giovedì, 26 novembre 2009

Giuseppe Barreca: Pier Paolo Pasolini

pasolini

È impossibile parlare di Pier Paolo Pasolini in poche righe; ma vorrei provare a dire delle cose che mi vengono in mente, quasi d’istinto, a 34 anni di distanza dal suo assassinio, il 2 novembre 1975. Lui stesso non amerebbe la retorica, né alcuna celebrazione; sarebbe superfluo dire Pasolini che “ci” manca… sì, manca anche a noi nati durante gli anni Settanta, che non l’abbiamo conosciuto, se non attraverso le sue poesie, i suoi libri, i suoi romanzi, i suoi film, le sue apparizioni televisive.
Quando scrive Le ceneri di Gramsci (qui c’è un’interessante analisi del testo, mentre qui c’è il testo), Pasolini è giovane; crede ancora, forse, nel proletariato italiano (o meglio nel sottoproletariato), inteso non tanto come classe sociale rivoluzionaria, bensì come insieme di individui capaci di intercettare e incarnare ancora il sentimento autentico della vita, la genuinità dell’esistere.
Per inciso, i versi de Le ceneri di Gramsci possiedono anche un notevole valore poetico, perché sono scritti impiegando magistralmente la terzina dantesca, una metrica non utilizzata nella poesia italiana d’allora; non solo, nella poesia si riscontrano echi dei versi di Giovanni Pascoli, eppure Pasolini appare modernissimo, anzi, un anticipatore delle avanguardie poetiche degli anni ’60.
Pasolini credeva nel popolo, non nella “gente”, come si dice oggi, e neppure nella “pubblica opinione” o nella triste “società civile”. Non era però populista, né demagogo, bensì, potremmo dire, un popolare. Anni più tardi, deluso dal sottoproletariato italiano che, folgorato dal boom economico, si dedica al consumismo e smarrisce se stesso, Pasolini volgerà altrove il suo interesse per una forma di vita semplice, primigenia. Il consumismo secondo lui diventa una specie di droga che annichilisce lo spirito di rivolta del proletariato, e lo tiene alla catena, lo controlla, proprio grazie al “benessere” (TV, lavatrice, lavastoviglie, automobile). Viene fatto credere che questo benessere sia alla portata di tutti: l’importante è lavorare e tacere. Che non avere l’automobile è una vergognosa mancanza, mentre non leggere libri non è qualcosa di grave. È questo consumismo una nuova forma di fascismo, anzi, il vero fascismo, mascherato da regime democratico, si domanda in questo video il poeta..
Un uomo come Pasolini odia il conformismo piccolo borghese, anche se non è, lui, un intellettuale radical-chic, bensì un uomo che cerca il popolo, nelle sue opere, nei film, nelle sue storie che racconta (che descrive nei suoi romanzi, si pensi a Ragazzi di vita), ma anche dentro le notti romane. È proprio l’avversione verso il conformismo piccolo-borghese che guida molte sue riflessioni. L’emancipazione del sottoproletariato avviene dunque non attraverso una rivolta, o un riscatto della propria vita che possa salvaguardare e arricchire il carattere autentico, genuino dell’esistenza. Tale riscatto, invece, avviene adeguandosi ai canoni borghesi della vita ordinaria, attraverso il trinomio casa-famiglia-lavoro.
Si pensi a Ragazzi di vita, romanzo uscito nel 1946. Uno dei primi eventi che rapisce l’attenzione del lettore è contenuto nel primo capitolo del libro, quando il protagonista (un ragazzo del sottoproletariato, che, come diremmo oggi, “vive di espedienti”), il Riccetto, si getta dalla barca in mezzo al fiume per salvare una rondine che stava affogando. A questo episodio corrisponde specularmente, in opposizione, un avvenimento posto quasi all’epilogo del romanzo. In questo caso il Riccetto - scontati gli anni di carcere e “messa la testa a posto”, secondo i canoni borghesi del “casa-lavoro-stipendio” -, pur commuovendosi, non muove un dito per salvare dall'annegamento nel fiume Aniene il giovane Genesio, considerando la situazione troppo rischiosa per intervenire. Il primo Riccetto, quello delle vagabonde scorazzate, degli espedienti più o meno legali per sopravvivere, dei furti e delle disonestà, è un ragazzino capace di provare un sentimento di pietà e di compassione per un uccellino, tanto da non indugiare un solo secondo per salvarlo; di contro, il Riccetto responsabilizzato, quasi borghese è, come dice lo stesso Pasolini, un personaggio piatto, vuoto, che, influenzato dai canoni della società borghese, ha perduto quegli slanci di pura umanità che permanevano sotto la scorza da piccolo delinquente; egli è rimasto intrappolato in quello spirito egoista da membro della classe media - cui nonostante tutto non apparterrà mai - abbandonando definitivamente quei tratti di peculiarità popolana che la vita di borgata gli aveva cucito addosso.
Negli anni ’60, secondo Pasolini ormai lo spirito autentico dell’uomo non esiste più nella decadenti società occidentali; o forse i veri figli del popolo, nella società italiana che a fine anni ’60 sembra, in apparenza, scuotersi dal torpore conformista, esistono ancora. Ma Pasolini li “trova” dove meno ce l’aspetteremmo: tra i poliziotti, impegnati il 1 marzo 1968 a contrastare gli studenti universitari che manifestavano a Roma: “Il PCI ai giovani”. Con questa poesia Pasolini non intende, semplicisticamente, assumere una posizione da bastian contrario e difendere i poliziotti contro gli studenti in rivolta, ma vuole rimarcare come la generazione del 1968 fosse ormai in ritardo e, resa “molle” da anni di benessere e consumismo (loro sono i “figli di papà”), non fosse più in grado di porsi veramente come punta di diamante del cambiamento dell’Italia, un paese ormai annegato in un conformismo feroce.
Non so se Pasolini avesse ragione; non c’è qui spazio per parlare del ’68, di quello che ne seguì: del rinnovamento della società italiana, del costume, ma anche della violenza politica. Forse non vale la pena nemmeno rammentare come molto ex-sessantottini siano finiti “dall’altra parte”. Piuttosto, la nostra generazione dovrebbe chiedere conto ai nostri padri, perché ci hanno “lasciato” una società dove si fatica a trovare una collocazione, dove il precariato lavorativo è spesso una costante. Sembra quasi che, usciti sani e salvi dalla faticosa ricostruzione post-bellica, la generazione dei nostri padri si sia pappata tutto, lasciando a noi solo delle briciole, mentre molti di loro, ancora, occupano i posti di potere. Chissà se Pasolini aveva intuito anche questo.
Tornando a lui, dicevo… questo trionfo del consumismo, dell’omogeneizzazione culturale sarebbe favorito secondo Pasolini da un (allora) nuovo strumento culturale, che per definizione, essendo un “mass-media”, tende alla mediocrità, a livellare verso il basso di questo paese, al di là delle intenzioni di chi ci lavora. Fa impressione sentire Pasolini che, negli anni ’60, afferma che la TV, come mezzo di massa, è alienante (in senso marxista?), sia perché “mercifica” quel che si dice, sia perché rende lo spettatore “inferiore” rispetto a colui che parla in TV che viene visto come “superiore”, non per le cose che dice, bensì solo perché appare in televisione.
La lucidità di un uomo come Pasolini colpisce perché egli è stato capace di vedere e denunciare fenomeni culturali e sociali (il consumismo, l’appiattimento culturale della società, la vittoria del superfluo, del materialismo, la ricerca del successo a ogni costo) che ai suoi tempi erano ancora in embrione e che solo più tardi prenderanno forma, soprattutto dopo gli anni ’80.
Naturalmente, Pasolini era anche un uomo del suo tempo; non si vuole dire che egli avesse sempre ragione, né che non sbagliasse mai. Nelle cose che dice o scrive si possono senz’altro trovare opinioni che non si condividono. Ma in lui sembra rilucere, sempre, una ricerca, disperata, dell’autenticità; come se per lui cadere nel pregiudizio, nel populismo, nell’ovvietà, fosse un delitto, una resa ignominiosa alla terribile cultura di massa.
Pasolini era un “diverso” per scelta, potremmo dire; non perché fosse omosessuale, né perché vivesse appieno questa sua omosessualità. Ma perché non taceva; perché non aveva paura di dire quello che pensava, sempre. Un intellettuale come lui, in una società che teme un pensiero che si distingue dagli altri, è condannato alla solitudine. A una solitudine talvolta cercata, altre volte sofferta. E solo la compagnia dei suoi ragazzi di vita, la sera, forse gli dava requie. Eppure era un uomo che, sebbene facesse scandalo, non desiderava farlo, né stupire per degli eccessi. Ecco, Pasolini odiava chi si scandalizzava. Nel suo film-documentario “Comizi d’amore”, a un certo punto egli dialoga con Alberto Moravia e Cesare Musatti proprio sul senso della parola “scandalizzarsi”. Moravia afferma che “le cose che si capiscono non scandalizzano”. Una frase su cui riflettere bene ancora oggi.
 
 

Orazione funebre per Pasolini recitata da Moravia

 


Commenti
#1    27 Novembre 2009 - 00:19
 
Di Pasolini so poche cose lette su Internet. Ciononostante ho provato a scrivere qualcosa su di lui, in verità in modo forse molto critico (anche se nessuno nè è rimasto urtato) perchè lui considerava fascismo anche qualcosa che per me non lo è e difatti io rappresento ciò che lui odiava politicamente parlando. Tuttavia considero Pasolini fu un uomo di onestà intellettuale poiché non si è mai piegato a vili compromessi. Al contrario ha preferito esporsi senza riserve. Ed è singolare che Giuseppe Barreca parli qui, tra l'altro, di ciò che Pasolini pensava e diceva a proposito della televisione: è una delle cose che, nella mia ignoranza, ho riscontrato e ammiro nel pensiero di Pasolini. Riporto qui una sua affermazione:

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione) non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre. (dal Corriere della sera, 9 dicembre 1973)

 


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#2    27 Novembre 2009 - 15:39
 
Questo post è tra i più dinamici che ho letto ad oggi su Pasolini, la segnalazione dei testi e dei video di riferimento lo rende un vero e proprio studio.
Pasolini merita, meriterebbe di essere studiato ed approfondito quanto la Divina Commedia ed il Manzoni a scuola, ma manca la maturità alla quale fa riferimento l'ultimo video, quella appunto di non scandalizzarsi: "Si scandalizzavano i farisei" ed oggi viviamo immersi nello scandalo perchè ci muoviamo in un mondo di farisei ignoranti. I due termini si contraddicono perchè i farisei erano la classe colta dell'epoca, ma oggi come sottolinea l'autore, il consumismo ci porta a preferire la macchina ai libri quindi oltre ad essere ipocriti, la nostra stessa capacità di scandalizzarci è potenziata da una ignoranza e superficialità sempre più diffusa.
Chi pensa rimane solo e la sua stessa solitudine desta scandalo, ma lo scandalo piace perchè come si diceva altrove in relazione alla maldicenza, fa comunque parlare, vendere giornali, aumentare gli ascolti.
Vittoria
utente anonimo

#3    28 Novembre 2009 - 11:53
 
penso che Pasolini abbia proprio questa capacità, di far riflettere anche chi, politicamente, è lontano da lui. Perché molti suoi discorsi di fondo non erano politici in senso stretto, bensì culturali. Andavano oltre le contingenze della politica.
Giustissimo quello che dice Vittoria; ci sono oggi scandali a comando, una pruderie da inghilterra vittoriana che farebbe felice un novello Dickens...
http://poesiaescrittura.blogspot.com/search?updated-min=2009-01-01T00%3A00%3A00%2B01%3A00&updated-max=2010-01-01T00%3A00%3A00%2B01%3A00&max-results=16 utente anonimo

#4    29 Novembre 2009 - 16:00
 
Anche per me Vittoria questo post è eccellente, perchè non solo stimola alla studio ed alla ricerca personale, ma suscita interrogativi non indifferenti.
Spero che si torni sempre più spesso a parlare (finchè un giorno lo si possa anche studiare...come ben dici tu) di Pasolini perchè ne abbiamo tutti veramente bisogno per scuoterci dal torpore e dall'ipocrisia nella quale siamo sempre più immersi e paralizzati.

Grazie di cuore a Giuseppe per la proposta!
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#5    25 Gennaio 2010 - 16:08
 
Egli, dopo Gramsci, è il più grande intellettuale del nostro paese. Oggi, come per Antonio, non ne parlano, nel nostro paese, negli USA, invece sì. Forse perchè erano...comunisti?! Un saluto da Salvatore. "Ho una sua foto originale, che gli feci nel 1974 (si trova sul mio blog), ad una Festa de L'Unità, a Milano al Parco Sempione!"
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