
E’ strano, sto qui disteso continuando ad ingoiare questo liquido dolciastro eppure la sete non mi passa.
Che belli quegli occhi azzurri circondati da magnifici capelli color oro. Sono strani occhi, spalancati e velati. Mi fissano.
Giornata dura, oggi. Mi sveglio con una gran sete ma, prima di scendere a bere, vado da Bimbo. Ha soli quattro anni e gioca sempre con me. Mi accarezza, mi abbraccia e subito dopo, inforcato il triciclo, per un pelo non mi schiaccia la coda. Al piano di sotto, le solite urla di Donna e Uomo. Poi, silenzio. Un silenzio un po’ strano, a pensarci. Uomo sale al piano di sopra facendo le scale a quattro a quattro, mi mette il guinzaglio e dice: “dai che usciamo”. Ottima idea, penso. Solo che prima mi piacerebbe bere un sorso d’acqua. In fondo è fine Luglio e fa molto caldo. Cerco di dirigermi verso la ciotola ma Uomo mi strattona e io, nonostante la sete, lo seguo in silenzio.
Percorro il vialetto davanti casa anticipando Uomo. So che, superata la palizzata, a destra, c’è una fontanella da cui posso bere. Spesso lo faccio. Però, Uomo mi strattona di nuovo e mi dice: “dove vai? stamattina si esce in auto”. Strano, è la prima volta che mi fanno uscire di mattina con l’automobile. Bah.
Monto nel bagagliaio della station vagon e partiamo. Ormai è quasi un quarto d’ora che giriamo e io ho sete e devo fare pipì. La faccio, in silenzio. Speriamo che nessuno se ne accorga.
Finalmente la macchina si ferma. Uomo mi fa scendere, vede la chiazza sulla moquette e mi dice stizzito: “lo vedi? è anche colpa tua!”. Sono mortificato, conosco quello sguardo e non preannuncia nulla di buono.
Mi lega ad un palo verde e vicino mi mette una manciata di crocchette che caccia dalla tasca.
Va via sgommando. Perché? Mannaggia! Lo sapevo che non dovevo fare la pipì in auto. Tanto, torna.
Che sete!
Sono trascorse alcune ore, e per ingannare il tempo ho guardato le macchine che passavano. Ho mangiato anche le crocchette che nel frattempo si erano ricoperte di formiche.
Non ce la faccio più. Il caldo è insopportabile, come le formiche che ora mi salgono addosso.
Basta, devo andar via! Tiro il guinzaglio, lo mordo, lo tiro ancora con forza finché non si spezza. Libero, finalmente!
Ora torno a casa! Ma dov’è casa? Oddio che angoscia! Che faccio?
Mi incammino in direzione contraria a quella del sole; forse di là è più fresco e trovo anche da bere. Niente acqua. Mangio un po’ d’erba sperando di dissetarmi, ma è giallina e amara. Riprendo il mio viaggio. Imbocco una strada più piccola, poi una più grande. Qui le automobili sfrecciano veloci. Qualcuna, quando si avvicina, suona forte il clacson, e io mi spavento.
Cavolo, dove vado adesso? Più cresce il panico, più vado veloce.
Che sete!
E’ quasi sera. Il sole che prima avevo alle spalle ora mi sta di fronte. E’ accecante. Non ho trovato neppure un sorso d’acqua. I polpastrelli mi fanno male. Quasi, quasi mi fermo. Dall’asfalto ancora rovente vedo salire delle strane forme trasparenti che ballano. Cosa sono?
Che sete!
Ho deciso: mi riposo un po’. Mentre mi guardo attorno per cercare un buon posto sotto un albero, al fresco, sento un rumore stridulo e fortissimo che si avvicina. Mi giro e un attimo dopo il tonfo mi ritrovo qui, disteso.
Non sento dolore, solo una gran sete. Sto ingoiando un liquido dolciastro che però non mi disseta.
La portiera dell’auto si apre. Esce un uomo che mi guarda e impreca. Corre verso la parte anteriore dell’auto e, visibilmente arrabbiato, dice: “porca miseria! sarà un danno da almeno 300 Euro”.
Intanto, da dietro il finestrino dell’auto scorgo una bambina bionda, un po’ più grande di Bimbo, con due occhi bellissimi, azzurri, appena velati.
L'uomo risale in macchina. La bambina mi fissa con orrore e pietà. Da quegli occhi ora scorrono copiose goccioline che le rigano le guance. Le stesse goccioline che uscirono dai miei occhi quando da piccolo mi resi conto che non avrei più visto la mamma e i fratellini.
Anche l’uomo e la bambina vanno via sgommando.
Una piccola farfalla si posa sul mio naso.
Non ho più sete.
