venerdì, 03 luglio 2009

Un racconto: La Cura - di Iacopo Ninni

strategie2

 

Lost forever in a happy crowd.

Strategìa del cazzo.

Alzarsi presto e correre alla fermata prima del bus per trovare il posto giusto perché Lei si sieda di fianco a me.

E’ proprio una strategìa del cazzo, che fallisce esattamente nel momento in cui i miei occhi imbambolati la seguono da quando sale a quando mi passa di fianco assolutamente incurante della mia presenza.

Strategìa veramente del cazzo” Renzo aspira leggero il tiro della sua sigaretta mentre io ancora tossisco amaramente il mio tentativo di emancipazione.

Se vuoi farti quella figa te la devi rimorchiare ad una festa. Cosa ti credi? che quelle così, il lunedì, con le labbra ancora umide del sabato sera si lascino attrarre dalla tua bocca imbesuita ancora sporca di latte? Ma và a cagare và e impara a fumare: è per quello che le fighe non ti si cagano.”

Il mio amico; quello a cui passo i compiti la mattina, quello che all’intervallo mi spiega i suoi trucchi per “farsi” qualcuna; quello che sparisce ad ogni festa e poi mi tocca aspettare; quello che viene a casa e si intorta mia madre con la mia timidezza, il mio look sbagliato, la mia incapacità a baciare una femmina.

Ma come fa? Come fa, ogni stramaledetta mattina ad alzarsi così leggero e così pulito? Come fa a non stare mai male?

Esattamente come fa Lei adesso, che si è seduta dietro di me, con le amiche che iniziano a ridere così forte che non puoi fare a meno di pensare di esserne tu il bersaglio. Ed ecco che da trasparente che eri, improvvisamente tutto il mondo ti è addosso e ti coglie indifeso in tutto il tuo senso di inadeguatezza.

Sembra che sia nato per essere inadeguato e mi sale la paura che questa sia la punizione giusta per un sorriso sbagliato.

Ecco perché detesto quelli di mia madre quando torno a casa.

Dice che mi vede come in una bolla, che non le parlo, che non mi riconosce più, ma cosa cazzo ne sa di quello che ho dentro?

Mi dirigo verso la classe, sento solo una gran nausea.

Rachele dice che è la condizione di chi riconosce la differenza tra ogni lacrima.

Come fai a non aver paura di sorridere?” mi ha chiesto ieri.

A volte non riesco a capire a quale dolore preferisca aggrapparsi; mi fa così tenerezza quel suo volere apparire triste, quelle sue poesie lasciate sul mio diario tra le strofe dei nostri gruppi preferiti.

La stessa musica che per lei è una maschera, per me è un rifugio e qui attorno, nessuno sembra capire perché ascoltiamo “certa roba”.

Provate voi a parlarne ad un amico mentre guarda altrove: ”Io quella primina entro stasera me la limono, scommetti?”. e se ne va; tu resti li, sospeso, senza parole, senza più fiato , in attesa del prossimo pezzo da ballare.

Eddai, vieni a ballare con noi 

Ma cosa ci faccio qui?

Ho scelto di non apparire inadeguato piuttosto che dire :“No, scusami, ma alla tua festa in quel posto del cazzo non ho nessuna voglia di venirci

“Vedrai, ci sarà tutta la classe, tu non puoi mancare.”

Ancora

Dai, non farti pregare, vieni a ballare!”

 

E allora Vi imito, anche se questa musica è veramente insopportabile, così i vostri sguardi, i vostri movimenti e poi sudo e il mio odore sembra riempire tutto lo spazio che mi circonda.

Ma come fate voi, a non sudare chiusi in quei maglioncini attillati, come fate a non cambiare mai espressione, non farvi mai sfiorare da un pensiero che sia anche solo di dolcezza.

Come fate a non chiedervi se possa esistere qualcosa di meglio o forse anche di peggio?

 

Li vedo che limonano al tavolo ma è come se fosse compreso nella serata.

 

Ciao, ti aspetto alla mia festa presso la discoteca Las Vegas, sei pregato di divertirti e di limonare con la mia amica che si sente tanto sola.”

 

Vedo anche Lei che limona adesso.

Senti volevo dirti se vuoi..vorresti forse, ecco; ti piacerebbe essere la mia ragazza?

Ride guardando verso l’altro tavolo,  Aspetta che lo chiedo a Claudia, sai è la mia amica del cuore e non vorrei che ci restasse male.”

Si alza.

Ecco fatto.

Cosa c’entra tutto questo con quello che mi esplode dentro?

Perché sento tanto male mentre la vedo limonare con quello e non con Claudia?

Il mio male.

Non so se è capitato anche a voi, ma il mio male non è mai solo.

E’ un male codardo.

Inizia alla mattina come un brutale presentimento: un senso di nausea che mi prende, poi ecco che sale, piano piano piano e si prepara, il bastardo. Prepara il suo letto di malinconia che resta li come sottofondo, come costante e attento avvertimento :”occhio..sono qui, pronto a fotterti”…e poi…

PEM, basta un pensiero o un ricordo sbagliato e come una scarica sale dalle braccia e si prende tutto..

E io non è che lo evito, nooo

Io ci penso anche a quelle risate, lo metto alla prova per coglierlo impreparato ma sale sale e fa male, cazzo se fa male.

 

I laughed in the mirror for the first time in a year

Eccolo anche stamattina;

Come è dolce quando mi saluta sorridendo e mi chiede come è andato il fine settimana.

Ieri sera lo pensavo, dopo la litigata con quella stronza di mia sorella e mio padre che minacciava di menarmi, mi sono chiusa in bagno.

Lo pensavo e mentre asciugavo le lacrime mi scoprivo a sorridere allo specchio.

Carino quel trucco”, mi ha detto l’altra sera e me lo sarei portato sotto la luce di quella luna; per fargli capire che a lui non ho niente da nascondere.

Sei andato alla festa venerdì?”

Già

A me non m’ hanno invitata

(Ma non doveva esserci tutta la classe?)”…non hai perso nulla, anzi

Vieni al concerto? Io sarò li ai cancelli dalla mattina; vieni anche tu?

mmm…

Ma…mi ascolti?

 

Mi giro in direzione del tuo sguardo, Lei è li in mezzo a quelle oche della terza D con il suo nuovo tipo; uno di quarta, capelli corti, cachemire attillato e fuori nel parcheggio una moto.

Ma come fai ad essere così; come fai a farti sempre del male?

O forse la scema sono io, che passo il tempo a curare i miei pensieri e lasciare che il corpo sia specchio di quello che ho dentro.

A quel corpo dedichi i tuoi sorrisi migliori ma non ti accorgi che appena mi oltrepassano piombano inerti qui sul pavimento; So cosa provi mentre la guardi che si struscia a quell’idiota, è lo stesso dolore che provo adesso quando sento che i tuoi sguardi mi attraversano lasciandomi solo graffi. Ma non sei peggio di loro e la solitudine in cui mi lasci non è peggiore di quella in cui mi lasciano loro, di quella in cui mi lascia mio padre; tu almeno hai il pregio di distinguere il colore del mio trucco ogni mattina.

                                                                                 

The world disappeared laughing into the fire                                

 

Al concerto ti ho perso, eppure mi era parso che volessi ballare, sei voluto correre nelle prime file e sono rimasta lì con Andrea e il suo amico irlandese.

Ci siamo ritrovati più tardi a casa sua.

Sono entrata e mi sei venuto incontro: “Ma perché scappi sempre?

Ci siamo seduti al tavolo, ti ho preso la mano; avevo voglia di sentire se vibravi ancora e volevo condividere quello che avevo sentito, toccato con il cuore; ma poi ho visto il tuo sguardo calare e ho capito che più io mi avvicinavo a te più lui ti sentivi lontano da lei, più ti dicevo di essere felice di potere condividere quella serata; più eri triste per non averla condivisa con quell’altra.

