti ad incazzarsi sulle escort e sulla costituzione tradita e vilipesa: ne so qualcosa anch'io, che le ho vissute male sin da giovane. E per questo, mi chiedo, uomo della strada quale sono: se andassi a Trans? Potrebbe diventare un'esperienza poetica ("Via del campo" è nata proprio così) o semplicemente deprimente. Molto dipende da come hai vissuto da piccolo e da cosa metti in gioco nella tua esistenza. In fondo la vita "è solo uno stato d'animo". 
                                                              *Anonimo* 
martedì, 10 novembre 2009

CaducitĂ  - Braille

 
 

 

La cosa più strana di un essere umano è la sua esistenza H. Kudszus

 

Non riesco ad immaginare una vita senza domande di senso eppure mi accorgo che la maggior parte delle persone non se ne pone e prosegue beatamente la propria esistenza nella più supina ignoranza.

Chi sono, da dove vengo, che senso ha la mia vita?

Non c’è tempo per porsi simili interrogativi e seppure lo si avesse è meglio impiegarlo in qualcosa che dia risposte chiare e soddisfacenti, piuttosto che mettere in crisi la nostra ormai consolidata prospettiva esistenziale. L’uomo moderno è l’alpinista dei desideri, la sua unica domanda è la felicità e non accetta risposte che possano minimamente far vacillare l’equilibrio illusorio delle proprie sicurezze. Ma cosa sia questa tanto vagheggiata felicità è difficile definirlo in maniera univoca, forse sarebbe più saggio parlare di una ricerca o di un anelito costante verso ciò che riteniamo essere la nostra perfezione, la pienezza del nostro essere.

Come ci si può illudere oggi che la felicità consista in un benessere puramente materiale, che ci garantisca stabilità e sicurezza, quando tutto intorno a noi è evidentemente soggetto alla caducità?

Noi stessi siamo effimeri, destinati naturalmente alla morte, una breve parentesi temporale che rischia di passare totalmente inosservata. Ecco allora che abbiamo bisogno di continue dimostrazioni di riconoscimento ed amore, per poter mantenere sempre accesa in noi quell’aspirazione all’eternità di cui siamo inconsapevolmente imbastiti.

In verità la cosa più “strana” di un essere umano non è la propria fine, inevitabile, quanto la propria esistenza e la meraviglia che da sempre l’accompagna. Come si può rimanere sordi al generoso canto della vita? Come ignorarne l’unicità e la bellezza? Come atrofizzare il proprio sguardo nel torpore dell’indifferenza?

Se l’esistenza non è considerata nel suo mistero allora nessuna relazione interpersonale sarà autentica, ma solo il vano tentativo di sfamare uno stomaco che non conosce sazietà.

Nella brevità della vita è nascosto il segreto della sua bellezza, nella dedizione quello dell’amore e per quante parole si possano inventare ed usare per spiegare quanto abbia valore la persona, nulla sarà più eloquente dell’esemplarità del silenzio.

Forse è questo il tempo per fermarci sulla soglia della nostra finitezza e contemplare la notte che ci aspetta e sorridere e cantare quel raggio di sole che ancora ci scalda.

Antonella Foderaro

 


Braille

Da punto a punto ho sempre visto sabbia

che cade e giri la clessidra e torna

con l’ombra di un granello su un granello

fissa in un’eco infissa dentro un’eco



Oggi che ho gli occhi spenti e sento il vuoto

del tempo che rivendica il suo buio

mi so che è vita quando in eco d’ombra

risuona cosa a nome punto a punto
 

Patricia Panebianco

giovedì, 22 ottobre 2009

Il pugnale, l'attimo prima

 


Quando il cuore inizia a morderle il petto Ester sa bene che si avvicina il pugnale.

Chi è già stato comprato non vede più del proprio prezzo e si tradisce covando ambizioni che prosciugano le orbite nell’insonnia del possesso.

Ester non ha mai venduto nessuno, neppure se stessa, varrà quanto un canestro di uova, un debito saldato o un attimo di gloria?

Lei sente solo la lama che affonda ma non è così forte da uccidere quell’ideale del quale ci si riempie bene la bocca e le tasche.

Si lascia colpire … alle spalle, davanti, non si nasconde, non fugge: vuol guardare la notte diventarle destino.

Nel buio della terra marcire come un piccolo seme caro a nessuno.

Che importa?

Chi saprà riconoscerla in fiore? Dimenticheranno il tocco e la voce, ma non il profumo fragrante del dono.

Ecco che cade, recisa, nel ventre della terra. Reclinando il capo alla carezza vide come un bagliore di luna sul lago, era la lama nel pugno … nessuno mai seppe di chi fosse la mano.

                                                                       
Antonella Foderaro

 
 
domenica, 11 ottobre 2009

Ascoltando la voce dell’altro

Lorenzo_Mattotti[1]
“Nella mia vita non c’è più nulla di illogico, se non i legami fra le cose che la costituiscono” (Pier Paolo Pasolini, Atti impuri)
L’esperienza nutre ed educa la logica o la prima deve piegarsi al suo rigore? E’ il mondo dell’ aut aut, ove non c’è spazio per la declinazione della differenza.
Bianco o nero, vero o falso, buono o cattivo, maschio o femmina: “aut aut” è la malattia mortale del pensiero (o sarebbe più corretto dire del pregiudizio?) occidentale che tutto vuole ridurre alla “perfezione” e compiutezza dell’uno, non solo sul piano logico, ma anche su quello pratico.
E se questa unità così perfetta non fosse semplicemente una sintesi di tesi ed antitesi, ma coesistenza di una differenza? Se fosse un et et in costante dialogo ed ascolto reciproco, una gemellarità congenita, cosa ne deriverebbe per NOI?
Il nostro “io” diventerebbe da singolare plurale e l’altro, il diverso, lo straniero non sarebbe più nemico, né ospite, ma prossimo, compagno (cum panem= colui con il quale condivido il pane).
Nella relazione dunque il mistero del compiersi di un’identità personale in costante divenire: l’altro è il “simile” che mi restituisce diversità permettendo alla mia identità (diamante grezzo) di farsi, di inverarsi.
Un equilibrio perfetto, un idillio d’amore, un’utopia realizzabile solo a livello logico …(?) sul piano dell’esperienza il più forte divorerebbe il più debole, il diverso verrebbe subito ridotto all’identico, in una sorta di fagocitosi ove la maggioranza ha per “diritto” i denti più forti ed il “dovere” di regolare il pensiero e l’agire di un’intera comunità.
Leggendo Pasolini ci si rende conto di quanto sia urgente oggi – tra le altre cose - ripensare il linguaggio perché se è vero che la parola è la “babele del pensiero” è pur vero anche che essa rappresenta ancora il modo più concreto per creare relazione.
Necessario allora impegnarsi nella riformulazione di questo linguaggio nuovo e comune in cui sia possibile coniugare la differenza come valore e non come colpa dalla quale redimersi e verso la quale l’unico atteggiamento possibile sia la tolleranza.
Non è più sufficiente parlare di razzismo (in tutte le sue declinazioni), gridare e piangere l’ingiustizia del sistema, poetizziamo piuttosto, “reinventiamo” il linguaggio, solo così rivoluzioneremo il sistema che abbiamo ereditato e che ci veste male, anzi che denuda le nostre deficienze.
Rimescoliamo i colori come fa un pittore ed educhiamo il nostro sguardo alle sfumature, sapremo poi coglierne la suggestiva bellezza anche quando esse ci appariranno vive e palpitanti nell’imprevedibilità dell’altro/simile.
“Egli, quella sera, era di una bellezza da potersi toccare come un oggetto: una luce dorata e minerale che splendeva nell’interno del suo corpo, accendendo più la sua carne molle e tiepida che i suoi occhi. Sotto la lampada elettrica e contro il biancore delle lenzuola, le sue pupille erano divenute più cupe, trascolorando l’azzurro in un indaco velato di rosa. E splendevano, avide…” (P.P.P. op. cit.)
Chi fa esperienza della luce non considera anormale l’oscurità, sa di appartenere tanto al giorno quanto alla notte … chi vive di albe e tramonti conosce l’inafferrabile danza del trascolorare dell’uno nell’altro: forse manchiamo di sguardo e parole, ecco perché tutto ingrigisce dentro la gabbia meschina e impersonale del pregiudizio.
“Se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo …” se, cioè, il tuo sguardo ti restituisce come corrotto ed insano ciò che di fatto non lo è, allora ciò che deve essere curato non ti è estraneo, ma familiare, ti appartiene, è il tuo stesso occhio. L’altro, lo straniero, il diverso misura la sanità del nostro sguardo personale e sociale: vergogna, emarginazione, discriminazione sono chiari sintomi della metastasi di un male da “cavare” prima che diventi mortale.
“Non ho il senso vero del rimorso, della colpa, della redenzione: ho solo un unico senso del destino, ma nel suo farsi precario e confuso. Non per nulla queste memorie mi invitano nelle ore più deserte, quando solo la mia lampadina è accesa in tutta la campagna.” (P.P.P. op. cit.)
Diventare ciò che siamo, questo è il solo destino che dovrebbe tutti accomunarci e ciò che siamo lo cogliamo nell’unicità del darsi del nostro essere insieme qui ed ora.
La politica per non ridursi a mero flatus vocis ed avere ancora senso e valore nella società contemporanea (individualista e consumista) dovrebbe avere la capacità di mediare il salto tra logica ed esperienza, tra teoria e prassi, costruendo spazi in cui l’ “iosiamo” possa avere luogo per non rimanere relegato –come un sogno - nell’utopico.
C’è chi ancora oggi muore vittima della propria diversità e chi per difenderla la riduce al soliloquio di una minoranza, espiandola come una “colpa” simile ai due protagonisti del romanzo gemellare di Pasolini (Atti impuri – Amado mio) e tuttavia riflettendoci ci accorgiamo che qualcosa è cambiato da allora e anche adesso continua a cambiare … impercettibile nel silenzio interrotto dal frastuono dei tuoni nella notte … come un dettaglio mai visto prima acceso da un lampo improvviso che illumina a giorno la stanza: seppure visibile solo per un attimo non potremo più negare di averne fatto esperienza.
L’indifferenza e non il nichilismo genera aborti: nasciamo morti destinati alla vita e di fronte alla sua infinita e meravigliosa sovrabbondanza disprezziamo tutti quei frutti dei quali non conosciamo il sapore figurarsi la radice.
                                                              Antonella Foderaro
    
