sabato, 14 novembre 2009

Abele Longo: piste fuori strada

portrait_of_george_dyer_riding_a_bicycle_1966

 
 
Nino e Federico
 
Immagino una pacca o una carezza
dopo aver inseguito insieme delle note.
Un’intesa che a Nino
non riuscì nemmeno con Luchino
ma che con Federico accanto
diventava un’alchimia quanto
quella che unisce il cielo al mare,
le dita allo strumento, le foglie al vento.
 
 
Settime

Successioni di accordi 
di dissonanze, flutti
che s’infrangono contro
come nidi di corde
e sassi nelle tasche.
Un tempo pedalava
l’organo alle funzioni.
 
Solo quel tempo quiete
dalle tasche bucate
provoca la scintilla,
martelletti di fuoco 
di note che improvviso
divampa sulla coda
nera del pianoforte.
 
 
Ninna nanna in fondo al mare
 
Ninna nanna in fondo al mare
il bimbo non sa nuotare
non l’ha visto la marina
la finanza era in cucina
un maiale in mongolfiera
lo saluta e buona sera
hanno chiuso i loro occhietti
nei nidi gli uccelletti
Ninna nanna in fondo al mare
il bimbo prova a pregare
il dio delle sue parti
non raccoglie fiorellini
va in giro per i prati
adesca tutti i bambini
anche gli angeli e la mamma
prega bimbo fai la nanna
Acqua santa che ti bagna
quale santo ti accompagna
bolli bolli pentolino
pappati questo piccino
lo rimescola la notte
e nessuno se ne fotte
la paura fa bubù
e il bimbo non c'è più.
 
 
Stormy Weather
 
Un temporale si abbatte
mentre sono in bicicletta
vuota la mente
sfiora a filo d’erba
 
vermi che si torcono
nella terra nuda
maciullati dall’insania
di piste fuori strada
 
belati di pecore
coprono lo schianto
a casa mia figlia
chiederà una storia
 
nella penombra
della sua stanza
ogni goccia distilla
l’inverno che cade.
 
 
Muri a secco
 
Si condensa
nei confini netti
di una terra
arida di zolle
la notte,
 
coi solchi chiusi
alle falesie,
dove il mare
fa da ponte
all’universo.
 
 
Poeti
 
Vi vedo in foto libri fuori stampa
uomini con barbe nere occhio brillo
donne scintillio di passioni fresche.
Allora conoscevo appena il nome
tutto sembrava succedere altrove,
mentre voi uno ad uno morivate
giovani come polipi sbattuti
sulle rocce di Badisco, sbranati
dalla vertigine di un altro volo.
Avrei voluto vedervi invecchiare
allegramente preparare il viaggio
a Leuca con cappelli a larghe falde,
vi leggo invece nelle ore tarde
scandaglio di questa striscia di terra.
 
 
Il re della pizzica
 
Furono donne tenere a inventare
le tarante sull’aia intorpidite
e come cardi duri a sanguinare
accordi di tabacco sui telai.
 
Le vuole tutte sullo stesso palco
un re con la valigia di cartone,
padre di figli ossuti e silenziosi
che singhiozza il suo canto alle ranocchie.
 
Mare di grano che pieghi la schiena
al giallo luccicante dei sonagli,
anche le ranocchie gli fanno il verso
quando scioglie al sole sudore e pianto.
 
Mare di tufo dai denti di squalo
dei venti che regolano la pesca,
non burlarti più del re della pizzica
che s’inventa cicala e muore spigola.
 
 
Le cose di una vita
 
Una striscia di case sul mare
un branco di cani
l’inverno dei tossici randagi.
 
La tenga bene signora è morta
qui mia madre sola di crepacuore.
 
Fu un rumore in cucina a svegliarla,
i cani che guaivano.
 
Una delle due consolò l’altra.
 
Conosce la rotta del vento
la polvere che sfida
le cose di una vita.
 
 
                                                               Abele Longo
postato da: AFoderaro alle ore 00:14 | link | commenti (10)
link | popup commenti (10)
poesia, abele longo categorie: poesia, abele longo
domenica, 21 giugno 2009

Dacci oggi il nostro Pa’ - Pasolini e il corpo come scandalo

“Non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.”

Dal testo dell'intervento che Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale del novembre 1975, due giorni dopo che era stato ucciso.

Pasolini: “Chi si scandalizza è psicologicamente incerto, cioè praticamente un conformista”.

Moravia: “Non credo che Cristo si scandalizzasse mai, anzi non si è mai scandalizzato. I farisei si scandalizzarono, ma non Cristo”.

 

Dall’ intervista di Pasolini ad Alberto Moravia in Comizi d’amore (1965).

 

 

Pasolini partiva dal corpo, il suo, asciutto e atletico, e dalla fame di corpi: «Prima di tutto tu sei e devi essere molto carino. Magari non in senso convenzionale. Puoi anche essere un po’ minuto e addirittura anche un po’ miserello di corporatura, puoi avere nei lineamenti il marchio che, in là negli anni, ti renderà fatalmente una maschera». Il suo era un marxismo dei comportamenti, della sacralità dei gesti, un’antropologia del quotidiano e delle mode. È dall’esperienza corporea che nasce e prende forma il suo pensiero. Dell’attrazione, seduzione e sofferenza fisica si nutre la scrittura e il cinema in cui ai corpi si chiede di essere “segni”: poco importa se Citti o Davoli guardano in macchina, sono i corpi che “significano”: il primo una sorta di alter ego, che ha inciso sul volto il tormento e la contraddizione, il secondo invece, con l’immancabile ciuffo,  ideale di bellezza, icona di un mondo a lungo vagheggiato.