Siamo tutti e due chiusi in una bolla a proteggere la nostra bellezza, Io per difenderla le ho dedicato ogni lacrima e ogni dolore, tu ti ci nascondi per scappare, come fai adesso mentre ti alzi con la scusa di una birra.

 

L’ho lasciata li da sola, ero troppo spaventato per ammettere che stava per dirmi qualcosa che riguardasse noi due: lo leggevo nei suoi occhi mentre mi parlava del concerto, delle sue canzoni preferite, di quello che aveva provato e di come riuscisse a trovare una risposta a tutto anche alla solitudine, alla malinconia, di come finalmente sentisse quella maledetta bolla esplodere per trovare rifugio nelle mie mani.

Ma io avevo bisogno di parlarle di Lei di come mi sarebbe piaciuto averla al concerto; mi sono alzato e sono andato a prendere una birra.

Andrea mi ha fermato in cucina, e dopo un po’ sono ritornato in sala

Sono tornato e lei al tavolo non c’era più; era sul divano a chiacchierare con l’irlandese,

Sono rimasto li seduto a provare richiamare il suo sguardo,

Rachele, sono tornato, mi vedi?” ma la voce rimbalzava dentro questa maledetta bolla. Rimanevo li appiccicato a quel bicchiere, ad osservare i suoi occhi incantati dietro alle labbra di lui, la bocca sorridente davanti al suo italiano stentato fino a quando l’ho sentita ridere così forte da rimbombarmi dentro e esplodere fino a diventare lacrime quando li ho visti uscire per mano.

 

Mi ha portato in camera sua e mentre varcavo la porta ancora non capivo; ma quando mi ha baciata, ho sentito la bolla esplodere; con la coda dell’occhio ti ho visto di là e per la prima volta ho visto il tuo sguardo arrivare a me; ma troppo tardi.

So che soffrirai, so cosa ti salirà dentro fino a prenderti ogni respiro, ma ti servirà e comunque domani ci sarò ancora e ora che sai che posso essere dolore saprai che posso essere anche la tua cura.

 

La porta si è chiusa dietro di loro Potrei rimanere qui ancora un po’, aspettare, provare a vedere se cambia idea.

Strategìa del cazzo anche questa; anche per questo nella stanza risuonano ancora le risate, forse è per questo che sale la nausea e lo so bene che non è solo colpa della birra.

Mi guardo attorno; è tutto così confuso. i suoni cadono ovattati nella mia testa: Andrea rolla la canna con la tipa conosciuta al concerto, Claudia legge Rockerilla con Filippo, Antonio e Marinella giocano a scacchi.

Ma da dove arriva allora tutto questo male?

Andrea mi guarda scuotendo la testa, accende la canna e si dirige verso lo stereo: tira fuori un disco dalla busta me lo mostra  e lo fa partire.

 “…if you walk in the crowd you won’t leave any trace…”

Lo guardo negli occhi mentre mi passa da fumare, rifiuto, prima ancora di leggere nei suoi occhi la sfida; tiro un sorso della mia birra e sorrido.

Busso alla porta.

Rachele Ti porto a casa, andiamo!

 

Iacopo Ninni*

 

 

*Iacopo Ninni nasce a Milano il 09-08-1964, attualmente vive e lavora a Vicchio (FI).

 

mercoledì, 01 luglio 2009

Giovanna Lentini -Variazioni

Giovanna Lentini bluSe la bellezza esteriore è già difficile da “definire” ed esprimere per la soggettività dei parametri con la quale viene comunemente “misurata”, cosa possiamo balbettare su quella dai contorni fluttuanti, spumeggianti come le onde del mare, che tracima dall’interiorità di una sensibilità magnetica come quella della Lentini?

Un mare calmo in superficie nasconde vortici impensati che ondeggiano come note su un pentagramma liquido tra i quali non sai mai cosa si nasconde, se la giocosa danza di una lattiginosa medusa o l’avida bocca di quella bianca signora che t’ingoierà rubandoti per sempre alla terra.

Esteriorità ed interiorità, razionalità e passione si fondono dando vita a linee sinuose e delicate ma anche decise, forti, in bianco e nero ed a colori, in un crescendo cromatico che imprime su tela ciò che la carne ed il sangue, la mente ed il cuore, esprimono qui senza bisogno di parole, in una visione che rimescola e fonde, come il colore, vita, pensiero ed arte.

Antonella Foderaro

Giovanna Lentini 1

Un artista può scegliere di guardare all'esterno o all'interno. Giovanna Lentini ha intrapreso da tempo la seconda strada, cosa che rende il commento dei suoi lavori arduo come l'interrogazione di una Sfinge. La raccolta "Variazioni", dai piccoli formati alle grandi realizzazioni, è da considerare un'opera nell'opera; ogni singolo tema veicola infatti la trasmutazione di un momento interiore in una proiezione pittorica secondo la logica alchemica del cercatore ferito. L'insieme delle Variazioni offre allora all'osservatore un indizio in più, quello del percorso. Se dovessimo cercare una parentela dal punto di vista formale, forse è alla famosa scuola di New York che bisognerebbe guardare, il primo autentico movimento americano che unì l'intensità dell'espressionismo tedesco con l'anti-figuratività delle altre scuole europee. Di quel momento troviamo anche i procedimenti per cancellazione, dai quali l'immagine esce scarnificata e de-localizzata, attraverso un minuto controllo dello spazio che è fitto, accurato ed invariante, non dipende dalla grandezza della tela. Ma questa è solo una parentela sintattica diremmo, ed è ancora all'alchimia che dobbiamo rivolgerci ed alle cose che Giovanna Lentini ama quotidianamente per trovare una chiave interiore. A esempio a quel Paul Klee il cui incessante dinamismo di forme e colori ha spesso fatto apparire gioiosa la sua arte, mentre lui stesso scriveva: "Quest'uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un'ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l'usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia" (P. Klee, Diari 1898-1918). Costringendo le Variazioni di Giovanna Lentini a mostrarsi sotto la luce di una narrazione storica, osserviamo che c'è un progressivo passaggio da una tenue, elegante emergenza di tratti neri e rossi su un fondo bianco sui grandi spazi della canapa ai più recenti rossi densi e concentrati, dove il fragile graffito è ormai diventato un'esplicita battaglia con quel singolare continuum di spazio-tempo e memorie che in pittura è la materia. Le Variazioni vanno dunque verso un innalzamento progressivo della temperatura interiore, un'apertura rischiosa e necessaria, il passaggio dall'opera al nero/bianco al sagredo della rivoluzione annunciata. E come ogni rivoluzione, non è senza vittime. Le Variazioni, costrette dunque a continuare all'infinito, svelano il loro lato oscuro ed esplosivo, proprio come L'angelo di Klee al di là delle apparenze si rivela l'angelo tragico della storia che osa guardare all'indietro.

L'angelo creativo di Giovanna Lentini svolge le sue Variazioni guardando in profondità all'origine del dolore.

 

Ignazio Licata

 


Giovanna Lentini (Marsala, 29 marzo 1962) ha conseguito la maturità classica dedicandosi all’approfondimento delle materie pedagogiche educative.
Dal 1999 si occupa di counseling espressivo ed arte terapia.

Espone dal 1998 opere di indirizzo espressionista astratto. Le sue opere sono state inserite in cataloghi d’arte nazionali ed alcuni dei suoi dipinti sono presenti in pinacoteche e collezioni private. La sua produzione pittorica è un “alfabeto dell’anima” che attraverso i segni decodifica le forze energiche della comunicatività.
Freud ha sviscerato l’inconscio universo per poter trasformare il dolore in felicità, in coscienza, in armonia dell’Io, ma il mistero di Dio e dell’Universo, il mistero dell’amore e del sesso, della vita e della morte, continuano a vivere in noi. Sono quelli che danno un senso alla nostra ESISTENZA.
Vive e dipinge a Marsala (Tp).