                                                                                                                                                                                                             
A Rosari
 
Tu la ciera la ciar a pesa
tal sèil a ven di lus.
No sta sbassà i vuj, puòr zòvin,
se tal grin l'ombrena a è greva.

Rit, tu, zòvin lizèir,
sintìnt in tal to cuàrp
la ciera cialda e scura
e il fresc, clar sèil.

In miès da la puora Glisia
al è pens di peciàt il to scur
ma ta la to lus lizera
al rit il distìn di un pur.
 
A ROSARIO. Nella terra la carne è greve, nel cielo si fa di luce.  Non abbassare gli occhi, povero giovane, se nel grembo l’ombra pesa. 
Ridi tu, giovane leggero, sentendo nel tuo corpo la terra calda e scura e il fresco, chiaro cielo. 
In mezzo alla povera chiesa è pieno di peccato il tuo buio, ma nella tua luce leggera ride il destino di un puro. 
(da Suite furlana 1944-1949
 
                                                                P.P.Pasolini
 
In gemellaggio con citta Siamese
sabato, 26 settembre 2009

Mario Sironi: un “anarchico” metafisico?

post_sironi_foto1Sironi è indubbiamente una delle figure artistiche più complesse ed affascinanti del nostro Novecento, difficile quindi tracciarne una fisionomia senza correre il rischio di risultare approssimativi o parziali, tuttavia se De Chirico ha il merito di aver considerato, per primo, l’oggetto fuori dalla rete dei suoi rapporti logici, Mario Sironi ha inequivocabilmente quello di essersi fatto interprete di questa prospettiva rendendola accessibile anche a quanti non fossero imbevuti di cultura classica.

L’adesione al fascismo da parte dell’artista, ha condizionato moltissimo e negativamente il giudizio sulla sua pittura. Per Sironi, come ben si evince dai suoi scritti, e come avremo modo di vedere attraverso alcuni brevi cenni sulle sue opere, esso incarna il sogno di una rinascita dell’Italia e il desiderio di “andare verso il popolo”, quindi in campo espressivo, l’aspirazione ad un’arte che uscisse dai salotti per scendere nelle piazze ed essere per tutti.

 “Le intuizioni profonde della vita congiunte l’una all’altra, parola per parola, secondo il loro nascere illogico, ci daranno le linee generali di una psicologia intuitiva della materia. Essa si rivelò al mio spirito dall’alto di un aeroplano. Guardando gli oggetti, da un nuovo punto di vista, non più di faccia o per di dietro, ma a picco, cioè di scorcio, io ho potuto spezzare le vecchie pastoie logiche e i fili a piombo della comprensione antica”. F.T. Marinetti, Manifesto della letteratura futurista (1912)

post_sironi_foto2

Guardare gli oggetti da un nuovo punto di vista significa non soltanto interpretare gli stessi in modo nuovo, ma renderli nuovi alla luce di quella esperienza: se essa è personale e solo in parte comunicabile, non lo sarà altrettanto la novità “oggettiva” delle cose condivisibile da chiunque ad esse si voglia approssimare. Lo sguardo disincantato di Sironi oltre a rendere oggi condivisibile il panorama storico-politico del suo tempo, offre l’originalità di questo sguardo a chi, suo contemporaneo, non poteva permettersi di sollevarlo oltre le mura grigie della periferia, rendendo “approssimabile” l’opera d’arte, coinvolgendo lo spettatore a tal punto da renderlo protagonista non tanto e non solo dell’architettura raffigurata, ma dell’evento storico nel suo darsi.

(…) “Non dimentichiamo inoltre che tutto è spettrale, misterioso e magico, per un cervello debole, un corpo rammollito, un occhio stanco o velato dalla nebbia. Questo primitivismo plagiario camuffa la pittura pura con della rancida letteratura, del nebuloso filosofume metafisico e delle sciocche pretese di trascendentalismo” M. Sironi, Manifesto futurista Contro tutti i ritorni in pittura (1920)

La metafisica (lett. dal greco ta metà ta fusikà, dopo le cose fisiche) di Mario Sironi rifugge il taglio trascendentale tipico dei due fratelli De Chirico ed è caratterizzata da una forte aderenza alla realtà che scaturisce da una vivida necessità d’immanenza e concretezza.

La scelta di temi urbani (paesaggio urbano 1920; paesaggio urbano con camion 1920; paesaggio urbano con aereo caduto 1920; sintesi di paesaggio urbano 1921; il molo 1921 -1922 etc..) in sintonia con la linea futurista e con l’ideale politico cui ingenuamente credeva, mostra il fallimento di queste utopie davanti ai disagi del dopoguerra: rare le presenze umane, solitario il percorso dei tram, monotono il profilo delle case, tutto è invaso da un senso di frustrante desolazione.

L'artista delle "periferie" registra il malessere provato dalla classe operaia, la miseria spirituale in cui il capitalismo ottocentesco relegava il lavoratore la cui “assenza” come soggetto visibile dei dipinti è così interpretabile come denuncia. Con sguardo sinottico tra antico e moderno Sironi pone le basi della rinascita di una pittura monumentale tesa a far scoprire il proprio tempo ed a far assumere consapevolezza alle forze popolari: un metafisico anarchico, si potrebbe azzardare, che promuove dell’ideologia imperante le sfumature proletarie.

L’osservazione della periferia si mescola in Sironi a reminescenze metafisiche e lo stesso Alberto Savinio riconobbe nelle carenze del panorama milanese una vocazione metafisica della città, tuttavia nell’attenzione verso le periferie metropolitane è riscontrabile non soltanto la spinta politica, sociale ed esistenziale dell’artista, ma anche la tensione alla costruzione di un linguaggio pittorico personale fatto di volumi più che di simboli.

Futurista nell’ aspirazione, Sironi è indubitabilmente metafisico nell’ indole: sterile volerlo “ridurre” ad una definizione univoca come magistralmente sottolineato da Elisabetta Longari nel suo studio sul “Sironi metafisico” nell’omonimo testo edito dalla Silvana Ed.: “Futurista eccentrico, non poteva che trasformarsi in metafisico eterodosso. Anzi, spesso immette nello stesso testo pittorico una tale quantità di suggestioni rielaborate a modo suo che con un po’ di retorica si potrebbe affermare che Sironi è nel contempo unico e tanti pittori insieme”.

 

post_sironi_foto3Il manichino, protagonista dei panorami di De Chirico, diventa in Sironi l’ibrido tra l’artificiale e l’umano, il “fantoccio”. Esso non ha più l’occhio metafisico (elemento che ne trasformava - in De Chirico - l’inumanità nella super-umanità nietzschiana), ma rappresenta l’oggettiva proiezione della parte più banale e squallida dell’umanità, vittima e carnefice, non solo di se stessa.

Rielaborando immagini e consuetudini della guerra appena trascorsa (la frequentazione delle prostitute era premio ai soldati per l’impegno bellico), Sironi tratteggia ironicamente, anzi assembla tramite collage di ritagli di giornali - non casualmente ricuciti sulla venere/fantoccio - la leggerezza (inconsistenza) del ruolo della donna leggibile, come recitano i ritagli sul busto, quale “pastas alimenticias” e “PRODUCTOS ALIMENTICIOS”.

post_sironi_foto4Sironi si avvale dunque nella sua creazione artistica di molti elementi propri al “discorso” metafisico, ma cogliendoli e “montandoli” con quell’originalità che solo lo sguardo futurista e la passione politica potevano conferirgli, dando delirante “volume” nelle sue tele e murales a quella miseria ed insensatezza umana destinati a rimanere il mistero di un enigma irriducibile a quegli spazi, che nell’ultimo Sironi, si fanno sempre più piccoli e densi, quasi a volerne contenere le furie, come in un otre il vento.

