lunedì, 25 maggio 2009

Poesia italiana contemporanea: Giacomo Cerrai – Memorie apocrife – Cinque poesie inedite

  immobilità parmenidea

 

Presentare delle poesie in modo oggettivo e distaccato, non filtrato dalla propria lettura è quasi impossibile e anche questa breve presentazione potrà apparire come una sorta di captatio benevolentiae nei confronti dell’autore.

 

Per raggirare l’ostacolo dell’ “ottica personale” voglio iniziare la mia lettura da una “chiusa” ad una sua poesia, che mi pare costituisca una vera e propria dichiarazione d’intenti:

“…

Io scrivo di un costante presente

che cola in stampi,

non alzo la testa,

rifletto un progressivo

mutare della materia,

annego negli stessi interstizi

del bianco

in cui la lingua non penetra.”

 

Un presente che si ripete instancabilmente uguale nel mutare degli oggetti come della pelle e delle ossa, laddove tutto si imbianca, tra i capelli e nelle polverose fenditure dimensionali di tempo e spazio, in un divenire che sembra immobilità, vita statica che respira in un “sussulto” senza che la lingua riesca mai a scalfirne la superficie o ad assaporarne il gusto.

Una disincantata poetica d’osservazione e silenzi.

Nel leggerle tutte, una dopo l’altra, senza respiro, senza pausa di riflessione, sembra di percorrere uno stesso corridoio vuoto, che svolge e sviluppa sempre lo stesso dialogo in continuum dis-in-canto che – almeno a primo avviso - sembrerebbe avere un preciso inconsapevole interlocutore.

Quello che mi colpisce è che Cerrai pare scriva ad un "tu" ben diverso dal lettore, ovvero, chiunque legga si troverà sì ad essere interlocutore del poeta, ma appare chiaro che il suo messaggio abbia una forma d’assenza ben presente agli occhi, ossessivamente presente nei versi, una forma che si fa pensiero scritto, voglia di capire oltre ogni certezza, un “tu” che è l’essenza stessa che spinge l’uomo a fare di sé un poeta.

Reminiscenze sfocate, quindi, distortamente fissate in angoli e perimetri di pareti pregne di passato e di respiri, dense di memorie impalpabili e pur sempre in agguato in immagini deformate dal tempo, che acquistano nuovo disincanto nel graffio analitico della ragione.

“…

l’oggetto è muto immobile

per quanto giustificato

rimosso da usura e polvere

il cuore sussulta forse

per memorie apocrife.”

Una poetica razionalmente meditativa ed intimamente lirica, che scorre come il pensiero, libera nel verso apparentemente moderno ma musicale per sua natura, scandito da assonanze prive di forzature che, tradendo gli echi delle vaste letture, accompagnano lo scorrere dell’occhio su ogni parola che si mostra intagliata, pregna e gravida di intrinseco senso di dolore ed irrisolvibile mancanza.

natàlia castaldi

 

Giacomo Cerrai - Cinque poesie inedite

 

delucidazioni del mondo

improvvise:

pupille o il semplice voltarsi

con infantile avidità, col postulare

raggiungimenti

- non poi così ipotetici -

d’una felicità non garantita.

Delucidazioni  d’un sole minore

inattuale dietro nuvolaglie,

primitivo perché inatteso,

delucidazioni sui vetri

di lontani edifici,

ed è un’illuminazione putativa.

Perché finalmente il tempo

di tirare il fiato,

guardare lontano,

come un affinamento dell’occhio interno,

gettare le ultime ossa

sui graniti.

Voltando un angolo,

non c’era che un’ombra,

a meridiana,

la delucidazione del tempo stesso

che si ripresenta con un fiore in mano,

risplende di quella pura possibilità

di replicarsi,

di rendere chiaro

il tuo attraversare lo spazio

circostante

ott. ’08

 

 

***

[ Impenetrabilità dei corpi ]

 

come un guado il pre-sonno

e il respiro l’ipnosi

nella cubatura della stanza

finché morte per sempre

torbide acque che allo sguardo scorciano le gambe

i progetti - lieti di perdersi -

risalgono correnti di limo i sassi del presente e

fetali promesse svanite

forse tornate vergini.

Vorremmo una dimensione in questo oscuro

o pseudomorte

così tanto così intensamente

dove spirati i sogni senza un rantolo

senza una frase famosa è già mattina

una terra ferma

con le sole ginocchia per preghiere

puntate qui alla riva...