PRINCIPALI MOSTRE

1998
Incisioni “Opere del Corso di Calcografia”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA

1999
“Ricerca 1”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA

1999
XI° Premio “Città di Nova Milanese”
Milano

2000
XVI° Premio Nazionale di Pittura “Città di Civitella”
Arezzo

2001
Mostra Nazionale di Pittura Contemporanea “Santhià”
Vercelli

2002
Galleria d’arte 2000 “Sguardi sulla città”
Milano

2002
Collettiva d’arte Contemporanea “L’ibrido e l’arte”
ENTE MOSTRA DI PITTURA PETROSINO

2003
Vernissage “La scherma nell’arte”
Trapani

2003
Estemporanea di pittura “…I Mille Dipinti”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA

2003
Mostra personale “Un Linguaggio tra Elegia e Fluidità”
ENTE MOSTRA DI PITTURA “CITTA’ MARSALA”



2006
XVII° Premio Nazionale di Pittura città di Civitella
Arezzo

2006 “La donna nell’arte”
Palazzo Burgio Spanò – Marsala

2006
Agrigento arte
Mostra mercato Internazionale di Arte Contemporanea, II° Ed. Palacongressi di Agrigento

2006
Expo Arte Mediterraneo
Ente autonomo Fiere
Cosenza

2006
L’arte di amare l’arte
42 artisti a sostegno della Fondazione Città Italia
Castello Ursino

MEDIARTE 2007
Mostra mercato d’arte moderna e contemporanea
Palermo 23-25 marzo 2007
Fiera del Mediterraneo

CATANIA ARTE FIERA
Terza expo d’arte moderna e contemporanea
Le Ciminiere centro congressuale fieristico culturale
11-14 maggio 2007

MUSEO CIVICO D’ARTE CONTEMPORANEA DI GIBELLINA
12 maggio 2007
“La donna nell’arte”

MALTA INTERNATIONAL ART BIENNALE 2007
18 / 20 maggio 2007

ARTERIA 2007
Monzon – Spagna
IV Edizione - Aprile 2007


CONCORSO “I FIORI NELL’ARTE”
Premio “Originalità”
4-12/08/2007 – Livorno

“TROVARSI, 6 PERSONAGGI NEI LUOGHI DI PIRANDELLO”
MOSTRA PERSONALE di Giovanna Lentini
10 Settembre – 7 Ottobre Biblioteca Pirandello, via Imera

“GALLERIA LIBRERIA MAGIC BOOK”
Dal 30 agosto al 2 ottobre 2008

IV EDIZIONE AGRIGENTO ARTE 2008”
Mostra Internazionale d’arte contemporanea
3-4-5 Ottobre 2008

martedì, 30 giugno 2009

In bianco e nero - La preghiera del padre

fabbrica
È inutile come il mattino
dopo un sonno senza riposo
rincorrere l’ombra d’un sentiero di cipressi lividi
infilando perline ad una collana spezzata
intorno al collo della negligenza.
Succube di parole morte nella notte senza afa
la fede spezzata in un crocicchio di quesiti
senza attese si deforma
nello specchio di mille maschere di zucchero e sale.

***
Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata?
***
In bianco e nero amo guardare il vero delle cose
nel grigio smorto delle nebbie al camminare
degli scarponi antinfortunio detratti a rate
dallo stipendio aziendale.
***

Alle cinque cantava la sirena il richiamo delle anime
trascinanti corpi che evaporavano odori di letto e figli.
Seduta a studiare diritto internazionale
la osservavo passare in fretta e sognavo un avvenire
che mi facesse ricordare il suo nome,
ma una mano scrisse una legge, poi perì nel sangue.

***
Nessuna luce ancòra dal mio balcone è degna
dei colori del reale
***
Si mischiano le pelli dei sottopagati nel sudore appeso
a mezz’aria dal suolo senza funi né ripari.
Cartellini da timbrare con contratto interinale
e domani un nuovo mestiere per bestiario
di pretese.
***
La preghiera del padre si disegna agli angoli d’una bocca da sfamare
nei crampi d’uno stomaco vuoto d’amore
che brama leccornie da consumare in fretta
per mondare gli interstizi dei denti dagli avanzi di fragole mature,
lievi come il mulinare del vento per un marinaio nato in camicia
che mille lidi attraversa sempre appeso alla sua rammendata tela
che perde il tempo dalle toppe dei suoi miseri inganni.
 
natàlia castaldi
sabato, 27 giugno 2009

Destinati a esser vivi – Pro/Testo

frinirei

Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle

Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.

Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.

Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.

Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.

Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.

Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.

Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri”  (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).

Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.

Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …

Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….

Antonella Foderaro

 

coverprotesto1 

Pro/Testo

Versi

a cura di Luca Ariano e Luca Paci

introduzione di Mimmo Cangiano

opere di

Luca Ariano – Marco Bini

Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi

Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco

Salvatore Della Capa – Chiara De Luca

Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi

Fabio Franzin – Marco Giovenale

Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès

Simone Molinaroli – Fabio Orecchini

Luca Paci – Massimo Palme

Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti

Alesssandro Seri – Tito Truglia

Dale Zaccaria

Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.

 

Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo

 

La cicala

 

S’io fossi una cicala

frinirei le mie note

nel bramir d’ali e foglie.

Scivolando s’una goccia

nello stagno delle vertebre abbandonate

brandirei pagliuzze dorate:

mozzando capi chini

di vergogne ossequianti,

sederéi mille battaglie

nel sangue dei codardi e dei potenti

per riconquistarti il mondo

nel silenzio del mio canto.

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

ad I.

 

Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano

il terùn – ha combattuto

nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:

non ci sta più con la testa e ti racconta

che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi

– non sa di baci e strette di mano cose loro – .

Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit

in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino

ti porta in qualche bettola a cenare;

cibi discount – studente fuori sede –

ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.

Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic

paiono usciti da un romanzo francese;

tra le pareti si respira sapore di moka

e fumo di castagne cotte in padella

– quella coi buchi che ti ricorda focolari –

e il tramonto su tangenziale tra pali e fili

brilla anche su cupole e campanili.

Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca

di tosse e starnuti e il volo d’uccello

è solo l’arrivederci d’un abbraccio.

 

(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)

Luca Ariano

 

*** *** *** ***

Per quel che mi è dato di sapere

può essere causa dei mali di qualcuno.

Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa

al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino

qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto

ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto

la carica della celere, sindacalista.

So solo che compare a metà del pomeriggio,

l’astio nello sguardo che riserva per la bionda

che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe

della tuta, che ancora si rivede quella volta,

infreddolita alla frontiera mentre sputa

via, richiudendo la lampo a un’uniforme.

Che si accarezza con la mano la permanente

vistosa, appena fatta, come quella di una signora.

Marco Bini

 

*** *** *** ***

 

La canzone delle primule rosse

 

In un presente privo di memorie

per le croci senza lapide né nome

raccogli secchi papaveri rossi

tra le pagine d’un vecchio diario

e dàlli alle fiamme

di questo stanco cammino.

 

Nel seme della ribellione

si nasconde il tacito dolore

dell’animo che avanza negli anni represso.

Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero

e tornerò libera in catene

al servizio di arroganti minimi.

 

Ha avuto un nome ogni ideale

scagliato dalle torri

alla diaspora dei mondi

nelle lingue confuse d’incomprensibili déi

e profeti d’uguaglianza

armati d’arroganza e verità.

Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.

Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.


Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.

 

Natàlia Castaldi

 

*** *** *** ***

 

Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.

 

Carmine De Falco

 

 

*** *** *** ***

 

da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)

 

Viviamo giorni di pace.

Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi

***

Nei nostri letti stuprano donne senza volto

***

Il giusto massacra il colpevole.

Beve il sangue del figlio

***

Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.

Pezzo per pezzo.

Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.

Gli ricuce il volto per provarne pietà

***

I nostri figli hanno imparato a bere.

Hanno mosso i primi passi

noi guardavamo altrove.

Hanno appreso il sesso

dalle madri senza vita.

