
Vorrei sottoporvi un argomento di cui paradossalmente pochissimo si parla, ma di cui quotidianamente la stragrande maggioranza delle persone consapevolmente o meno fa uso, condannando senza appello, giudicando senza riflettere. L’argomento è la Maldicenza. La vittima della diceria malevola è un soggetto privato di qualsiasi diritto, anche della più elementare autodifesa, essa diviene oggetto della lingua degli altri che censurano senza sapere e sentenziano senza conoscere, chi dice e chi ascolta sacralizza la detrazione come assoluta verità, il dubbio deve essere spazzato via, ma in realtà lo stesso dubbio è, in qualche modo, un cedimento al pettegolezzo. Se ci si pensa bene, la peculiarità malefica della maldicenza viene, spesso, utilizzata dal potere dei mass-media per orientare l’opinione pubblica.
Ad esempio qual è l’immagine degli stranieri che viene fuori attraverso i nostri mezzi d’informazione? I rumeni stupratori e rapinatori, i rom topi d’appartamento e rapitori di bambini, gli islamici terroristi e nemici culturali, i senegalesi e simili vu cumprà e spacciatori, le minoranze sessuali non sfuggono ai pregiudizi: gli omosessuali sono in genere adescatori e i trans dediti alla prostituzione, per non parlare dei siciliani che sono mafiosi. In tempi di gravi crisi economiche e sociali, dove la disoccupazione dilaga, il collante comunitario viene meno e cresce la paura e la disperazione. Il potere politico non assume mai su di se la responsabilità delle crisi sociali, ma indica all’opinione pubblica l’altro, il diverso, che non ha il potere di farsi ascoltare, come la causa di tutti i mali comuni. In fondo il capro espiatorio riveste tale funzione, sgravare gli individui e la società dalle proprie colpe. Il guaio è che il capro espiatorio, di solito, non è un Cristo, non sceglie di assumere su di sé colpe universali per redimerle. Esso, di conseguenza, è doppiamente violentato: primo in quanto accusato di colpe che non ha commesso secondo perché costretto al sacrificio.
Il capro espiatorio è in fondo un soggetto su cui è inizialmente praticata la maldicenza, che si trasforma in calunnia e quindi in colpa. La denigrazione è un vizio tipicamente umano cui è difficile sfuggire.
Perché gli individui non si sottraggono alla diffamazione, ma anzi contribuiscono ad alimentarla?
È in dubbio che le persone amano raccontare e ascoltare, quando l’argomento del discorso, condito da un pizzico di pettegolezzo, è un soggetto conosciuto, il tema diviene piacevolmente interessante. Nel parlare, il riferire qualcosa di qualcuno, provoca nei protagonisti un perverso godimento, dissimulato da una finta indignazione e da giudizi gratuiti di condanna. Qualsiasi visione positiva sulla persona, edificata lentamente dalla conoscenza e dalla frequentazione, è improvvisamente azzerata. Rimane in piede solo la calunnia. “…sul giornale cittadino c’era la notizia degli avvenimenti della notte: Libotz, padre e figlio, ubriachi, rissa con la polizia e così via. Il figlio non poteva rettificare la notizia affermando che solo il padre era ubriaco, giacché sarebbe stato accusarlo.”. L’oste l’unico “amico” rimastogli, rimprovererà, Libotz figlio, di essersi ubriacato e nonostante Libots respingesse sdegnosamente l’addebito, l’amico pareva non ascoltarlo e ripete la calunnia, poiché “l’oste apparteneva a quel genere di persone che non si fanno correggere e nemmeno possono ricevere un’informazione in più se son già di parere diverso”[i]. Anche gli amici più intimi non si curano di sapere la verità, poiché essi non vogliono rinunciare a quel piacere orgasmico offerto dalla diffamazione. Solo l’amicizia dei buoni resiste alla calunnia, come diceva Aristotele, ma lo stagirita precisava che questo tipo di amicizia è assai raro.
Tommaso D’Aquino nella Summa Teologica poneva la maldicenza come peccato mortale.
È fuori da qualsiasi dubbio che la vittima della diceria subisce un danno irreparabile, la maldicenza è come un pugno di farina gettato al vento.
Si noti come l’infamia del pettegolezzo colpisce, non solo la vittima, ma anche chi racconta e chi ascolta, questi ultimi si comportano non dissimilmente dagli untori: distruttori della vita altrui.
Perché la maldicenza riscuote tanto successo?
Una prima risposta a questa intrigante domanda può dipendere da un improvviso rimescolamento di rapporti di potere tra chi ascolta e/o pronunzia la calunnia e la vittima. È chiaro che il soggetto passivo della detrazione si trovi, improvvisamente, in uno stato d’inferiorità psicologica e sociale di fronte a chi sa o crede di sapere. Ognuno di noi, nessun escluso, è affetto da debolezze, e neppure l’individuo più masochista, le scoprirebbe pubblicamente. Quasi tutti noi siamo pronti a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro, senza accorgerci della trave che sta nel nostro. Nello stesso tempo, il maldicente nell’amplificare, distorcere, falsificare e ingigantire le debolezze degli altri tende a minimizzare, giustificare e rendere accettabili alla sua coscienza i propri sensi di colpa. È l’altro il malvagio, le mie debolezze a confronto sono dei capricci infantili, così ragiona il detrattore. Si opera una sorta di ribaltamento della realtà: la trave nel mio occhio è ridotta a pagliuzza e la pagliuzza dell’altro magicamente si trasforma in trave.
È possibile sfuggire alla maldicenza?
No, poiché la maldicenza mi appare come un virus genetico di cui è affetta l’umanità, una sorta di peccato originale, la cui natura pare abbia reso gli uomini atti ad aggredirsi l’un l’altro, come affermava il buon Hobbes.
A una più attenta riflessione, il virus genetico mi sembra di natura sociale; in effetti, nei bambini, che sono il paradigma tra ciò che è per natura e quello che è sociale, non s’incontra la maldicenza nelle stesse forme degli adulti, come negli stessi non vi è un vero e proprio pregiudizio razziale. Non cedere alla detrazione è quindi possibile a condizione che l’individuo si riprogrammi e si rieduchi. Riprogrammarsi significa accettare la fatica della riflessione come habitus e abbandonare la comoda scorciatoia del pregiudizio, che ci fornisce “verità” preconfezionate senza sforzo. Rieducarsi significa sviluppare il senso critico e rifuggire da giudizi affrettati e gratuiti, esprimendosi dopo un ponderato e accurato esame.
Come si può concretamente evitare il pettegolezzo?
Propongo due soluzioni:
La prima soluzione presenta un piccolo neo, poiché la semplice sospensione del giudizio è in qualche modo un leggero cedimento al pettegolezzo.
La seconda soluzione mi pare più efficace, anche se più difficile da attuare.
Cicerone 3