Antonella Foderaro

 poesia_di_folgore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Ringrazio Giacomo Cerrai per la preziosa collaborazione nella scelta del testo poetico di Luciano Folgore.
Ulteriori approfondimenti in rete li trovate
qui

venerdì, 18 settembre 2009

Faraòn Meteosès : Psicofantaossesioni = Stefano Amorese : liriche anarchiche

psicofantaossessioni

 

“Scartando ora tutte le stupide definizioni e tutti i confusi verbalismi dei professori, io vi dichiaro che il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di inebriarsi di noi stessi. La facoltà di cambiare in vino l’acqua torbida della vita che ci avvolge ed attraversa. La facoltà di colorare il mondo coi colori specialissimi del nostro io mutevole”

F.T. Marinetti da Zang Tumb Tum - 1914

 

Cosa significa cambiare in vino l’acqua torbida della vita?

Molti “professori” del mestiere pensano che basti semplicemente fingere che l’acqua sia pulita e dunque berla immaginando che si tratti di vino.

Una finzione nella finzione il cui soggetto è incapace di inebriarci in quanto “acqua” e finanche di dissetarci perché di fatto essa è e rimane “torbida”.

Perché il “miracolo” avvenga è necessario che muti la sostanza, non più “acqua torbida”, bensì vino ed aggiungerei un ottimo vino, il migliore, tanto da spingerci a bere fino all’ebbrezza.

Ma come compiere questo miracolo? Di quale facoltà dobbiamo avvalerci per non essere semplici illusionisti, ma autentici poeti?

 

…“il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di inebriarsi di noi stessi …”

 

Il poeta non costruisce cattedrali, superbe architetture d’immagini e versi, nel deserto dei valori e nel piatto grigiore di un’esistenza che si trascina nel triste autocompiacimento della bellezza e ricercatezza delle proprie parole, egli più concretamente è un demiurgo, costruisce e ri-costruisce il reale attraverso la propria personalissima capacità lirica.

 

Tale capacità/facoltà è originalissima e mutevole proprio perché non ha sede nelle cose o circostanze esterne cui piuttosto si volge, bensì in quella zampillante unicità creativa che è l’ “io” poetico.

 

Chi possiede questo rarissimo dono, non può fare a meno di colorare il mondo con “i colori specialissimi” del proprio io mutevole. Un io che si evolve, non si fossilizza in regole e schemi sclerotici e sclerotizzanti, costantemente aperto a nuove sperimentazioni in cui la parola vive la stessa libertà del poeta.

 

La potenza dello “sguardo” lirico è tale da non rendere necessaria alcuna formula o gesto, in quanto è esso stesso gesto trasformante, modificando la sostanza delle cose affinché diventino ciò che dovrebbero essere. La parola allora può dirsi lirica se capace di operare questa metamorfosi dentro e fuori di sé.

 

L’acqua torbida della società consumistica, con il suo linguaggio fatto di spot e la sua realtà-mercato, invoca su di sé uno sguardo lirico, che non sia denuncia priva d’impegno, lotta senza ideale, grido incapace di diventare canto.

 

“Ci sono cose che solo la letteratura può dare” -direbbe Calvino – una di esse, in verità la prima è, appunto, la “leggerezza”, cioè quella capacità di essere allo stesso tempo, dentro e fuori la realtà, tanto dentro da sentirne il “peso” della responsabilità, abbastanza fuori da poterla restituire allo sguardo di tutti, più lieve (trasformandola dunque in vino).

 

A contatto con quest’acqua vorticosa che “avvolge ed attraversa” il poeta deve però prima di tutto riuscire a resistere, ecco allora che la sua visione per rimanere lirica e non morire vittima del processo di desertificazione del “nulla” che avanza e lo circonda, dovrà trasformarsi in una “psicofantaossessione”: un lirismo difensivo e creativo al tempo stesso, una lucidità delirante la bellezza, un gioco di scacchi psicologico dal cui esito finale dipenderà la realtà.

 

Simile ad un tappeto magico o un cavallo alato, la fantasia permette al poeta di levitare, consentendogli allo stesso tempo quell’equilibrio tra sogno e realtà indispensabile per traghettare in quest’ultima ciò che egli stesso avrà ritenuto irrinunciabile.

 

Le “Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès (aka Stefano Amorese) si leggono tutte d’un fiato – con leggerezza - come si beve un buon bicchiere, spinti dal desiderio d’inebriarsi e dall’ansia di sapere se a vincere sarà la vita.

 

L’ Incipit dell’opera introduce “qualcosa” che è più di un semplice testo, sembra quasi che l’autore ci fornisca di occhiali 3D tanto forte è l’impatto suscitato dal susseguirsi geniale e giocoso d’immagini vivide e veloci.

 

Il linguaggio spesso fumettistico risulta semplice e ricercato al tempo stesso, diventando a seconda delle tematiche ora sottile ed ironico sberleffo, ora pugno iconoclasta.

Nulla lascia indifferenti, ci si scopre – come per magia – protagonisti involontari delle psicofantaossessioni di un poeta metropolitano, che muove magistralmente la sua penna/bacchetta perché il coinvolgimento del pubblico sia totale.

 

La colonna sonora del film è un “jazz-rap” travolgente, non ci si accorge di starne seguendo il ritmo se non fosse per il tamburellare involontario delle dita sulla pagina e quella irresistibile voglia di rispondere ai versi con la nostra personale improvvisazione.

 

 

Antonella Foderaro

 

*Buona degustazione a tutti, si consiglia di bere rigorosamente seduti ed evitare di mettersi alla guida nelle prossime 48 h, prosit!

 

 

 

 

Incipit

 

Apro le porte della Mente

scavalco le fortezze del Nulla

supero i palinsesti del Programma

e do il segno d’Attacco

con una bacchetta magica e orchestrale,

vi batto come la maestrina tra le unghiette e la manina,

bombardo i bambini di birbe di bambagia,

di coriandoli di cartoon, i vecchietti di fumetti:

sguaino la scimitarra che scintilla d’Argentil,

spacco lo specchio lucidato dal Vetril

e non contento

per un mio moto ondoso in aumento

non mi sento più... più pervenuto

e mi spavento

se sulle alte perturbazioni

tu non mi turbi più, tu non mi sturbi

in una gamma di erezioni in sottocute

in una somma di creazioni incompiute

sulle linee filEtiche dallo slancio all’inerzia

- Ciak a Woozzeck

- A-AZIONE! - Giù lo -Sla-lom. Giù il -Go-lem

al di qua dell’INCIPIT fino all’Introitus

nel dulcis in... de profundis

- in vademecum di gomma in cellophane...

- per un surplus di Ogino-Knaus

- in memorandum di Onan...

- in “SEMEN FUNDEBAT IN TERRAM”!

Mi garantisco così da contaminazioni

veneree, da trombosi di corpi cavernosi:

nelle trincee delle cefalee

con le panacee mi sento ancora Arconte e Rodomonte,

priapeo e clitorideo

svilito virilmente come fosse adesso,

arcicontento e fesso, ermafrodito afrodisiaco:

non dico mai la Verità, in dettatura, se non sotto tortura,

perché il mio congiuntivo è congiuntivite,

il mio indicativo è un indizio auditivo,

è un congegno linguistico in uno... Yabadaba-duzzie

delle mie balbuzie,

che vi grido di buon grado e che ci credo!

... se accumulo la rabbia che non sbollo se non a bagno Maria,

in un Pater Noster, in qui tollis peccata mundi:

tra la claque di un applausometro,

tra il silenzio di un metronomo,

mi rifaccio lo spelling e il footing da un eccetera all’altro,

in recitazione sillabica labiale e nasale-palatale,

di autodidattica semantica, lesbico-lessico-sintattica,

nel Numero Passante da lassativo a lavativo,

da lassista a lesionista... lasciatemelo fare... ostinatamente

(so di scrivere male!): la Lingua mi sa un po’ di cognac.

Ancora mi sa di… Cabaret.