Ora li guardiamo

riempire la bocca di pietre

portare dentro la colpa del padre

 

***

 

A Giusy L.

 

Dentro di te cresce un ventre

di balena che ti nasconde.

Paghi i dolori del parto

di quando sei nata come non dovevi.

E sai del dolore delle bambole

di quelle facce escluse

del tuo redentore morto.

Il male è nel mondo

e ti è crollato addosso.

 

Salvatore Della Capa

 


giovedì, 25 giugno 2009

Neuroscienza

vignetta
-      In questo stato di veglia apparente riesco a pensare utilizzando tutta l’energia della mia mente e mi avvicino alla percezione del divino.
 
-         Vuoi fare sesso ?
 
-         Non è una pulsione fisica. Semmai una spinta che viene da dentro e mi spinge a cercare una idea.
 
-         Stai cercando nuove posizioni ?
 
-         Voglio che tutte le onde cerebrali entrino in fase con le fluttuazioni della natura. Altererò il mio stato transitando da fisico a liquido.
 
-         Certo. Nel momento di maggiore piacere questo avviene quasi sempre. Hai forse timore che accada troppo presto ?
 
-         Non è prevedibile quando il sistema convergerà. Potrebbe esserci un punto di cuspide.
 
-         Mi piace quando usi queste metafore.
 
-         Non è detto che esista un’unica soluzione. Potremmo arrivare a due o a tre. Forse quattro.
 
-         Non ti facevo così caloroso dietro quegli occhialetti.
 
-         Sono anni che studio.
 
-         Io pure.
 
-         Vorrei trovare la forma perfetta.
 
-         Non sei messo così male.
 
-         Nessuno si è mai spinto così avanti.
 
-         Ma se non abbiamo ancora cominciato…
 
-         Vuoi essere con me quando arriverò a qualcosa.
 
-         Qualunque cosa, basta che ci diamo una mossa
 
-         Lasciati studiare.
 
-         Sono la curva misurabile delle tue attese.
 
-         Si
 
-         Mi spoglio ?
 
-         Spogliati !
 
Pasquale Esposito - EventoUnico
mercoledì, 24 giugno 2009

Aphorism

l

http://www.ilvignettificio.it

 

L'altruismo e l'abnegazione fondano la stabilità di un rapporto.

Meretrix Baldraque

domenica, 21 giugno 2009

Dacci oggi il nostro Pa’ - Pasolini e il corpo come scandalo

“Non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.”

Dal testo dell'intervento che Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale del novembre 1975, due giorni dopo che era stato ucciso.

Pasolini: “Chi si scandalizza è psicologicamente incerto, cioè praticamente un conformista”.

Moravia: “Non credo che Cristo si scandalizzasse mai, anzi non si è mai scandalizzato. I farisei si scandalizzarono, ma non Cristo”.

 

Dall’ intervista di Pasolini ad Alberto Moravia in Comizi d’amore (1965).

 

 

Pasolini partiva dal corpo, il suo, asciutto e atletico, e dalla fame di corpi: «Prima di tutto tu sei e devi essere molto carino. Magari non in senso convenzionale. Puoi anche essere un po’ minuto e addirittura anche un po’ miserello di corporatura, puoi avere nei lineamenti il marchio che, in là negli anni, ti renderà fatalmente una maschera». Il suo era un marxismo dei comportamenti, della sacralità dei gesti, un’antropologia del quotidiano e delle mode. È dall’esperienza corporea che nasce e prende forma il suo pensiero. Dell’attrazione, seduzione e sofferenza fisica si nutre la scrittura e il cinema in cui ai corpi si chiede di essere “segni”: poco importa se Citti o Davoli guardano in macchina, sono i corpi che “significano”: il primo una sorta di alter ego, che ha inciso sul volto il tormento e la contraddizione, il secondo invece, con l’immancabile ciuffo,  ideale di bellezza, icona di un mondo a lungo vagheggiato.

Pasolini rimane solo perché gli intellettuali italiani non hanno mai avuto un corpo. Poche le eccezioni, Gramsci paradossalmente, che dal suo corpo gabbia con esercizi giornalieri, durante la sua prigionia, dava ordine a un fiume di pensieri.  Tra chi ha riconosciuto l’importanza del corpo/Pasolini, troviamo Sciascia, scrittore scontroso e a volte rigido, che dopo la morte del Nostro, al quale molto doveva, ammette: "Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c'è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte". 

 

Il corpo di Pasolini era nato per fare all'amore, sudare in interminabili partite di pallone. L’omosessualità non è la spiegazione ma solo una, la più affascinante, chiave di lettura. Viveva la notte come un gatto in calore con la consapevolezza che poteva essere l’ultima. Sapeva dei vili che lo hanno ucciso, di chi ancora si nasconde dietro il corpo “minuto” e “miserello” di un minorenne che confesserà poi di essere l’unico assassino. Ricordo ancora le foto agghiaccianti della sua morte. Furono quelle immagini a farmi prendere coscienza di una grande vicenda umana che, fedele al copione di tanti suoi lavori, si conclude con la crocifissione, quasi l’avesse preparata secondo alcuni che continuano a confondere l’arte con la vita. La immagino ancora così quella notte all’idroscalo di Ostia, un Golgota dove in diversi con spranghe di legno infierirono contro chi alla vita era attaccato e confidava, ogni giorno, nella forza delle gambe.

 

pascalciatore3

 

 

Scandalo

Dal latino ecclesiastico, scandalum, parola riformata sul termine greco skandalon, ostacolo e insidia, imparentato al sanscrito skándatr, saltare. Scandalo è quindi un “salto”, nel caso di Pasolini “mortale”.


La crocifissione

Ma noi predichiamo Cristo crocifisso:
scandalo pe' Giudei, stoltezza pe' Gentili. (Paolo, Lettera ai Corinti)

Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
guarda il Suo corpo patire.
L'alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l'Aprile
intenerisce il Suo esibire la morte
la morte a sguardi che Lo bruciano.

Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto … atroce
offesa al suo pudore crudo … 

Il sole e gli sguardi! La voce
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna
rossa nel cielo senza suono,
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.

Bisogna esporsi (questo insegna il povero
Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione …
[...]

Pier Paolo Pasolini, da L'usignolo della chiesa cattolica, Garzanti.
 

Abele Longo

sabato, 20 giugno 2009

INTERMEZZO LUDICO - LA GNOSI DEL NANO-GIGANTE

 

 (ovvero: lo gnomone gnomico)

Personaggi in disordine di sparizione:

 

-Simpliciter
- Complicatibus



(Si apre il sipario: si vedono sul palcoscenico file di sedie vuote davanti a un sipario chiuso; solo due di esse sono occupate. Lo spettacolo cui ipotizzano d'assistere è
"La burla del tempo" di cui l'uno dei due è anche autore, ma prima che cominci, sempre che non sia di già finito, - il che è dire lo stesso, - le loro voci si intrecciano in un fitto dialogo.
)

 

 

 

Simpliciter (come tra sé e sé): - Finalmente una persona che assista al mio spettacolo!
Complicatibus (come tra l'altro e l'uno): - Inizialmente Lei vorrà dire, ché alla fine nessuno mai può arrivare.

Simpliciter: - Era solo un'interiezione, come dire "oh!"

Complicatibus: - Questi suoni d'affetto fanno effetto solamente su le persone dappoco o dannulla, La pregherei, ateamente si intende, d'evitarle, essendo io dattanto e la mia persona dattutto.

Simpliciter: - Non intendevo irritarla, mi scusi.

Complicatibus: - Le ho or ora detto che l'affetto ed il sentimento non mi si confanno, e dunque nemmanco il difetto loro che l'odio e il disamore contiene.

Simpliciter: - Come usa bene i sinonimi e i contrari.

Complicatibus: - E' l'uso del disuso un abuso forse? o non piuttosto lo è il disuso dell'uso?
Simpliciter: - Certo dev'essere come Lei ben dice a uso e consumo di...
Complicatibus: - Nulla si consuma mai, tutto si consuma sempre. 

