giovedì, 08 ottobre 2009

La caverna dei poeti

grotta 1[1]
 
Quando ho letto per la prima volta il mito della caverna, mi sono chiesta perché Platone fosse stato annoverato tra i filosofi. Non capivo come una poesia così eretica potesse essere istituita materia, per quanto accostata all’amore di conoscenza. Come si potesse, mi sono chiesta, intendere salvifico, così da farne materia, un sentimento tanto desolato, come quello che ha spinto un uomo, ormai perso nella notte del tempo, a scrivere quello di cui poi la filosofia si è appropriata. A me pareva di vedere solo un poeta, perciò un bambino, dentro una caverna, non da solo, ma con altri bambini soli come lui. Obbligati a star di spalle a un teatrino di burattini cui avrebbero voluto partecipare. Scaldati da un fuoco approssimativo, senza vero calore, senza vera luce.
Lo spettacolo alle loro spalle ha una continuità stordente, li partecipa quei bambini, senza che davvero capiscano, senza che possano chiedersi tra loro nulla, perché le spiegazioni che avrebbero potuto reciprocamente darsi avrebbero fatto senz’altro parte ancora di altri mondi immaginari e perché nella sua totale innocenza, ogni bambino ha il suo. Allora come avrebbero potuto chiedersi reciprocamente cosa di quello spettacolo immaginario li riguardasse, pur volendolo a tutti i costi “vedere”? Poi improvvisamente, uno di loro si alza. Si accorge della postura cui la caverna lo ho obbligato. Si accorge che l’obbligo, le catene, la postura seduta di spalle, il fuoco scarso, l’ombra, sono cedevoli in qualche strano modo. In quello strano modo di cui il tempo a suo piacimento articola l’evoluzione. Improvvisamente a uno di loro qualcosa suggerisce una differenza nella postura. Improvvisamente, senza capire, perché non è un filosofo ma è un poeta, si alza, si volta e guarda. Guarda i burattini, guarda con quali oggetti si sceneggia il piccolo teatro “figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale”(1). Ma tutto ha ancora in sé il riverbero dell’ombra da cui il poeta viene che ha una qualità assai più spessa del lucore, perché è un morbo che si contrae nell’umido della caverna come si contrae da un ventre materno, la genesi di una malattia. Non si creda che ciascuno degli oggetti e dei personaggi che il poeta vede sfilare ora di rimpetto per la prima volta, gli ricordino la sua appartenenza remota a una verità che l’accomuni alla luce. Egli è figlio della caverna e la sua matrice è ombratile. Ma allorché sia costretto a guardare luce come guardasse ombra, gli occhi vi cercherebbero ancora ombra, perché quella è il suo regime, denucleato da qualsiasi verità salvifica, privato cioè della salute, perché la caverna è madre e malattia. Ma comunque, “giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. (…) Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore”(2). Perché superiore, il mondo, il poeta ha bisogno di immaginarlo, con una spinta deviante l’ovvio, come gettandovi un amo nel mare e, per cieca approssimazione, trarvi il pescecane della lingua e giusto per quell’attimo pescoso non voler tornare alla caverna, tra le altre solitudini che già lo reclamano.
C’è da chiedersi chi se non un poeta possa credere che alla fine del tirocinio dell’occhio – che dalla caverna, viene sferzato dal sole, per poi tornare alla caverna, come si torna alla madre, come si torna alla morte – chi possa credere che alla fine “potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole” (3). Solo un poeta può essere così eretico da credere che ciò sia possibile. Così pazzo da pensare di poter tornare alla caverna e professare l’eresia, accettando di “patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo”(4) di prima di aver visto la luce; il modo di prima, in cui si viveva tutti pressoché da ciechi nella caverna. Chi è così pazzo da credere che l’ascesa alla luce valga il necessario ritorno con occhi inceneriti, ormai accecati dal lutto di chi una volta ha visto, piuttosto che dal buio di chi non vedrà mai. “Nella sua ossessione di vivere la poesia come separazione totale dal mondo degradato che lo ospita” scrive Flavio Ermini “il poeta non dà tregua alla parola: le usa di continuo violenza per strapparla all’usura del suo impiego quotidiano, per estraniarla ai suoi significati consueti ed “elevarla”, come vuole Stefan George, «a sfera radiosa»” (5). E ciò è come vivere in una caverna credendo incautamente possibile che l’oggetto poetico possa essere definito in pieno sole, come solo un figlio di un ventre cavernoso può ambire a fare; come l’impossibile chimera di un filosofo che ne viva il mito o come un bambino che abbisogna di una favola di cui sentirsi figlio.
Di ritorno alla caverna, il poeta vede solo apocrifi in sembianze di volti/ di giorni in forme declinanti/ di parole,(6) acquisisce una cecità diversa che lascia libera la messa in pratica dell’immaginario riguardante la sua origine malata cioè un’origine “morbosamente” destituita dai significati. Perciò può. Asserisce l’indicibile della sua origine in quell’istante preciso in cui ne accusa il richiamo e non il senso: l’indicibile nel richiamo è già detto/ origine che si sottrae all’origine/ fino all’indicibile che forma/il midollo(7). Richiamo linfatico, di fatto non significante se non in quanto cose prima, l’indicibile che osa la malattia di non appartenere alla verità del visibile senza però tornare al buio da cui viene. Perché il suo compito è farsi, non essere. Farsi nel tempo di un lampo che illumini e poi basta è già disfatto e già non chiedi,/ la deserta origine che polvere/ trattiene nel rogo che né pupilla/ né mani fissano al vagito/oltre il colore incandescente/che annulla vene e secoli di sangue,/ resta a fremere, disgelo, /l’occhio che depose alla rupe il volto (8). Non deve chiedere, non può più chiedere perché lo spettro luminoso della verità ha già arso con la sua definizione le pupille, l’indicibile spinto a dirsi brucia la mutevolezza del volto, si proclama vittorioso sul non-senso di vene e secoli di sangue e spinge ancora una volta il poeta a deporre occhi inservibili. Di ritorno alla caverna finalmente l’ombra che sale gioca il sogno di un confine/ sospeso la tua pelle si stacca aggiunge/ ore ai tuoi segni al grafico che resta/ dove togli parole/ ai tuoi occhi (9). Il poeta torna a una cecità evoluta. Torna alla maternità sconfinata delle ombre complesse e delessicate del segno rupestre. È un atto dovuto, questa spoliazione, questo ritorno alla nudità neonatale, primordiale mai salvifica, ma che insensatamente perpetra se stessa dichiarandosi mai vera del tutto e tuttavia efficace al punto che di nuovo nella caverna, il poeta le sillabe raccoglie che la mano nasconde/ prima di cedere sotto la sferza/ di un lampo/ alla cecità di dare ancora un nome (10). La cecità di dare, di darsi all’infinito un nome. Ma un nome che sia per sempre “non” vero del tutto.
 
Viviana Scarinci
 
In gemellaggio con Città Siamese
Ringrazio Viviana per l'opportunità di questa bella e nuova esperienza
 
 
Note

(1)Platone, Il mito della caverna
(5) Francesco Marotta

Commenti
#1    09 Ottobre 2009 - 07:18
 
Il poeta può commettere l'azione del dire eventounico
utente anonimo

#2    09 Ottobre 2009 - 15:20
 
Vedere i propri testi citati in una riflessione poetica di tale spessore, non può che essere un onore.

Grazie a Viviana e Antonella.

fm
utente anonimo

#3    09 Ottobre 2009 - 17:28
 
Sottoscrivo le parole di Francesco.

Un grazie di cuore ad Antonella e Viviana

paolo
utente anonimo

#4    09 Ottobre 2009 - 17:51
 
Oggi e domani saranno giorni particolari per i motivi tragici che hanno reso nota a tutti la città di Messina ... il "caso" ha voluto che proprio in questi giorni si rendesse visibile il gemellaggio con la Città Siamese: un segno tra i segni.
Il mito della caverna diventa nella lettura di Viviana allegoria del poeta/filosofo o forse dovrei dire del poeta E del filosofo, anime gemelle, simili non identiche, complementari nello sguardo.
La sua riflessione rispetta il significato ed il valore del mito, rimanendo fortemente allusiva, custodendo il "segreto", consegnandolo senza svelarlo e questo a mio modestissimo parere è il dono che caratterizza una scrittura capace di essere e farsi dialogo.

Anto




utente anonimo

#5    10 Ottobre 2009 - 02:38
 
Andrò un po' fuori tema probabilmente, ma quello che mi piace rilevare da queste letture é che sia il pezzo postato qui di Viviana Scaringi, che quello di Antonella sul blog Città Siamese (che dato il link in calce al testo, mi auguro andiate a leggere in tanti), dimostrano quanto una buona lettura, attenta e partecipe possa scoprire e svelare sempre nuovi nessi tra gli autori ed il pensiero che si svolge dialogando nel tempo. E dati i tempi non proprio felici, spero che - anche grazie alla voce dei poeti, dei filosofi, degli intellettuali, degli scrittori - possa soffiare, e presto, buon vento di rinascita, come ha ben ricordato Antonella, per Messina che domani inizierà a salutare i suoi morti e per questo nostro paese, con il sogno di una semina e fioritura di nuova e rinnovata consapevolezza civile ed etica, che renda ognuno di noi un po' più poeta e filosofo, capace di misurarsi con l'essere uomo tra uomini senza colore, razza, sesso, religione: uomini "operai" del loro "ricostruire".

un abbraccio a tutti.
n.
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#6    10 Ottobre 2009 - 07:34
 
Interessante. Ci sono diverse ipotesi di lavoro. Appena riesco ripasso”, questo è quello che, d’istinto, avevo scritto nello spazio dedicato ai commenti. Ma, sempre d‘istinto e come sottoposto al bagliore di un lampo, i miei occhi si sono resi ciechi (cercare l’abbacinamento è tra le “urgenze” più sentite nei praticanti del pensiero e della scrittura) impedendo la pressione sul tasto dell’invio.
Quell’invio mancato era, forse, il mio vero invio.
Dicono che tutto parta da una mancanza, meglio se si tratta di una mancanza originaria.
Per questo ho ri-scritto le ultime due parole del commento così: ri-esco, ri-passo.
Ora, al di là dell’uscire (portarsi verso il “fuori”) e del passare (transito, ma anche “ritorno”), mi sono soffermato un attimo proprio sul prefisso, su quel “ri” che permette la ripetizione e la reiterazione del “gesto”, che ri-mette in gioco l’uomo, per così dire, annichilito. Inconsapevolmente annichilito nell’ombra, consapevolmente annichilito dall’esagerazione di luce.
Qui tutta la questione verte su tre gesti: uscire-transitare-rientrare. Si esce abbandonando l’ombra, si transita tra luci e ombre e si rientra portando la luce all’ombra. In realtà la luce (il sole, Dio, la verità o, se preferite, per restare in termini platonici, l’idea del sole, l’idea di Dio, l’idea della verità) resta al di fuori, o comunque entra attraverso un filtro.
Il filtro è, molto semplicemente, l’uomo caricato della soma del discernimento.
Questi tre verbi sono circolari e circolanti: si ritorna al punto di partenza dopo essersi resi fautori di un transito. Senza una “messa in movimento” non ci sarebbe gesto, né mito, né allegoria, e quindi non si potrebbe accedere alla “conoscenza”.
Non bisogna sottovalutare l’idea del movimento che è già presente in senso originario e sorgivo. Gli uomini sono legati, impossibilitati a muoversi, ma l’idea del movimento è indispensabile per l’avvento del gesto. Se non ci fossero altri uomini che portano statue e oggetti tra i più vari e disparati frapponendoli tra il fuoco che incede da dietro e il muro che si para dinanzi ai nostri prigionieri noi non saremmo qui a disquisire su questo o quell’aspetto. Del resto, come se ci fosse bisogno di rimarcarlo, le ombre che rappresentano il “mondo” (l’unico mondo possibile) dei prigionieri sono in movimento. Questo perché la stessa luce è in movimento: si tratta di un fuoco e non della luce solare.
Per prima cosa dobbiamo considerare il fatto che senza luce non si può dare ombra. In un certo senso l’ombra è un’intercapedine della luce, un buco nero e stilizzato che compie un’effrazione nella luce.
Nella caverna c’è già luce, una luce tenue e soffusa, tepida e tiepida che permette l’avvicendarsi delle ombre,
Si tratta allora di distinguere tra due diversi tipi di luce.
Qui vale più o meno lo stesso discorso che ho fatto in un mio recente pezzo differenziando lux e lumen. Allo stesso modo si potrebbe parlare di due tipologie di ombre, l’ombra edotta e l’ombra indotta.
Ma procediamo con ordine.
Lux è luce, per così dire, naturale, luce sorgiva e diffusa. Cade in modo quasi uniforme sulle cose. Proviene quindi da un fuori.
Lumen invece è luce innata, propria. Non proviene dal fuori ma da un’intestinità che si concede il lusso di portarsi verso il fuori.
L’ombra che abbiamo definito edotta è quell’ombra che reagisce alla prima luce e che porta direttamente su sé i segni dell’illuminazione.
Lux cade, ma cade secondo un taglio e un’angolazione. Non tutte la parti dell’oggetto-soggetto investito dalla luce reagiscono illuminandosi. Ci sono delle parti che restano in ombra, ma anche delle parti in cui l’ombra si sfuma, diventa più leggera, meno densa. Sembrerebbe un paradosso ma si potrebbe dire che l’ombra perda in luminosità.
L’ombra indotta invece è quella che un oggetto porta su uno sfondo a causa della luce che lo investe.
Le ombre che i prigionieri vedono avvicendarsi sulla parete della grotta sono quindi indotte.
La sfera della conoscenza è ancora ferma al mondo sensibile, alla pura corporeità dell’immanenza. Ed è per questo che si abbisogna di una messa in movimento.
L’uomo (filosoficamente retto) deve trascendersi. Non può accontentarsi di un’induzione. Molto semplicemente il suo fine è quello dell’elezione. Ma, paradosso dei paradossi, l’impatto con la luce solare lo rende, seppur temporaneamente, cieco. L’avvenuta trascendenza non gli permette di quantificare in che modo la luce tratti, modifichi o condizioni il suo corpo.
In realtà non ci sarebbe da stupirsi più di tanto: il sacrificio che si richiede al corpo è il trampolino di lancio verso l’avvento dello spirito. Gli occhi ciechi vedono con l’occhio della mente e possono apprezzare lo splendore del sole e le sue capacità ri-generative.
Ad illuminazione avvenuta la cosa più difficile è ritornare nella caverna e comunicare agli altri la buona novella.
È sempre una questione di comunicazione e di intercomunicazione.
Platone sembra prediligere la lux piena, solare al lumen soffuso di una grotta, ritenendo la prima intelligibile e la seconda solo sensibile.
E il poeta?
Come si pone il poeta dinanzi al bivio tra trascendenza e immanenza?
Non ci sono regole fisse. Il poeta, come giustamente fa notare Viviana Scarinci, è proprio quell’uomo che si carica dell’onere di prodursi in un transito.
Il compito di quell’uomo è quello di fare da “filtro” tra l’una e l’altra opzione. Il poeta è aporetico per natura, non ci dice quale sia la giusta strada ma si attarda al limite del bivio per elencarci tutte le opzioni possibili. Tutto questo perché la parola è essa stessa luce (sia lux che lumen), è essa stessa ombra (sia edotta che indotta).
L’intelligibilità sta nel rendersi sensibile e nel cogliere sia la luce che l’ombra per quello che realmente sono: pure sovra-es-posizioni.
Non credo che rientrare nella caverna significhi tornare alla morte.
Il senso è nell’ombra che squarcia la luce.
L’effrazione si dà solo in un regime di prossimità.
Luce e ombra sono lo stesso “corpo”, sia sensibile che intelligibile.
Se non ci fosse un’ombra a significarla e caratterizzarla, la luce vivrebbe nella sterilità del suo stesso, inutile splendore.
La luce fine a se stessa è paragonabile a un occhio cieco.
La morale del mito della caverna è il passaggio dal mondo sensibile a quello intelligibile. Questo passaggio avviene attraverso un primo occhio cieco che vede solo le ombre e un secondo occhio cieco che si abbacina alla luce.
Viviana Scarinci, nel suo pezzo, parla di “cecità evoluta”.
La “cecità evoluta” significa anche vedere oltre le cose, mettere “al lavoro” l’occhio psichico, il solo occhio che può permettersi di usare tutti e cinque i sensi contemporaneamente. L’occhio psichico riesce a sentire il sapore delle parole, ad annusarne il profumo, ad ascoltarne il suono, a palparne la corporeità. Solo filosofi e poeti cercano volutamente questo tipo di cecità ritenendola un dono. Solo filosofi e poeti possono rendere intelligibile la sfera sensibile e rischiare l’eterno ritorno alla corporeità.
E l’uomo che Platone usa come tramite è sempre, in tutti e tre i tempi del suo transito, sia filosofo che poeta. Perché quell’ombra edotta, della quale non è riuscito a cogliere i contorni, comunque l’ha investito. Ci si porta sempre dietro ciò che si trova durante il percorso, anche sotto forma di pezzi e di frammenti. Non è più lo stesso uomo di prima. D’ora in poi guarderà la sua ombra primigenia (quella indotta) con un occhio diverso, per l’appunto più evoluto. Solo così potrà coglierne il cuore poematico (lumen?).
E quell’ombra gli svelerà cose che non aveva mai notato prima.
Ma, ancora una volta, se non ci fosse l’ombra egli potrebbe sopravvivere di sola luce?
Non credo.
Non la sola luce, non la sola ombra (per quanto entrambe già doppie), ma la compenetrazione tra entrambe le peculiarità.
La giustapposizione raddoppia l’unicità, la compenetrazione crea il “senso”.

*

UN SUPPLEMENTO
All’inizio di questo pezzo ho parlato di ipotesi, al plurale. Un po’ perché è mio costume farlo, un po’ perché il “molteplice” è, dal mio punto di vista, la vera essenza della vita.
Sulla scorta e sullo scarto di Platone concedetemi quindi un’idea di prosecuzione.
Io avanzerei l’ipotesi di un Platone cinematografico.
Perché?
Perché la giustapposizione di luci e ombre è il principio stesso del cinema, la sua natura prima, la linfa che le è ...
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#7    10 Ottobre 2009 - 07:37
 
(continua dal commento precedente)

...

propria.

E non solo, se non fosse investita dalla luce la pellicola non potrebbe proiettarsi, non potrebbe mettere al lavoro né l’idea dell’immanenza, né quella della trascendenza.

Così come i primi apparecchi da proiezione usavano le lampade e le candele, Platone usava il fuoco per mettere in scena il suo personalissimo cinema fatto di suggestioni, sotterfugi e allegorie. E lo faceva servendosi proprio della luce e dell’ombra. In quest’ottica il mito della caverna è il cinema originario. Il cinema non nasce a Parigi il 28 dicembre del 1895, nasce in quella fatidica caverna ove ci si attardava a rimirare quelle ombre rese leggere e sinuose da una luce soffusa e semovibile.

Platone come regista? Tutti i filosofi sono un po’ registi, o quantomeno dovrebbero esserlo. Dovrebbero orchestrare la proiezione del proprio pensiero senza disdegnare nessun aspetto e curando la “cosa” da es-porre fin nei più piccoli particolari.

E il poeta, nel momento in cui si rende intelligibile (si porta verso un fuori, es-porta parti di sé), non è forse il regista del suo mondo sensibile?

 

*

 

Mi piace l’idea della madre-caverna o della caverna madre.

Ci si potrebbe attardare sul cavo della caverna e sul cavo della madre. Cunicolo della terra  e cunicolo generante. Entrambi i cavi sono dotati di lumen intestino e entrambi devono essere percorsi e attraversati. Ma finirei col rievocare la chora. La chora del Timeo platonico, secondo la lezione derridiana, è terra, madre, nutrice, ricettacolo e porta-impronte.  In tal senso entrambi i cavi, in qualità di ricettacoli, detengono in sé humus vitale. L’uomo già uscito originariamente dal cavo della madre, poi sistematizzato nella caverna-ricettacolo, dopo essersi esposto alla luce rientra nel cavo per ritrovare il luogo-proprio (l’unico luogo in cui pensa di poter trovare il suo aver-luogo) e la propria terra-madre. Un po’ come dire da un lato l’affezione morbosa per il suo teatrino d’ombre o per il suo cinema antesignano (porta-impronte) e dall’altro lato l’affetto atavico e umbratile verso quel cavo che lo ha generato, che gli ha dato la luce. Se nascere (transitare nel cavo per espellersi nel fuori) significa ricevere la luce, allora vuol dire che quel cavo da cui si proviene è già luce in sé. L’ombra, in tal senso, è già provvista di luce e il suo successivo incontro con la luce può solo amplificare il suo lumen intestino.

E ancora, si nasce già “sensibili”, proprio perché la nascita è già una messa in movimento della propria corporeità che non può fare a meno di transitare nel cavo.

Quindi uscire e poi rientrare nella caverna non significa altro che rendere intelligibile la propria corporeità originaria.

Ne converrete qui il “nome” non può essere univoco, non può assolutamente ridursi all’unicità.

Non parleremo quindi di un nome proprio ma, per così dire, di un nome improprio che non può esimersi di es-porsi nella molteplicità intrinseca  che caratterizza il suo fluire (come dice Viviana: il suo farsi).

In questo andirivieni di “transiti” non ci resta che concludere (sospendere) dicendo che il transito intellettuale di questo girovagare consiste nel veicolare l’idea di una necessaria compenetrazione tra cavo e cavo, tra luce e ombra, tra forza generante e forza transitante, tra la sfera intelligibile (spirito) e quella sensibile (corpo).

Se tutto questo è il ricettacolo intestino del poeta, ne converrete, la sua es-posizione non può essere ridotta a una semplice  azione. Ogni suo gesto diventa un “atto” pluristrutturato.

Ma questo è solo un abbozzo o meglio, per restare in tema, è solo un embrione che non si è ancora prodotto in un transito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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#8    10 Ottobre 2009 - 09:17
 
Enzo, grazie per aver dato seguito al tema con la tua personale riflessione ed approfondimento. Certamente non rimarrà questo il luogo, ma non appena concluso il gemellaggio, sarà postato come merita.
Lo spirito di filosofi è proprio questo... far nascere dalla lettura nuove letture e condividere la crescita.

Grazie ancora a tutti e speriamo, come dice Natàlia, in una nuova fioritura...intanto qui si semina.
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#9    10 Ottobre 2009 - 09:47
 

Sì, davvero interessante, nel senso di un lavoro di tessente. Personalmente, però, il mito della caverna lo trovo riduttivo, settoriale, di fronte a quello, per me più OR-IGINALE del mito dell'inizio. CA-OS dove OS è la bocca, la stessa che dice, anche nel mito usato in questa lettura, la vera lav-orante. La bocca è la ca'-(a)vità che gene-ra. Anche in questo percorso, dal buio, da ciò che ha in sè il germe dell'umidità e della liquidità, tanto quanto un ventre materno, si genera l'universo. E la bocca, la nostra, come la prima, come anche quella nell'argilla rossa di ADAM (perchè questo significa il suo nome) è la bocca di caos, in cui tutto prende un posto, viene cosmetica-mente ordinato. La ra dice ( Ra , anche nella forma Re, è il Dio-Sole egizio. Emerse dalle acque primordiali del Nun portato tra le corna della vacca celeste, la dea Me-hetueret. E Me, a sua volta, era divinità creatrice assira.)di ogni cosa è un insieme di SOLI, tali e quali noi siamo tutti e come viene detto all'inizio del percorso (si parla di bambini soli: noi tutti bambini anche se esseri millenari, noi heres e perciò sempre heres, sempre ori-gi-nati). Iride, quel cerchio dell'occh'io, che raccoglie la luce, fotoni sparati dal cielo, in-mer-si nel ventre del cos-mos,l'abito che tutti ci ri-veste e ci vive,ci segna o ci sogna (tra un'on-da e l'altra, tra una ri-va e l'altra sponda) raccoglie linfa, come ogni altra pianta e genera fogli (tanto quanto gener-ra figli)e in essi tra-scrive i se(g)ni con cui la madre lo nutre in un continuo della mente (continua-mente), il sole os-curo di cui siamo ammalati ed è la malattia salvifica. Gene-ra luce, la in-ter-ra, e Os-iride (Osiride ,anche Usiride, Osiris od Osiri o, in egiziano antico, Asar, cioè vegetazione) è il dio egiziano della morte e dell’oltretomba, la radice antica ur significa fuoco, quello che sta nell’oscurità del ventre terreste e del cielo, mentre orto, il luogo coltivato, significa nascere). Es-sa coltiva i territori dell'os-curo.
Spero di aver dato un'i-dea,di quanto penso sia profondo il legame con il mito della caVerna, contenente un continente ancora più antico, in quel segno interno,quella V che si àncora tra le tue rive della parola: la lama dell'inguine femminile, che si fa nido in cui si anno-da il cielo, il suo tempo e si fa tempio della continuità, degli heres, appunto e SOLI.
Ringrazio per il bellissimo percorso sviluppatosi anche tra i commenti. fernanda

utente anonimo

#10    10 Ottobre 2009 - 16:12
 
Chiedo scusa preliminarmente per la “velocità” di risposta ad ognuno, che meriterebbe ben altro dire, ma mi trovo a scrivere da una postazione di fortuna, pertanto mi limiterò all’essenziale.      @ 1# Sulle tempistica di ogni cosa che trova inconsapevolmente un tempo concorde con altre: davvero, lo sviluppo e la pubblicazione di questo piccolo scritto, ne è una testimonianza quasi sfacciata. Un piccolo miracolo che pare abbia coinvolto parecchi, me compresa, evidentemente e felicemente non del tutto consapevole delle assonanze che si andavano producendo.        @ Natàlia: ti seguo e so il tuo impegno, per questo mi fa piacere che tu ravvisi un senso di possibile rinascita in questo lavoro progressivo che sembra non stancarsi di coadiuvare vicendevolmente la conoscenza e l’approfondimento di percorsi che solo apparentemente risultino volti all’individualismo.   @ Francesco e Paolo: se non ci fosse sta la vostra poesia, questo microsaggio non sarebbe certamente esistito. L’”impressione” che lascia la parola poetica di sicuro valore è un dono di cui io non smetterò mai di sentirmi grata.          @ Antonella: la circolarità dell’esperienza poetica, la sua continua pulsione al non approdo, mi danno la fiducia che la poesia possa ancora porsi in quella posizione di tramite, di interlocuzione che a mio parere ne è il bene primario. Ho sempre creduto che uno degli errori più grossolani e lesivi di questo tempo, fosse quello di combatterne l’inappartenenza o chiamandosene fuori o limitandosi a battagliare punto per punto gli aspetti più beceri. Mentre la ri-nascita è una potenzialità innata che sta nella radice di ognuno e lì deve essere rintracciata per poi essere “esportata” il più possibile in ciò che fa. Ciò comporta l’abbandonando  al loro intimo avvilimento, di brutture più o meno conclamate e mostra a chi né è solo vittima la differenza tra l’una e l’altra cosa. Vederti praticare questo nel tuo blog è uno dei principali motivi di stima che ho per il tuo lavoro.   @ Enzo: sono lieta che Antonella, ospitando la tua lucidissima analisi come post, possa darmi modo di svilupparne pienamente e con la dovuta calma tutti gli spunti di riflessione che sollevi. Intanto grazie infinite.           @ Fernanda: mi colpisce che tu riconduca questo scritto all’Egitto. Non credo che tu sappia che qualche anno fa, fu pubblicato uno stralcio di un mio saggio che riconduceva l’esperienza di Orfeo, che indico forzosamente come primo poeta, a una presunta discendenza egiziana della sua prerogativa alla poesia come sacerdozio. Chiaro che questi, come buona parte dei mie, sono tentativi narrativi di farmi una ragione della forze e della ascendenze che la poesia ha esercitato, e  continua ad esercitare nei tempi, ma valgono, spero, come coltura, visto che ciò che prima di tutto serve a questo momento è la rinascita.                
utente anonimo

#11    10 Ottobre 2009 - 17:09
 
Il commento #10 è di Viviana Scarinci    
utente anonimo

#12    10 Ottobre 2009 - 17:22
 
Grazie Viviana, impossibile confonderti!
Grazie anche a Fernanda per la sua lettura e grazie ad Evento ed a tutti quelli che commentando, leggendo e scrivendo fanno la bellezza del luogo.
A Paolo e Francesco cosa dire?
Chissà quanti ancora trarranno ispirazione dalla lettura delle loro opere ...
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#13    10 Ottobre 2009 - 17:49
 
@ Viviana

se é "coadiuvazione vicendevole di conoscenza e approfondimento di percorsi", é dia-logo, quindi scambio, quindi sinergica interazione alla pari, diversamente é corsa d'egoità, come ben dici tu.

quando parlo di "operai" del ricostruire, intendo proprio un umile ricostruire, senza fini, senza corse, per l'amore di farlo, di conoscere e di diffondere a propria volta quanto maturato.

retoricamente: Quale scopo hanno il poeta ed il filosofo oggi? chi é poeta e chi filosofo?

per me "poeta" é mio figlio quando scopre il mondo attribuendogli i nomi storpiati che la sua empirica conoscenza sensoriale gli suggerisce, e lo fa suo, conquistandolo e costruendolo senza sovrastrutture, ma anche lui dovrà misurarsi con l'essere uomo molto presto e chissà se riuscirà a mantenersi poeta.

una nota, l'altro giorno mi ha scritto un biglietto, diceva:
"mami sei cuore e pelle di carta e ossa di vetro"
penso sia una poesia.

grazie della risposta. n.
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#14    10 Ottobre 2009 - 22:59
 
Ho stampato tutto il contenuto del thread: c'è materiale per parecchi mesi di riflessioni.

L'accuratezza e la profondità dei commenti, poi, è la prova provata che la rete può anche veicolare, davvero, idee, discussioni e conoscenze, e non solo inutili e masturbatorie pacche sulle spalle.

Grazie a tutti.

fm
utente anonimo

#15    12 Ottobre 2009 - 16:38
 
Mi associo a fm nel pensiero... bellissima pagina, integralmente, commenti compresi... Ciao, alle prossime, Doris
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#16    13 Ottobre 2009 - 00:22
 

Da filosofa qual sono potrei citare diversi pensatori sul rapporto tra filosofia e poesia ma, se pur belle sarebbero tali citazioni, farei solo un discorso da eruditi.

Diceva Ungaretti: “Io credo che il giorno che non ci sarà più la poesia, non ci sarà nemmeno l’uomo”. Io estenderei tale pensiero anche alla filosofia. Un tempo si diceva che la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo resta tale e quale. Non so se si dicesse qualcosa di simile anche della poesia ma è probabile che lo si pensasse. Comunque sia, nel migliore dei casi, chi è poeta, credo, si sarà sentito dire almeno una volta da familiari, parenti, amici e conoscenti che non si vive di pane e poesia. Eppure io mi chiedo cosa sarebbe il mondo se non ci fosse la poesia/filosofia. Penso che sarebbe solo un silenzio vuoto d’ossa. Credo che le persone non si possano accontentare, come le bestie, di sopravvivere ma abbiano bisogno anche di pensieri, parole, sentimenti ed emozioni da condividere, della semplicità contrapposta all’artificio del vivere moderno, talvolta della complessità, che non è complicatezza ma pienezza di prospettiva contro l’unilateralità. Di tutto ciò e di molto altro penso abbiano bisogno gli uomini e le donne, i vecchi e i fanciulli, senza alcuna distinzione di valore, come l’acqua che è preziosa per tutti i corpi, ma nella diversità bella, simile ai fiori di campo.


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