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Nella poesia di Aleš Debeljak, La città e il bambino, c’è un verso che dice: “Ecco perché i poeti non dormono mai. Il significato / appare chiaro adesso: sarà il racconto di una pena”. Mi sono soffermato a lungo su questi versi cercando di interpretare la verità a cui alludono. Dunque, i poeti non dormono mai. Ma qual è il problema che costringe all’insonnia i poeti? Debeljak ci dice che è il destino a cui sono condannati, ovverosia – come dice lui – l’essere obbligati al racconto di una pena. Ma è davvero questo il compito dei poeti e più in generale degli scrittori? Si dice che Pirandello da ragazzo soffrisse d’insonnia e che dormisse abitualmente non più di tre ore per notte, e sembra che Proust uscisse di casa solo col favore delle tenebre e indossando perennemente un frac e che, a suo dire, l’insonnia fosse quasi un privilegio, e poi ancora, Charles Baudelaire, Charles Dickens, Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner, Oscar Wilde, Samuel Taylor Coleridge, Henry James, Hermann Hesse, Mark Twain, Virginia Woolf, Kurt Vonnegut, tutti accomunati dall’analogo destino di non dormire mai, o comunque di dormire pochissimo. Quanto a me, quando andavo all’asilo soffrivo di un disturbo permanente che mi rendeva insostenibili certi pomeriggi, quando le suore ci obbligavano a dormire per un’ora e mezza stendendoci sulle sdraio e spegnendo le luci dell’aula. Intorno a me gli altri bambini cadevano immediatamente e senza un briciolo di sforzo in sonni profondi, io dentro di me giuravo che se fossi rinato avrei voluto essere il più formidabile dei dormiglioni. E invece niente, languivo al buio, agitando i pensieri come trote appena tolte dall’acqua (“Non piangere, davvero, non serve”). Il mondo intorno a me diventava un cerchio torbido e imperfetto, e la mia testa veniva assorbita da pensieri torturanti e dolorosi. Quando poi quel supplizio terminava con due colpi di mano della suora più anziana, colpi che servivano a risvegliare i bambini dal riposo pomeridiano, sul mio viso rimaneva appiccicata l’espressione sconvolta di uno che aveva passato le pene dell’inferno. E mentre gli altri ragazzini correvano in giardino affrettandosi a occupare le altalene e i giochi, io camminavo lentamente attraverso il cortile davanti alla piccola chiesa fermandomi a fissare il crocifisso sulla sommità della facciata (“il segno dipinto sul fregio leggero di un portone”), torturandomi con le dita l’orlo del grembiule celeste. Ecco, quel bambino di cui parla Debeljak sono io, me ne sono arciconvinto nell’intervallo di tempo che impiego a scrivere questa nota (“Te ne stai su roccia immota. Il mondo tutt’intorno a te rovina / nell’abisso. Bevi l’acqua della vita, che scorre dalle labbra / di quelli che respirano con te”). La città non era la Ljubljana di Debeljak, la città era quella cosa senza nome a metà tra una periferia e un dormitorio in cui sono cresciuto e di cui conservo ricordi senza nostalgia. Ecco allora che si chiude il cerchio. Apro gli occhi e mi accorgo che ho fatto esattamente quello che fanno gli insonni secondo Debeljak. Senza essere un poeta ho raccontato la mia pena.
Andrea Pomella
Aleš Debeljak, LA CITTÀ E IL BAMBINO
Non piangere, davvero, non serve. Solo quando un arcangelo
Appare, simile a genziana blu su scarpata di montagna, solo allora noi conosciamo,
anche se solo per un istante, la terra che ci ha generato. Il tuo lamento babilonese
non morirà lontano. Ecco perché i poeti non dormono mai. Il significato
appare chiaro adesso: sarà il racconto di una pena.
La grandezza di un ghiacciaio che si scioglie. Che allaga campi di papaveri
E villaggi, il segno dipinto sul fregio leggero di un portone,
la ricca filigrana dell’argento turchesco: ogni lacrima ti scava nel profondo.
Te ne stai su roccia immota. Il mondo tutt’intorno a te rovina
nell’abisso. Bevi l’acqua della vita, che scorre dalle labbra
di quelli che respirano con te. Ogni mattina vengono a testimoniare
La tua rinascita. Come questa poesia. Non manca molto a che una valanga
la renderà silente. Ma mille eco zampilleranno al suo posto. Perchè l'amore
che scorre attraverso le tue vene è il seme, il fiore e il frutto.