Simpliciter: - In che senso, scusi?

Complicatibus: - Nel senso del consenso in cui Lei muove la sua figura non figura certo il dubbio della certezza; come in un impero dei sensi qualsiasi, l'assenso Lei cerca. Figurarsi in vece, il senso del dissenso, o quello del non senso, La moverebbe forse alla certezza del dubbio.

Simpliciter: - Per esempio?

Complicatibus: - Preferisce la figura, il movimento, o quant'altro?

Simpliciter: - Potendo scegliere, il tempo; Lei potrebbe usare il tempo.

Complicatibus: - "Usare il tempo?" si può forse usare il tempo?

 

 

 

(pausa)

 

 

 

 

fungo e gnomo

 

  

 

(fine dalla pausa prima)

venerdì, 19 giugno 2009

Quando ti svegli al mattino – di Emiliano Laurenzi

pacchetto 

Quando ti svegli al mattino e sul ciglio dello sguardo senti incombere notti e mattine che da anni s'accatastano come lacrime e sorrisi. Quando ti svegli al mattino e senti in ogni fibra del corpo il deposito di scorie dei ricordi, lo sfasciacarrozze dei sogni dove tra uno sportello sbandierato dal vento e cani che latrano alla sabbia, cresce un cespuglio d'erbacce. Quando ti svegli al mattino e ripercorri le facce consumate che hai indossato negli anni, le parole lise come polsini di vecchie camicie, e in bocca non riesci più a distinguere altro che il sapore del caffè senza zucchero.

 

Quando ti svegli al mattino e sai che ad attenderti non c'è il cielo, non c'è il sole, non c'è il vento che come un giocoliere ti coglie da dietro l'orecchio un fiore, ma solo otto ore di sudore, di facce educate, di frasi stampate. Quando ti svegli al mattino sapendo che la sera boccheggerai come un pesce fuor d'acqua, stanco e nervoso come un cavallo da corsa intrappolato sotto un basto da soma.
Quando ti svegli al mattino e non vorresti, proprio non vorresti guardare la tua faccia solcata di sconfitte e vittorie, segnata dalla mano pesante del tempo che quando carezza con dolcezza ha già arato il viso di ricordi.

 

Eppure mi alzo, lascio sprofondare nel fondo degli occhi le frasi verdi, le urla della felicità, della speranza, i sogni, mi alzo su queste due gambe che fedelmente mi sostengono e vado avanti.
Non c'è nessuna bellezza in questo andare avanti, nessuna delle grazie che sembrano fiorire sulle parole altrui, nessuna consolazione, nessuna di quelle graziose menzogne con cui s'infiocchetta la vita, di quei grappoli di pose, di frasi fatte e sfatte, di facce interessanti, di smorfie intelligenti. Non c'è un cazzo di niente. Eppure non mi sento triste.

 

Prendo una sigaretta dal pacchetto e leggo: Fumare uccide, come se vivere fosse uno scherzo.

 

Emiliano Laurenzi*

 

*Emiliano Laurenzi si laurea nel 1995 con una tesi dal titolo Confronto con McLuhan. Il medium letterario come tecnologia alfabetica. Oggi, è dottore di ricerca in Comunicazione e spettacolo e, attualmente, si occupa della correlazione tra sistemi mediatici e società.

Assieme al Prof. Ragone ha scritto Analogie. Introduzione al linguaggio della pubblicità, Liguori, Napoli 2001, ed anche la seconda edizione, ampiamente riveduta ed ampliata: Analogie. Il medium pubblicità, Liguri, Napoli 2005. Ha partecipato con un saggetto dal titolo Suites mediali (Tondelli/Baricco) alla raccolta Mutazioni. La letteratura nello spazio dei flussi, Liguori, Napoli 2004, a cura di G. Ragone e F. Tarzia. In Cuore di tenebra 2006. Metafore conradiane: media, corpi e immaginari, Liguori, Napoli 2006, a cura di F. Tarzia, ha scritto l’analisi Nel cuore di una tenebra immensa.

Ha partecipato al volume monografico della rivista Gomorra Grande Raccordo Anulare, con il saggio breve Un desiderio circolare. In Cyberzone (n°17) è stata pubblicata una sua riflessione dal titolo Metropoli globale. Forme urbane e virulenze del capitale. Suoi articoli sono stati pubblicati su varie riviste.

·  alcune pubblicazioni dell’autore, qui

  • alcune poesie di Emiliano, qui 
martedì, 16 giugno 2009

Il Re Lucertola: Mito, Uomo, Poeta.

 
“Mi sono sempre piaciuti i rettili...
Immagino l'universo come un mastodontico serpente,
con tutte le persone, le cose, i panorami alla stregua di
minuscole immagini sulle sfaccettature delle squame.
E penso che la contrazione peristaltica sia il movimento
basilare della vita: l'inghiottire, il digerire, il ritmo del rapporto sessuale.
Del resto, la lucertola e il serpente si identificano con l'inconscio,
con le forze del male... anche se non se n'é mai visto uno, il serpente
incarna tutto ciò che temiamo”
 
James Douglas Morrison (Melbourne, 1943 – Parigi 1971)
 
Una rockstar? un narciso autodistruttivo dedito all’eccesso … o, semplicemente, un poeta?
 
Quello di rockstar eccessivo fino alla sua stessa distruzione è l’aspetto che comunemente e tristemente conosciamo di un giovane uomo che aspettava le ore dell’albeggiare per scrivere fiumi di versi (più di 700 pagine) tra visionarie intuizioni e postumi di sbronze e droghe.
 
Una personalità forte ed intimamente fragile, carisma da vendere dietro la dionisiaca maschera da frontman rockettaro, che amava inscenare e contrapporre all’introversione taciturna ed alla timidezza dell’uomo che sognava di “fare il poeta”. Un poeta che delicatamente e violentemente si delinea dalla lettura dei suoi versi.
 
Figlio di un ammiraglio della Marina statunitense ed un’impiegata sempre presso la Marina, il giovane James ricevette un’educazione rigida e conservatrice alla quale reagì violentemente tagliando i ponti con la famiglia già durante gli anni dell’Università.
 
Era un giovane preparato e vorace lettore, amava i poeti maledetti, Rimbaud, Blake, Baudelaire, Artaud, Céline, la filosofia di Nietzsche, gli autori della Beat Generation Jack Kerouac ed Allen Ginsberg, i visionari romanzi di Aldous Huxley e, particolarmente, il famoso romanzo “The Doors of Perception[Le Porte della Percezione] – che diede nome al gruppo rock che lo portò alla notorietà – e che si rifaceva alla poetica blackiana dello sregolamento sistematico dei sensi fino ad acuire, quindi “aprire” le famore “Doors”/Porte percettive per giungere “al palazzo della Saggezza”.
 
«Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. [.] Egli giunge all'ignoto, e quand'anche, sbigottito, finisse col perdere l'intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!»
(Arthur Rimbaud, in Lettre du voyant ("lettera del veggente") al coetaneo Paul Demeny)
 
Morrison incarnava quest’opera di sregolamento dei sensi portando se stesso all’eccesso di stanchezza, insonnia, abusando con gli alcolici e le droghe ossessionato dalla sola volontà di scrivere.
 
“Tutti i grandi poeti, gli epici come i lirici,
compongono i loro bei poemi non grazie all'arte
ma perché ispirati e posseduti.
I poeti lirici non hanno mente sana
quando compongono le loro meravigliose fatiche.
Per il Poeta é una luce, é volare, é una cosa sacra,
e non c'è inventiva in lui finché non è stato ispirato
e non ha perso la ragione, e la mente non é più in lui.
Quando non ha raggiunto questo stato, é senza forza
e incapace di pronunciare i suoi oracoli.”
(J.D.Morrison)
 
Lo scopo dell’auto-sregolamento di sé, sistematicamente condotto dal giovane Morrison, aveva il fine di aprire attraverso l’alterazione sensoriale la coscienza per poi riaffacciarsi sul mondo come attraverso una porta deformante e descriverlo in tutte le sue paure, negli aspetti più cupi ma anche gioiosi e solari, dando vita ad un insieme filmico di visioni versificate di sapiente organicità descrittiva probabilmente dovuta alla formazione cinematografica sviluppata ed approfondita da Morrison durante gli anni universitari presso l’UCLA di Los Angeles.
 
