sabato, 27 giugno 2009

Destinati a esser vivi – Pro/Testo

frinirei

Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle

Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.

Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.

Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.

Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.

Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.

Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.

Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri”  (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).

Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.

Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …

Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….

Antonella Foderaro

 

coverprotesto1 

Pro/Testo

Versi

a cura di Luca Ariano e Luca Paci

introduzione di Mimmo Cangiano

opere di

Luca Ariano – Marco Bini

Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi

Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco

Salvatore Della Capa – Chiara De Luca

Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi

Fabio Franzin – Marco Giovenale

Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès

Simone Molinaroli – Fabio Orecchini

Luca Paci – Massimo Palme

Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti

Alesssandro Seri – Tito Truglia

Dale Zaccaria

Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.

 

Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo

 

La cicala

 

S’io fossi una cicala

frinirei le mie note

nel bramir d’ali e foglie.

Scivolando s’una goccia

nello stagno delle vertebre abbandonate

brandirei pagliuzze dorate:

mozzando capi chini

di vergogne ossequianti,

sederéi mille battaglie

nel sangue dei codardi e dei potenti

per riconquistarti il mondo

nel silenzio del mio canto.

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

ad I.

 

Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano

il terùn – ha combattuto

nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:

non ci sta più con la testa e ti racconta

che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi

– non sa di baci e strette di mano cose loro – .

Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit

in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino

ti porta in qualche bettola a cenare;

cibi discount – studente fuori sede –

ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.

Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic

paiono usciti da un romanzo francese;

tra le pareti si respira sapore di moka

e fumo di castagne cotte in padella

– quella coi buchi che ti ricorda focolari –

e il tramonto su tangenziale tra pali e fili

brilla anche su cupole e campanili.

Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca

di tosse e starnuti e il volo d’uccello

è solo l’arrivederci d’un abbraccio.

 

(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)

Luca Ariano

 

*** *** *** ***

Per quel che mi è dato di sapere

può essere causa dei mali di qualcuno.

Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa

al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino

qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto

ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto

la carica della celere, sindacalista.

So solo che compare a metà del pomeriggio,

l’astio nello sguardo che riserva per la bionda

che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe

della tuta, che ancora si rivede quella volta,

infreddolita alla frontiera mentre sputa

via, richiudendo la lampo a un’uniforme.

Che si accarezza con la mano la permanente

vistosa, appena fatta, come quella di una signora.

Marco Bini

 

*** *** *** ***

 

La canzone delle primule rosse

 

In un presente privo di memorie

per le croci senza lapide né nome

raccogli secchi papaveri rossi

tra le pagine d’un vecchio diario

e dàlli alle fiamme

di questo stanco cammino.

 

Nel seme della ribellione

si nasconde il tacito dolore

dell’animo che avanza negli anni represso.

Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero

e tornerò libera in catene

al servizio di arroganti minimi.

 

Ha avuto un nome ogni ideale

scagliato dalle torri

alla diaspora dei mondi

nelle lingue confuse d’incomprensibili déi

e profeti d’uguaglianza

armati d’arroganza e verità.

Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.

Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.


Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.

 

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

 

Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.

 

Carmine De Falco

 

 

*** *** *** ***

 

da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)

 

Viviamo giorni di pace.

Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi

***

Nei nostri letti stuprano donne senza volto

***

Il giusto massacra il colpevole.

Beve il sangue del figlio

***

Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.

Pezzo per pezzo.

Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.

Gli ricuce il volto per provarne pietà

***

I nostri figli hanno imparato a bere.

Hanno mosso i primi passi

noi guardavamo altrove.

Hanno appreso il sesso

dalle madri senza vita.

Ora li guardiamo

riempire la bocca di pietre

portare dentro la colpa del padre

 

***

 

A Giusy L.

 

Dentro di te cresce un ventre

di balena che ti nasconde.

Paghi i dolori del parto

di quando sei nata come non dovevi.

E sai del dolore delle bambole

di quelle facce escluse

del tuo redentore morto.

Il male è nel mondo

e ti è crollato addosso.

 

Salvatore Della Capa

 



Commenti
#1    27 Giugno 2009 - 15:45
 
Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei “obbedienti” trovino posto, e per primi, “coloro che erano destinati a morire” – cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla “mortalità infantile”, e sono quindi dei “sopravvissuti” – quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano con semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima – ti ho detto – è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere “a carico” e “in più”. Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che – come vedremo – ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei “obbedienti”. E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. (…)
La seconda cosa che i “destinati a morire” ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi – tuoi coetanei – hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. (…)
La terza cosa che ti viene insegnata dai “destinati a morire” è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. (…)
I “destinati a morire” non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello. (…)
PPP , Lettere luterane


Ho già avuto modo di leggere ed apprezzare Pro/Testo.
Eccellente lavoro.