(da PsicofantaossessioniEd. LietoColle 2007)

 

Faraòn  Meteosès (all’anagrafe Stefano Amorese, Roma 1965). I suoi esordi artistici (anni 80) lo vedono collaborare con diversi gruppi di poeti ed artisti dell’underground romano. Successivamente, porta la poesia in strada con le Letture allo scoperto. Con la Compagnia Parateatrale “Il Piede di porco” (come promotore, autore ed interprete) inscena Per ludum dicere (teatro di poesia) e successivamente Glifi apocrifi e geroglifici ipertrofici (composizioni a voci plurime). Nel 2000 pubblica una plaquette autoprodotta Samizdat e nel 2007, per i tipi di LietoColle la raccolta poetica Psicofantaossessioni e nel 2009 Ecolallaliche per Arduino Sacco editore. Al suo attivo, pubblicazioni su riviste e in Rete, interventi radiotelevisivi, partecipazioni a varie rassegne di poesia, collaborazioni per elaborati sinestetici. Suoi testi sono presenti in numerose antologie, fra le principali: “Concepts Storia” (Arpanet, 2007); “Quaderni di Lìnfera” (Progetto Cultura, 2008); “Pro/testo” (Fara editore, 2009). È inoltre coautore, col fotografo F. Buratta, de «Il dolce cammino…» (Liberodiscrivere, 2009). 


mercoledì, 05 agosto 2009

La memoria come speranza

 Martin Walser - Una zampillante fontana

Finché qualcosa è, non è quello che sarà stato. Quando qualcosa è passato, non si è più colui che l’ha vissuto. Si è però più vicini ad esso che ad altro. Sebbene il passato, quando era presente, non sia esistito, si impone ora, come se fosse esistito, nel modo in cui adesso si impone. Tuttavia finché qualcosa è, non è quello che sarà stato. Quando qualcosa è passato, non si è più colui che l’ha vissuto. Quando vi era ciò di cui ora diciamo che è stato, non abbiamo saputo che esso è. Ora diciamo che è stato così e così, sebbene allora, quando esso era, non sapessimo nulla di quello che ora diciamo che sia.

Nel passato che tutti insieme possediamo ci si può muovere come in un museo. Non si può percorrere il proprio passato. Di esso abbiamo soltanto ciò che esso stesso ci rivela. Anche se allora non diventa più chiaro di un sogno. Il passato sarebbe a suo modo tanto più presente, quanto più fossimo capaci di lasciarlo essere se stesso. Anche i sogni, noi li distruggiamo quando ci chiediamo il senso. Il sogno, proiettato nella luce di un altro linguaggio, si limita a rispondere alle nostre domande. Come il torturato, dice tutto quello che noi vogliamo, nulla di sé. Così il passato. (…)

Da dove vengono i sogni? Narrare ciò che fu è costruire la casa del sogno. Quanto hai sognato! Ora costruisci. In questa costruzione la volontà non conduce mai a qualcosa di desiderato. Si riceve. Si è pronti. (…)

Il paese fiorisce sotto il suolo. Oppure si deve dire: L’autunno passa la sua mano variopinta sul verde che ci è concesso in prestito. Poi viene la neve, gelosa custode. Fregi di neve su tutti i rami. La neve induce silenzio. Incornicia i singoli suoni. E così li trasmette. Come un’armatura sfavillante il lago s’acconcia al corpo dell’inverno.

Quelli che sopravvivono non sono quelli che noi siamo stati, ma quelli che noi siamo diventati dopo essere stati. Dopo la fine del passato il quale, per quanto passato, continua ad esistere. Ora nella storia passata vi è più passato o più presente?

Tratto dal I capito di “Una zampillante fontana”, Martin Walser, Ed. Sugarco

 

Questa breve ed intensa meditazione sul passato con la quale Martin Walser inizia Una zampillante fontana, il romanzo nel quale narra con straordinario lirismo la vita del piccolo Johann, tedesco di Wasserburg, incastonandola, come un diamante nel ferro, nella storia della Germania della II Guerra, ha una vis filosofica che merita di essere discussa, approfondita e, per quanto possibile, comparata con il diffuso “sentimento” della memoria che oggi più che mai necessiterebbe di essere ripensato.

“Finché qualcosa è, non è quello che sarà stato”: è il presente che esiste nutrendosi di futuro con la sua carica d’ imprevedibilità, di speranza, sogno e attesa. Ciò lo rende miope nell’immobilità propria di colui che tutta l’energia raccoglie nel silenzio che precederà il salto che deve compiere. Il presente è la prosa nel cui seno il futuro scrive versi, inventa nuove parole, per non invecchiare mai nella memoria.

“Quando qualcosa è passato non si è più colui che l’ha vissuto”: Il presente ha fatto il salto ed in questo saltare viene custodito il segreto del cambiamento personale. “Adesso” posso solo guardare indietro con una categoria nuova, misurare l’evento alla luce del mio “averlo vissuto” ed essere stato da esso attraversato, non sarò mai più quello di “un attimo prima”, ma il ricordo vivente di quell’attimo che la mia memoria custodirà solo nella misura in cui sarà necessario per me, “amabile” più dell’oblio.

Ecco allora perché - sebbene sia “passato” -  si possa dire: “si è vicini più ad esso che ad altro”.

“Nel passato che tutti insieme possediamo ci si può muovere come in un museo”: questo passato comune o memoria collettiva è la storia, in essa ci muoviamo come in un museo dove – in teoria – tutto per tutti dovrebbe avere valore quantomeno archeologico se non politico-pedagogico, ma di fatto lo ha solo per pochi, spesso per nessuno. A questa memoria, intesa come storia, il singolo non si può sottrarre, essa è inesorabilmente eredità per tutti, con il suo carico di onore e disonore, un’eredità che neppure quanti hanno vissuto e condiviso in prima persona sarebbero però autenticamente in grado d’interrogare “Come il torturato, dice tutto quello che noi vogliamo, nulla di sé. Così il passato”.

Un passato messo “sotto tortura” evoca tuttavia l’immagine di un “colpevole” al quale si vuol fare confessare segreti e responsabilità nell’intento di fare comunque giustizia: ma si può fare realmente giustizia al passato?

Ci chiediamo se non sia proprio questo approccio a dover essere ripensato.

Doveroso, in questo contesto, quanto meno accennare al particolare o meglio “unico” legame che l’ebreo ha con il tempo e dunque con la storia.

Il tempo, come ben nota Abraham J. Hescel (Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno), non è concepibile come “immagine mobile di una eternità immobile”, ma come “eternità in azione”, con questa espressione il filosofo non vuole certamente riproporre una nuova quanto inaccettabile ed anacronistica forma di teodicea, ma quella complessa attitudine del “pensare ebraico” che consiste nel cogliere gli eventi del tempo attraverso l’ottica biblica, cioè come il frutto dell’attiva e fattiva interazione tra i due partners dell’alleanza: l’uomo e Dio.

Il quanto “eternità in azione” esso viene percepito come le “spalle” di Dio, espressione della sua estrema vicinanza e della sua totale diversità, come mistero che nella sua insondabilità comunque unisce, in quanto è l’unico elemento comune a tutti gli uomini poiché li rende “destinalmente” contemporanei, chiamati a condividere la storia. Una storia che non ha, come per il cristiano, “ospitato” una volta per sempre l’eternità (nell’incarnazione del Figlio di Dio), ma che nell’attesa del compimento, della redenzione, vive il “senso” dell’infinito e dunque non può trascurare i suoi propri segni. L’ebreo sente il peso del suo fare ed affrettare la venuta del Regno: il suo “fare memoria” della salvezza - tramite il culto e la festa - è un modo per rendere “attuale” quel “tempo redento” che è appunto l’eternità.

Ecco allora che possiamo capire il significato delle parole di W. Benjamin: “Nulla di ciò che si è verificato va perduto nella storia. Certo, solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato”. Tutto nella storia è frutto del dialogo e dei silenzi tra l’uomo e Dio, ma il senso ed il fine di ogni evento non sono ciò che preordina, guida e muta la storia, ma solo ciò che le sopravvive.

La storia dunque per il pensiero ebraico non è una progressione continua, ma come precisa A. Neher, una eterna improvvisazione (L’essenza del profetismo) e come tale è disseminata dai quei “forse” che ne caratterizzano la radicale “insicurezza”.

Questa avventura dell’esito incerto si gioca per l’ebreo non nell’ambito della teologia o della morale, ma appunto nella storia e l’uomo del “dopo Auschwitz e Hiroshima” si scopre al crocevia retro e prospettivo della sua avventura” (N. Wiener, Dio & Golem S.p.A. Un commento su alcuni punti in cui la cibernetica tocca la religione).

Memoria, azione ed aspettativa sono i tre modi di custodire e interpretare, costruire e anticipare il tempo, cioè di essere fedeli al proprio compito in seno all’Alleanza. Capiamo bene dunque che non solo teologicamente ma anche filosoficamente il “dimenticare” non ha lo stesso “peso” per un ebreo e per un cristiano. Dimenticare per un ebreo equivarrebbe a tradire la propria fede, rinunciare alla propria identità personale e comunitaria ed al ruolo unico che sente di aver ricevuto ed accolto all’interno della storia.

Con queste brevi premesse, certo non esaustive, ma quanto meno allusive ad un modo di pensare “totalmente altro” dal nostro, possiamo ora cercare nel rispetto delle diversità, d’interrogarci non certo sul valore ma sul senso e sulle possibili modalità per noi che non viviamo lo stesso legame con il tempo e con la storia, di questo “fare memoria” in relazione a quell’evento specifico “hourban” (catastrofe) oggi comunemente noto come “shoah” (tempesta, bufera, catastrofe).