Nel 1970, grazie all’incoraggiamento del poeta ed amico Michael McClure, Morrison si decise a far visionare le sue poesie alla Simon & Schuster e così, nello stesso anno, vennero pubblicate le prime copie di “The Lords and the New Creatures” [I Signori e le Nuove Creature], due raccolte poetiche pubblicate in un unico volume che riportava quale nome dell’autore “Jim Morrison” anziché il nome per esteso “James Douglas Morrison” e, cosa che ferì ancora più profondamente Jim, la foto di Jim icona rock in copertina (la famosa “foto del giovane leone”): insomma, la sua poetica, ciò cui Morrison teneva più di ogni altra cosa come fatto intimo e personale, era stata mercificata quale puro fenomeno commerciale.
 
“Sono convinto che in un certo senso Jim fosse intrappolato in un personaggio che non considerava adeguato a sé ed alla propria essenza, …. Penso che in realtà Jim come poeta non avesse nessuna prospettiva. Cosa avrebbe potuto fare? La sua poesia sarebbe stata totalmente messa in ombra per il resto della sua vita dal suo stesso nome. Ogni volta che qualche circolo di poesia invitava Jim Morrison, non lo faceva per la sua poesia, ma per il suo nome”  - Babe Hill, amico e stretto collaboratore di Morrison.
 
Tra il 1969 ed il ‘70, morirono tragicamente all’età di 27 anni tre rockstar: Jimi Hendrix, Brian Jones e Janis Joplin. In quegli anni, Morrison scrisse un’Ode pensando alla scomparsa per affogamento dell’amico Brian Jones, che può essere letta come tragico presagio della sua stessa scomparsa solo due anni dopo a Parigi, all’età di 27 anni.
 
natàlia castaldi
***
jim-morrison
 
Ode to L.A. while thinking of Brian Jones, Decease

I'm a resident of a city
They've just picked me to play
the Prince of Denmark
Poor Ophelia
All those ghosts he never saw
Floating to doom
On an iron candle
Come back, brave warrior
Do the dive
On another channel
Hot buttered pool
Where's Marrakesh
Under the falls
the wild storm
where savages fell out
in late afternoon
monsters of rhythm
You've left your
Nothing
to compete with the
Silence
I hope you went out
Smiling
Like a child
Into the cool remnant
of a dream
The angel man
with Serpents competing
for his palms
& fingers
Finally claimed
This benevolent
Soul
Ophelia
Leaves, sodden
in silk
Chlorine
dream
mad stifled
Witness
The diving board, the plunge
The pool
You were a fighter
a damask musky muse
You were the bleached
Sun
for TV afternoon
horned-toads
maverick of a yellow spot
Look now to where it's got
You
in meat heaven
w/ the cannibals
& jews
The gardener
Found
The body, rampant, Floating
Lucky Stiff
What is this green pale stuff
You're made of
Poke holes in the goddess
Skin
Will he Stink
Carried heavenward
Thru the halls
of music
No Chance.
Requiem for a heavy
That smile
That porky satyr's
leer
has leaped upward
into the loam.

Ode a L.A. pensando a Brian Jones, Deceduto

Io sono un semplice cittadino
Scelto per impersonare
il principe di Danimarca
Povera Ofelia
Tutti gli spettri che non vide mai
Volteggiano nella morte
Sulla fiamma di una candela metallica
Guerriero implacabile, ritorna
Tuffati
In un altro canale
In una pozzanghera di burro fuso
C'è Marrakech
Sotto le cascate
La tempesta feroce
Ha disperso i selvaggi
Nel tardo pomeriggio
Mostri del ritmo
Hai lasciato il tuo
Nulla
A gareggiare con il
Silenzio
Spero che tu sia uscito di scena
Sorridente
Come un bambino
Nei freschi rimasugli
Di un sogno
L'uomo angelico
In lotta coi serpenti
Per il possesso delle mani
E delle dita
Alla fine pretende
Il comando
Su questa anima
Pacifica
Ofelia
Foglie inzuppate
Nella seta
Cloro
Sogno
Testimonianza
Imbavagliata dalla pazzia
Il trampolino, il tuffo
La piscina
Tu eri un combattente
Una musa del muschio damascato
Tu eri il pallido
Sole
Per i pomeriggi televisivi
Rospi cornuti
Terrorizzati da una macchia gialla
Guarda adesso dove sei
Tu
In un paradiso carnale
Pieno di cannibali
E di ebrei
Il giardiniere
Ha rinvenuto
Il corpo che galleggia muovendosi
Cadavere eccellente
Che cos'è questa materia verde
Di cui sei fatto?
Buchi d'urto
Nella pelle della Dea
Puzzerà
Nel suo cammino verso il cielo
Per i saloni
Della musica
Non c'è scelta
Requiem per un duro
Quel sorriso
Quello sguardo
Da satiro sporcaccione
Ha saltato l'ostacolo
Per sprofondare nella terra grassa.

Gli aforismi ... di Meretrix Baldraque

 felicitĂ 

http://www.ilvignettificio.it

 

Una donna che promuove le proprie parti anatomiche: "volgare!"
Un uomo che le propone: "poeta ... grande poeta!"


 

Una vera donna sa di non poter "dare" la felicità, appena quella notorietà che da sempre la precede, l'accompagna e la segue.

Meretrix Baldraque
lunedì, 15 giugno 2009

LibertĂ  d'opinione? - Privilegio tombale

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Mark Twain nel 1905 scriveva un saggio su libertà di pensiero, parola ed opinione il cui titolo ne esplicava sin dal principio l’amaro ed ironico contenuto: The privilege of the grave, Privilegio tombale.
 
Per Twain, infatti, la libertà di parola è solo un’illusione perché condizionata alla volontà di ogni singolo individuo d’uniformarsi all’opinione imperante e di massa, dunque, una reale libertà d’opinione sarebbe paradossalmente accessibile all’uomo solo dalla sua stessa tomba, ovvero solo allorquando questo suo utopico diritto non gli si potrà più torcere contro.
 
Sì, perché è vero che possiamo recitare l’articolo n. 19 della  “Dichiarazione universale dei diritti umani”, il 21° della nostra Costituzione, storcere il muso comodamente seduti dinanzi al nostro computer o al televisore al manifestarsi di superbi atteggiamenti squadristi … ma poi, alla fine, quanto siamo bravi a far valere questo nostro semplice ed insindacabile “diritto” se il nostro dissensode facto – ci si potrebbe poi ritorcere contro sotto forma d’offesa, emarginazione, ghettizzazione o censura?
 
Dunque, è molto più facile scegliere un carro cui* accodarsi  in codazzo di corte, ossequiando il signore che muove le briglie da bravi soldatini mercenari in attesa di briciole e riverenze, vestire l’uniforme da cerberi latranti al primo segno di intrusione “aliena” che si azzardi a mettere in discussione l’“insindacabile ordine prestabilito” ed attendere pazientemente il proprio meritato zuccherino. (*N.B.: “CUI” è DATIVO ed in questo blog preferiamo non aggiungervi LA SUPERFLUA e cacofonica preposizione “A”).
 
Questo accade in tutti gli strati sociali …. ed indipendentemente dall’età media dei soggetti “pensanti”.
 
Se prendiamo una classe liceale ad esempio, noteremo che all’interno d’essa si forma –  dopo poche e brevi mosse di demarcazione territoriale degne dei più elementari documentari naturali –  un gruppo che elegge tacitamente il suo o suoi “capocchia” che detteranno “tacita” legge in questioni di “moda”, “gusto”, comportamento, linguaggio e – peggio – amicizie, mentre la “massa classe” si affannerà a cercare di carpirne la benevolenza con atteggiamenti di sudditanza e servile dipendenza.
 
