
Per raggirare l’ostacolo dell’ “ottica personale” voglio iniziare la mia lettura da una “chiusa” ad una sua poesia, che mi pare costituisca una vera e propria dichiarazione d’intenti:
“…
Io scrivo di un costante presente
che cola in stampi,
non alzo la testa,
rifletto un progressivo
mutare della materia,
annego negli stessi interstizi
del bianco
in cui la lingua non penetra.”
Un presente che si ripete instancabilmente uguale nel mutare degli oggetti come della pelle e delle ossa, laddove tutto si imbianca, tra i capelli e nelle polverose fenditure dimensionali di tempo e spazio, in un divenire che sembra immobilità, vita statica che respira in un “sussulto” senza che la lingua riesca mai a scalfirne la superficie o ad assaporarne il gusto.
Una disincantata poetica d’osservazione e silenzi.
Nel leggerle tutte, una dopo l’altra, senza respiro, senza pausa di riflessione, sembra di percorrere uno stesso corridoio vuoto, che svolge e sviluppa sempre lo stesso dialogo in continuum dis-in-canto che – almeno a primo avviso - sembrerebbe avere un preciso inconsapevole interlocutore.
Quello che mi colpisce è che Cerrai pare scriva ad un "tu" ben diverso dal lettore, ovvero, chiunque legga si troverà sì ad essere interlocutore del poeta, ma appare chiaro che il suo messaggio abbia una forma d’assenza ben presente agli occhi, ossessivamente presente nei versi, una forma che si fa pensiero scritto, voglia di capire oltre ogni certezza, un “tu” che è l’essenza stessa che spinge l’uomo a fare di sé un poeta.
Reminiscenze sfocate, quindi, distortamente fissate in angoli e perimetri di pareti pregne di passato e di respiri, dense di memorie impalpabili e pur sempre in agguato in immagini deformate dal tempo, che acquistano nuovo disincanto nel graffio analitico della ragione.
“…
l’oggetto è muto immobile
per quanto giustificato
rimosso da usura e polvere
il cuore sussulta forse
per memorie apocrife.”
Una poetica razionalmente meditativa ed intimamente lirica, che scorre come il pensiero, libera nel verso apparentemente moderno ma musicale per sua natura, scandito da assonanze prive di forzature che, tradendo gli echi delle vaste letture, accompagnano lo scorrere dell’occhio su ogni parola che si mostra intagliata, pregna e gravida di intrinseco senso di dolore ed irrisolvibile mancanza.
natàlia castaldi
Giacomo Cerrai - Cinque poesie inedite
delucidazioni del mondo
improvvise:
pupille o il semplice voltarsi
con infantile avidità, col postulare
raggiungimenti
- non poi così ipotetici -
d’una felicità non garantita.
Delucidazioni d’un sole minore
inattuale dietro nuvolaglie,
primitivo perché inatteso,
delucidazioni sui vetri
di lontani edifici,
ed è un’illuminazione putativa.
Perché finalmente il tempo
di tirare il fiato,
guardare lontano,
come un affinamento dell’occhio interno,
gettare le ultime ossa
sui graniti.
Voltando un angolo,
non c’era che un’ombra,
a meridiana,
la delucidazione del tempo stesso
che si ripresenta con un fiore in mano,
risplende di quella pura possibilità
di replicarsi,
di rendere chiaro
il tuo attraversare lo spazio
circostante
ott. ’08
***
[ Impenetrabilità dei corpi ]
come un guado il pre-sonno
e il respiro l’ipnosi
nella cubatura della stanza
finché morte per sempre
torbide acque che allo sguardo scorciano le gambe
i progetti - lieti di perdersi -
risalgono correnti di limo i sassi del presente e
fetali promesse svanite
forse tornate vergini.
Vorremmo una dimensione in questo oscuro
o pseudomorte
così tanto così intensamente
dove spirati i sogni senza un rantolo
senza una frase famosa è già mattina
una terra ferma
con le sole ginocchia per preghiere
puntate qui alla riva...