Pasolini rimane solo perché gli intellettuali italiani non hanno mai avuto un corpo. Poche le eccezioni, Gramsci paradossalmente, che dal suo corpo gabbia con esercizi giornalieri, durante la sua prigionia, dava ordine a un fiume di pensieri.  Tra chi ha riconosciuto l’importanza del corpo/Pasolini, troviamo Sciascia, scrittore scontroso e a volte rigido, che dopo la morte del Nostro, al quale molto doveva, ammette: "Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c'è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte". 

 

Il corpo di Pasolini era nato per fare all'amore, sudare in interminabili partite di pallone. L’omosessualità non è la spiegazione ma solo una, la più affascinante, chiave di lettura. Viveva la notte come un gatto in calore con la consapevolezza che poteva essere l’ultima. Sapeva dei vili che lo hanno ucciso, di chi ancora si nasconde dietro il corpo “minuto” e “miserello” di un minorenne che confesserà poi di essere l’unico assassino. Ricordo ancora le foto agghiaccianti della sua morte. Furono quelle immagini a farmi prendere coscienza di una grande vicenda umana che, fedele al copione di tanti suoi lavori, si conclude con la crocifissione, quasi l’avesse preparata secondo alcuni che continuano a confondere l’arte con la vita. La immagino ancora così quella notte all’idroscalo di Ostia, un Golgota dove in diversi con spranghe di legno infierirono contro chi alla vita era attaccato e confidava, ogni giorno, nella forza delle gambe.

 

pascalciatore3

 

 

Scandalo

Dal latino ecclesiastico, scandalum, parola riformata sul termine greco skandalon, ostacolo e insidia, imparentato al sanscrito skándatr, saltare. Scandalo è quindi un “salto”, nel caso di Pasolini “mortale”.


La crocifissione

Ma noi predichiamo Cristo crocifisso:
scandalo pe' Giudei, stoltezza pe' Gentili. (Paolo, Lettera ai Corinti)

Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
guarda il Suo corpo patire.
L'alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l'Aprile
intenerisce il Suo esibire la morte
la morte a sguardi che Lo bruciano.

Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto … atroce
offesa al suo pudore crudo … 

Il sole e gli sguardi! La voce
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna
rossa nel cielo senza suono,
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.

Bisogna esporsi (questo insegna il povero
Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione …
[...]

Pier Paolo Pasolini, da L'usignolo della chiesa cattolica, Garzanti.
 

Abele Longo

postato da: nataliacastaldi alle ore 22:26 | link | commenti (13)
link | popup commenti (13)
pasolini, abele longo categorie: pasolini, abele longo
domenica, 07 giugno 2009

Ciprì & Maresco: il commiato funebre di

“Palermo è una città molto cambiata [...] che non ha più fascino proprio dal punto di vista fisico. E poi è una città che non ti dà più stimoli, l’umanità che a noi interessa è sempre più in via di estinzione, assimilata, contaminata. Se tu vai in giro vedi una città che sta cambiando in peggio, con una serie di opere di restauro che hanno completamente cancellato dai muri la memoria, sembra una specie di Cinecittà di compensato. Il mio amore per questa città è solo nella memoria”
 
Franco Maresco (Morreale 2003) 
 

 

Totò che visse due volte è film “spietato”.  Dall’essenzialità scarna di un paesaggio che sovrasta gli uomini ne Lo zio di Brooklyn, si passa a spazi sempre più angusti: bare, fosse mortuarie, vasche con l’acido. Il film agisce come metafora della fine dell’Occidente e il “bello” diventa, come dice la voice off di Grazie Lia (1994), il “fingere di vedere quando invece sappiamo ormai che la luce è andata via per sempre”. Scomparsa della luce che rappresenta la fine della cultura contadina e la soppressione del femminile. E’ l’assenza di donne che rende la vita insostenibile, come conferma la scena dell’uomo che si avvinghia alla statua della santa. Se anche, grazie all’assenza del femminile, gli uomini ritrovano il corpo, nudo ed enorme, si tratta pur sempre di una magra consolazione. Emblematico di questa assenza è un video senza titolo in cui il corpo di Paviglianiti diventa sulle note di Nessun dorma un corpo-cosmo con i suoi fiumi e i suoi affluenti che assume le rotondità di una maternità fino a staccarsi dal corpo e diventare astro.
 
La Palermo di Ciprì e Maresco può essere vista come versione postmoderna del carnevale di Bachtin. Questo concetto riguarda, tra l’altro, proprio un’estetica del corpo, che contro la bellezza classica, statica e in sé conclusa, contrappone il corpo grottesco con le sue trasgressioni e le sue mutazioni, rifiutando ciò che può essere definito con le parole di Robert Stam e Ella Shohat “fascismo della bellezza”: la costruzione di un tipo ideale di linguaggio della bellezza in relazione a cui tutti gli altri tipi vengono ad essere visti come “varianti dialettiche inferiori”. L’enormità dei corpi fa pensare più che a un certo edonismo a un continuo esorcizzare la fame e la carestia, come nel carnevale della cultura contadina. Un esorcismo, infine, nei confronti della morte. La Palermo di Ciprì e Maresco è una città di funerali e di veglie funebri. Nel secondo episodio di Totò che visse due volte il padre di Pitrinu strappa un anello dalle dita di un cadavere per poi essere lui stesso, una volta cadavere, vittima dello stesso furto da parte del figlio, a cui lo stesso anello verrà poi rubato quando anche lui sarà morto. Una vita che trova nutrimento nella morte, dove i topi che vengono fuori da fogne a cielo aperto rappresentano il tramite con l’aldilà.
 