Se, malauguratamente, un singolo per ragioni educative, religiose, politiche, sessuali o fisiche non si sottometterà al “tacito” canone imposto, non ridendo alle battute del o dei capocchia, non dimostrando ad esso/essi venerazione, questi sarà soggetto alle peggiori pene e cattiverie che l’animo umano possa immaginare: la legge del branco.
 
Ci si domanderà se questo schema socio-comportamentale è limitabile a quella precaria fascia evolutivo-formativa della personalità propria dell’adolescenza?! Mon Dieu, …. NO!
 
Chi ha sviluppato la personalità di capocchia continuerà ad esserlo sul lavoro ed in ogni suo atteggiamento pubblico, anche quando dovrà chinare il capo dinanzi ad un altro più forte “capocchia”, al fine di poter raggiungere il proprio quarto di visibilità e, quindi, di “riconosciuta superiorità”, che gli permetterà di esercitare la sua azione di sopraffazione sulla fetta o porzione di “massa” a lui affidata.
 
Il soldato semplice e mercenario, invece, continuerà a svolgere la propria azione operaia per il bene del successivo ingranaggio sociale in cui si inserirà … e così via.
 
Generalmente il capocchia è maschio, di razza caucasica e possiede facilità d’espressione anche quando muove le labbra prima del cervello. Ancor peggiore invece è il ruolo femminile in questo ingranaggio di corte.
 
La femmina di branco difende, infatti,  due ruoli: quello di prima donna (ancestralmente generatrice e quindi istintivamente e ferocemente materna) e quello di membro attivo del gruppo che deve sempre “dimostrare” d’essere intellettivamente oltre che prolificamente all’altezza del suo ruolo di fertile ape regina. Si scaglierà quindi contro ogni nuovo arrivato – peggio se questi è anch’esso soggetto di sesso femminile - con tutte le sue armi muliebremente subdole e lo farà platealmente in attesa del con-senso di gruppo, assolvendo dunque compiutamente e ferocemente il suo ruolo d’abile cortigiana.
 
Questo accade in tutti i luoghi d’aggregazione sociale ed indipendentemente dal livello culturale dei suoi “membri” il cui grado di potere e militanza dipenderà proporzionalmente dal “tempo” della loro fidele osservanza della n-etiquette di gruppo.
 
Lucifero
Lucifero
***
Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani:
 
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”
 
***
L’articolo 21 della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”
 
***
La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire. (George Orwell)

 
***
Per censura si intende il controllo della comunicazione verbale o di altre forme di espressione da parte di un’autorità. Nella maggior parte dei casi si intende che tale controllo sia applicato all'ambito della comunicazione pubblica, per esempio quella per mezzo della stampa od altri mezzi di comunicazione di massa; ma si può anche riferire al controllo dell'espressione dei singoli.
 
***

“Un privilegio di cui nessuna persona vivente gode: la libertà di parola. Chi è in vita non è del tutto privo, a rigore, di un tale privilegio, ma dato che lo possiede solo come vuota formalità e sa di non poterne fare uso, non possiamo considerarlo un effettivo possesso. In quanto privilegio attivo, è simile al privilegio di poter commettere un omicidio: si può esercitarlo se si è disposti a sopportarne le conseguenze. L’omicidio è proibito sia formalmente che di fatto, la libertà di parola è formalmente permessa, ma di fatto proibita. Per l’opinione comune sono crimini entrambi, tenuti in grande spregio da tutti i popoli civili. L’omicidio è a volte punito, la libertà di parola lo è sempre, qualora venga esercitata. Il che avviene raramente. [...] Questa riluttanza a esprimere opinioni impopolari è giustificata: il prezzo da pagare è assai alto, può comportare la rovina economica di un uomo, può fargli perdere gli amici, può esporlo al pubblico ludibrio e alla violenza, può condannare all’emarginazione la sua famiglia innocente e rendere la sua casa un luogo desolato, disprezzato ed evitato da tutti.

Nel petto di ogni uomo si cela almeno un’opinione impopolare sulla politica o sulla religione, e in molti casi se ne trova ben più di una. Più l’uomo è intelligente, maggiore è la quantità delle opinioni di questo tipo che ha e che tiene per sé. Non c’è individuo — compreso il lettore e me stesso — che non sia in possesso di convinzioni impopolari, che coltiva e accarezza e che il buon senso gli vieta di esprimere. A volte sopprimiamo un’opinione per ragioni che ci fanno onore, non onta, ma più spesso lo facciamo perché non possiamo sostenere l’amaro costo di dichiararla. A nessuno di noi piace essere odiato, a nessuno piace essere evitato.

Una naturale conseguenza di questa condizione è che, consciamente o inconsciamente, facciamo più attenzione ad accordare le nostre opinioni con quelle del nostro vicino e a mantenere la sua approvazione piuttosto che a esaminarle con scrupolo per vedere se siano giuste e fondate. Quest’abitudine produce inevitabilmente un altro risultato: l’opinione pubblica che nasce e si alimenta in questo modo non è affatto un’opinione, è semplicemente un atteggiamento; non suscita riflessioni, è priva di principi e non merita rispetto. …”
 
Mark Twain, The Privilege of the grave
 
sabato, 13 giugno 2009

Il dinamismo creativo nella visione di Klee

Se il filosofare inteso come atto di ricerca continua potesse essere espresso attraverso la pittura, certamente Klee, per l’esuberanza della sua ricchissima e multiforme produzione artistica (circa 9000 opere), ne sarebbe singolare rappresentante.

L’infaticabile ricerca alimentata da una genuina sete di conoscenza si coniuga all’entusiasmo per la didattica e per la comunicazione intersoggettiva: non è sufficiente l’intuizione, bisogna anche renderla accessibile.

Questo sguardo “rivelativo”, sostenuto dall’umile consapevolezza del “non sapere”, è mosso dalla dynamis dionisiaca del daimon socratico: “Un modesto ed ignorante apprendista che impara da solo, un minuscolo io” - poche parole sufficienti ad introdurre opere immense.

“Quest’uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un’ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l’usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia” (P. Klee, Diari 1898-1918)

Questa visione d’incompiutezza “ontologica” propria della natura umana, sarà alla base della visione artistica kleeniana e lo condurrà alla maturazione della lettura del gesto artistico quale gesto “creativo” attraverso il quale l’uomo acquisirebbe una sorta di “seconda” ala per elevarsi dal ruolo di “spettatore” della propria “tragicommedia”.

Conoscere la distanza tra l’ “incapacità umana e la natura”, non significa misurare una lontananza, quasi che l’una fosse al di sopra dell’altra, bensì uno scarto interpretativo tra due nature create e creative, delle quali solo una – l’umana per l’appunto – si pone quale interprete dell’altra. L’artista guarda alla natura come fonte ispiratrice, ma non più per rappresentarne il visibile mediante una “mimesi” esteriore, ma per renderne visibile quell’intimo generare che è la garanzia della sua stessa continuità.

Potremmo dunque dire che l’idea di creazione assume qui il carattere proprio del gesto artistico in quanto strappa il mondo dalla sua chiusura e dalla sua immobilità di elemento immettendolo in quel dinamismo vivente della natura che ne consente il progressivo dischiudersi, senza eliminarne comunque il mistero.

Klee strada principale e strade secondarie

Il rapporto con il reale, nella pittura di Klee, è sempre un rapporto creativo nel senso sopra inteso: “La creazione vive come genesi sotto la superficie visibile dell’opera. Volta al passato la vedono tutti gli intellettuali, volta all’avvenire soltanto chi sa creare” (P. Klee, ibidem)

Questa danza di colori, permeata ora di luce ora di ombre, vuole essere comunicativa di una visione del mondo accessibile pienamente solo a quanti da questa “musica” vogliono lasciarsi coinvolgere, partecipando alla sempre rinnovata creazione del mondo anche semplicemente attraverso la “scoperta” di “strademaestre percorribili senza il pericolo di confondersi e disperdersi tra i mille rigagnoli di vie secondarie.