E intanto: la terra è più vicina troppo

nel vitreo del cielo la caduta

attraversa d’indaco l’inchiostro lo separa

in rivoli: torbide acque che allo sguardo

si aprono alla luce

arriva il giorno

più e più si necessitano preghiere

poiché

anche un giorno così

presenta il conto.

 

gen. ’08

 

***

legàmi sottili

 

il tradimento delle cose (asserivi)

è tutto rammentare, dettagli

incastri che si compongano,

che nessuna di esse menta,

controllare i nessi i doni

i sentimenti appiccicati ad esse

i t’amo e i t’odio rammendare

le narrazioni di eventi probabili

ricordi – quindi – immaginàti…

Anche in questo passare di mani,

dico,

le cose ingannano

quella che credi tua è di un altro pensiero

riposta è probabile in

qualche dimenticanza

mascherata da emblema aspetta

che risorga rinnovelli

fibrillazioni.  Ma

l’oggetto è muto immobile

per quanto giustificato

rimosso da usura e polvere

il cuore sussulta forse

per memorie apocrife.

 

giu. ’08

***

quasar

 

dipàni un sottile refe

di discorsi, ricuci

frazioni

di una realtà opaca come

un subsuono di fondo

di lontane stelle,

o d’un muto disporsi lungo i muri

come sedie ad un ballo, un nulla

davvero inudibile,

che la lingua trasforma

in vagiti.

Non accetti il plastico

definirti, il mio vero,

o d’essere scrittura, se

corpi impenetrabili restano,

e meri contatti di superfici

e un ronzio di mosche

segni mobili sui vetri

indescrivibili.

Io scrivo di un costante presente

che cola in stampi,

non alzo la testa,

rifletto un progressivo

mutare della materia,

annego negli stessi interstizi

del bianco

in cui la lingua non penetra.

 

nov. ’08

***

sinestesie (?)

 

fidarsi di questi materiali

l’adagiarsi  di membra

su lenzuola lavate mille volte,

affidamenti alle cose, lasciarsi

andare all’ordito come un rinvenimento

di sostanze aromatiche,

elementi volatili, scambi

di fluidi o certi

bicchieri usati dove impronte

di bocche e gesti indelebili

sprofondano in storie...

c’è un dolore di strati compatti

dove faglie dove precipizi

dove con occhio esperto

tutto risulta evidente

strati raccontano epoche

non solo storia ma anche

una loro verità indiscussa

di materia...

eppure fidarsi è quanto masticare il passato

toccare l’esperienza udire il tempo

ruscellando il detto erodere

gli strati

un grattare indistinto

come una vista da lontano

per decidere

 

ott. ’07

__________________

 

Brevi cenni biorgrafici:

Giacomo Cerrai è nato a S.Giuliano Terme (Pisa) nel 1949, si è laureato in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea presso l’Università di Pisa con Silvio Guarnieri, presentando una tesi sulla rivista letteraria fiorentina “Solaria”.

Le sue pubblicazioni:

Imperfetta ellisse“, prefazione di Cristiana Vettori, negli “Opuscoli di Primarno” della Accademia Casentinese di Lettere, Arti e Scienze.

“Sinossi dei Licheni”, e-book a cura di Anila Resuli, Clepsydra Edition.

La ragione di un metodo“, silloge di testi risalenti agli anni ‘80-’90, scaricabile da Lulu.com anche in versione gratuita.

Ha partecipato con un poemetto “Acqua” alla raccolta di A.A.V.V.: “Vicino alle nubi sulla montagna crollata“, a cura di Luca Ariano e Enrico Cerquiglini, Campanotto Editore.

Ha collaborato con un proprio testo bilingue a “Private” n. 18/2000, rivista di fotografia e scrittura, ed è uno degli autori del volume dedicato a Cesare Pavese “AA.VV. – Cesare perduto nella pioggia” a cura di Massimo Canetta, Di Salvo Editore Napoli.

Cura con passione e dedizione un bellissimo blog letterario, Imperfetta Ellisse, lontano dalle logiche del mercato editoriale, con il solo scopo di dar voce alla bellezza della poesia e del pensiero.