“Il passato sarebbe a suo modo tanto più presente, quanto più fossimo capaci di lasciarlo essere se stesso”: perché allora celebrare il giorno della memoria? E soprattutto con quale fine?

In effetti “commemorando” noi non intendiamo rendere presente il passato ma, al contrario, interrogandoci su di esso vorremmo precisamente che non fosse mai più tale, vorremmo - piuttosto - che non fosse mai stato: “Non sarebbe mai dovuto succedere. (…) Non sarebbe mai dovuto succedere. Ad Auschwitz è successo qualcosa che noi tutti non siamo preparati a comprendere.” H. Harendt (intervista pubblicata in La lingua materna, a cura di A. Dal Lago).

“Noi abbiamo disperatamente bisogno, per l’avvenire, della storia vera di questo inferno costruito dai nazisti. Non solo perché questi fatti hanno cambiato e avvelenato l’aria che respiriamo, non solo perché essi popolano i nostri incubi e impregnano i nostri pensieri giorno e notte, ma anche perché sono diventati l’esperienza di base e la miseria costitutiva del nostro tempo. Solo a partire da questo fondamento, su cui poggia una nuova conoscenza dell’uomo, potranno riprendere slancio le nostre nuove prospettive, i nostri nuovi ricordi, le nostre nuove azioni. H. Harendt (L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo).

Nuove prospettive, nuovi ricordi, nuove azioni … direbbe Johann: “nuove frasi” …

“Una sottile speranza di riuscire a placare il sogno mettendolo per iscritto. O di attenuare la vergogna che il sogno suscitava in lui. Lui doveva mettere per iscritto il sogno. Doveva difendersi. Mettendo per iscritto il sogno, gli sembrava di fare qualcosa di proibito. Ma lo fece. Dovette farlo. Affidarsi davvero al linguaggio. Forse esso può qualcosa che tu noi puoi.

Avendo scritto il sogno, si rese conto che non era il sogno che aveva messo per iscritto, ma quello che lui riteneva esserne il significato. Di tutta la sovrabbondanza onirica non era rimasto nulla. Finché sognava, aveva compreso tutto; adesso, una volta risvegliatosi, non ne comprende che il significato. Aveva distrutto il sogno mettendolo per iscritto. Non si era affidato al linguaggio, ma aveva scritto quello che aveva voluto scrivere. Trascrivendo il sogno, aveva voluto strappargli la forza della vergogna. Si era proposto un obiettivo, invece di affidarsi. Bisognava perdere l’abitudine di porsi degli scopi. Consegnarsi alle frasi. Al linguaggio. E se lo immaginò così: traversare il mare su una zattera di frasi, anche se questa zattera non cessa di disgregarsi man mano che si costruisce e deve rigenerarsi senza fine con nuove frasi, se non si vuol naufragare.

Quando lui si mette a scrivere, ci deve già essere sulla carta ciò che desidera scrivere. Non dovrebbe fare altro che leggere quello che il linguaggio di per sé ha già vergato sulla carta. Il linguaggio, pensò Johann, è una zampillante fontana.”                

Tratto dalla conclusione di “Una zampillante fontana”, M. Walser

 

Forse Johann ha qualcosa di straordinariamente importante da suggerire al nostro tempo, forse è il linguaggio – senza scopi –quella zattera che ci mantiene a galla sul mare imprevedibile della storia, restituendoci salva la verità dagli spietati naufragi umani di senso, a patto che sappiamo “rigenerarla senza fine con nuove frasi”…

Johann ha saputo custodire con sacrificio le incomprensibili parole insegnategli a sillabare dal padre finché non è stato in grado di comprenderne pienamente il senso e di restituirgli nuovo senso, forse in questo modo tutto suo di “fare memoria” possiamo ancora noi attingere - oggi - come da una zampillante fontana le modalità nuove con le quali non tradire la memoria e sperare nel futuro.

 

Antonella Foderaro

 

____________________________

 

A seguire un brano tratto da “L’ebreo errante” di Elie Wiesel, nel quale l’autore, si affida – come Johann – al linguaggio: la scrittura “non è altro che il desiderio inconfessato o cosciente di incidere alcune parole su una pietra tombale: alla memoria di una città scomparsa, di un’infanzia esiliata e di tutti coloro che ho amato e che se ne sono andati prima che abbia potuto dirglielo”.

martedì, 14 luglio 2009

RUMENI - Romanzo di storie (Ed. Stampa alternativa)

rumeni

Se è vero che il titolo custodisce sempre in parte il “segreto” di un’opera possiamo dire che RUMENI è uno squarcio aperto nel cuore di un popolo la cui storia di fatto non esiste - per noi - se non attraverso quegli “episodi” - “le storie” dei singoli appunto - che, per un motivo assolutamente casuale vengono ad intersecarsi inaspettatamente e con una frequenza sempre maggiore con la nostra vita, increspandone l’abituale fluire.

Se alla fine del romanzo di Anna Lamberti Bocconi, ci domandassimo “chi sono dunque i rumeni?”, la risposta sarebbe: Marja, Kostel, Stefan, Gigio … impossibile rispondere se non attraverso la mediazione vitale della persona che si fa voce graffiante all’interno di uno stereotipo che offende e difende al tempo stesso, come una logora e sporca veste che quanto meno nasconde l’inerme nudità.
Anna è l’unico personaggio comune a tutte le storie, è lei a viverle e raccontarle, ma più che un “io narrante”, potremmo definirla un “io dialogante”:

“Era una zingaraccia sui trent’anni, scura, che mi disse “Ciao” di slancio in mezzo alle macchine; subito, però pronta a ricadere anche con me nella solfa lamentosa dell’elemosina. Ma io in contropiede giocai al rilancio: “Ehi ti ricordi di me?!”. (da Marja)

Ciò che più affascina in queste storie oltre ai fatti narrati spesso volutamente spinti al limite del paradosso, è il carisma straordinariamente empatico di questa donna “diversa” tra “diversi” che riesce a farsi mediante l’ironia, la rabbia, lo sdegno, la passione, la tenerezza, accoglienza laddove altrimenti ci sarebbe solo posto per la violenza o l’indifferenza.

Non è un romanzo “sociologico”, non lo è per la forma, lirica piuttosto che scientifica, né per la metodologia in quanto l’incontro ed il dialogo nascono “fuori scaletta” in modo inequivocabilmente non programmato e mai finalizzati ad esplicite indagini o approfondimenti; non è “politico” nel senso più deteriore del termine, cioè non è “schierato”, se non a favore di quell’umana carne carica di misteriosa ed indicibile bellezza, ma anche di miseria senza speranza, né attese di redenzione.

E’ un romanzo di storie, di persone che si scontrano e s’incontrano proprio nel momento in cui Anna riesce a guardarle ed a coglierle come tali anche se doppiamente nascoste dalla crudeltà anonima di una barzelletta, che barzelletta non è, e che racconta di Violeta, una prostituta distratta che perde con il tanga l’incasso di un’intera notte d’amore e poi muore perché non può pagarne il prezzo se non con la vita.

Esperienze che si confrontano, generando riflessioni che hanno la ruvidità e la forza della filosofia “de rua”, quella che nasce e cresce semplicemente dall’osservazione/ascolto in treno, alle fermate degli autobus, sui marciapiedi, nelle metropolitane:

“Si dice che il rumeno sia una lingua neolatina, simile all’italiano. In effetti tutti i rumeni che ho conosciuto il mio idioma lo parlano molto bene, imparato da soli, per la strada. Io invece del rumeno non capisco niente, neanche una parola. Il mio orecchio non ci trova nulla di familiare. Ma poi che me ne importa della lingua rumena? Io non devo fare niente di quello che fanno loro, non devo portare la mia giovane persona fuori dai confini, non devo andare a servizio né rubare, non devo usare abilità per sollevarmi dal suolo, dal fondo delle galere intese come grandi navi di schiavi rematori. Non sono una prostituta, un ragazzo di vita, una cameriera, una bambinaia. Non accompagno i vecchi, gli infermi, non faccio scattare il coltello con lo stesso clack con cui richiudo il telefonino. Non mando soldi a casa. Non sono un muratore, un violinista mendicante, non ho un padrone che mi brucerà vivo com’è successo tempo fa ad un operaio che chiedeva di essere messo in regola e l’imprenditore gli ha buttato la benzina. Del rumeno non me ne importa, non mi serve, sto bene con il mio italiano imparato in culla, a quei tempi lontanissimi in cui faceva effetto anche solo vedere un nero, e qualunque straniero era esotico, anzi a scuola si studiavano le regioni. Io facevo l’album delle regioni, degli animali, dei calciatori, e la Romania era solo una parola lontana, una suggestione quasi astratta. Oggi invece tante volte di sera sugli autobus né pieni né vuoti sono l’unica italiana, caricate con me ci sono dieci, venti persone di tutti i continenti. I più diversi fra loro hanno maggiori punti in comune l’uno con l’altro di quanti possa averne io con nessuno. Sono tutti stranieri, tutti emigranti; e se l’egiziano vuole portare fuori la peruviana, useranno la mia lingua come koinè della strada, quattro parole dette all’osso eppure già gergali. Mi rendono proprio un’outsider questi qui, un’italiana eccentrica …” (da Mario, Gheorghe, Cesar)