toto_qui_vecut_deux_fois_h
 
Film altrettanto funereo è Il ritorno di Cagliostro (2003), dove il mondo di Ciprì e Maresco si fa soprattutto “stile”, poetica. A differenza dell’atemporalità dei film precedenti, Il ritorno di Cagliostro si contestualizza storicamente. Si tratta tuttavia di un tempo e di una memoria messi in continua discussione e addirittura reinventati. In questo contesto fatto di interni, di storie e personaggi inquietanti, Palermo viene data più che vista. Come se il ciclo si fosse concluso in Totò che visse due volte e la città stessa, ma anche il cinema, appartenessero ormai a un passato di memorie reinventate. Se però Il ritorno di Cagliostro con i suoi echi pirandelliani provoca una risata forse più liberatoria, è grazie anche alla consapevolezza che il fondo (lo stupro dell’angelo in Totò che visse due volte) lo abbiamo toccato.
 
Tratto da "Totò che visse due volte e Il commiato funebre di Ciprì e Maresco", in Totò che visse due volte (a cura di Virgilio Fantuzzi ed Enrico Ghezzi). Minerva Publishing, Milano, 2006 .
 
Abele Longo

 

domenica, 31 maggio 2009

La luce e il lutto, Salvatore Giuliano di Francesco Rosi

  
“Di sicuro c’è solo che è morto.” - dall’Europeo del 16 luglio 1950
 

 
In Salvatore Giuliano (1962), Rosi ricostruisce le cause che portarono all’ascesa di Giuliano, la cultura dell’omertà e il clima di connivenze che determinarono la morte stessa del bandito. L'alternarsi di flashback sulla vicenda si trasforma in una arringa contro la corruzione dello stato e offre, fedele al titolo di lavorazione, Sicilia 1943-50, un affresco della Sicilia di quegli anni. Partendo dagli eventi relativi a Giuliano, visto soprattutto come esecutore a servizio della classe padronale, Rosi si sofferma sui rapporti tra banditismo, mafia e potere politico. L'azione procede come un racconto a incastro; comincia sul cadavere del bandito nel cortile di Castelvetrano e si muove con sbalzi temporali giustificati dall'inchiesta. Gli eventi vengono delimitati e ridistribuiti ruotando intorno al mistero della morte del bandito, il presente viene collegato scrupolosamente con il passato nella costruzione di una memoria storica che dà coerenza allo sviluppo della narrazione.
 
Non vediamo quasi mai Giuliano, negli intenti doveva servire a smitizzarne la figura di Robin Hood della Conca d’Oro. La leggenda vuole che “Rosi seppe respingere tutte le tentazioni di affabulazione e colorismo che via via si presentavano” (T. Kezich, S. Gesù, 1991). In realtà , per quanto innovativo e dal grande valore civile, il film di Rosi è vittima di un altro mito, quello del neorealismo. Basta confrontare la sequenza della perlustrazione dei tedeschi in Roma città aperta con quella dei carabinieri nelle case di Montelepre in Salvatore Giuliano per trovare quel “colorismo”, quelle concessioni al grande pubblico che rimangono un tratto distintivo anche nei film più riusciti di Rosi. Paradossalmente l’assenza e l’invisibilità di Giuliano conferiscono al personaggio sia un’aura mistica (diventa, da morto, simbolo  della redenzione del povero nella sequenza dell’obitorio che richiama la deposizione del Cristo) che di onnipotenza (il bandito visto solo in un impermeabile bianco mentre con il binocolo ordina gli attacchi sui carabinieri dall’alto della montagna).
 
Salvatore Giuliano - i banditi 
Il film di Rosi innalza la cronaca a tragedia procedendo per contrasti netti: la luce accecante del sole meridiano e il buio intenso degli interni e delle strade di Montelepre durante la notte. Prendendo spunto da Gesualdo Bufalino, si potrebbe individuare nella dicotomia luce/lutto la chiave di lettura del film, tenendo conto del valore simbolico che entrambe le categorie finiscono per assumere nel film. Grazie all’esperienza sul set de La Terra trema, Rosi gira senza ricorrere alla luce artificiale. Un espediente che nel film di Visconti, unito a un uso frequente della dissolvenza, crea, nonostante le intenzioni del regista, un’atmosfera sommessa, malinconica, in accordo con una concezione della Sicilia come terra di sofferenze, rassegnata alle ingiustizie. In Salvatore Giuliano vengono al contrario a crearsi dei contrasti drammatici, di una terra ormai dilaniata in cui il lutto diventa urlo inascoltato, ferita che non si rimargina, e solo in parte mezzo per lenire un dolore atavico di una morte sempre in agguato.
 