Commenti
#1    25 Maggio 2009 - 08:45
 
grazie mille natàlia, anche delle belle parole
g.
utente anonimo

#2    25 Maggio 2009 - 11:22
 
il mio grazie a te per aver "nutrito" il nostro pensiero.

un abbraccio.

ennecì (fa più figo!)
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#3    25 Maggio 2009 - 16:17
 
sarebbe bello se questo mezzo di comunicazione (internet) fosse da tutti utilizzato per promuevere la cultura come si fa qui.
Le poesie di Cerrai sono delicate nella forma e profonde nel pensiero.
Complimenti!

G. Fleres
utente anonimo

#4    25 Maggio 2009 - 22:15
 
Uno sguardo d’ “infantile avidità” che penetra l’apparenza restituendoci l’essenza di ciò che vede/vive in versi densi di significato.
Strofe come respiri: intensi, audaci, a volte volutamente “sospesi” com’è proprio di chi prende “fiato” per “oltre-passare”.
Un tempo cantato e ri-cantato con l’umiltà di chi non alza la testa e perciò sa vederlo sopraggiungere con un fiore in mano …
La memoria custodisce il segreto e lo bisbiglia: la lingua rispetta il silenzio (interstizi del bianco) perciò può sciogliersi in canto.
Acuta, a mio modestissimo parere, la lettura di Natàlia e meraviglioso il “ritrovamento” apocrifo di Cerrai, che qui è, posso dire, proprio a casa sua, in quanto poeta ed in quanto filosofo - per caso? :)
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#5    26 Maggio 2009 - 09:03
 
ringrazio anche Antonella del suo commento, molto attento. In realtà questi testi hanno più nascondigli di quanto si possa supporre. grazie
G:)
utente anonimo

#6    26 Maggio 2009 - 11:50
 
fidarsi di questi materiali

... bellissima "Sinestesie", bellissima

l' ho letta una sorta di allineamento con gli oggetti che fanno la nostra vita e che ci osservano spesso più stralunati di quanto noi non si faccia con loro
ma capaci in somma di "capirci" ossia di essere capienti di con/tenerci . oggetti finali molti dei quali che ci sopravviveranno
cui affidare anche l' ultimo grido muto per i posteri o semplicemente
la nostalgia postuma della nostra ombra

sembra un addio, eppure non lo è, sta più nell' arrivederci. per me.

bei testi tutti, caro Giacomo e molto minuziosa e bella la lettura di Nadia affatto oggettiva e per fortuna (mi permetto di aggiungere) (non si può restare oggettivi e distaccati e poi, e come si fa e perché mai poi? )

paola (cara polvere)
utente anonimo

#7    26 Maggio 2009 - 12:00
 
grazie Paola, davvero e di cuore.
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#8    27 Maggio 2009 - 00:33
 
“[...] che [...] non appaia chiaro nemmeno una volta se sia l’amico [...] o forse un alter ego a cui si dà del ‘tu’ [...] non significa che la poesia sia [...] ambigua [...]”.

H. G. Gadamer, La poesia lirica come paradigma dell’arte moderna, in L’attualità del bello, Marietti, Genova 2001, p. 197.

“...
rimosso da usura e polvere
il cuore sussulta forse
per memorie apocrife”.

“[...] il linguaggio ha un rapporto differente, più intimo, con la memoria rispetto a qualsiasi elemento ottico. E’ vero che anche un quadro, osservato a lungo, quando lo si riveda inaspettatamente dopo anni o decenni, mostra una grande familiarità, proprio come il rivedere un uomo, una città e un paesaggio. Tutto questo però è un semplice rivedere. La poesia, al contrario, e l’opera d’arte linguistica in genere, come testo udito o letto, è fin dal primo ascolto o dalla prima lettura una specie di reminiscenza per ogni singola parola. Ciò vuol dire che la parola è già sempre a casa nello scrigno dalla memoria e ha qui un posto che non abbandona mai: il posto del pensiero”.
H. G. Gadamar, Ibidem, p. 200.
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#9    27 Maggio 2009 - 00:56
 
grazie Donatella per saper così bene cogliere la filosofia racchiusa nelle parole di Giacomo, come vedi il pensiero dà all'arte e trova nell'arte poetica la sua forma e densità.

a presto. ennecì :-)
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#10    27 Maggio 2009 - 08:54
 
già altri, cara Antonella, hanno definito la mia poesia come "filosofica". Ho sempre risposto che la ritengo una forma alta del pensiero filosofico. A maggior ragione quindi sono felice che Donatella abbia trovato riferimenti in Gadamer, uno dei pensatori più attenti alla poesia e al linguaggio. La poesia ha sempre bisogno di ermeneutica, come pure la traduzione (non è vero Nat?)
grazie
Giacomo
utente anonimo