Gatto Giacomino

















Vorrei sottoporvi un argomento di cui paradossalmente pochissimo si parla, ma di cui quotidianamente la stragrande maggioranza delle persone consapevolmente o meno fa uso, condannando senza appello, giudicando senza riflettere. L’argomento è la Maldicenza. La vittima della diceria malevola è un soggetto privato di qualsiasi diritto, anche della più elementare autodifesa, essa diviene oggetto della lingua degli altri che censurano senza sapere e sentenziano senza conoscere, chi dice e chi ascolta sacralizza la detrazione come assoluta verità, il dubbio deve essere spazzato via, ma in realtà lo stesso dubbio è, in qualche modo, un cedimento al pettegolezzo. Se ci si pensa bene, la peculiarità malefica della maldicenza viene, spesso, utilizzata dal potere dei mass-media per orientare l’opinione pubblica.
Ad esempio qual è l’immagine degli stranieri che viene fuori attraverso i nostri mezzi d’informazione? I rumeni stupratori e rapinatori, i rom topi d’appartamento e rapitori di bambini, gli islamici terroristi e nemici culturali, i senegalesi e simili vu cumprà e spacciatori, le minoranze sessuali non sfuggono ai pregiudizi: gli omosessuali sono in genere adescatori e i trans dediti alla prostituzione, per non parlare dei siciliani che sono mafiosi. In tempi di gravi crisi economiche e sociali, dove la disoccupazione dilaga, il collante comunitario viene meno e cresce la paura e la disperazione. Il potere politico non assume mai su di se la responsabilità delle crisi sociali, ma indica all’opinione pubblica l’altro, il diverso, che non ha il potere di farsi ascoltare, come la causa di tutti i mali comuni. In fondo il capro espiatorio riveste tale funzione, sgravare gli individui e la società dalle proprie colpe. Il guaio è che il capro espiatorio, di solito, non è un Cristo, non sceglie di assumere su di sé colpe universali per redimerle. Esso, di conseguenza, è doppiamente violentato: primo in quanto accusato di colpe che non ha commesso secondo perché costretto al sacrificio.
Il capro espiatorio è in fondo un soggetto su cui è inizialmente praticata la maldicenza, che si trasforma in calunnia e quindi in colpa. La denigrazione è un vizio tipicamente umano cui è difficile sfuggire.
Perché gli individui non si sottraggono alla diffamazione, ma anzi contribuiscono ad alimentarla?
È in dubbio che le persone amano raccontare e ascoltare, quando l’argomento del discorso, condito da un pizzico di pettegolezzo, è un soggetto conosciuto, il tema diviene piacevolmente interessante. Nel parlare, il riferire qualcosa di qualcuno, provoca nei protagonisti un perverso godimento, dissimulato da una finta indignazione e da giudizi gratuiti di condanna. Qualsiasi visione positiva sulla persona, edificata lentamente dalla conoscenza e dalla frequentazione, è improvvisamente azzerata. Rimane in piede solo la calunnia. “…sul giornale cittadino c’era la notizia degli avvenimenti della notte: Libotz, padre e figlio, ubriachi, rissa con la polizia e così via. Il figlio non poteva rettificare la notizia affermando che solo il padre era ubriaco, giacché sarebbe stato accusarlo.”. L’oste l’unico “amico” rimastogli, rimprovererà, Libotz figlio, di essersi ubriacato e nonostante Libots respingesse sdegnosamente l’addebito, l’amico pareva non ascoltarlo e ripete la calunnia, poiché “l’oste apparteneva a quel genere di persone che non si fanno correggere e nemmeno possono ricevere un’informazione in più se son già di parere diverso”[i]. Anche gli amici più intimi non si curano di sapere la verità, poiché essi non vogliono rinunciare a quel piacere orgasmico offerto dalla diffamazione. Solo l’amicizia dei buoni resiste alla calunnia, come diceva Aristotele, ma lo stagirita precisava che questo tipo di amicizia è assai raro.
Tommaso D’Aquino nella Summa Teologica poneva la maldicenza come peccato mortale.
È fuori da qualsiasi dubbio che la vittima della diceria subisce un danno irreparabile, la maldicenza è come un pugno di farina gettato al vento.
Si noti come l’infamia del pettegolezzo colpisce, non solo la vittima, ma anche chi racconta e chi ascolta, questi ultimi si comportano non dissimilmente dagli untori: distruttori della vita altrui.
Perché la maldicenza riscuote tanto successo?
Una prima risposta a questa intrigante domanda può dipendere da un improvviso rimescolamento di rapporti di potere tra chi ascolta e/o pronunzia la calunnia e la vittima. È chiaro che il soggetto passivo della detrazione si trovi, improvvisamente, in uno stato d’inferiorità psicologica e sociale di fronte a chi sa o crede di sapere. Ognuno di noi, nessun escluso, è affetto da debolezze, e neppure l’individuo più masochista, le scoprirebbe pubblicamente. Quasi tutti noi siamo pronti a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro, senza accorgerci della trave che sta nel nostro. Nello stesso tempo, il maldicente nell’amplificare, distorcere, falsificare e ingigantire le debolezze degli altri tende a minimizzare, giustificare e rendere accettabili alla sua coscienza i propri sensi di colpa. È l’altro il malvagio, le mie debolezze a confronto sono dei capricci infantili, così ragiona il detrattore. Si opera una sorta di ribaltamento della realtà: la trave nel mio occhio è ridotta a pagliuzza e la pagliuzza dell’altro magicamente si trasforma in trave.