I racconti sono brevi, dinamici, teatrali: i “rumeni” di Anna interpretano una parte all’interno del racconto, quella che il pubblico si aspetta, tanto per ridere e far ridere, come in un circo il pagliaccio che non deve, né può tradire il suo ruolo, dunque sono volgari e furbi, passionali e crudi, bugiardi e sinceri, violenti della violenza che li fa “rumeni” senza un nome, quel nome che Anna conosce e che ci restituisce autenticamente, in modo unico, nel titolo di ogni capitolo.
Conoscere il nome, per il pensiero ebraico, significa avere accesso all’identità della persona, a quel segreto che altrimenti rimarrebbe inaccessibile e che silenziosamente separa, estranea, impaurisce. Lo straniero è diverso già a cominciare dal nome, che non sappiamo scrivere e nemmeno correttamente pronunciare ed allora … Marja, Kostel, Stefan, Gigio, Violeta, Lilia, Tiberiu, Valentina, Mario, Gheorghe, Cesar, Madalina, Cristina, ….. , …. , ….

In attesa che ciascuno di noi possa personalmente continuare con altri “capitoli” questo romanzo umano fatto di storie, lasciamo che Anna ci racconti le sue attraverso i colori di una città, Milano, descritta così come viene vissuta: con dinamicità ed entusiasmo, carattere, vitalità e passione.

“Ciao, Anna!” (da Cristina)

***

Antonella Foderaro

mercoledì, 01 luglio 2009

Giovanna Lentini -Variazioni

Giovanna Lentini bluSe la bellezza esteriore è già difficile da “definire” ed esprimere per la soggettività dei parametri con la quale viene comunemente “misurata”, cosa possiamo balbettare su quella dai contorni fluttuanti, spumeggianti come le onde del mare, che tracima dall’interiorità di una sensibilità magnetica come quella della Lentini?

Un mare calmo in superficie nasconde vortici impensati che ondeggiano come note su un pentagramma liquido tra i quali non sai mai cosa si nasconde, se la giocosa danza di una lattiginosa medusa o l’avida bocca di quella bianca signora che t’ingoierà rubandoti per sempre alla terra.

Esteriorità ed interiorità, razionalità e passione si fondono dando vita a linee sinuose e delicate ma anche decise, forti, in bianco e nero ed a colori, in un crescendo cromatico che imprime su tela ciò che la carne ed il sangue, la mente ed il cuore, esprimono qui senza bisogno di parole, in una visione che rimescola e fonde, come il colore, vita, pensiero ed arte.

Antonella Foderaro

Giovanna Lentini 1

Un artista può scegliere di guardare all'esterno o all'interno. Giovanna Lentini ha intrapreso da tempo la seconda strada, cosa che rende il commento dei suoi lavori arduo come l'interrogazione di una Sfinge. La raccolta "Variazioni", dai piccoli formati alle grandi realizzazioni, è da considerare un'opera nell'opera; ogni singolo tema veicola infatti la trasmutazione di un momento interiore in una proiezione pittorica secondo la logica alchemica del cercatore ferito. L'insieme delle Variazioni offre allora all'osservatore un indizio in più, quello del percorso. Se dovessimo cercare una parentela dal punto di vista formale, forse è alla famosa scuola di New York che bisognerebbe guardare, il primo autentico movimento americano che unì l'intensità dell'espressionismo tedesco con l'anti-figuratività delle altre scuole europee. Di quel momento troviamo anche i procedimenti per cancellazione, dai quali l'immagine esce scarnificata e de-localizzata, attraverso un minuto controllo dello spazio che è fitto, accurato ed invariante, non dipende dalla grandezza della tela. Ma questa è solo una parentela sintattica diremmo, ed è ancora all'alchimia che dobbiamo rivolgerci ed alle cose che Giovanna Lentini ama quotidianamente per trovare una chiave interiore. A esempio a quel Paul Klee il cui incessante dinamismo di forme e colori ha spesso fatto apparire gioiosa la sua arte, mentre lui stesso scriveva: "Quest'uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un'ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l'usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia" (P. Klee, Diari 1898-1918). Costringendo le Variazioni di Giovanna Lentini a mostrarsi sotto la luce di una narrazione storica, osserviamo che c'è un progressivo passaggio da una tenue, elegante emergenza di tratti neri e rossi su un fondo bianco sui grandi spazi della canapa ai più recenti rossi densi e concentrati, dove il fragile graffito è ormai diventato un'esplicita battaglia con quel singolare continuum di spazio-tempo e memorie che in pittura è la materia. Le Variazioni vanno dunque verso un innalzamento progressivo della temperatura interiore, un'apertura rischiosa e necessaria, il passaggio dall'opera al nero/bianco al sagredo della rivoluzione annunciata. E come ogni rivoluzione, non è senza vittime. Le Variazioni, costrette dunque a continuare all'infinito, svelano il loro lato oscuro ed esplosivo, proprio come L'angelo di Klee al di là delle apparenze si rivela l'angelo tragico della storia che osa guardare all'indietro.

L'angelo creativo di Giovanna Lentini svolge le sue Variazioni guardando in profondità all'origine del dolore.

 

Ignazio Licata

 


Giovanna Lentini (Marsala, 29 marzo 1962) ha conseguito la maturità classica dedicandosi all’approfondimento delle materie pedagogiche educative.
Dal 1999 si occupa di counseling espressivo ed arte terapia.

Espone dal 1998 opere di indirizzo espressionista astratto. Le sue opere sono state inserite in cataloghi d’arte nazionali ed alcuni dei suoi dipinti sono presenti in pinacoteche e collezioni private. La sua produzione pittorica è un “alfabeto dell’anima” che attraverso i segni decodifica le forze energiche della comunicatività.
Freud ha sviscerato l’inconscio universo per poter trasformare il dolore in felicità, in coscienza, in armonia dell’Io, ma il mistero di Dio e dell’Universo, il mistero dell’amore e del sesso, della vita e della morte, continuano a vivere in noi. Sono quelli che danno un senso alla nostra ESISTENZA.
Vive e dipinge a Marsala (Tp).



PRINCIPALI MOSTRE

1998
Incisioni “Opere del Corso di Calcografia”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA

1999
“Ricerca 1”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA

1999
XI° Premio “Città di Nova Milanese”
Milano

2000
XVI° Premio Nazionale di Pittura “Città di Civitella”
Arezzo

2001
Mostra Nazionale di Pittura Contemporanea “Santhià”
Vercelli

2002
Galleria d’arte 2000 “Sguardi sulla città”
Milano

2002
Collettiva d’arte Contemporanea “L’ibrido e l’arte”
ENTE MOSTRA DI PITTURA PETROSINO

2003
Vernissage “La scherma nell’arte”
Trapani

2003
Estemporanea di pittura “…I Mille Dipinti”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA

2003
Mostra personale “Un Linguaggio tra Elegia e Fluidità”
ENTE MOSTRA DI PITTURA “CITTA’ MARSALA”



2006
XVII° Premio Nazionale di Pittura città di Civitella
Arezzo

2006 “La donna nell’arte”
Palazzo Burgio Spanò – Marsala

2006
Agrigento arte
Mostra mercato Internazionale di Arte Contemporanea, II° Ed. Palacongressi di Agrigento

2006
Expo Arte Mediterraneo
Ente autonomo Fiere
Cosenza

2006
L’arte di amare l’arte
42 artisti a sostegno della Fondazione Città Italia
Castello Ursino

MEDIARTE 2007
Mostra mercato d’arte moderna e contemporanea
Palermo 23-25 marzo 2007
Fiera del Mediterraneo

CATANIA ARTE FIERA
Terza expo d’arte moderna e contemporanea
Le Ciminiere centro congressuale fieristico culturale
11-14 maggio 2007

MUSEO CIVICO D’ARTE CONTEMPORANEA DI GIBELLINA
12 maggio 2007
“La donna nell’arte”

MALTA INTERNATIONAL ART BIENNALE 2007
18 / 20 maggio 2007

ARTERIA 2007
Monzon – Spagna
IV Edizione - Aprile 2007


CONCORSO “I FIORI NELL’ARTE”
Premio “Originalità”
4-12/08/2007 – Livorno

“TROVARSI, 6 PERSONAGGI NEI LUOGHI DI PIRANDELLO”
MOSTRA PERSONALE di Giovanna Lentini
10 Settembre – 7 Ottobre Biblioteca Pirandello, via Imera

“GALLERIA LIBRERIA MAGIC BOOK”
Dal 30 agosto al 2 ottobre 2008

IV EDIZIONE AGRIGENTO ARTE 2008”
Mostra Internazionale d’arte contemporanea
3-4-5 Ottobre 2008

sabato, 27 giugno 2009

Destinati a esser vivi – Pro/Testo

frinirei

Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle

Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.

Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.

Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.

Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.

Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.

Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.

Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri”  (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).

Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.

Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …

Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….

Antonella Foderaro

 

coverprotesto1 

Pro/Testo

Versi

a cura di Luca Ariano e Luca Paci

introduzione di Mimmo Cangiano

opere di

Luca Ariano – Marco Bini

Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi

Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco

Salvatore Della Capa – Chiara De Luca

Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi

Fabio Franzin – Marco Giovenale

Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès

Simone Molinaroli – Fabio Orecchini

Luca Paci – Massimo Palme

Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti

Alesssandro Seri – Tito Truglia

Dale Zaccaria

Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.

 

Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo

 

La cicala

 

S’io fossi una cicala

frinirei le mie note

nel bramir d’ali e foglie.

Scivolando s’una goccia

nello stagno delle vertebre abbandonate

brandirei pagliuzze dorate:

mozzando capi chini

di vergogne ossequianti,

sederéi mille battaglie

nel sangue dei codardi e dei potenti

per riconquistarti il mondo

nel silenzio del mio canto.

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

ad I.

 

Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano

il terùn – ha combattuto

nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:

non ci sta più con la testa e ti racconta

che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi

– non sa di baci e strette di mano cose loro – .

Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit

in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino

ti porta in qualche bettola a cenare;

cibi discount – studente fuori sede –

ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.

Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic

paiono usciti da un romanzo francese;

tra le pareti si respira sapore di moka

e fumo di castagne cotte in padella

– quella coi buchi che ti ricorda focolari –

e il tramonto su tangenziale tra pali e fili

brilla anche su cupole e campanili.

Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca

di tosse e starnuti e il volo d’uccello

è solo l’arrivederci d’un abbraccio.

 

(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)

Luca Ariano

 

*** *** *** ***

Per quel che mi è dato di sapere

può essere causa dei mali di qualcuno.

Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa

al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino

qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto

ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto

la carica della celere, sindacalista.

So solo che compare a metà del pomeriggio,

l’astio nello sguardo che riserva per la bionda

che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe

della tuta, che ancora si rivede quella volta,

infreddolita alla frontiera mentre sputa

via, richiudendo la lampo a un’uniforme.

Che si accarezza con la mano la permanente

vistosa, appena fatta, come quella di una signora.

Marco Bini

 

*** *** *** ***

 

La canzone delle primule rosse

 

In un presente privo di memorie

per le croci senza lapide né nome

raccogli secchi papaveri rossi

tra le pagine d’un vecchio diario

e dàlli alle fiamme

di questo stanco cammino.

 

Nel seme della ribellione

si nasconde il tacito dolore

dell’animo che avanza negli anni represso.

Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero

e tornerò libera in catene

al servizio di arroganti minimi.

 

Ha avuto un nome ogni ideale

scagliato dalle torri

alla diaspora dei mondi

nelle lingue confuse d’incomprensibili déi

e profeti d’uguaglianza

armati d’arroganza e verità.

Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.

Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.


Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.

 

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

 

Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.

 

Carmine De Falco

 

 

*** *** *** ***

 

da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)

 

Viviamo giorni di pace.

Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi

***

Nei nostri letti stuprano donne senza volto

***

Il giusto massacra il colpevole.

Beve il sangue del figlio

***

Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.

Pezzo per pezzo.

Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.

Gli ricuce il volto per provarne pietà

***

I nostri figli hanno imparato a bere.

Hanno mosso i primi passi

noi guardavamo altrove.

Hanno appreso il sesso

dalle madri senza vita.

Ora li guardiamo

riempire la bocca di pietre

portare dentro la colpa del padre

 

***

 

A Giusy L.

 

Dentro di te cresce un ventre

di balena che ti nasconde.

Paghi i dolori del parto

di quando sei nata come non dovevi.

E sai del dolore delle bambole

di quelle facce escluse

del tuo redentore morto.

Il male è nel mondo

e ti è crollato addosso.

 

Salvatore Della Capa

 


mercoledì, 24 giugno 2009

Aphorism

l

http://www.ilvignettificio.it

 

L'altruismo e l'abnegazione fondano la stabilità di un rapporto.

Meretrix Baldraque

martedì, 16 giugno 2009

Gli aforismi ... di Meretrix Baldraque

 felicitĂ 

http://www.ilvignettificio.it

 

Una donna che promuove le proprie parti anatomiche: "volgare!"
Un uomo che le propone: "poeta ... grande poeta!"


 

Una vera donna sa di non poter "dare" la felicità, appena quella notorietà che da sempre la precede, l'accompagna e la segue.

Meretrix Baldraque
sabato, 13 giugno 2009

Il dinamismo creativo nella visione di Klee

Se il filosofare inteso come atto di ricerca continua potesse essere espresso attraverso la pittura, certamente Klee, per l’esuberanza della sua ricchissima e multiforme produzione artistica (circa 9000 opere), ne sarebbe singolare rappresentante.

L’infaticabile ricerca alimentata da una genuina sete di conoscenza si coniuga all’entusiasmo per la didattica e per la comunicazione intersoggettiva: non è sufficiente l’intuizione, bisogna anche renderla accessibile.

Questo sguardo “rivelativo”, sostenuto dall’umile consapevolezza del “non sapere”, è mosso dalla dynamis dionisiaca del daimon socratico: “Un modesto ed ignorante apprendista che impara da solo, un minuscolo io” - poche parole sufficienti ad introdurre opere immense.

“Quest’uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un’ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l’usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia” (P. Klee, Diari 1898-1918)

Questa visione d’incompiutezza “ontologica” propria della natura umana, sarà alla base della visione artistica kleeniana e lo condurrà alla maturazione della lettura del gesto artistico quale gesto “creativo” attraverso il quale l’uomo acquisirebbe una sorta di “seconda” ala per elevarsi dal ruolo di “spettatore” della propria “tragicommedia”.

Conoscere la distanza tra l’ “incapacità umana e la natura”, non significa misurare una lontananza, quasi che l’una fosse al di sopra dell’altra, bensì uno scarto interpretativo tra due nature create e creative, delle quali solo una – l’umana per l’appunto – si pone quale interprete dell’altra. L’artista guarda alla natura come fonte ispiratrice, ma non più per rappresentarne il visibile mediante una “mimesi” esteriore, ma per renderne visibile quell’intimo generare che è la garanzia della sua stessa continuità.

Potremmo dunque dire che l’idea di creazione assume qui il carattere proprio del gesto artistico in quanto strappa il mondo dalla sua chiusura e dalla sua immobilità di elemento immettendolo in quel dinamismo vivente della natura che ne consente il progressivo dischiudersi, senza eliminarne comunque il mistero.

Klee strada principale e strade secondarie

Il rapporto con il reale, nella pittura di Klee, è sempre un rapporto creativo nel senso sopra inteso: “La creazione vive come genesi sotto la superficie visibile dell’opera. Volta al passato la vedono tutti gli intellettuali, volta all’avvenire soltanto chi sa creare” (P. Klee, ibidem)

Questa danza di colori, permeata ora di luce ora di ombre, vuole essere comunicativa di una visione del mondo accessibile pienamente solo a quanti da questa “musica” vogliono lasciarsi coinvolgere, partecipando alla sempre rinnovata creazione del mondo anche semplicemente attraverso la “scoperta” di “strademaestre percorribili senza il pericolo di confondersi e disperdersi tra i mille rigagnoli di vie secondarie.

Creatore e creatura, artista e mondo, non sono certo la medesima cosa tuttavia possono essere comparabili. In tale processo di comparazione il “destinatario” dell’opera, nel contemplarla, ne diventa esso stesso “artefice”, garantendo così, nel tempo, quel rinnovarsi dell’evento artistico proprio dell’atto creativo.

Klee_landscape_with_yellow_birds

Se le vie dell’uomo e quelle divine sono dunque diverse, tuttavia comune è il linguaggio, per cui attraverso la “parola” artistica, l’uomo può dare vita a nuovi mondi meravigliosi e fiabeschi, nei quali sperimentare quella bellezza antica e sempre nuova.

antonella foderaro

venerdì, 12 giugno 2009

Valentine - Love has no gender

 
 

In circa 70 Paesi l'omosessualità è considerata un reato e, tra questi, almeno quattro: Iran, Sudan, Mauritania, Arabia Saudita, la puniscono con la pena di morte. In altri, le preferenze ed inclinazioni sessuali sono soggette a pene crudeli, disumane e degradanti.

Quando lo Stato ne "tollera" i diritti, è la comunità di appartenenza a emarginare quanti nutrono amore verso persone del loro stesso sesso.

L’essere omosessuali, maschi o femmine determina forse una maggiore o minore gradazione di umanità, quasi come si stesse parlando dell’azzurro che è più chiaro del blu e più scuro del celeste?

