Quando ho letto per la prima volta il mito della caverna, mi sono chiesta perché Platone fosse stato annoverato tra i filosofi. Non capivo come una poesia così eretica potesse essere istituita materia, per quanto accostata all’amore di conoscenza. Come si potesse, mi sono chiesta, intendere salvifico, così da farne materia, un sentimento tanto desolato, come quello che ha spinto un uomo, ormai perso nella notte del tempo, a scrivere quello di cui poi la filosofia si è appropriata. A me pareva di vedere solo un poeta, perciò un bambino, dentro una caverna, non da solo, ma con altri bambini soli come lui. Obbligati a star di spalle a un teatrino di burattini cui avrebbero voluto partecipare. Scaldati da un fuoco approssimativo, senza vero calore, senza vera luce.
Lo spettacolo alle loro spalle ha una continuità stordente, li partecipa quei bambini, senza che davvero capiscano, senza che possano chiedersi tra loro nulla, perché le spiegazioni che avrebbero potuto reciprocamente darsi avrebbero fatto senz’altro parte ancora di altri mondi immaginari e perché nella sua totale innocenza, ogni bambino ha il suo. Allora come avrebbero potuto chiedersi reciprocamente cosa di quello spettacolo immaginario li riguardasse, pur volendolo a tutti i costi “vedere”? Poi improvvisamente, uno di loro si alza. Si accorge della postura cui la caverna lo ho obbligato. Si accorge che l’obbligo, le catene, la postura seduta di spalle, il fuoco scarso, l’ombra, sono cedevoli in qualche strano modo. In quello strano modo di cui il tempo a suo piacimento articola l’evoluzione. Improvvisamente a uno di loro qualcosa suggerisce una differenza nella postura. Improvvisamente, senza capire, perché non è un filosofo ma è un poeta, si alza, si volta e guarda. Guarda i burattini, guarda con quali oggetti si sceneggia il piccolo teatro “figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale”(1). Ma tutto ha ancora in sé il riverbero dell’ombra da cui il poeta viene che ha una qualità assai più spessa del lucore, perché è un morbo che si contrae nell’umido della caverna come si contrae da un ventre materno, la genesi di una malattia. Non si creda che ciascuno degli oggetti e dei personaggi che il poeta vede sfilare ora di rimpetto per la prima volta, gli ricordino la sua appartenenza remota a una verità che l’accomuni alla luce. Egli è figlio della caverna e la sua matrice è ombratile. Ma allorché sia costretto a guardare luce come guardasse ombra, gli occhi vi cercherebbero ancora ombra, perché quella è il suo regime, denucleato da qualsiasi verità salvifica, privato cioè della salute, perché la caverna è madre e malattia. Ma comunque, “giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. (…) Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore”(2). Perché superiore, il mondo, il poeta ha bisogno di immaginarlo, con una spinta deviante l’ovvio, come gettandovi un amo nel mare e, per cieca approssimazione, trarvi il pescecane della lingua e giusto per quell’attimo pescoso non voler tornare alla caverna, tra le altre solitudini che già lo reclamano.
C’è da chiedersi chi se non un poeta possa credere che alla fine del tirocinio dell’occhio – che dalla caverna, viene sferzato dal sole, per poi tornare alla caverna, come si torna alla madre, come si torna alla morte – chi possa credere che alla fine “potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole” (3). Solo un poeta può essere così eretico da credere che ciò sia possibile. Così pazzo da pensare di poter tornare alla caverna e professare l’eresia, accettando di “patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo”(4) di prima di aver visto la luce; il modo di prima, in cui si viveva tutti pressoché da ciechi nella caverna. Chi è così pazzo da credere che l’ascesa alla luce valga il necessario ritorno con occhi inceneriti, ormai accecati dal lutto di chi una volta ha visto, piuttosto che dal buio di chi non vedrà mai. “Nella sua ossessione di vivere la poesia come separazione totale dal mondo degradato che lo ospita” scrive Flavio Ermini “il poeta non dà tregua alla parola: le usa di continuo violenza per strapparla all’usura del suo impiego quotidiano, per estraniarla ai suoi significati consueti ed “elevarla”, come vuole Stefan George, «a sfera radiosa»” (5). E ciò è come vivere in una caverna credendo incautamente possibile che l’oggetto poetico possa essere definito in pieno sole, come solo un figlio di un ventre cavernoso può ambire a fare; come l’impossibile chimera di un filosofo che ne viva il mito o come un bambino che abbisogna di una favola di cui sentirsi figlio.
Di ritorno alla caverna, il poeta vede solo apocrifi in sembianze di volti/ di giorni in forme declinanti/ di parole,(6) acquisisce una cecità diversa che lascia libera la messa in pratica dell’immaginario riguardante la sua origine malata cioè un’origine “morbosamente” destituita dai significati. Perciò può. Asserisce l’indicibile della sua origine in quell’istante preciso in cui ne accusa il richiamo e non il senso: l’indicibile nel richiamo è già detto/ origine che si sottrae all’origine/ fino all’indicibile che forma/il midollo(7). Richiamo linfatico, di fatto non significante se non in quanto cose prima, l’indicibile che osa la malattia di non appartenere alla verità del visibile senza però tornare al buio da cui viene. Perché il suo compito è farsi, non essere. Farsi nel tempo di un lampo che illumini e poi basta è già disfatto e già non chiedi,/ la deserta origine che polvere/ trattiene nel rogo che né pupilla/ né mani fissano al vagito/oltre il colore incandescente/che annulla vene e secoli di sangue,/ resta a fremere, disgelo, /l’occhio che depose alla rupe il volto (8). Non deve chiedere, non può più chiedere perché lo spettro luminoso della verità ha già arso con la sua definizione le pupille, l’indicibile spinto a dirsi brucia la mutevolezza del volto, si proclama vittorioso sul non-senso di vene e secoli di sangue e spinge ancora una volta il poeta a deporre occhi inservibili. Di ritorno alla caverna finalmente l’ombra che sale gioca il sogno di un confine/ sospeso la tua pelle si stacca aggiunge/ ore ai tuoi segni al grafico che resta/ dove togli parole/ ai tuoi occhi (9). Il poeta torna a una cecità evoluta. Torna alla maternità sconfinata delle ombre complesse e delessicate del segno rupestre. È un atto dovuto, questa spoliazione, questo ritorno alla nudità neonatale, primordiale mai salvifica, ma che insensatamente perpetra se stessa dichiarandosi mai vera del tutto e tuttavia efficace al punto che di nuovo nella caverna, il poeta le sillabe raccoglie che la mano nasconde/ prima di cedere sotto la sferza/ di un lampo/ alla cecità di dare ancora un nome (10). La cecità di dare, di darsi all’infinito un nome. Ma un nome che sia per sempre “non” vero del tutto.
Viviana Scarinci
Ringrazio Viviana per l'opportunità di questa bella e nuova esperienza