È possibile sfuggire alla maldicenza?
No, poiché la maldicenza mi appare come un virus genetico di cui è affetta l’umanità, una sorta di peccato originale, la cui natura pare abbia reso gli uomini atti ad aggredirsi l’un l’altro, come affermava il buon Hobbes.
A una più attenta riflessione, il virus genetico mi sembra di natura sociale; in effetti, nei bambini, che sono il paradigma tra ciò che è per natura e quello che è sociale, non s’incontra la maldicenza nelle stesse forme degli adulti, come negli stessi non vi è un vero e proprio pregiudizio razziale. Non cedere alla detrazione è quindi possibile a condizione che l’individuo si riprogrammi e si rieduchi. Riprogrammarsi significa accettare la fatica della riflessione come habitus e abbandonare la comoda scorciatoia del pregiudizio, che ci fornisce “verità” preconfezionate senza sforzo. Rieducarsi significa sviluppare il senso critico e rifuggire da giudizi affrettati e gratuiti, esprimendosi dopo un ponderato e accurato esame.
Come si può concretamente evitare il pettegolezzo?
Propongo due soluzioni:
La prima soluzione presenta un piccolo neo, poiché la semplice sospensione del giudizio è in qualche modo un leggero cedimento al pettegolezzo.
La seconda soluzione mi pare più efficace, anche se più difficile da attuare.
Cicerone 3





La cosa più strana di un essere umano è la sua esistenza H. Kudszus
Non riesco ad immaginare una vita senza domande di senso eppure mi accorgo che la maggior parte delle persone non se ne pone e prosegue beatamente la propria esistenza nella più supina ignoranza.
Chi sono, da dove vengo, che senso ha la mia vita?
Non c’è tempo per porsi simili interrogativi e seppure lo si avesse è meglio impiegarlo in qualcosa che dia risposte chiare e soddisfacenti, piuttosto che mettere in crisi la nostra ormai consolidata prospettiva esistenziale. L’uomo moderno è l’alpinista dei desideri, la sua unica domanda è la felicità e non accetta risposte che possano minimamente far vacillare l’equilibrio illusorio delle proprie sicurezze. Ma cosa sia questa tanto vagheggiata felicità è difficile definirlo in maniera univoca, forse sarebbe più saggio parlare di una ricerca o di un anelito costante verso ciò che riteniamo essere la nostra perfezione, la pienezza del nostro essere.
Come ci si può illudere oggi che la felicità consista in un benessere puramente materiale, che ci garantisca stabilità e sicurezza, quando tutto intorno a noi è evidentemente soggetto alla caducità?
Noi stessi siamo effimeri, destinati naturalmente alla morte, una breve parentesi temporale che rischia di passare totalmente inosservata. Ecco allora che abbiamo bisogno di continue dimostrazioni di riconoscimento ed amore, per poter mantenere sempre accesa in noi quell’aspirazione all’eternità di cui siamo inconsapevolmente imbastiti.
In verità la cosa più “strana” di un essere umano non è la propria fine, inevitabile, quanto la propria esistenza e la meraviglia che da sempre l’accompagna. Come si può rimanere sordi al generoso canto della vita? Come ignorarne l’unicità e la bellezza? Come atrofizzare il proprio sguardo nel torpore dell’indifferenza?
Se l’esistenza non è considerata nel suo mistero allora nessuna relazione interpersonale sarà autentica, ma solo il vano tentativo di sfamare uno stomaco che non conosce sazietà.
Nella brevità della vita è nascosto il segreto della sua bellezza, nella dedizione quello dell’amore e per quante parole si possano inventare ed usare per spiegare quanto abbia valore la persona, nulla sarà più eloquente dell’esemplarità del silenzio.
Forse è questo il tempo per fermarci sulla soglia della nostra finitezza e contemplare la notte che ci aspetta e sorridere e cantare quel raggio di sole che ancora ci scalda.
Antonella Foderaro
Braille
Da punto a punto ho sempre visto sabbia
che cade e giri la clessidra e torna
con l’ombra di un granello su un granello
fissa in un’eco infissa dentro un’eco
Oggi che ho gli occhi spenti e sento il vuoto
del tempo che rivendica il suo buio
mi so che è vita quando in eco d’ombra
risuona cosa a nome punto a punto
Patricia Panebianco




![macina1[1]](http://files.splinder.com/a9ce4d2b769f0ecf81bc1acdf9f89fa4_medium.jpg)
Scambierei il mio corpo
con i tuoi pensieri,
le mie mani
con i tuoi desideri.
Vorrei essere ovunque
per non farti voltare lo sguardo.*
*da Come pagina bianca - Aletti Editore

![valle Natisone[1]](http://files.splinder.com/0ad42d72d3166306ba253797096f723d_medium.jpg)
![Purification-Room[1]](http://files.splinder.com/d17fccd70e0915ef9df55f2141fcd0a4_medium.jpg)