A un discepolo
In te rilassa la furia marina,
e chiudi gli occhi al sole lancinante;
prendi l’opaca linfa delle piante
e distillala in acqua cristallina.
Vola come una vespa sui colori
e fanne fresca aria: scindi l’arco-
baleno goccia a goccia sopra ai fiori.
Scaglia frecce sottili dal tuo arco.
E, associando a ogni gesto una parola,
mantieni un ritmo poderoso e lento,
come un rapace portato dal vento
spiana le grandi ali mentre vola.
Finché potrai sentire ciò che io sento:
che siamo scissi in una cosa sola.
Le terre sono contente
quando i cieli squarciano il velo
frantumando le vetrate
di cattedrali e magazzini.
Ciascuna goccia non sente solitudine
ma tuffo, destino e lode
al cielo da cui tutte son nate.
Il canto della pioggia battente
bagna e nasconde animali e assassini.
Fuggite… L’acqua è niente…
Vorrei ridere finché mi scoppiano le vene
così finalmente
mi si sala un po' la zucca.
Vorrei togliere tutti i semini dalla tua anguria,
maniacale,
per ammirare bene l'essenza
e poi la buccia mangiarla il maiale.
Vorrei vedere scagliare un giavellotto
alle Olimpiadi
che non finisse mai di atterrare
striando per sempre col nome di me il tuo cuore.
Vorrei che mi amassi senza i sassi molli
che sono i peggiori
perché non fanno né male né bene
ma intanto ammazzano.
Anoressica
Io dico che hai deviato in nomine patris
e lancio la forchetta sull'abulia:
mania da assiderati, voglia di abbraccio
il getto del cucchiaio e del coltello
e tutte le altre cose da buttar via.
Tu vedo che lavori oscuri sensi
e succhi il labbro di nascosto al mondo
nello sprofondo delle quattro ossa
e pensi che non pensi come voli
e credi che non credi come suoli
e di solito voli ben più in alto
con gli aghi delle flebo nelle mani
dentro i flebili denti delle fami
sentendo solo oppio i quattro morsi.
Primavera,
bicicletta dei pianeti,
ci rubi i colori degli occhi
poi vi spruzzi gocce di sale.
Ci costringi a una strada
di nomadismo opaco.
Ogni tuo giro, vinci
la resistenza dei foschi.
E' strano come si cada,
nell'equilibrio vitale:
come l'ostacolo centri
la gamba zoppa.
Senza
Mi vortica un mulino nella mente
al vento di un pensiero non concluso;
la mazza di un tamburo fuori uso
rulla e percuote, e il suono non si sente.
Come non vedo ciò che guardo, neanche
riesco a desiderare ciò che voglio.
Disegno cento tratti sopra un foglio
che resta bianco, e le matite, stanche.
Così non so se seguire le ruote
che tracciano cammini d'incoerenza,
che sono mie, che sono grandi e vuote,
o cercare una via di conoscenza
che però non conosco, e che mi scuote
i nervi, perché so di essere SENZA.
La carta di giornale sul bagnato,
la montatura degli occhiali rotta;
dentro al forno c'è un pane bruciato,
ma da ieri, oggi è duro e non scotta;
cicatrice: la mollica in crosta
trasformata con secco calore;
qualche cosa ogni giorno si sposta,
sempre più si allontana dal cuore.
Nella nebbia che impregna il mattino
sto raccolta, con l'anima fitta.
Chi lo sa se sarà un giorno bello.
E mi chiedo se esista il destino:
sì, una linea talmente diritta
che è riuscita a spezzare il righello.
Non va dimenticato
che ognuno ha la sua testa
e alla sua testa offre,
giullare scellerato,
il tributo salato dell'errore
(per far ridere il re, che è senza cuore).
Te ne vai imbandierata, amore,
con i tuoi veli, il tuo orgoglio
che in un secondo cede in cielo e lenzuolo.
Te ne vai tripudiata d'amore
ogni treno che corre lo sa
e zufola il tuo nome per le mie finestre.
Ne vai con così tanto amore
che quasi ci sembra giusto,
come i bambini folli alla fine del parco.
La messa discute l'amore del non credente
mentre l'ostia appuntata sulla freccia
in volo parabolico crea le comete.
Saranno queste le eterne mete d'amore?
Sarà la luce violata che per offesa fa notte e alba?
O il ballo profumato delle tue anche?
Tu vai come chi muove l'amore
e nello stesso tempo si veste,
in modo che la sua traccia resti nel cuore.