E intanto: la terra è più vicina troppo
nel vitreo del cielo la caduta
attraversa d’indaco l’inchiostro lo separa
in rivoli: torbide acque che allo sguardo
si aprono alla luce
arriva il giorno
più e più si necessitano preghiere
poiché
anche un giorno così
presenta il conto.
gen. ’08
***
legàmi sottili
il tradimento delle cose (asserivi)
è tutto rammentare, dettagli
incastri che si compongano,
che nessuna di esse menta,
controllare i nessi i doni
i sentimenti appiccicati ad esse
i t’amo e i t’odio rammendare
le narrazioni di eventi probabili
ricordi – quindi – immaginàti…
Anche in questo passare di mani,
dico,
le cose ingannano
quella che credi tua è di un altro pensiero
riposta è probabile in
qualche dimenticanza
mascherata da emblema aspetta
che risorga rinnovelli
fibrillazioni. Ma
l’oggetto è muto immobile
per quanto giustificato
rimosso da usura e polvere
il cuore sussulta forse
per memorie apocrife.
giu. ’08
***
quasar
dipàni un sottile refe
di discorsi, ricuci
frazioni
di una realtà opaca come
un subsuono di fondo
di lontane stelle,
o d’un muto disporsi lungo i muri
come sedie ad un ballo, un nulla
davvero inudibile,
che la lingua trasforma
in vagiti.
Non accetti il plastico
definirti, il mio vero,
o d’essere scrittura, se
corpi impenetrabili restano,
e meri contatti di superfici
e un ronzio di mosche
segni mobili sui vetri
indescrivibili.
Io scrivo di un costante presente
che cola in stampi,
non alzo la testa,
rifletto un progressivo
mutare della materia,
annego negli stessi interstizi
del bianco
in cui la lingua non penetra.
nov. ’08
***
sinestesie (?)
fidarsi di questi materiali
l’adagiarsi di membra
su lenzuola lavate mille volte,
affidamenti alle cose, lasciarsi
andare all’ordito come un rinvenimento
di sostanze aromatiche,
elementi volatili, scambi
di fluidi o certi
bicchieri usati dove impronte
di bocche e gesti indelebili
sprofondano in storie...
c’è un dolore di strati compatti
dove faglie dove precipizi
dove con occhio esperto
tutto risulta evidente
strati raccontano epoche
non solo storia ma anche
una loro verità indiscussa
di materia...
eppure fidarsi è quanto masticare il passato
toccare l’esperienza udire il tempo
ruscellando il detto erodere
gli strati
un grattare indistinto
come una vista da lontano
per decidere
ott. ’07
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Brevi cenni biorgrafici:
Giacomo Cerrai è nato a S.Giuliano Terme (Pisa) nel 1949, si è laureato in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea presso l’Università di Pisa con Silvio Guarnieri, presentando una tesi sulla rivista letteraria fiorentina “Solaria”.
Le sue pubblicazioni:
“Imperfetta ellisse“, prefazione di Cristiana Vettori, negli “Opuscoli di Primarno” della Accademia Casentinese di Lettere, Arti e Scienze.
“Sinossi dei Licheni”, e-book a cura di Anila Resuli, Clepsydra Edition.
“La ragione di un metodo“, silloge di testi risalenti agli anni ‘80-’90, scaricabile da Lulu.com anche in versione gratuita.
Ha partecipato con un poemetto “Acqua” alla raccolta di A.A.V.V.: “Vicino alle nubi sulla montagna crollata“, a cura di Luca Ariano e Enrico Cerquiglini, Campanotto Editore.
Ha collaborato con un proprio testo bilingue a “Private” n. 18/2000, rivista di fotografia e scrittura, ed è uno degli autori del volume dedicato a Cesare Pavese “AA.VV. – Cesare perduto nella pioggia” a cura di Massimo Canetta, Di Salvo Editore Napoli.
Cura con passione e dedizione un bellissimo blog letterario, “Imperfetta Ellisse”, lontano dalle logiche del mercato editoriale, con il solo scopo di dar voce alla bellezza della poesia e del pensiero.