M.
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#2    27 Giugno 2009 - 16:15
 
Grazie Antonella, è la più bella recensione letta ultimamente e ... come te nessuno ha mai letto "la cicala" e di questo ti sono infinitamente grata, amica cara.

"Cos'è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come "normale", privo della eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza. L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica."

Pier Paolo Pasolini

***

La società è morta il giorno in cui ha perso coscienza del diritto e del dovere, dovere di esercitare il proprio diritto dinanzi all'oppressivo ed omologante potere.

natàlia castaldi
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#3    27 Giugno 2009 - 17:33
 
Complicatibus: - Niente si comprende, se non l'incomprensione. Proprio non c'è modo di comprendere, se non senza modo, proprio non c'è comprensione, se non impropria: incomprensibile, appunto. O forse è questo appunto ad essere incomprensibile: appunto questo mappunto, questa nota. Una nota a margine, ora mai ignota, un verso ora mai perso, che non si trova, che non si ritrova, che è preso dal sapere di non poter essere più saputo; una parte minima, o un minimo sono, un sono minuto, a parte, per trovarsi, per ritrovarsi, per non più perdersi, per non più perdere, per esser preso dal non saper l'impossibilità di sapere, dal non sentire l'impossibilità di sentire, dal non comprendere l’impossibilità di comprendere. Tutto, tutto è incomprensibile. Tutto, tutto è improprio; tutto, tutto è impossibile.
Simpliciter: - Non c'è proprio la possibilità di comprendere? Qualcosa, al meno. Qualcosa di più.
Complicatibus: - Di più qual cosa? Al meno qual cosa? Al meno di più, al più di meno, questa qual cosa, o quella; questo qualcosa, o quello, per qualcuno, o per nessuno: un pò di più, al meno; un pò di meno, al più. Comprendere solo e soltanto l'impossibilità di comprendere la possibilità del più, o del meno; e di comprendersi, e di comprenderci: la possibilità della somma, o della differenza; della somma differenza di sotto, della differente somma di sopra; della somma somma questa volta, e quella, e della differente differenza, di sotto, di sopra; o forse sossopra, insieme uguali, insieme diverse, la somma differente differenza somma, tutto insieme, sossopra capovolte. Tutto, tutto insieme capovolto sossopra.
Simpliciter: - Lei ha messo a soqquadro il quadro, e i quadri tutti, e il quadrato. Lei non è quadrato, Lei non fa quadrato. Lei non è inquadrato, Lei è fuori campo. Lei è indefinito, Lei è indefinibile. Lei non ha regole, Lei è fuori dal quadro. Lei è fuori.
Complicatibus: - Forse. O forse essere fuori è essere dentro.
Simpliciter: - Lei, è proprio fuori luogo quel che dice.
Complicatibus: - Essere fuori luogo, appunto, essere fuori luogo è essere dentro. O forse essere fuori luogo è essere altrove, fuori dal luogo comune, in un luogo altro. Essere altrove non è forse essere dove è l'altro? non è forse essere insieme?
Simpliciter: - Lei non si addentra. Lei è ai margini. Lei è marginale. Come si può essere fuori dal luogo comune se si è insieme, in un qualche dove, che Lei, solamente Lei, dice altrove? Lei si estrania, Lei è estraneo a tutto.
Complicatibus: - Non c'è luogo comune, che non sia anche estraneo; non c'è luogo proprio, che non sia anche improprio: in luogo di dire del luogo comune c'è solo e soltanto un luogo non comune di dire il luogo comune, un luogo estraneo, per chi è estraneo al luogo comune, un luogo altro, per dove è l'altro, appunto altrove.
Simpliciter: - Lei è altrove. Dove è questo altrove? Non esiste questo luogo. Dove è Lei?
Complicatibus: - Fuori da ogni dove, dentro ogni dove; dove dovunque, dove nonunque: dove tutte le storie sono un'unica storia, e tutte le parole un'unica parola; dove tutti i versi sono un unico verso, e tutti i passi un unico passo; dove tutte le figure sono un'unica figura, e le imagi un'unica imago. E tutte le definizioni un'unica definizione, e nessuna. Forse l'ultima, forse la prima.
Simpliciter: - L'ultima. Ora l'ultima.
Complicatibus: - L'ultima ora?

teqno
utente anonimo

#4    27 Giugno 2009 - 17:37
 
ma che bello Teq!?!

e come si fa a lasciarlo qui.... ;-)

lo useremo presto... smuàck!