Tu vai verso il tuo amore da bersaglio
dove lo sbaglio - un niente che rimedia -
è luna rossa che si mette a oriente.
Soffiarono gli dei la solitudine
fuori dal mare: vennero le sabbie
lunghe distese, crebbero le spiagge -
così gli inverni ebbero vertigine.
Se passi dove il mare si allontana,
l'alfa e l'omega ti vorrei lasciare;
vorrei che ti potessero bastare
inizio e fine di persona strana,
e che in mezzo ci fosse ciò che resta,
che si mettesse amore nello sguardo
senza temere troppo dell'azzardo
di portare la vita nella festa.
Vorrei che si potessero fermare
gli occhi su me di chi mi vede belle
quelle tante formicole di stelle
che mi ha stampato dentro gli occhi il mare.

Sull’asse cartesiano tra amore e fine
si dipanò l’estate in un colpo solo
si piantò come un chiodo d’argento fino.
Io che stavo guardando l’acqua salata
che schioccava potente vicino al molo
a mio modo risposi di sì al destino.
Si alzò un’onda che tolse le forze al mondo.
Del momento fatale che tutto cede
risuonò sopra il mare l’eco assassino.
Il mio cuore spaccato da un punteruolo
diede sassi che caddero dritti al fondo,
poi l’amore si chiuse dentro un fortino.
Stavo male di fede persa e di patimento.
Se alle nozze mutarono l’acqua in vino
la mia sete non vide nessun prodigio.
Scese un settembre bello come la morte
sul legno levigato del biancospino;
e graziò questa storia con piombo vivo.
Devi chiamarmi sempre
con la mitraglia a salve del telefono,
coi numeri fra le dita. Bisogna
che tu mi cerchi sempre
quando lavori e quando torni a casa
senza l’errore di pensarci sopra.
Sono la terra invasa
e come tale devi camminare
in lungo e in largo sulle mie campagne.
Fammi l’appello mentre
la superstrada corre lungo i prati
non ti chiedere mai dove mi trovo
tu, solo di’ il mio nome
sono presente in modo necessario;
mi comandò una nascita lontana
devi commemorarla
interrogami pure, sento il sangue
versato in tanti anni di miseria
butta il cappello in aria
fa’ luce nella notte degli schiavi
coi fari della macchina e con gli occhi.
L'amore è rosa del deserto, più si
spacca e più genera pietre nuove.
Dei petali di selce gli occhi chiusi
sentono solo i tagli, che si muove
qualcosa di violento addosso a loro
di sasso, che li sfregia come spilli
e continua a gettare dei lapilli
come corna in frantumi, ghiaccio, toro.
Alcune cose reputo piacenti
in questa vita che non mi dà pace:
bere del vino bianco col panino;
avere dei gattini certosini;
guardare una persona come tutti
sulla sedia a rotelle mentre ride;
andare al ristorante “Piero e Pia”
quando qualcuno mi viene a trovare.
Di tutte queste cose si materia
la mia incredibile solitudine.
Com'è facile essere soli
com'è difficile essere soli sempre
com'è comune essere soli dopo i 40 anni
com'è comune non esserlo
com'è unico l'amore da ragazzi, com'è conturbante
com'è difficile e comune l'amore giovane
com'è banale chiamare amore quello da grandi
se per decenni hai creduto amore quello da giovani
come la primavera e la morte ti distruggeranno l'amore
come ne getteranno le fondamenta
la primavera inseguirà l'inverno
e l'inverno la primavera
si ricorderanno
si rincorreranno
come sarà eterno l'amore a nessuna età
tuffato nella solitudine
tuffato nella morte sua antagonista
Orfeo guarderà sempre avanti
Euridice sempre indietro
com'è difficile sostenere il decreto
e leggere il cognome della vita!
Povera la mia mente gialla e viola
con il suo carotaggio in primavera
quando la terra-ghiaccio malrisponde
la porta in faccia dalle coccinelle
povera mente mia schiava e ribelle
insalivata e invelenita ognora
il ragno che si perde sulla tela
che smarrimento con tutto quel sole
la mia povera mente serva e imbelle
inetta a far cadere le muraglie
tanto quanto ad erigerle, con mosche
ballerine di valzer nella luce
mia mente rovinata in meraviglie
pallida e assorta come un meriggiare,
quel buco nella terra arroventata
difficile da amare e da lasciare...
Anna Lamberti Bocconi