domenica, 13 settembre 2009

Esilio di voce (I) - Inediti di Francesco Marotta

Esilio di voce 

“Nella sua ossessione di vivere la poesia come separazione totale dal mondo degradato che lo ospita, il poeta non dà tregua alla parola: le usa di continuo violenza per “strapparla” all’usura del suo impiego quotidiano, per estraniarla ai suoi significati consueti ed “elevarla”, come vuole Stefan George, «a sfera radiosa». Il lavoro del poeta conduce verso la liberazione della lingua dai grumi contingenti, fino al recupero del fantasma di una purezza poetica universale, dove rinasca un rapporto di necessità fra le res e i nomina. Fino al silenzio. Che sarà detto in modo tale da portarlo attraverso la parola poetica all’ascolto”. (Flavio Ermini)

 

“Ciò che è in gioco, infatti, è il linguaggio non dell’Essere, ma dell’intreccio processuale nel quale l’evento della nominazione non cessa di misurarsi con una realtà in sé inaccessibile e muta. Ora, in tale prospettiva, una “parola dell’origine” può essere perseguita come rimedio a ogni sopraffazione convenzionale e istituzionale, a patto che, invece di essere irrigidita nel feticcio del significante supremo e immobile, sia considerata come direzione di operatività volta a indagare e saggiare le realtà fantasmatiche di cui è intessuto ogni evento linguistico”. (Aldo Tagliaferri)

 

Esilio di voce (2009, inedito)

 

 

 

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda l’ala
nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

 

*

 

                         ci accomuna la conta differita dei morti
                         la mano adusa a separare codici e correnti
                         dal gorgo dove si adunano le ore
                         indicibile chiusa
                         di apocrifi in sembianti di volti
                         di giorni in forme declinanti
                         di parole

 

*

 

come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

 

*

 

 

                         guarisci il dubbio trafitto
                         dall’ansia di essere riparo malattia
                         a cadenze autunnali guarda gli sterpi
                         che ti battono un’altra luce
                         sui fianchi e nell’ombra che sale
                         gioca il sogno di un confine
                         sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
                         ore ai tuoi segni al graffio che resta
                         dove togli parole
                         ai tuoi occhi

 

 

*

 

assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

 

*

 

                         è un abbaglio la morte la polvere
                         sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
                         d’aria e correnti
                         che l’arte della pietra modella
                         per l’oblio materno dell’alba

 

 

*

 

 

in equilibrio di colore e distrazione
conserva segni in un forse di miscugli
sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi
di immagini dove presente e senso
versano lacrime agli occhi così
ritorna alla scienza diseguale del volo
l’angelo che spiuma
desideri di carne di danza
il presagio
di un nevaio che brilla dolore
sul confine tra cielo e memoria
ad altezza remota di lingua

 

*

 

                         paesaggi che alle palpebre tendono ombre
                         e distanze a volte un passo che irrompe
                         nel viluppo a sfrondare la norma
                         la linea di bianco imposta
                         dall’ennesimo inverno eppure
                         si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche
                         docili ogni senso al destino e svanire
                         al suono che la preda sbalza dal sonno
                         verso una morte in punta di rima

 

*

 

varcare la soglia di una domanda
rasente all’ombra che a fatica
recupera i suoi codici eccede gli argini
imponendosi torsioni di lingua
per esempio la trama discorde
che dai margini offre un sentiero
al silenzio

 

*

 

 

                         dove macerano tracce e l’abisso
                         è radice di ore lo scarto svelato                      
                         tra il crepuscolo e un’assenza
                         disattesa di voci dove scopri
                         sgraziato e distratto
                         tutto il credito di una piccola morte
                         l’orizzonte che regge la scia
                         di astri vanescenti e la tua mano
                         che ne traghetta il lutto
                         verso il largo

 

 

*

 

avanzi verso un mare inaccessibile
e la sera ti impiglia nello sguardo un diluvio
di sillabe l’onda franata sotto i passi
e quel tempo di amare che ha l’ombra
quando ne invochi il morso vivo
dove trovare riparo

 

*

 

                         febbri e vene a passo d’erosione
                         il farmaco in affondo da scomporre
                         in linee inquiete notte dopo notte
                         inaugurando verbi di declino
                         il lontano di un’offerta in forme d’acqua
                         la replica ardente che passa sugli occhi
                         e depone il franto
                         pulviscolo
                         di un nome alla deriva

 

 

*

 

 

così è la grazia delle immagini
rovesciate nel palmo venute via dall’ombra
che ora ricordi accampata da sempre
alla tua soglia ma
si trattava di attese esercizi
privi di simboli come adornare sbrinati
specchi col battito salino
di una pupilla naufragata

 

*

 

                         è un percorso che si rivela in squarci
                         e argini disparenti al primo soffio
                         un affluente da riconoscere dall’alto
                         dalle torri del giorno se
                         nel lontano vigila un dissestato
                         teatro di corpi e alla chiusa
                         le sillabe raccogli che la mano nasconde
                         prima di cedere sotto la sferza
                         di un lampo
                         alla cecità di dare ancora un nome

 

*

 

nudità di deserto e alla cintura
una sacca d’aria rarefatta per talismano
e balsamo tu la trascini
abbandonando respiri a folate alla luna
seguendo a palpebre sbarrate
nell’esilio di voce
la lampada elementare che risale
fino alla sommità delle labbra
la selva di due desideri intrecciati

 

 

*

 

                         alla curva del vento
                         slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo
                         e labbra a distesa dall’altra parte
                         dell’acqua si pensa un paesaggio
                         grande quanto una mano lungo
                         fino a sfiorare i capelli con la dolcezza
                         verde della sabbia si pensa la terra
                         divisa in pagine leggere e uno sguardo
                         luminoso di bambina
                         piantato tra le zolle come una spina
                         come una sillaba
                         come un’attesa

 

*

 

dal largo
sopraggiunta da un chiarore incurabile
svapora memorie come umori d’erba
accesa dai roghi dell’inverno
nuota verso la parete la mano
legge l’aspro sapore di fumo
di una foto ingiallita quell’unico dolore
di avere ancora suoni
per l’orecchio murato dei morti

 

*

______________________________
Immagine: Anselm Kiefer, Sternenfall (Falling Stars), 1995


Commenti
#1    13 Settembre 2009 - 18:45
 
Ragazze,siete splendide! grazie per questo dono.
tutto ciò che riguarda Francesco, la sua materia primaria con cui plasma la parola riducendola al suo volere, tutto ciò, dicevo, non solo va pubblicato e da noi bevuto come acqua rigeneratrice, ma altresì va custodito con cura perchè il vento non strappi l'anima della sua parola dalle radici da cui si libra.

ciao Antonella e Natàlia, davvero grazie
jolanda
utente anonimo

#2    13 Settembre 2009 - 18:52
 
Ho avuto la fortuna di ascoltare Francesco Marotta qualche mese fa, a Vicenza, una serata che mi ha dato tanto... questi testi inediti sono davvero belli, emozionanti. Hanno bisogno di essere letti e riletti, e certo li rileggerò... Francesco mi perdonerà se non sono capace di dire "perchè" trovo le sue poesie meravigliose... mi limito a ringraziarlo, di cuore...
e un grazie a Natalia, per la proposta. Io seguo, in silenzio, ma ci sono!

stefania crozzoletti
utente anonimo

#3    13 Settembre 2009 - 18:55
 
... e grazie ad Antonella, naturalmente!
stefania
utente anonimo

#4    13 Settembre 2009 - 18:55
 
Li ha scoperti Antonella questi testi e ha voluto farmi una sorpresa che ha reso bellissima questa giornata!

grazie a Jolanda e Stefania, io tornerò sui testi stanotte, perché sono nottambula....

n.
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#5    13 Settembre 2009 - 19:31
 
Nessuna parola è "leggera" in questa (-mia- prima) lettura.
La ri-lettura è degna di altra, alta, pura attenzione: solo così l'emozione sa cogliere cocci di "sensazioni" che, a mano a mano, si definiscono nell'apoteosi d'un comprendere (diversa-mente) col cuore "a cascata" vertiginosa...

Grazie di cuore (sempre tondo) ragazze.....

Glò
utente anonimo

#6    13 Settembre 2009 - 22:02
 
Scrivere come atto necessario. Emerge da questi versi il lavoro laborioso, artigianale di chi scrive da sempre, il legame profondo con l’inchiostro, e soprattutto il tormento di chi osa chiedere alla parola, di chi nonostante tutto non cede e si ostina a “intagliare”. Lo stile diventa “stilo di ruggine che inchioda”: il dolore del mentre e la consapevolezza di quanto seguirà, ché scrivere è un continuo morire, un rantolo, un “sacrificio necessario”, appunto.
Grazie a Francesco, è sempre un arricchirsi leggerti, e ad Antonella e Natàlia per averceli proposti.
Abele
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#7    13 Settembre 2009 - 22:19
 
non posso non condividere il pensiero dell'amico flavio ermini e di tagliaferri...veramente una sorpresa per me questo marotta....sicuramente ...ne sentiremo parlare nel prossimo futuro
...grazie a te natàlia che proponi poeti di ottimo calibro......non conosco antonella.......
tuo giacomo
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#8    13 Settembre 2009 - 23:02
 
"dove macerano tracce e l’abisso
è radice di ore lo scarto svelato
tra il crepuscolo e un’assenza [...]"

" febbri e vene a passo d’erosione
il farmaco in affondo da scomporre
in linee inquiete notte dopo notte
inaugurando verbi di declino [...]"

La parola è forse e-vocazione, vocare qualcosa che manca, assenza o forse assenzio, perdita o ritrovamento, in ogni caso sottile inquietudine.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ColpaMetafisica

#9    14 Settembre 2009 - 10:40
 
grazie per questa splendida lettura.
ottima poesia, sotto ogni aspetto. un vero piacere sentirne le risonanze e portarsi le tracce nella mente.
siete tutti in gamba!
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#10    14 Settembre 2009 - 10:58
 
mi fermo sopratutto per salutare l'amico Marotta, che considero uno dei migliori in circolazione e di cui ho parlato altrove (ho perfino "prestato" con grande piacere la voce a un suo bel pezzo pubblicato su Oboe sommerso). Leggere ogni "nuovo" testo di Francesco è paradossalmente ritrovare il "consueto" conforto del suo linguaggio, che controlla come pochi, a un livello tale di "adiacenza" al suo essere che esso diventa disciplina autoinflitta. Un poeta che non può che piacere ai malati di linguaggio come me.
saluti
giacomo cerrai
utente anonimo

#11    14 Settembre 2009 - 15:46
 
Ringrazio le gentilissime padrone di casa per l'ospitalità e tutti voi per la lettura e i commenti.

I testi sono "frammenti" di una più ampia "ricerca" (anche di carattere teorico) di cui sto cercando di riannodare i fili.

L'esergo di Ermini e quello di Tagliaferri (che ho preferito riportare) non hanno solo la funzione di indirizzare (eventualmente) la lettura, ma vogliono anche essere un doveroso omaggio a due studiosi la cui opera mi "accompagna" ormai da molti anni.

Ancora grazie per la bontà delle vostre parole.

Un cordiale saluto.

fm
utente anonimo

#12    14 Settembre 2009 - 15:50
 
leggendo marotta mi vien voglia di resistere sempre
perchè un grande poeta dà una forza immensa
grazie
c.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente derblauereiter

#13    14 Settembre 2009 - 16:09
 
così, ad una prima svelta e rapita lettura, mi ha colpito il Suo interrogar la lingua e il linguaggio, la scrittura nel suo farsi e disfarsi in sillabe, e sillaba mi sembra la parola appunto più ricorrente, non penso a caso, ché qui caso e casualità proprio non si dà, qui è tutto un rincorrersi e di lima e di lama, e di lame e d'anima, un prendersi e darsi, un perdersi e darsi, un offrirsi in sacrificio per noi tutti che si è rapiti nella lettura di queste poesie

giò
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#14    14 Settembre 2009 - 16:12
 
Un saluto e un ringraziamento a tutti per la lettura e l'estrema bontà dei commenti, alle gentilissime padrone di casa per l'ospitalità.

Io sono qui, compatibilmente con i capricci di Splinder, che mi dà per pubblicati i commenti ma poi non li mostra.

Spero vi giunga almeno questo, con un cordiale saluto e un grazie di cuore a tutti.

fm


utente anonimo

#15    14 Settembre 2009 - 16:37
 
Adesso Splinder esagera in senso contrario! :-)

Grazie a Carmine e Giovanni, che vedo solo adesso.

L'interrogazione della lingua (e Giovanni ne sa "qualcosa") richiede la disponibilità a sporgersi oltre i margini, sapendo che il passo successivo, inevitabilmente, è la discesa nell'abisso "tra due accenti".

fm
utente anonimo

#16    14 Settembre 2009 - 16:49
 
"Giovanni" è chiaramente Enzo Campi (spero di non sbagliare anche stavolta!).

Sono talmente stanco che dormo sulla tastiera...

fm
utente anonimo

#17    14 Settembre 2009 - 17:29
 
A mio parere, Giovanni Marotta è un poeta-asceta… è un clavicembalista magnifico! È immaginifico!
meteosès
utente anonimo

#18    14 Settembre 2009 - 17:43
 
Chiedo scusa a Giovanni (giusta la prima interpretazione) e ad Enzo: non cambia, comunque, la sostanza del mio sincero apprezzamento ad entrambi.

Grazie Stefano, "clavicembalista" mi piace moltisimo, mi ricompensa di quello che ho perso quando da ragazzo ho dovuto smettere di prendere lezioni da un maestro organista.

fm
utente anonimo

#19    14 Settembre 2009 - 17:49
 
Oggi con i nomi ci stiamo proprio ripassando il calendario.... eheheheh :-)
fortuna che - come ben dice Francesco - la sostanza non cambia!

a più tardi, un abbraccio a tutti.
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#20    15 Settembre 2009 - 02:40
 
Quando ho ricevuto questi testi da Antonella non vi era alcun nome, né firma.
Li ho letti: un’immagine: *ResurrExit* (Kiefer!) - un nome: Francesco Marotta

Sillabe: terra d’occhi innocenti e bagliori di carne, che cerca una danza nella sua stessa morte, fluidi e sangue che attraversano le zolle irrorandole di impulsi vitali ancora dopo ed oltre le vie in cui si poggiò una carezza pura e gelida di neve.

Assenze: come appuntamenti di nebbie mancati alle ore, nelle gole dei rintocchi e dei passaggi, laddove ricovera anche il dolore, fermo, in bilico penzoloni aggrappato ad una manciata di penne rubate all’inchiostro di un’araba fenice che è essa stessa poesia, *Resurr-exit*, oltre il disordine tortuoso della vita.

Assenze: nei pronomi che si fanno rantolìi dentro i verbi, riverberi negli specchi delle pupille oltre il sonno e la lucida veglia, ossessiva, eretta di faccia ad ogni passaggio di morte.

Assenze: come lame incidono mutilazione d’organi e offerte di dubbi immolati sul Gûlgaltâ dell’esilio della voce dal mondo, ripiegata nelle parentesi d’azzurro schiantate tra gli sterpi - purezza e fango plasmato nella carne della parola, viva - mio Dio! - viva d’organi ancora caldi, pulsanti.

Assenze: macerie da scavare nella ricostruzione archeologica del tempo in ogni parola franta e ricomposta, spezzata e copulata nell’unica certezza d’essersi presenza da grattare fino alle ossa che tremano/tramano al foglio.

*Resurr-exit* è parola, sillaba cui dare un nome, ostinatamente urlato sin dentro la luttuosa cecità delle orecchie murate, in sfida agli inganni, ai dubbi, alle norme ed ai codici da violare per oltre-passare, traghettare nel naufragio privo di argini, giorni e porti fin dentro la visionarietà di angeli spiumati, capaci di verità di carne oltre ogni inverno, oltre quest’inferno di presagi e di bilanci tra presente e memorie, in una sferzata *paleontologica* e sfacciatamente evocativa di riordinata lingua.

[Francesco, perdona il mio delirio, ma è quello che sento quando leggo. Buona notte]

n.c.
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#21    15 Settembre 2009 - 17:50
 
Fu chiesto a Rabbi Menahem Mendel di Worki che cosa costituisce il vero ebreo. Egli disse: “ A noi convengono tre cose: inginocchiarsi in piedi, gridare in silenzio, danzare immobili”. (M. Buber)
Senza nulla voler/poter togliere alla saggezza di Rabbi Mendel, estenderei questa “definizione” alla poesia di Francesco.
L’esilio è “della voce”, mai della “parola” e questo significa presenza, spessore, verticalità, in una parola “passione”, amore verso di essa.
Una danza immobile che suscita movenze nuove, un grido silenzioso che interpella senza violenza, che scuote l’interiorità dal profondo, un “piegarsi” alla sovrana bellezza della poesia, rimanendo in piedi anche se distesi, perché per sentirsi veramente vicini al cielo, non c’è “altezza” migliore della terra.

Grazie di cuore per questo dono e grazie a tutti gli “amici” (conosciuti e non) che non hanno saputo resistere ad alzare con noi il calice e brindare alla poesia.

A tutti prosit!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente AFoderaro

#22    15 Settembre 2009 - 18:54
 
Grazie Natàlia e Antonella.

Gran belle riflessioni e suggestioni, indipendentemente dal fatto che siano rivolte ai miei testi.

Un abbraccio ad entrambe.

fm

Scusate la latitanza, ma ho un po' di problemi in questi giorni.
utente anonimo

#23    16 Settembre 2009 - 17:27
 
Scopro questi testi qui, e come è già stato scritto è ritrovare una voce conosciuta e distinguibile da tutte le altre. Quella di Francesco è una parola che si traccia una strada anche dove in apparenza la strada non esiste, scava un significato e anche dove, come in alcuni casi qui mi pare, c'è sospensione più che dolore diretto, ugualmente si intuisce tutto ciò che ha portato al formularsi della scrittura.
A Francesco come sempre e di nuovo tutta la mia ammirazione, e tutto il mio affetto.

Un caro saluto alle padrone di casa.

Francesco t.
utente anonimo

#24    16 Settembre 2009 - 20:51
 
Infatti, più organo che clavicembalo, mi sembra. Mi impressiona la tragicità intransigente del dettato da parte di una presenza di rete così estroversa e solare.
utente anonimo

#25    16 Settembre 2009 - 23:15
 
Ringrazio Francesco e David per la loro gradita lettura.

fm
utente anonimo

#26    13 Ottobre 2009 - 21:38
 
 ARCHIVIO DELLA DISLOCAZIONE

L’archivio della dislocazione documenta il trasferimento continuo di sé. 

Ad ognuno dei partecipanti al progetto è richiesto di realizzare fotografie di sé nel contesto di panorami più o meno noti, esibendo nella mano la cartolina del proprio luogo di provenienza.

ES PRODUZIONI 2009 

http://dislocazione.altervista.org

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