Non siamo forse tutti ugualmente diversi nella nostra inestimabile unicità ed omo-sessuali quando facciamo della nostra sessualità il canone per leggere gli avvenimenti, giudicare i sentimenti, comprendere la vita, non lasciando all’altro sesso libertà di espressione e riconoscimento?

I filosofi greci, umanisti per eccellenza, non si sarebbero posti neppure la domanda, in quanto l’omosessualità è sempre, che lo si condivida o meno, espressione della medesima natura umana e l’amore omosessuale, in quanto forma di amore autentico, ne è degna espressione.

Meretrix Baldraque


Cipolla
Valentine - di Carol Ann Duffy

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

Here.
It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.

Lethal.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.


***

Valentine

Non una rosa rossa o un cuore di satin.
Ma una cipolla.
Una luna avvolta in carta marrone.
E’ una promessa di luce
come il cauto denudarsi dell’amore.

Ecco, tieni.
Ti colmerà gli occhi di lacrime
come un’amante.
Farà della tua immagine
una foto vibrante di pianto.

Cerco di essere vera.

Non un biglietto carino o un baciogramma.

Io ti do una cipolla.
Fiero il suo bacio ti vestirà le labbra,
possessivo e fedele
come siamo noi,
per tutto il tempo in cui saremo noi.

Prendila.
I suoi cerchi di platino ti cingono in anello nuziale,
se lo vuoi.

Letale.
Il suo profumo si attaccherà alle tue dita,
al tuo coltello.
 
trad. n. c.
 
***
 
l'amore è pungente come una cipolla: "cerco di essere vera" dice la poetessa alla sua amante, non ti prometto rose odorose, né vita semplice.
Il nostro è un amore difficile, che ti riempirà di dolore ma ti cingerà le dita come i cerchi saldi ed avvolgenti di una cipolla in un anello di fede, se lo vuoi ...
il suo acre spirito ti resterà sulle dita e sul tuo coltello

Sarà la tua ferita e la tua cura, ma sarà vita vera.
 
A scrivere è una donna omosessuale ed è un messaggio d'amore tra i più veri e belli che abbia mai letto.
 
natàlia castaldi
martedì, 09 giugno 2009

Comunicazione e dintorni

 

Strategie di comunicazione ai tempi della societĂ  di massa

http://ilvignettificio.interfree.it

La politica è l'arte del raccogliere consensi anche per la stupidità.

Meretrix Baldraque

 

 

Chi sono

Utente: AntoNatGiu


Nome: Casual Mente Filo SofiAmo .....*diversamente mis/credenti*


Amministratori:

Antonella Foderaro

***

Collaborano:

Donatella Quattrone
Francesco Colia
Pasquale Esposito

***

Partecipano:

tutti gli ospiti & commentatori

***

condivi i tuoi scritti inviando una mail a:

antonellafoderaro@libero.com



More about Pro/testo

Categorie

6 aprile 2009
8 marzo
a rosari
abbandono scolastico
abele longo
abraham joshua heschel
accattone
achenbach
aforismi
aforismi di meretrixbaldraque
alberto napolitano
alda merini
aldo tagliaferri
alessandro giuliani
alexei kharitidi
alexis de tocqueville
aleš debeljak
alla luna
amnesty international
ana rossetti
anarchica
andrea pomella
andré neher
andy warhol
anfiosso
anna lamberti bocconi
anselm kiefer
antonella foderaro
apologia di socrate
aristotele
assoluto e relativo
astrattismo
atti impuri
autoironia
autoreverse
babele
baudrillard
bianca madeccia
birkenau
botero
braille
caducitĂ 
caput anni
carmine vitale
carol ann duffy
cartesio
cesare pavese
chagall
charles simic
cicerone3
cinema
clandestini
claudio molinari
claudio ronco
clochard
coltivare la democrazia
consigli di lettura
contratti a progetto
coro cortina
cortometraggi
crisi
cristina bove
critica letteraria
cubismo e surrealismo
dalì
daniele dagostino
darwin
david ramanzini
de chirico
delara darabi
deliri notturni
dialoghi
dialogo tra sordi
diritti umani
diritto
domenico faucello
donatella quattrone
e la nave va
ebraismo
election day
elie wiesel
eluana
emarginazione
emiliano laurenzi
enzo campi
eros e pornografia
eros e thanatos
eros ed agape
esercizio filosofico
esilio di voce 1
essere singolare plurale
etica e bioetica
etica ed estetica
europee
eventounico
fara editore
faraòn meteosés
fasci siciliani
fede
federico federici
federico sollazzo
fedro
fellini
feudalesimi
fiaba
filosofi per caso
filosofia della musica
filosofia della storia
filosofia pratica
flavio ermini
follia
formazione
forme metriche
francesca pellegrino
francesca vitale
francesco colia
francesco forlani
francesco marotta
francesco rosi
francesco tomada
franz krauspenhaar
freud
fromm
gagarin
gaspara stampa
gemellaggi
giacomo cerrai
giacomo sferlazzo
giampiero pepe
gianandrea parisi
gianni montieri
giovani e ricerca
giovanna lentini
giovanni campi
giuditta
giuseppe barreca
giuseppe schillaci
giusi venuti
gorgia di leontini
griffy il bottaio
guerre e pace
guido michelone
haiku
hannah arendt
herbert marcuse
hopper
i burocrati del male
identitĂ 
ignazio licata
il bacio
il branco
il dito e la luna
il dono
il dono di humboldt
il frullatore mediatico
il ghetto e la fortezza
il gioco dei ruoli
il giorno della memoria
il grande masturbatore
il mito della caverna
il monaco ed il pesce
il profumo dei colori
il re lucertola
il tempo
il testo poetico e la prosa
il viaggio di ulisse
il viandante
il vignettificio
immigrazione
impronte
incuria
indifferenza
individuale e collettivo
inediti
innovazione e radici
integrazione
intermezzo ludico - la gnosi del
ippocrate
italo calvino
ivan crico
ivan fassio
jacopo ninni
james douglas morrison
jazz
jean barriére
jĂĽrgen habermas
k z mauthausen
kamikaze
kandinskij
kant
karl popper
kaysersose
klimt
l oratore
la banalitĂ  del male
la bestemmia
la coerenza
la cura
la diva
la donna nell arte
la follia tema musicale
la logica aperta della mente
la luce e il lutto
la nazione
la nebbia delle coscienze
la parola
la pittura di eishi
la poetica della metafisica
la ricotta
la sinceritĂ 
la torta e il piede grosso
la traduzione poetica
la violazione della carne
la voz a ti debida
lamore della povera gente
lampedusa
larte di perdere
lavoro
le prigioni politiche
le viol
leggerezza
lettera aperta all on d alema
levitĂ  liciniana
lezioni americane
libera nel verso libero
liberazione
libertĂ  di pensiero
libraria
limpossibilitĂ  di vivere
lo sguardo
luciano folgore
lucifero
lun e storte
l’eros nel cantico dei cantici
magritte
marcantonio lunardi
marco lodoli
marco saya
marco toso borrella
marinella morati
marino baldissera
mario benedetti
mario sironi
mark strand
mark twain
martin walser
mellonta tau talogica
memoria e nazismo
memorie apocrife
messina
michael dudok
migrante e trasgressivo
morti bianche
munch
musica
musica ed astrattismo
nancy jean-luc
nascita
natale
natĂ lia castaldi
nazione indiana
neil postman
nietzsche
noberto bobbio
notizie dalla pizia
omo-sessualitĂ 
osservando la resistenza del mon
osvaldo licini
parabola
pasolini
pasqua
pasquale esposito
patricia panebianco
paul klee
pd aspettative e speranze
pedro salinas
pensiero che
persuasione
petr halmay
pier paolo pasolini
platone
poesia
poesia dialettale siciliana
poesia erotica
poesia giapponese
poesia politica
poesie inedite
politica
polvere
pop art
povera musa
pratiche filosofiche
preghiera
prima vita
pro/testo
psicofantaossessioni
racconti
racconti horror
reb stein
recensioni
relazione
renga
riflessioni
robert rauschenberg
roberto carradore
rocco rao
rolando iaria
rose ausländer
rumeni un romanzo di storie
salvatore giuliano
santa caterina market di barcell
satira
saul bellow
scarborough fair
schneier
schonberg
sciacalli
scuola
sebastian brant
seduzione
sinceritĂ 
sintomatologia delleffimero
sole freddo
srebrenica
statistiche
stefania crozzoletti
stefano amorese
stefano zampieri
stoneart
storia senza storie
strategie politiche
stupro
sul virtuosismo e larte
tanka
teatro
tempi di recessione
tempo
teqnofobico
terremoto
terrorismo
the privilege of the grave
thomas merton
tommaso cannizzaro
tommaso moro
totò che visse due volte
traduzione poetica
treblinka
u2
una zampillante fontana
universitĂ 
utopia
veronica franco
videopoesia
viola amarelli
visioni d arte
viviana scarinci
war
william dewitt snodgrass
xenofobia
yoko ono matopei
zagrebelsky

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder