“Ma, finalmente, ti lascerò stare. Cercherò, invece, di esporre a voi il discorso su Eros, che un giorno udii da una donna di Mantinea, Diotima, che in queste cose era sapiente e in molte altre, e che una volta per gli Ateniesi, con sacrifici che fece loro offrire per difendersi dalla peste, ottenne il rinvio per dieci anni dell’epidemia. Fu lei che istruì anche me nelle cose d’amore.
“Cercherò di esporvi un suo discorso, partendo dalle cose che si sono convenute fra me e Agatone, pronunciandolo io da solo, per quanto mi sia possibile. E bisogna proprio, o Agatone, come prescrivi tu, spiegare in primo luogo chi è Eros e di quale natura sia e poi le sue opere. Ebbene, mi pare che la cosa più facile sia quella di spiegare nel modo in cui la straniera spiegava, facendomi domande. Infatti, anch’io dissi a lei all’incirca quelle stesse cose che Agatone ha detto a me, ossia che Eros è un gran dio, e che è amore delle cose belle. E lei mi confutò con gli stessi argomenti con cui ho confutato lui, ossia dicendo che, in base al suo stesso discorso, Eros non risulta essere né bello né buono.
“Ed io allora risposi: “che cosa dici, Diotima? Allora Eros è brutto e cattivo?”
“E lei: “Sta’ zitto! Credi forse che ciò che non sia bello, di necessità debba essere brutto?” 1
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La tendenza a ragionare per opposti ed a catalogare è quanto di più comune possa esserci. La mediazione (Diotima) è un’arte difficile sia a livello intellettuale che pratico ed ha anche il grave difetto di risultare poco gratificante perché non riscuotendo pubblicamente plauso da nessuna delle due parti in gioco, viene solitamente considerata marginale, appartenente cioè a quella sottile linea di confine tra l’umano e il divino cui fare riferimento di rado e possibilmente solo in caso di calamità (la peste). Eppure, se non esistesse la primavera, saremmo costretti a passare dal rigore dell’inverno all’afa estiva …
Ciò che non è bello non deve necessariamente essere brutto, può essere “qualcosa di intermedio fra questi due”2.
Cosa succede quando Eros, il “demone” che la sacerdotessa indica come preposto a far dialogare in noi la ricchezza con la povertà, la bellezza con la bruttezza, l’umano con il divino, il carnale con lo spirituale, viene mortificato all’univoca e colpevole manifestazione della povertà e della bruttezza?
L’assenza di mediazione ha come conseguenza la scissione e l’eros sarà vissuto come ipertrofia dell’io, smania, tormento: eros come thanatos, istinto di vita che conduce, tragicamente, alla morte.
A cosa dobbiamo questa concezione dicotomica del bene e del male? Dell’eros e dell’agape, colpevole il primo, puro il secondo?
Paradossalmente le origini risiederebbero proprio nella interpretazione platonica del corpo come prigione dell’anima, poi ripresa, reinterpretata ed estremizzata dalla riflessione di un certo tipo di letteratura moralista cristiana distante, quando non addirittura in evidente contrasto, con quella che è invece l’interpretazione biblica del corpo e della sessualità. Il cuore, in senso biblico, non è solo la sede di emozioni ed impulsi, ma anche di sentimenti, affetti, desideri e del pensiero. Nella prospettiva biblica l’uomo è essenzialmente uno, al punto che “anima, spirito, corpo, cuore” sono in reciproca relazione. La carnalità non è sinonimo di male e peccato perché se lo stesso Gesù è il “Verbo fatto carne” (sarx), essa deve necessariamente essere sinonimo di unità, bene, perfezione. L’amore biblico, espresso normalmente con il concetto “agape” include anche il significato dell’amicizia (phileo) e della passionalità carnale (erao).
L’eros sarebbe dunque uno dei modi di declinare ed esprimere l’agape, non la sua negazione e tuttavia questa visione “schizofrenica” sembrerebbe quella ipocritamente più accolta e proposta.
Espressione di questa visione lacerata e lacerante dell’eros, tipica del suo e del nostro tempo è, per esempio, la pittura di Egon Schiele.
“Le sue opere sono un arco teso, una situazione al limite, dove la linea si acuisce nello sforzo di rompere dall’interno quella forma a cui è saldamente legata. E questo conflitto lascia crescere la loro intensità”3



Protagonista dei ritratti di Schiele è l’individuo colto non nel suo ruolo e nella dimensione unitaria della personalità, ma nel suo disagio esistenziale: un’esaltazione dell’anima che inevitabilmente determina la malattia del corpo.
L’ “atto d’amore” non veicola alcuna emozione e partecipazione affettiva: i due non si guardano, gli occhi sbarrati, persi nel vuoto (o chiusi nel reciproco nascondimento, per non vedere e non essere visti) i lineamenti come logorati da una danza macabra di soli corpi, consumazione sessuale priva di qualsiasi sensualità e seduzione, nella quale l’amplesso è preludio di morte.
Ogni ritratto è manifestazione di solitudine ed isolamento, silente grido dell’anima.
Vita o morte, amore o sesso, tenerezza o passione, verità o menzogna? E se provassimo invece ad usare misericordia al nostro stesso sguardo?
“L’indulgenza, è lei il paradiso terrestre. Nel buio non vede nero e nell’oscurità coglie anche la luce più debole e inappariscente: vede ciò che c’è di giusto nel falso. Il suo sguardo si volge a ciò che ha visto. Per colui che riflette, l’indulgenza diviene inclinazione. E la parola austera che la designa è “amore”4
Questa lente così necessaria è la sola in grado di restituirci quello sguardo artistico che ci consente non solo di vedere poeticamente l’esistenza, ma di viverla in modo poetico.
Cos’è un bacio, cosa un abbraccio?
Baciarsi è prima di tutto respirarsi, abbandonarsi per un momento al rischio del confondersi l’uno nell’altro, è il primo atto di fiducia e di clemenza verso noi stessi: abbracciati non temiamo più l’abisso del nostro egocentrismo perché finalmente abbiamo infranto il rigore austero della nostra solitudine … seppure precipitassimo non ce ne accorgeremmo, il contatto con le labbra dell’altro e la sua stretta mediano una nuova stabilità, la morte diventa vita, la vita il giardino della morte, dove gli amanti seminano il frutto dell’attesa e della passione e dove non rimarranno mai abbastanza per sentirsene padroni.
Eros è fatale non perché crudele, ma perché necessario, insegue chi lo ignora finanche nel sogno e se nella fugace giovinezza addensa il sangue alla passione e lo rapprende fino a renderlo polvere, nelle altre stagioni della vita ne accelera lo scorrere impetuoso, perché non accetta che il tempo lo saccheggi dei suoi tesori.
Cos’è un bacio, cosa un abbraccio?
E’ non fermarsi alla prima risposta, è vivere l’armonia dei contrari, non tradendo mai la domanda e il segreto sussurratoci dalla passione che reclina il capo alla tenerezza.
Se questo demone ci scoprisse con un nome sulle labbra che non ci appartiene fedeli ad un amore, ma non all’amore, come potrebbe usarci clemenza? “Le sue vampe sono vampe di fuoco le sue fiamme, fiamme di Jah!”5 eppure questo fuoco consumando nutre, come una madre che dormendo “all’aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada”6 conosce cosa sia la povertà dell’assenza, la paura della solitudine, la follia dell’abbandono e svela il nome alla persona, raccontando una storia nuova per la buonanotte al figlio che stringe al seno.
Ma qual è il segreto della mediazione? Come non impazzire sotto la sferza dell’ “aut aut” che lacera cuore e carne lasciandoci vittime del nostro stesso rigore?
“E perché Socrate – continuò – non diciamo che tutti amano, se è vero che tutti amano le medesime cose e sempre, ma di alcuni diciamo che amano e di altri no?”
“Anch’io mi stupisco”, risposi.
“Ma non c’è da stupirsi – soggiunse – perché noi, separando una particolare forma di amore, le attribuiamo il nome dell’intero e la chiamiamo appunto amore, mentre per le altre forme d’amore usiamo altri nomi”7.
Tanti nomi per dare ragione di una sola parola, tante strade nelle quali riuscire a trovare il “giusto nel falso” non dimenticando mai che “di coloro che in molti modi mirano a lui, o mediante il guadagno, o mediante la pratica della ginnastica, o la filosofia, non si dice che amano, né si dice che sono amanti, mentre coloro che mirano a quel fine impegnandosi secondo un’unica forma di amore, prendono il nome dell’intero con i termini: amore, amare, amanti”.
Quella sottile linea che noi chiamiamo “confine” è l’unica a conoscere l’intero, quanti si limitano solo a guardarla sono destinati ad essere per sempre parziali, forse dovremmo semplicemente oltre-passarla fiduciosi e restituire “al tutto” il nome che da sempre gli appartiene.
“Forse hai ragione tu” - rispose Socrate - in attesa di fare esperienza della verità … così Schiele “eterno bambino” raccolse la tradizione/intuizione di Klimt, spogliandosene poi quando l’inquietudine della carne invocò la serenità dello spirito e quest'ultimo rimase in silenzio, tutto solo … al di là di quel confine.
Antonella Foderaro
Un eterno sognare
colmo del più dolce esubero di vita
senza tregua – con l’angoscia dentro, nell’anima
divampa, brucia, cresce nella lotta
crampo del mio cuore.
Ponderare – e folle mi agito di smania e desiderio
il tormento del pensiero è impotente
senza senso, non raggiunge le idee
parla la lingua del creatore e dona
Demoni! Spezzate la violenza!
La vostra lingua – Il vostro segno – Il vostro potere.8
Egon Schiele
Riferimenti bibliografici
1,2,6,7 Platone, Simposio
3,8 Schiele, Art Dossier, Giunti
4 G. B. Achenbach, Del giusto nel falso
5 Cantico dei cantici