Luce e lutto come contrasto che regola la vita mediterranea; il sole accecante con i suoi effetti sugli esseri umani (pensiamo a Lo straniero di Camus) e la consapevelezza della finitezza della vita, di una vita stroncata, come nel caso di Giuliano in giovane età. Le urla strazianti della madre sono forse il momento con cui viene maggiormente associato il film (Rosi aveva imposto alla gente del posto una sorta di psicodramma, e a quanto sembra alla donna a cui era stata affidata la parte della madre era morto da poco un figlio). Una rappresentazione a cui il cinema italiano ha fortemente attinto fino allo stereotipo, fino ad arrivare alla parodia stessa in Ciprì e Maresco (in Totò che visse due volte propongono una veglia funebre accompagnata da un lamento forzatamente meccanico e ripetitivo, affidato, secondo la loro pratica, a uomini travestiti da vecchie). Dalla morte che in Rosi si fa scandalo, provoca e scuote, diventando, come sosteneva Pasolini, atto supremo che dà senso e fa luce sulla vita (Empirismo eretico), si passa in Ciprì e Maresco a rilevarne lo svuotamento stesso del significato, assimilata ormai all’ordine naturale delle cose e in quanto tale destinata ad essere presto dimenticata.
 
“E’ inutile nasconderselo, la morte qui sta morendo. Non il fenomeno biologico, naturalmente, ma l’imponente apparato di ideologie che l’ha finora sorretto [...]. Sono sempre meno frequenti le gramaglie totali, da capo a piedi delle matriarche, le fasce nere sul braccio degli uomini; i bottoni neri sulla camicia; i nastri neri sui cappelli, le velette tenebrose.”
 
Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto
 
Salvatore Giuliano - film 
“Ogni siciliano è, difatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più fragrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare uno scandalo, un’invidia degli dei.”
 
“Per ora l’isola continua ad arricciarsi sul mare [...] inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè. Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale, fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico.”
 
Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto
 
Abele Longo
venerdì, 29 maggio 2009

Poesia Italiana contemporanea: La linea ed il senso - Abele Longo - 15 poesie inedite

L’arte della disillusione riversata in versi in cui, in modo talvolta surreale, altre barocco, Abele sembra interrogarsi in maniera desolata ed ironica sul destino ed il fine stesso dell’esistenza, vista come “forza d’inerzia” fra-stellata da momenti di “puro stordimento”, che sembrano essere l’unica chiave di volta per la sopravvivenza stessa del soggetto narrato.
 
Personaggi e situazioni veri ed immaginari, presi in prestito da una favola o dal passato, si muovono di vita propria oltre la loro stessa super-esistenza, in uno scenario oniricamente assurdo, ricco di simboli, metafore e rimandi, lasciando quasi sempre alla sensazione del lettore la ricerca della verità dell’azione. Ciononostante la scrittura è lineare, logica, consequenziale, mai spezzata o frammentata, essa guida la parola dall’inizio alla fine dei versi nel sua ricerca di senso morbido, musicale e tagliente.
 
Il mare diventa tomba di plastica per corpi dimenticati come rifiuti, la passione si trasforma in raglio, un angelo si svuota di se stesso nell’appiccicosa e finta ricerca di vuota esteticità, il graffio d’una gatta sembra srotolare il nesso da un gomitolo in stordimento, mentre dal cilindro bucato d’un mago affamato s’afferrano soltanto sogni di fumoso stufato.
 
Abele è “la linea … ed il senso”: “linea” come pensiero, quel sottile filo conduttore proprio della poetica di un autore, e “senso” quale morbida facoltà propria della poesia di attraversare l’anima attraverso la pelle, con il suo fardello di significato, con quell’ “inner sense” non necessariamente svelato, che dal poeta transita al lettore, unendo il tutto – come solo l’arte può fare – oltre le parole.
 
La poesia in Abele Longo è incisione perfetta, intaglio di bisturi non privo di amarezza sempre alleggerita dall’ironia, mai abbandonata pienamente a se stessa; ed il “senso” ne è la curva, quel guizzo di folle morbidezza che – quando meno te l’aspetti – s’incunea tra le righe, in modo assolutamente geniale ed originale.
 
Buona lettura!
 
natàlia castaldi
 
la linea ed il senso
 
Abele Longo - La linea ed il senso: 15 poesie inedite
 
 
La linea
La linea che mi separa dal prima,
dagli anni per inerzia dissipati,
viene nei momenti meno opportuni
a cercarmi e sui piedi s’accuccia.
Confonde il suo far finta di niente,
sembra dire ignorami, parla pure,
fa’ credere che sai il fatto tuo
che alla sconfitta non segue la resa,
tanto io lo so e ti voglio bene
e mai ti lascerò per un istante.
Se soltanto avessi un po’ di coraggio,
boa intorno al collo, ti squarterei
il ventre, ma scivoli via scaltra,
solerte cintura dei pantaloni,
sognante ricamo dell’orizzonte.
 
 

domenica, 10 maggio 2009

Lampedusa, vergogna e infamia

Lampedusa 24/01/2009, testo e musica di Giacomo Sferlazzo

 
da La Repubblica dell’8 maggio 2009
LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini". [...]


http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/immigrati-6/reduci-pinar/reduci-pinar.html
 
da La Repubblica del 9 maggio 2009
 
LAMPEDUSA - "È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati", dice uno degli esecutori del "respingimento". "Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia - aggiunge - ci urlavano: "Fratelli aiutateci". Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l'abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno". [...]
 
http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/immigrati-6/nave-viviano/nave-viviano.html
 
mani dietro al recinto
 
’stu triangulu di suli.
 
‘nta st’isola di genti
i tutti i culuri
aunni si ssicca l’acqua
intr’o sali sutt’a terra
nun eppimu mai che padruni
e terra i travagghiari
reti e ventu pi cògghiri
miseria
cuniscimu beni l’Africa
intr’e veni
e a barunìa arroganti
da Castilla feudali.
‘nta ’stu fazzuletto
i terra a tri punti
sangu bastardu a moriri i fami
ni schiaccia nu pedi fitenti
che d’onori nun sapi chiù nenti:
menti e ni teni intra a nu palmu
giocannu c’u travagghiu prumittito
e ripulitu
Mafia, ma fìa, …
antica liggenda
nun c’è onuri ssittatu ‘nta sti pultruni
Arrivanu i luntanu barchi i clandestini
omini niri e lordi comu i nostri patri
ni strincemu supra a na banchina
n’mezzo u fetu i piscu
e duluri
C’a nun è nu giardinu
’stu triangulu di suli.
 
natàlia castaldi
 
***
 
Body Bags
 
Mediterraneo
canale putrido
di bare barche.
Trafitta al cuore
l’ultima prefica
la morte muore
sotto la plastica.
 
Abele Longo
 
lunedì, 20 aprile 2009

Riflessione n. 54: Finzioni di finzioni - Fellini, E la nave va

“Mi sono inventato tutto: un’infanzia, una personalità, delle nostalgie, dei sogni, dei ricordi, per poterli raccontare. Amo molto il movimento intorno a me. E’ senza dubbio la ragione principale per cui faccio dei film. Il cinema è per me un pretesto per mettere le cose in movimento”.

.

Federico Fellini

 

 

Il cinema di Fellini può essere visto come un unico film, un continuo rimescolamento di temi con variazioni e autocitazioni. Film che più di altri racchiude la cifra del regista è tuttavia  E la nave va (1982), riflessione giocosa e funerea allo stesso tempo sul fare cinema (svelarne i meccanismi coincide inesorabilmente con un commiato). E la nave va narra le vicende di una crociera/cerimonia funebre di una celebre cantante lirica, Tetua Edmea. Durante il viaggio la cantante defunta diventa argomento delle conversazioni di bordo, saremmo tentati di dire la protagonista stessa del film se non fosse per il fatto che la cerimonia altro non è se non un pretesto; il pretesto per rappresentare, al limite della parodia, una folla di personaggi di umanità varia e di diversa estrazione sociale. Ci troviamo infatti di fronte a un film corale che non trova un personaggio principale neanche in Orlando, il giornalista maldestro e ubriaco che sembra fare da raccordo in una storia che non sa dove andare a finire e comincia più volte.  

 

Siamo nel 1914, come in un film muto vediamo la Gloria N. ancorata al porto di Napoli, e delle didascalie che commentano il reportage di Orlando mentre da un carro funebre viene estratta l’urna con le ceneri di Tetua. Cosa non quadra in questa sequenza? E’ tutto il film a non quadrare, volutamente. Percepiamo fin da subito quanto poco sia verosimile Orlando come cronista del tempo con il suo fare da reporter dei nostri giorni mentre si chiede con l’aiuto di una didascalia (la domanda del film) dove stia andando tutta quella bellissima gente. E La nave va si caratterizza per il sovvertimento costante delle convenzioni che il cinema da sempre utilizza per creare l’idea del reale, frantumandole a tal punto da farne forse il film più onirico del regista. Il tramonto sulla Gloria N. vede la luna e il sole splendere contemporaneamente. Tutto si fa teatro a immagine di una realtà sognata, di plastica e di cartapesta. Come se non fosse già evidente, Fellini fa dire a uno dei passeggeri che il tramonto è così bello da non sembrare vero. E Orlando venuto fuori dal film muto si affretta subito ad affermare, mentre raccoglie gli appunti del suo diario: “Io scrivo, racconto, ma cos’è che poi voglio raccontare?... Un viaggio per mare? Il viaggio della vita? Ma questa non si racconta: si fa, ed è già tanto...”

.

e la nave va - il rinoceronte innamorato

 

Cosa succede sulla nave? “Siamo seduti sulla bocca di un vulcano”, dice il Granduca (si è alla vigilia della Prima Guerra Mondiale e Fellini parla di quei tempi pensando ai nostri). E c’è anche un rinoceronte, destinato ad uno zoo, un rinoceronte “innamorato” che alla fine salverà la vita ad Orlando. Come? Grazie al suo latte, quando tutti e due si ritrovano su di una scialuppa di salvataggio quasi come in uno spot pubblicitario. Nel finale, quando la nave sta per affondare, scopriamo che non siamo a bordo della Gloria N. ma in uno studio di Cinecittà, la finzione viene messa in scena, svelata anche se non ce n’era affatto bisogno. Cinema che riflette sul cinema, gioco auto-referenziale di rispecchiamento e di prestigio. Come con delle scatole cinesi una finzione rivela l’altra, chi narra si scopre narrato, Orlando poco sa della storia in cui si trova nonostante il suo sdoppiamento in cronista del tempo e cronista sopravvissuto a quel tempo.

 

Suggestivo il finale in cui il film diventa opera con un direttore d’orchestra che prova senza convinzione a dirigere una umanità che affonda. All’opera del resto il film fa pensare fin da subito e, andando a ritroso, potremmo dire che il cinema di Fellini, a partire da Otto e mezzo (1963), presenta sempre più caratteristiche che rimandano all’opera.  Fellini, non potendo più contare su Rota, utilizza la musica di Rossini, Bellini e Verdi e ne fa dei cori con i versi di Andrea Zanzotto («Nient'altro che un concentrato di luoghi comuni, di mera convenzione, un gioco, uno sberleffo», commenterà il poeta). Pur avendo sempre avversato l’opera, e in fin dei conti massacrandola nel film, arriva finalmente ad ammetterne il debito orchestrando tutta una nave su di un palcoscenico. Cinema e opera come due mondi che si intersecano  presentando somiglianze ed analogie, entrambe arti illusionistiche, mistificatorie e menzognere.