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#5    27 Giugno 2009 - 19:09
 
“Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….”
Certo, Antonella, il poeta è come una cicala, soprattutto il poeta “civile” e penso ai nostri migliori, Pasolini e Fortini. Come la cicala sono loquaci e seguono spesso metri efficaci, tempo perso sperimentare quando si ha l’urgenza di spiegare. Uno dei meriti di Pro/Testo e quello di affermare l’esistenza del poeta civile. Naturalmente ci sono cicale e cicale, alcune svettano anche senza bisogno di colori, mimetizzandosi con i rami ma dal canto inconfondibile. Qui però vorrei parlare di una Cicala in particolare, della nostra Castaldi, che è quella che conosco meglio della raccolta. Natàlia non si illude e non si (ci) prende in giro, sa che la poesia non cambia il mondo ma per amore e per coerenza canta i suoi ideali, ed è qui l’efficacia della sua resistenza, la condanna chiara e precisa ma con il disincanto della poesia migliore (quelli che si prendono sul serio o peggio ancora fanno finta di crederci non li sopporto):
"cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale."
Siamo stanchi, ma non ci rimane altro, soprattutto in questo preciso momento storico.
Se me lo permetti, Anto, visto che ti sei presa La cicala, propongo quella che forse a me piace di più delle poesie di Natàlia:

Epistola II – a mio nonno, un comunista.

Se perdessi la capacità di soffermarmi
sulla possibilità di una fantasia nella vuota veridicità
del mio risveglio, allora smetteresti d’esistere
e questo mio scriverti avrebbe fine.
Seppure nella menzogna di una realtà che non soddisfa
ritorno a perdermi nelle fantastiche avventure che leggevo
quando ancora sapevo sperare.

Abbiamo perso gli ideali nel cammino
dei sogni di giustizia sociale
ed Enrico se n’è andato,
sì, avrei dovuto dirtelo prima,
anche lui se n’è andato.
La sua fronte era rigata di sudore,
le vene gonfie di attese e parole:
nella piazza i pugni si sono aperti,
le vele rosse hanno perso il vento.

Mi sono addormentata sul divano stanotte
fissando una fabbrica di sogni d’acquistare a rate
mentre mi chiedevo dove sarai arrivato
e se nell’altro emisfero stai trovando quiete
o solo bugie d’esistenza.
Ma non temere per me,
mi vestirò di sogni domattina
partendo per un’avventura da timbrare
senza meta né certezze.
Silenziosamente attenderò una risposta
alle domande che non ti ho posto.

Tornando alle cicale, vorrei ricordare che ci sono anche le cicale marine, forti e coriacee che si mimetizzano con gli scogli. Solitarie nel fondo del mare, sono il contrario delle omonime terrestri. Io vedo tuttavia il crostaceo e l’insetto tra loro complementari: bisogna conoscere i fondi per poter poi cantare al sole. Essere poeti infatti e’ un lavoro in solitudine che porta inevitabilmente ad esporsi, spesso ad una una luce accecante.
(tutto questo per dire che mi e’ piaciuto molto il post, non vedo l’ora di leggere il libro e soprattutto: well done, Natàlia!)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Emmeleia

#6    27 Giugno 2009 - 19:18
 
grazie Ab, grazie di cuore!
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#7    28 Giugno 2009 - 02:04
 
"Si è sempre ritenuto che il dono di occuparsi di cose che non appaiono richiedesse un prezzo, cioè rendesse cieco il pensatore o il poeta nei riguardi del mondo visibile. […] Non ci sono pensieri pericolosi, ma è il pensiero in sè ad essere pericoloso, anche se il nichilismo non è un suo prodotto. Esso non è altro che l'altro lato del convenzionalismo; il suo credo consiste nella negazione dei valori correnti, cosiddetti positivi, a cui rimane legato. Anche il non pensare, che sembra essere una situazione tanto raccomandabile in campo politico e morale, comporta i suoi rischi. Corazzando la gente contro i rischi dell'analisi, li abitua ad accettare immediatamente qualunque regola di condotta vigente in un dato tempo e in una data società. La gente è abituata a non prendere mai decisioni ".

Da La disobbedienza civile e altri saggi di H. Arendt

(Statemi tutti bene! A presto!)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ColpaMetafisica

#8    28 Giugno 2009 - 18:39
 
bello molto di una poesia che resiste urla protegge
da comprare e tenere
c.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente derblauereiter

#9    28 Giugno 2009 - 19:31
 
Carmine... se ripassi lasciami il tuo indirizzo alla mia email

sarei felice di mandartelo.

nat
utente anonimo

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