
Premessa:
Il seguente testo consiste nel commento/lettura di Enzo Campi ad alcune mie poesie pubblicate di recente sul “litblog” Cartesensibili.
Ho trovato interessante la sua prospettiva di lettura, attraverso quelli che lui stesso definisce “invii” temporali ed “iconografici” dei miei versi, supportata – peraltro – dalla grafica operata su Cartesensibili da Fernanda Ferraresso, che in parte riproduco in questa sede per chiarezza d’intenti e limpidezza di voce.
"La poesia è armonica dis-armonia
canone inverso
tra quello che sono
e quello che sento
tra me che scrivo
e te che leggi"
ed è proprio il piacere di ri-scoprir-mi in nuove pieghe ed incrinature, "fratture" e ripiegamenti di tempo che va e viene tra memorie, visioni, aspirazioni di un io in divenirsi attraverso il proprio cammino "poematico", ad acquisire nuovo respiro – di-versa vita – nello sguardo di Enzo Campi che scava oltre lo stesso (mio) pensiero narrante che "s'illude – così – di scriversi" tra le righe, uscendone rinnovato nelle incrinature di altri e di-versi cristalli ottici.
Il tempo é dettaglio d'invenzione umana, non esiste se non come dilatazione e restringimento convenzionale degli spazi in cui “sono (il)limitata” a muovermi e che, per esigenza d'ordine, misuro in “succedersi” di eventi schiavizzandomene; tuttavia in poesia, attraverso gli stratagemmi propri della scrittura fatta di “invii” e “ritorni”, sguardi e flashback, è possibile dispiegare le sezioni creative e fantastiche dell’ir-reale ed interiore, fondendole al centellinarsi del reale e tangibile verosimilmente descritto, il tutto operando una dis-soluzione delle architetture sovresposte e sovrapposte, che si svolgono come yo-yo in srotolamento e riavvolgimento di porzioni temporali “iconografate” in un fotomontaggio di immagini che vanno a confluire in continuum dis-ordine sequenziale di “presente-passato-futuro” all’interno di uno stesso verso, di uno stesso periodo, che ora realisticamente, poi visionariamente o anche magicamente oserei dire, mira a colpire diritto al senso percettivo ed ultrasensoriale dell’oltre-sentire, che sólo è capace di muovere l'aria del respiro di un qualunque piccolo spazio sappia sgretolarsi delle proprie stesse pareti e confini per poi raccogliersi e ricomporsi, sopra-vvivendosi.
La prima cosa che mi ha affascinata nell’esperienza di scambio che la rete internet consente a chi scrive, è stata proprio la possibilità di avere un riscontro immediato di lettura che non coincidesse o distorcesse l’originario e conscio intento scrivente: é questa la vera “frattura”, la possibilità di essere strappo e ricucitura nelle ottiche, pensieri, illusioni e disillusioni che non ci appartengono e di cui ci investiamo e rivestiamo e, così non fosse, non avrebbe senso (de)scrivere: Grazie Enzo!
E ancora grazie a Fernanda Ferraresso per la sua splendida presentazione (leggibile qui), che ha permesso e premesso tutto questo parlare ….
natàlia castaldi
***
Fratture di tempo – di Enzo Campi

QUI gli «invii» poetici e iconografici cui faccio riferimento
Ho sempre pensato che gli istanti poetici di Natàlia Castaldi possedessero una forte carica iconografica. Leggendola si possono vedere chiaramente le immagini. Quando ho visto questo post stamane è scattato in me un meccanismo di correlazione. Non credo nella casualità. Soprattutto negli abbinamenti. L’«invio» poetico di Natàlia Castaldi riceve qui (nel luogo delle «carte sensibili») un «invio» iconografico. L’insieme di questi due invii crea la differenza nella coesistenza, ovvero: apre il campo delle possibilità, delle prosecuzioni. Questo doppio invio è un rinvio. Da un lato l’iconografia (già trattata in sé) della «carte postale» tratta il verbo innestandovi una dimensione temporale. Siamo quindi in presenza di un primo spaccato, di una prima frattura. Certo, l’immagine è ferma, e il tempo che vive in essa risulta come fissato. Dall’altro lato il cuore poematico (già trattato in sé?) di Natàlia Castaldi tratta il tempo innestandovi una dimensione verbale. Ecco quindi un secondo spaccato, una seconda frattura. Anche la messa su carta del verbo configura un fissaggio. In questo doppio «fissaggio», nella solo apparente immobilità c’è qualcosa che si muove, che reclama una «messa in mobilità».

Socchiudi un occhio,
metti a fuoco il desiderio sinistro
e fai danzare - ferma, come in un mirino -
la luna sul tuo dito medio.
Piano, vedrai,
sarà come fotterti il cielo
nel punto osceno e preciso
del precipizio nel vuoto
per ricadere, poi – lento –
nella calura dei miei fianchi
che s’aprono stanchi
come dune sferzate dal deserto
- ed un’oasi a far capolino
Qualsiasi cosa che viene messa su carta appartiene al passato, a un «già stato» in cerca di una riproposizione in termini altri. Dal pensiero allo scritto, dal peso del pensiero alla portata dello scritto. L’originarietà persiste, ma cambiano i termini della sua esposizione (es-posizione). La portata, la valenza è anche nel suo portarsi verso il «fuori», nella «gettata» (mi sembra qui opportuno evidenziare anche il “ri-getto” di cui parla Fernanda Ferraresso nella presentazione). Qui tutto verte sul tempo e sul verbo. Il verbo è «fratturare» (consideriamolo però anche come sinonimo del nostro terribile, fatidico verbo essere) e il tempo è ciò che si offre a essere fratturato.
Le occorrenze si moltiplicano a guisa di piacere. Provate a guardare (sì, guardare, perché non basta leggere) come fluisce il tempo e in che modo esso venga fratturato dagli innesti poetici in questi passaggi
I giorni passati ed i giorni a venire s’infrangono
nello specchio di spazio e tempo
accecati nella morsa d’una pelle d’arancio
disidratata dell’acre spirito. Nell’aëre
d’aromi prigioniera e disfatta
resta ieri come oggi, domani forse
– simulacro ed icona – d’un essere senza tempo.
Allo stesso modo il passato della «carte postale» rinviene attraverso la «venuta in presenza» di un’immagine. Ma non basta, la cartolina ha una doppia faccia (doppia portata): il «recto» e il «verso». Se il recto è prettamente iconografico, il verso invece è quello spazio deputato alla scrittura. Suggestionando si potrebbe dire che la scrittura si imprima sull’immagine da dietro e che la sua venuta si ottenga per sovrimpressione. Allo stesso modo la poematicità della Castaldi si presta ad un doppio uso. Io conierei la locuzione «scrittura iconografica».
Almeno due occorrenze:
Sull’orlo delle ciglia in oblío
riproducimi il verso delle stelle
quando si vanno a scagliare
tra le ipotesi passate
di un presente privo di memorie.
*
Lì dove un tempo piantammo una quercia
priva di ghiande da offrire ai suoi porci,
ascolteremo cantare le stelle
nelle pozzanghere e dentro le fosse.
La «carte postale» funge da vessillo e da spartiacque, urla (o soffia, ma è la stessa, identica cosa) il «nome» e conclama il «limite» su cui praticarsi. Ci si pratica sempre al limite in questi invii poetici. E il «nome proprio» sembra deterritorializzarsi verso l’improprio. Non leggiamo però l’improprio come un’accezione negativa, consideriamolo come un passaggio dall’uno al molteplice, come la ricerca delle infinite possibilità in cui continuare a praticarsi
Incontrai la Fede sulle tue labbra
quando zingara intrecciai la mia lingua
ai palmi delle mani mendicanti
per risalire le vette dei Cieli
nello spasmo di miele sulle dita
al tocco sensibile della Grazia.
Le cartoline sono a tutti gli effetti missive (un breve passaggio da «Epistola II- A mio nonno, un comunista»: “Ma non temere per me, / mi vestirò di sogni domattina / partendo per un’avventura da timbrare / senza meta né certezze”), ed è come se contenessero una serie di «promesse». Per esempio quella di un incontro e quindi di un rinvio a un divenire. E “Carte Sensibili”, dal mio punto di vista, significa soprattutto mettere scrittura e immagini in un regime di condivisone temporale. È sempre una questione di tempo. Così come le cartoline, l’«invio» poetico di Natàlia Castaldi dona senso al viaggio (alla messa in mobilità del verbo), esprime una sensazione, richiama un sentimento, è rivolto all’esplorazione e alla condivisione dei sensi. E le fratture nelle quali il verbo agisce (e si fa agire) sono per l’appunto spaccati sensoriali il cui fine è quello della deterritorializzazione da un individuo all’altro, da un luogo all’altro, da un tempo all’altro. La messa in mobilità crea uno spaziamento, imprime, i suoi dispiegamenti (ma anche i suoi ripiegamenti), in poche parole: si dissemina lasciando tracce incancellabili. E la parola «fissaggio» significa proprio questo.
Nessuna carezza d’umido e d’ossa
nel vento d’autunno spento. S’io fóssi
terra fertile ne custodirei il
bulbo – tenero germoglio d’ansiosa
primavera - ma sono acquitríno
di rimpianti nell’erbe alte e folte
dell’incuria: fredda mi sarà l’alba
d’ogni insana provvidenza appesa
all’ossa dolenti ed ai ricordi
crocefissi a negligenze e notti
- spese a dare un senso - al sordo
canto dei giunchi nel vento.
Invio e rinvio. Pensiero, peso, soppesare. Sensi, sensazioni, sentimenti. Dispiegamenti e ripiegamenti. Spaziamento. Sono alcuni delle parole-chiave che la Castaldi mette in mobilità nelle sue preganti fratture di tempo. Cosa che ci resta da fare se non «abitare» quelle fratture e farsi abitare da esse?
Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri
smussa le virgole ed accarezzami gli accenti
striscia sul corpo del mio testo
dágli peso
penetra ogni parola, ogni verbo
bagnami la lingua della tua saliva
- nel leggermi piano
senza fretta -
scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio
e stropicciami ad ogni lettura
nelle ore di noia
mentre vieni nelle mie caverne
e sui miei capelli
ed alle labbra
offri ancóra nuovo inchiostro.
Enzo Campi