 

the_ship_of_fools

Hyeronymus Bosh, La nave dei folli. Il tema della “Stultifera navis” è ripreso nel primo capitolo della Storia della follia nell'età classica di Michel Foucault in cui viene rilevato come la "nave dei folli"  non fosse affatto un’invenzione. Era infatti prassi comune allontanare i "matti" affidandoli a marinai incaricati di ripulire la città.

 

“E con l'orchestra che ci accompagna
con questi nuovi ritmi americani
saluteremo la Gran Bretagna
col bicchiere fra le mani
e con il ghiaccio dentro al bicchiere
faremo un brindisi tintinnante
a questo viaggio davvero mondiale e a questa luna gigante.”

.

Francesco De Gregori, Titanic

 

Abele Longo

venerdì, 27 marzo 2009

Mangiando poesia: Mark Strand e la metafisica dell'assenza.

Mark Strand nasce nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ma cresce negli Stati Uniti ed attualmente vive a New York.
 
Il suo modo di fare poesia è abbattimento di regole e catene della tradizione lirica, la sua poesia si fonde alla prosa senza perdere il piacere della pausa, del respiro, del ritmo intrinseco alla narrazione stessa.
 
La poetica di Strand penetra il pensiero tuffandolo e vestendolo di sogno e realtà, come un entrare ed uscire da un tunnel, come un meditare aprendo e chiudendo gli occhi …: verità e fantasia si fanno esperienza sensibile che si fonde al vissuto, cui egli dà le sue risposte attraverso i versi che assumono forme nuove, quasi un elenco di “pensierini” a volte, apparentemente semplici come innocue gocce d’acqua, che alla fine dell’intera lettura lasciano il segno sulle labbra come il tocco dell’acqua sulla nuda pietra.
 
Della semplicità si può fare arte complessa, quasi irraggiungibile: la perfezione della linea retta che si ricurva inseguendo dolcemente il suo percorso per poi puntualmente tornare diritta al punto di partenza. Una poetica delle domande, mi verrebbe da dire, in cui Strand si risponde scrutandosi, sempre interrogandosi sull’idea delle cose reali. Ne risultano risposte a volte apparentemente spezzate che racchiudono in sé il senso di un pensiero vasto e profondo che sembra non raggiungere mai se stesso, mai, fino a divenire anch’esso nuovo interrogativo, nuova ricerca, nuova meditazione, altra/alta poesia.
 
Il senso dell’assenza come presenza piena, quasi metafisica, la descrizione della quotidianità che scorre nel tempo, nei giorni, uguale a se stessa, permea di un senso di tristezza versi che si arricchiscono di immagini potenti ed evocative senza risultarne appesantiti nella loro logica fluidità.
 
"fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati"
 
Un’attesa graffiante della morte, descritta con la nudità e la crudezza dell’esorcizzazione di chi la fissa dritta negli occhi con atteggiamento coraggioso e disilluso, aspettando senza fretta, gelidamente quasi, la propria fine.
 
Di sé  Strand dice di raccontare sempre la stessa «vecchia storia», quella «sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni», la storia «di me stesso, di te, di tutti».
 
n.c.
 
 hopper - excursion into philosophy
 
Hopper, excursion into philosophy
.
traduzione di Abele Longo* da 'Reasons for Moving', Mark Strand
 
 
L’uomo sull’albero
 
Ero seduto sui rami di un albero
scosso dal vento e senza niente addosso.
Tu invece a terra avvolta in un cappotto,
il cappotto che indossi ora.
 
E quando lo apristi scoprendo il seno
bianche falene volarono via
e le parole dalla bocca
rotolarono sui tuoi piedi.
 
La neve si posò sulle mie orecchie
e le falene attratte dalla neve
si dileguarono nel vento
che piagnucolava come un bambino.
 
Né io né te sapremo mai cosa
ci sta succedendo, cosa non va.
Le nuvole avvolsero le braccia,
le braccia che ora alzo
 
in volo nel chiarore dell’inverno
e sfiorano il richiamo degli storni.
Un campo di felci copre gli occhiali
mi libero per poterti guardare,
 
mi volto e anche l’albero si volta,
ogni cosa non è più solo cosa
in questa luce. Chiudi gli occhi
e il cappotto cade per terra.
 
Il vento diventa respiro, l’albero
una mano che si ritira, niente
sembra più certo. Forse non è questa
la poesia che mi ha rubato
queste parole dalla bocca.
 
 
The Man in the Tree
 
I sat in the cold limbs of a tree.
I wore no clothes and the wind was blowing.
You stood below in a heavy coat,
the coat you are wearing.
 
And when you opened it, baring your chest,
white moths flew out, and whatever you said
at that moment fell quietly onto the ground,
the ground at your feet.
 
Snow floated down from the clouds into my ears.
The moths from your coat flew into the snow.
And the wind as it moved under my arms, under my chin,
whined like a child.
 
I shall never know why
our lives took a turns for the worse, nor will you.
Clouds sank into my arms and my arms rose.
They are rising now.
 
I sway in the white air of winter
and the starling’s cry lies down on my skin.
A field of ferns covers my glasses; I wipe them away
in order to see you.
 
I turn and the tree turns with me.
Things are not only themselves in this light.
You close your eyes and your coat
falls from your shoulders,
 
the tree withdraws like a hand,
the wind fits into my breath, yet nothing is certain.
The poem that has stolen these words from my mouth
may not be this poem.
 
 people_in_the_sun
 
People in the Sun (Hopper, XV)
 
(Edward Hopper, People in the Sun)
  
In People in the Sun cinque persone siedono al sole. Sono lì per prendere il sole? Se sì, perché vestono come se dovessero andare al lavoro o come chi aspetta dal medico? Forse aspettano in qualunque posto siano e il mondo è la loro sala d’aspetto. Forse. E cosa pensare del giovane uomo che legge alle spalle degli altri quattro? Nonostante sia lì con gli altri sotto il sole, sembra immerso nella lettura più che nella natura. La luce è particolare, cade solo sulle figure. Una delle caratteristiche della luce in Hopper è infatti di non essere nell’aria, come ad esempio negli impressionisti. Più che prendere il sole, le figure sono intente a guardare verso le colline. Le colline, a loro volta, sono alla stessa altezza delle figure e sono anch’esse inclinate indietro. La Natura e la Civiltà si osservano. C’è qualcosa di strano in questa tela, le figure più che guardare il paesaggio sembra stiano ammirando il dipinto di un paesaggio. 
 
da Mark Strand, Hopper (1994)
traduzione Abele Longo*
 
* Abele Longo è responsabile del corso di Italiano presso la Middlesex University di Londra, dove insegna cinema e letteratura italiana e traduzione audiovisiva. Tra le sue pubblicazioni: “Subtitling the Italian South: A Comparative Study of Totò che visse due volte and LaCapaGira” in Anderman, Gunilla e Jorge Díaz Cintas (a cura di) In So Many Words: Translating for the Screen. Clevedon: Multilingual Matters, 2009; “Palermo in Ciprì e Maresco”, in Foot, John e Robert Lumley (a cura di) Le città visibili, “Il Saggiatore”, Milano, 2007; “Influenze pirandelliane nel Ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco”, in Dalla letteratura al film (e ritorno). Acta Universitatis Palackianae Olomucensis Facultas Philosophica, Università di Olomouc, 2006.
Non ha ancora raccolto organicamente la sua personale produzione poetica, ma alcune sue poesie e traduzioni si possono leggere sul suo blog personale all’indirizzo: http://neobar.splinder.com
.
***


Nuvole.
 
 
1. Una nuvola non è mai uno specchio
2. Le parole sulle nuvole sono nuvole loro stesse
3. Se nevica in una nuvola, solo la nuvola lo sa
4. Per ogni nuvola c’è un’altra nuvola
5. Una nuvola sogna solo triangoli
6. Una nuvola è una stagione di bianco
7. Lo sfolgorio delle nuvole è falsità
8. Le nuvole sono state disossate
9. Al museo delle nuvole è esposta solo Biancaneve
10. Le nuvole sono frutta soffice
11. Lo scorrere delle nuvole è come pomeriggio dopo pomeriggio
12. Se un pappagallo si perde in una nuvola diviene arcobaleno
13. Le nuvole sono innamorate degli orizzonti
14. Si parla in una nuvola come in un telefono
15. Un cielo senza nuvole è calvo e azzurro
16. Le nuvole del mare profumano di mare
17. Le nuvole sono nobili e inquiete
18. La nuvola che se n’era andata non sarebbe più tornata
19. Il dolore delle nuvole non riusciamo nemmeno a immaginarcelo
20. Le nuvole sono pensieri senza parole
21. Le nuvole sono schiave del vento
22. Una nuvola senza forma è sempre aperta
23. Le nuvole sono trascinate da uccelli invisibili
24. Se le nuvole avessero braccia, abbraccerebbero
 *
[da 89 nuvoleVol.esaurito] [Traduzione di Damiano Abeni] / Mark Strand. - L’Obliquo, 2003.
 
 
 
 eating poetry
 
 
Eating Poetry,
Mark Strand

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.


Mangiare poesia

Cola inchiostro dagli angoli della mia bocca.
Non c'è felicità pari alla mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani chiuse nel vestito.

Le poesie sono scomparse.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale dello scantinato, stanno salendo.

Gli occhi ruotano le orbite,
le zampe chiare bruciano come stoppia.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.

Non capisce.
Quando mi inginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio, abbaio.
Scodinzolo di gioia nel buio libresco.
 
 

Trad. natàlia castaldi, 2009

Chi sono

Utente: AntoNatGiu


Nome: Casual Mente Filo SofiAmo .....*diversamente mis/credenti*


Amministratori:

Antonella Foderaro

***

Collaborano:

Donatella Quattrone
Francesco Colia
Pasquale Esposito

***

Partecipano:

tutti gli ospiti & commentatori

***

condivi i tuoi scritti inviando una mail a:

antonellafoderaro@libero.com



More about Pro/testo

Categorie

6 aprile 2009
8 marzo
a rosari
abbandono scolastico
abele longo
abraham joshua heschel
accattone
achenbach
aforismi
aforismi di meretrixbaldraque
alberto napolitano
alda merini
aldo tagliaferri
alessandro giuliani
alexei kharitidi
alexis de tocqueville
aleš debeljak
alla luna
amnesty international
ana rossetti
anarchica
andrea pomella
andré neher
andy warhol
anfiosso
anna lamberti bocconi
anselm kiefer
antonella foderaro
apologia di socrate
aristotele
assoluto e relativo
astrattismo
atti impuri
autoironia
autoreverse
babele
baudrillard
bianca madeccia
birkenau
botero
braille
caducitĂ 
caput anni
carmine vitale
carol ann duffy
cartesio
cesare pavese
chagall
charles simic
cicerone3
cinema
clandestini
claudio molinari
claudio ronco
clochard
coltivare la democrazia
consigli di lettura
contratti a progetto
coro cortina
cortometraggi
crisi
cristina bove
critica letteraria
cubismo e surrealismo
dalì
daniele dagostino
darwin
david ramanzini
de chirico
delara darabi
deliri notturni
dialoghi
dialogo tra sordi
diritti umani
diritto
domenico faucello
donatella quattrone
e la nave va
ebraismo
election day
elie wiesel
eluana
emarginazione
emiliano laurenzi
enzo campi
eros e pornografia
eros e thanatos
eros ed agape
esercizio filosofico
esilio di voce 1
essere singolare plurale
etica e bioetica
etica ed estetica
europee
eventounico
fara editore
faraòn meteosés
fasci siciliani
fede
federico federici
federico sollazzo
fedro
fellini
feudalesimi
fiaba
filosofi per caso
filosofia della musica
filosofia della storia
filosofia pratica
flavio ermini
follia
formazione
forme metriche
francesca pellegrino
francesca vitale
francesco colia
francesco forlani
francesco marotta
francesco rosi
francesco tomada
franz krauspenhaar
freud
fromm
gagarin
gaspara stampa
gemellaggi
giacomo cerrai
giacomo sferlazzo
giampiero pepe
gianandrea parisi
gianni montieri
giovani e ricerca
giovanna lentini
giovanni campi
giuditta
giuseppe barreca
giuseppe schillaci
giusi venuti
gorgia di leontini
griffy il bottaio
guerre e pace
guido michelone
haiku
hannah arendt
herbert marcuse
hopper
i burocrati del male
identitĂ 
ignazio licata
il bacio
il branco
il dito e la luna
il dono
il dono di humboldt
il frullatore mediatico
il ghetto e la fortezza
il gioco dei ruoli
il giorno della memoria
il grande masturbatore
il mito della caverna
il monaco ed il pesce
il profumo dei colori
il re lucertola
il tempo
il testo poetico e la prosa
il viaggio di ulisse
il viandante
il vignettificio
immigrazione
impronte
incuria
indifferenza
individuale e collettivo
inediti
innovazione e radici
integrazione
intermezzo ludico - la gnosi del
ippocrate
italo calvino
ivan crico
ivan fassio
jacopo ninni
james douglas morrison
jazz
jean barriére
jĂĽrgen habermas
k z mauthausen
kamikaze
kandinskij
kant
karl popper
kaysersose
klimt
l oratore
la banalitĂ  del male
la bestemmia
la coerenza
la cura
la diva
la donna nell arte
la follia tema musicale
la logica aperta della mente
la luce e il lutto
la nazione
la nebbia delle coscienze
la parola
la pittura di eishi
la poetica della metafisica
la ricotta
la sinceritĂ 
la torta e il piede grosso
la traduzione poetica
la violazione della carne
la voz a ti debida
lamore della povera gente
lampedusa
larte di perdere
lavoro
le prigioni politiche
le viol
leggerezza
lettera aperta all on d alema
levitĂ  liciniana
lezioni americane
libera nel verso libero
liberazione
libertĂ  di pensiero
libraria
limpossibilitĂ  di vivere
lo sguardo
luciano folgore
lucifero
lun e storte
l’eros nel cantico dei cantici
magritte
marcantonio lunardi
marco lodoli
marco saya
marco toso borrella
marinella morati
marino baldissera
mario benedetti
mario sironi
mark strand
mark twain
martin walser
mellonta tau talogica
memoria e nazismo
memorie apocrife
messina
michael dudok
migrante e trasgressivo
morti bianche
munch
musica
musica ed astrattismo
nancy jean-luc
nascita
natale
natĂ lia castaldi
nazione indiana
neil postman
nietzsche
noberto bobbio
notizie dalla pizia
omo-sessualitĂ 
osservando la resistenza del mon
osvaldo licini
parabola
pasolini
pasqua
pasquale esposito
patricia panebianco
paul klee
pd aspettative e speranze
pedro salinas
pensiero che
persuasione
petr halmay
pier paolo pasolini
platone
poesia
poesia dialettale siciliana
poesia erotica
poesia giapponese
poesia politica
poesie inedite
politica
polvere
pop art
povera musa
pratiche filosofiche
preghiera
prima vita
pro/testo
psicofantaossessioni
racconti
racconti horror
reb stein
recensioni
relazione
renga
riflessioni
robert rauschenberg
roberto carradore
rocco rao
rolando iaria
rose ausländer
rumeni un romanzo di storie
salvatore giuliano
santa caterina market di barcell
satira
saul bellow
scarborough fair
schneier
schonberg
sciacalli
scuola
sebastian brant
seduzione
sinceritĂ 
sintomatologia delleffimero
sole freddo
srebrenica
statistiche
stefania crozzoletti
stefano amorese
stefano zampieri
stoneart
storia senza storie
strategie politiche
stupro
sul virtuosismo e larte
tanka
teatro
tempi di recessione
tempo
teqnofobico
terremoto
terrorismo
the privilege of the grave
thomas merton
tommaso cannizzaro
tommaso moro
totò che visse due volte
traduzione poetica
treblinka
u2
una zampillante fontana
universitĂ 
utopia
veronica franco
videopoesia
viola amarelli
visioni d arte
viviana scarinci
war
william dewitt snodgrass
xenofobia
yoko ono matopei
zagrebelsky

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder