
Strategìa del cazzo.
Alzarsi presto e correre alla fermata prima del bus per trovare il posto giusto perché Lei si sieda di fianco a me.
E’ proprio una strategìa del cazzo, che fallisce esattamente nel momento in cui i miei occhi imbambolati la seguono da quando sale a quando mi passa di fianco assolutamente incurante della mia presenza.
“Strategìa veramente del cazzo” Renzo aspira leggero il tiro della sua sigaretta mentre io ancora tossisco amaramente il mio tentativo di emancipazione.
“Se vuoi farti quella figa te la devi rimorchiare ad una festa. Cosa ti credi? che quelle così, il lunedì, con le labbra ancora umide del sabato sera si lascino attrarre dalla tua bocca imbesuita ancora sporca di latte? Ma và a cagare và e impara a fumare: è per quello che le fighe non ti si cagano.”
Il mio amico; quello a cui passo i compiti la mattina, quello che all’intervallo mi spiega i suoi trucchi per “farsi” qualcuna; quello che sparisce ad ogni festa e poi mi tocca aspettare; quello che viene a casa e si intorta mia madre con la mia timidezza, il mio look sbagliato, la mia incapacità a baciare una femmina.
Ma come fa? Come fa, ogni stramaledetta mattina ad alzarsi così leggero e così pulito? Come fa a non stare mai male?
Esattamente come fa Lei adesso, che si è seduta dietro di me, con le amiche che iniziano a ridere così forte che non puoi fare a meno di pensare di esserne tu il bersaglio. Ed ecco che da trasparente che eri, improvvisamente tutto il mondo ti è addosso e ti coglie indifeso in tutto il tuo senso di inadeguatezza.
Sembra che sia nato per essere inadeguato e mi sale la paura che questa sia la punizione giusta per un sorriso sbagliato.
Ecco perché detesto quelli di mia madre quando torno a casa.
Dice che mi vede come in una bolla, che non le parlo, che non mi riconosce più, ma cosa cazzo ne sa di quello che ho dentro?
Mi dirigo verso la classe, sento solo una gran nausea.
Rachele dice che è la condizione di chi riconosce la differenza tra ogni lacrima.
“Come fai a non aver paura di sorridere?” mi ha chiesto ieri.
A volte non riesco a capire a quale dolore preferisca aggrapparsi; mi fa così tenerezza quel suo volere apparire triste, quelle sue poesie lasciate sul mio diario tra le strofe dei nostri gruppi preferiti.
La stessa musica che per lei è una maschera, per me è un rifugio e qui attorno, nessuno sembra capire perché ascoltiamo “certa roba”.
Provate voi a parlarne ad un amico mentre guarda altrove: ”Io quella primina entro stasera me la limono, scommetti?”. e se ne va; tu resti li, sospeso, senza parole, senza più fiato , in attesa del prossimo pezzo da ballare.
“Eddai, vieni a ballare con noi”
Ma cosa ci faccio qui?
Ho scelto di non apparire inadeguato piuttosto che dire :“No, scusami, ma alla tua festa in quel posto del cazzo non ho nessuna voglia di venirci”
“Vedrai, ci sarà tutta la classe, tu non puoi mancare.”
Ancora
“Dai, non farti pregare, vieni a ballare!”
E allora Vi imito, anche se questa musica è veramente insopportabile, così i vostri sguardi, i vostri movimenti e poi sudo e il mio odore sembra riempire tutto lo spazio che mi circonda.
Ma come fate voi, a non sudare chiusi in quei maglioncini attillati, come fate a non cambiare mai espressione, non farvi mai sfiorare da un pensiero che sia anche solo di dolcezza.
Come fate a non chiedervi se possa esistere qualcosa di meglio o forse anche di peggio?
Li vedo che limonano al tavolo ma è come se fosse compreso nella serata.
“Ciao, ti aspetto alla mia festa presso la discoteca Las Vegas, sei pregato di divertirti e di limonare con la mia amica che si sente tanto sola.”
Vedo anche Lei che limona adesso.
”Senti volevo dirti se vuoi..vorresti forse, ecco; ti piacerebbe essere la mia ragazza?”
Ride guardando verso l’altro tavolo, ”Aspetta che lo chiedo a Claudia, sai è la mia amica del cuore e non vorrei che ci restasse male.”
Si alza.
Ecco fatto.
Cosa c’entra tutto questo con quello che mi esplode dentro?
Perché sento tanto male mentre la vedo limonare con quello e non con Claudia?
Il mio male.
Non so se è capitato anche a voi, ma il mio male non è mai solo.
E’ un male codardo.
Inizia alla mattina come un brutale presentimento: un senso di nausea che mi prende, poi ecco che sale, piano piano piano e si prepara, il bastardo. Prepara il suo letto di malinconia che resta li come sottofondo, come costante e attento avvertimento :”occhio..sono qui, pronto a fotterti”…e poi…
PEM, basta un pensiero o un ricordo sbagliato e come una scarica sale dalle braccia e si prende tutto..
E io non è che lo evito, nooo
Io ci penso anche a quelle risate, lo metto alla prova per coglierlo impreparato ma sale sale e fa male, cazzo se fa male.
Eccolo anche stamattina;
Come è dolce quando mi saluta sorridendo e mi chiede come è andato il fine settimana.
Ieri sera lo pensavo, dopo la litigata con quella stronza di mia sorella e mio padre che minacciava di menarmi, mi sono chiusa in bagno.
Lo pensavo e mentre asciugavo le lacrime mi scoprivo a sorridere allo specchio.
“Carino quel trucco”, mi ha detto l’altra sera e me lo sarei portato sotto la luce di quella luna; per fargli capire che a lui non ho niente da nascondere.
“Sei andato alla festa venerdì?”
“Già”
“A me non m’ hanno invitata”
(Ma non doveva esserci tutta la classe?)”…non hai perso nulla, anzi”
“Vieni al concerto? Io sarò li ai cancelli dalla mattina; vieni anche tu?”
“mmm…”
“Ma…mi ascolti?”
Mi giro in direzione del tuo sguardo, Lei è li in mezzo a quelle oche della terza D con il suo nuovo tipo; uno di quarta, capelli corti, cachemire attillato e fuori nel parcheggio una moto.
Ma come fai ad essere così; come fai a farti sempre del male?
O forse la scema sono io, che passo il tempo a curare i miei pensieri e lasciare che il corpo sia specchio di quello che ho dentro.
A quel corpo dedichi i tuoi sorrisi migliori ma non ti accorgi che appena mi oltrepassano piombano inerti qui sul pavimento; So cosa provi mentre la guardi che si struscia a quell’idiota, è lo stesso dolore che provo adesso quando sento che i tuoi sguardi mi attraversano lasciandomi solo graffi. Ma non sei peggio di loro e la solitudine in cui mi lasci non è peggiore di quella in cui mi lasciano loro, di quella in cui mi lascia mio padre; tu almeno hai il pregio di distinguere il colore del mio trucco ogni mattina.
Al concerto ti ho perso, eppure mi era parso che volessi ballare, sei voluto correre nelle prime file e sono rimasta lì con Andrea e il suo amico irlandese.
Ci siamo ritrovati più tardi a casa sua.
Sono entrata e mi sei venuto incontro: “Ma perché scappi sempre?”
Ci siamo seduti al tavolo, ti ho preso la mano; avevo voglia di sentire se vibravi ancora e volevo condividere quello che avevo sentito, toccato con il cuore; ma poi ho visto il tuo sguardo calare e ho capito che più io mi avvicinavo a te più lui ti sentivi lontano da lei, più ti dicevo di essere felice di potere condividere quella serata; più eri triste per non averla condivisa con quell’altra.
Siamo tutti e due chiusi in una bolla a proteggere la nostra bellezza, Io per difenderla le ho dedicato ogni lacrima e ogni dolore, tu ti ci nascondi per scappare, come fai adesso mentre ti alzi con la scusa di una birra.
L’ho lasciata li da sola, ero troppo spaventato per ammettere che stava per dirmi qualcosa che riguardasse noi due: lo leggevo nei suoi occhi mentre mi parlava del concerto, delle sue canzoni preferite, di quello che aveva provato e di come riuscisse a trovare una risposta a tutto anche alla solitudine, alla malinconia, di come finalmente sentisse quella maledetta bolla esplodere per trovare rifugio nelle mie mani.
Ma io avevo bisogno di parlarle di Lei di come mi sarebbe piaciuto averla al concerto; mi sono alzato e sono andato a prendere una birra.
Andrea mi ha fermato in cucina, e dopo un po’ sono ritornato in sala
Sono tornato e lei al tavolo non c’era più; era sul divano a chiacchierare con l’irlandese,
Sono rimasto li seduto a provare richiamare il suo sguardo,
“Rachele, sono tornato, mi vedi?” ma la voce rimbalzava dentro questa maledetta bolla. Rimanevo li appiccicato a quel bicchiere, ad osservare i suoi occhi incantati dietro alle labbra di lui, la bocca sorridente davanti al suo italiano stentato fino a quando l’ho sentita ridere così forte da rimbombarmi dentro e esplodere fino a diventare lacrime quando li ho visti uscire per mano.
Mi ha portato in camera sua e mentre varcavo la porta ancora non capivo; ma quando mi ha baciata, ho sentito la bolla esplodere; con la coda dell’occhio ti ho visto di là e per la prima volta ho visto il tuo sguardo arrivare a me; ma troppo tardi.
So che soffrirai, so cosa ti salirà dentro fino a prenderti ogni respiro, ma ti servirà e comunque domani ci sarò ancora e ora che sai che posso essere dolore saprai che posso essere anche la tua cura.
La porta si è chiusa dietro di loro Potrei rimanere qui ancora un po’, aspettare, provare a vedere se cambia idea.
Strategìa del cazzo anche questa; anche per questo nella stanza risuonano ancora le risate, forse è per questo che sale la nausea e lo so bene che non è solo colpa della birra.
Mi guardo attorno; è tutto così confuso. i suoni cadono ovattati nella mia testa: Andrea rolla la canna con la tipa conosciuta al concerto, Claudia legge Rockerilla con Filippo, Antonio e Marinella giocano a scacchi.
Ma da dove arriva allora tutto questo male?
Andrea mi guarda scuotendo la testa, accende la canna e si dirige verso lo stereo: tira fuori un disco dalla busta me lo mostra e lo fa partire.
“…if you walk in the crowd you won’t leave any trace…”
Lo guardo negli occhi mentre mi passa da fumare, rifiuto, prima ancora di leggere nei suoi occhi la sfida; tiro un sorso della mia birra e sorrido.
Busso alla porta.
Rachele Ti porto a casa, andiamo!
Iacopo Ninni*
*Iacopo Ninni nasce a Milano il 09-08-1964, attualmente vive e lavora a Vicchio (FI).