#11    27 Maggio 2009 - 10:00
 
ci sono delle persone speciali come giacomo cerrai che sanno esprimere altissima creatività nel proprio fare e signorilità educata direi oggi rara.. leggerlo è incanto puro..
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#12    27 Maggio 2009 - 10:12
 
e ringrazio roberto, non solo amico ma anche prezioso collaboratore artstico
utente anonimo

#13    27 Maggio 2009 - 10:34
 
Artista vero, sincero, generoso e silenzioso, persona splendida e unica.
un amico come pochi in questo mondo di lupi.

grazie Roberto, grazie veramente a tutti quelli che dedicano il loro tempo alla poesia.

natàlia
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#14    31 Maggio 2009 - 13:58
 
È con vero piacere che leggo per la prima volta le tue poesie, caro Giacomo. Straordinariamente dense, corpose, intrise di filosofia (“forma alta del pensiero filosofico”, come scrivi)…inoltre, ne è esemplificazione la terminologia che adoperi; termini, infatti, come “postulare", "ipotetici", "asserivi", "delucidazioni” si fondono con grande perizia a vocaboli di matrice talora aulica o letteraria (nuvolaglie, apocrife, suggestivo il latineggiante “putativa”!), altre volte modernamente spiazzante (“refe”, “subsuono”, ecc). “Fusione” straniante ed efficacissima in “guado il pre-sonno” o nel contrastivo (soprattutto) “Rinnovelli/fibrillazioni”. Mi piace poi la tua capacità di strutturazione metrica dei testi. La stringata disposizione dei versi in lunghe verticalizzazioni induce, attraverso i suoi a capo, a riflettere sui significati di cui sono, di volta in volta, portatori le parole, grazie anche alla presenza delle numerose figure retoriche che le sottolineano, le pongono in evidenza. Penso, per esempio, a questi bei versi, giocati sulla trama allitterativa in “r” e “p”: “risplende di quella pura possibilità/ di replicarsi,/ di rendere chiaro/ il tuo attraversare lo spazio/ circostante”. Le parole di chiusa-verso (“chiaro”, “spazio”, “circostante”) preparano, anche graficamente, lo sconfinamento del tempo, il suo perenne “replicarsi” oltre il bianco della pagina, il suo “oltrepassare lo spazio / circostante”; a questo punto, l’isolamento del lemma “circostante” dà l’idea piena, totale della circolarità del tempo, del suo continuo trascorrere. Circolarità che - mi sembra - tu abbia, con molta finezza, sottolineato, proprio all’inizio della poesia, attraverso il vocabolo “pupille”, in qualità di sineddoche del più innanzi “occhio interno”; in tal modo, si configurerebbe (poco scopertamente e di qui la sua bellezza) un interessante testo “ringkompositivo” o ad anello, vista la cucitura del finale con l’incipit della poesia.
In “Impenetrabilità dei corpi”, ho trovato poi molto intensa l’immagine delle “torbide acque che allo sguardo /si aprono alla luce/ arriva il giorno”. L’epifania del giorno, lo schiudersi alla luce, appare in tutta la sua folgorante bellezza, soprattutto se segue al precedente “torbide acque” e soprattutto se la parola “giorno” è ripetuta, rimarcata più avanti, sottolineata attraverso l’assonanza con “conto” che - mi sembra – significativa.
utente anonimo

#15    31 Maggio 2009 - 15:15
 
Ringrazio di cuore Daniele Santoro per questo bellissimo commento.

natàlia
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#16    03 Giugno 2009 - 09:37
 
anch'io ringrazio Daniele, dopo averlo fatto su IE, per la sua attenta lettura.
un abbraccio
G.
utente anonimo

#17    02 Settembre 2009 - 04:13
 
"anche un giorno così presenta il conto"
ma la musicalità dell'oggi a me donata , annulla il debito quotidiano , regalandomi suoni di nuova concezione , graditissimi , come in un' "Ellisse Perfetta"

Grazie a Natàlia Castaldi
Grazie a Giacomo Cerrai
mario
utente anonimo

#18    02 Settembre 2009 - 11:28
 
grazie infinite, Mario, per questo abbraccio di senso all'ellittica poesia di Giacomo, persona e poeta a me molto caro.

natàlia
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