Creatore e creatura, artista e mondo, non sono certo la medesima cosa tuttavia possono essere comparabili. In tale processo di comparazione il “destinatario” dell’opera, nel contemplarla, ne diventa esso stesso “artefice”, garantendo così, nel tempo, quel rinnovarsi dell’evento artistico proprio dell’atto creativo.

Klee_landscape_with_yellow_birds

Se le vie dell’uomo e quelle divine sono dunque diverse, tuttavia comune è il linguaggio, per cui attraverso la “parola” artistica, l’uomo può dare vita a nuovi mondi meravigliosi e fiabeschi, nei quali sperimentare quella bellezza antica e sempre nuova.

antonella foderaro

venerdì, 12 giugno 2009

Valentine - Love has no gender

 
 

In circa 70 Paesi l'omosessualità è considerata un reato e, tra questi, almeno quattro: Iran, Sudan, Mauritania, Arabia Saudita, la puniscono con la pena di morte. In altri, le preferenze ed inclinazioni sessuali sono soggette a pene crudeli, disumane e degradanti.

Quando lo Stato ne "tollera" i diritti, è la comunità di appartenenza a emarginare quanti nutrono amore verso persone del loro stesso sesso.

L’essere omosessuali, maschi o femmine determina forse una maggiore o minore gradazione di umanità, quasi come si stesse parlando dell’azzurro che è più chiaro del blu e più scuro del celeste?

Non siamo forse tutti ugualmente diversi nella nostra inestimabile unicità ed omo-sessuali quando facciamo della nostra sessualità il canone per leggere gli avvenimenti, giudicare i sentimenti, comprendere la vita, non lasciando all’altro sesso libertà di espressione e riconoscimento?

I filosofi greci, umanisti per eccellenza, non si sarebbero posti neppure la domanda, in quanto l’omosessualità è sempre, che lo si condivida o meno, espressione della medesima natura umana e l’amore omosessuale, in quanto forma di amore autentico, ne è degna espressione.

Meretrix Baldraque


Cipolla
Valentine - di Carol Ann Duffy

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

Here.
It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.

Lethal.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.


***

Valentine

Non una rosa rossa o un cuore di satin.
Ma una cipolla.
Una luna avvolta in carta marrone.
E’ una promessa di luce
come il cauto denudarsi dell’amore.

Ecco, tieni.
Ti colmerà gli occhi di lacrime
come un’amante.
Farà della tua immagine
una foto vibrante di pianto.

Cerco di essere vera.

Non un biglietto carino o un baciogramma.

Io ti do una cipolla.
Fiero il suo bacio ti vestirà le labbra,
possessivo e fedele
come siamo noi,
per tutto il tempo in cui saremo noi.

Prendila.
I suoi cerchi di platino ti cingono in anello nuziale,
se lo vuoi.

Letale.
Il suo profumo si attaccherà alle tue dita,
al tuo coltello.
 
trad. n. c.
 
***
 
l'amore è pungente come una cipolla: "cerco di essere vera" dice la poetessa alla sua amante, non ti prometto rose odorose, né vita semplice.
Il nostro è un amore difficile, che ti riempirà di dolore ma ti cingerà le dita come i cerchi saldi ed avvolgenti di una cipolla in un anello di fede, se lo vuoi ...
il suo acre spirito ti resterà sulle dita e sul tuo coltello

Sarà la tua ferita e la tua cura, ma sarà vita vera.
 
A scrivere è una donna omosessuale ed è un messaggio d'amore tra i più veri e belli che abbia mai letto.
 
natàlia castaldi
giovedì, 11 giugno 2009

Poesia Giapponese in-contemporanea: Yoko Ono Matopei

siluro
Irridente e surrealmente imbastita sul filo apparente del divertissement, la moderna rilettura della tradizione femminile dell'haiku per mano di Yoko Ono Matopei si spoglia di quell'antico senso di "soggiogazione masochista" tipico della secolare condizione femminile giapponese, che tante lacrime ha regalato alla letteratura del passato, vestendosi di audacia e spregiudicatezza non priva di singolare analisi introspettiva.

L'innegabile cura neobarocca per la forma non sembra imbrigliare in rigidi schemi metrici il pensiero, lasciando penetrare lo sguardo oltre l'apparente vacuità della mera descrizione.


In tal senso diremo che l'arte di Yoko Ono Matopei è "poetanea" come nessun'altra a nessun'altra!

Filosofipercaso


 

Dalla raccolta ”Raschiamento lirico”, Edizioni Einaudite

–  X ristampa, sett. 2008

 

Graffio

Nega l’appiglio, il non pensiero
scorrendomi nel mezzo sottovoce
sconfino a che l’origlio soprastante
eccede il passo
in cui
(cielosoffitto)
dipingerò telefonate a squarci
kandinskij in voci anonime
mimando le parole mentre
*fsshht*
cade la linea sulla pelle
in dermatografismo
d’anima

Non siamo stati mai
così vicini
al punto d’avvenire

come stringendoci domani

*

Clessidra, sbadatamente
non s’abbia pietà negli occhi


Ho rovesciato l'Universo
e così asperso
non lo ritrovo
(più).

Gioisce l’uomo, scampato ad un naufragio in mare
che già la spiaggia elido...

*

La secca

Testarda mente
s’arena goccia a goccia
anche la roccia

*

Un quadro

Sui vetri
schegge d’acqua
(in punta di parole)
scomporci comodi
tentando il passeggiare
e un abito giù in fondo
a quella via
cade a pennello

dipingere di piangere

*


Note biografiche:

la poetessa giapponese Yoko Ono Matopei nasce a Sado nel 1947, da una famiglia di artisti. Il padre Masoyashi, pittore di strada madonnaro, muore incompreso, travolto da un’auto pochi mesi dopo la nascita della figlia. La madre, scultrice di zampilli per fontane, anch’ella artista un po’ schizzata, riesce a mala pena a pagare gli studi della figlia. Nonostante l’infanzia difficile, nel 1971 Yoko Ono Matopei si laurea in Ingegneria Poetica Idr’aulica, senza però riuscire a saziare la sua sete di sapere. Per alcuni anni naviga di conserva in svariate correnti poetiche, cercando invano di aver foce in capitolo, finché negli anni novanta, persa nel mare magnum della ricerca semiologica, attira l’attenzione della critica aderendo al gruppo neobarocco “Ardachì!”, ispirato alle storie tese della “Terra desolata” di Eliot. In quei frangenti, cavalcando l’onda di marette e dispute tra letterati, arriva a imporsi come faro nella crisi mistica della poesia nipponica contemporanea, tanto che molte sue poesie sono state musicate da celebri compositori giapponesi (come Kitara Tisuono). Tra le pubblicazioni più significative ricordiamo: “Lussazioni d’acqua” (1977), “Tenere tenebre” (1984), e “Andando incontro addio” (1999). Nel 1996 alcuni testi tradotti da Yasuko Topomoto e Massimo Autogatto appaiono in Italia su Marsilio (“Sfregi d'acqua”). Nel 2006 la fondazione Myorenge pubblica due sue raccolte antologiche intitolate “Come Budda?” e “Haikuanto mi duole!”

(fonte biografica: http://neobar.splinder.com )

 

Chi sono

Utente: AntoNatGiu
Nome: Casual Mente Filo SofiAmo .....*diversamente mis/credenti*
Antonella Foderaro (filosofica_mente) - NatĂ lia Castaldi (poeta de rua) - Abele Longo (filo_poetica_mente)

Amministratori:

Antonella Foderaro & NatĂ lia Castaldi

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Collabora con le "lumache urlanti":

Abele Longo

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e tutti i nostri ospiti & commentatori.

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