
Strategìa del cazzo.
Alzarsi presto e correre alla fermata prima del bus per trovare il posto giusto perché Lei si sieda di fianco a me.
E’ proprio una strategìa del cazzo, che fallisce esattamente nel momento in cui i miei occhi imbambolati la seguono da quando sale a quando mi passa di fianco assolutamente incurante della mia presenza.
“Strategìa veramente del cazzo” Renzo aspira leggero il tiro della sua sigaretta mentre io ancora tossisco amaramente il mio tentativo di emancipazione.
“Se vuoi farti quella figa te la devi rimorchiare ad una festa. Cosa ti credi? che quelle così, il lunedì, con le labbra ancora umide del sabato sera si lascino attrarre dalla tua bocca imbesuita ancora sporca di latte? Ma và a cagare và e impara a fumare: è per quello che le fighe non ti si cagano.”
Il mio amico; quello a cui passo i compiti la mattina, quello che all’intervallo mi spiega i suoi trucchi per “farsi” qualcuna; quello che sparisce ad ogni festa e poi mi tocca aspettare; quello che viene a casa e si intorta mia madre con la mia timidezza, il mio look sbagliato, la mia incapacità a baciare una femmina.
Ma come fa? Come fa, ogni stramaledetta mattina ad alzarsi così leggero e così pulito? Come fa a non stare mai male?
Esattamente come fa Lei adesso, che si è seduta dietro di me, con le amiche che iniziano a ridere così forte che non puoi fare a meno di pensare di esserne tu il bersaglio. Ed ecco che da trasparente che eri, improvvisamente tutto il mondo ti è addosso e ti coglie indifeso in tutto il tuo senso di inadeguatezza.
Sembra che sia nato per essere inadeguato e mi sale la paura che questa sia la punizione giusta per un sorriso sbagliato.
Ecco perché detesto quelli di mia madre quando torno a casa.
Dice che mi vede come in una bolla, che non le parlo, che non mi riconosce più, ma cosa cazzo ne sa di quello che ho dentro?
Mi dirigo verso la classe, sento solo una gran nausea.
Rachele dice che è la condizione di chi riconosce la differenza tra ogni lacrima.
“Come fai a non aver paura di sorridere?” mi ha chiesto ieri.
A volte non riesco a capire a quale dolore preferisca aggrapparsi; mi fa così tenerezza quel suo volere apparire triste, quelle sue poesie lasciate sul mio diario tra le strofe dei nostri gruppi preferiti.
La stessa musica che per lei è una maschera, per me è un rifugio e qui attorno, nessuno sembra capire perché ascoltiamo “certa roba”.
Provate voi a parlarne ad un amico mentre guarda altrove: ”Io quella primina entro stasera me la limono, scommetti?”. e se ne va; tu resti li, sospeso, senza parole, senza più fiato , in attesa del prossimo pezzo da ballare.
“Eddai, vieni a ballare con noi”
Ma cosa ci faccio qui?
Ho scelto di non apparire inadeguato piuttosto che dire :“No, scusami, ma alla tua festa in quel posto del cazzo non ho nessuna voglia di venirci”
“Vedrai, ci sarà tutta la classe, tu non puoi mancare.”
Ancora
“Dai, non farti pregare, vieni a ballare!”
E allora Vi imito, anche se questa musica è veramente insopportabile, così i vostri sguardi, i vostri movimenti e poi sudo e il mio odore sembra riempire tutto lo spazio che mi circonda.
Ma come fate voi, a non sudare chiusi in quei maglioncini attillati, come fate a non cambiare mai espressione, non farvi mai sfiorare da un pensiero che sia anche solo di dolcezza.
Come fate a non chiedervi se possa esistere qualcosa di meglio o forse anche di peggio?
Li vedo che limonano al tavolo ma è come se fosse compreso nella serata.
“Ciao, ti aspetto alla mia festa presso la discoteca Las Vegas, sei pregato di divertirti e di limonare con la mia amica che si sente tanto sola.”
Vedo anche Lei che limona adesso.
”Senti volevo dirti se vuoi..vorresti forse, ecco; ti piacerebbe essere la mia ragazza?”
Ride guardando verso l’altro tavolo, ”Aspetta che lo chiedo a Claudia, sai è la mia amica del cuore e non vorrei che ci restasse male.”
Si alza.
Ecco fatto.
Cosa c’entra tutto questo con quello che mi esplode dentro?
Perché sento tanto male mentre la vedo limonare con quello e non con Claudia?
Il mio male.
Non so se è capitato anche a voi, ma il mio male non è mai solo.
E’ un male codardo.
Inizia alla mattina come un brutale presentimento: un senso di nausea che mi prende, poi ecco che sale, piano piano piano e si prepara, il bastardo. Prepara il suo letto di malinconia che resta li come sottofondo, come costante e attento avvertimento :”occhio..sono qui, pronto a fotterti”…e poi…
PEM, basta un pensiero o un ricordo sbagliato e come una scarica sale dalle braccia e si prende tutto..
E io non è che lo evito, nooo
Io ci penso anche a quelle risate, lo metto alla prova per coglierlo impreparato ma sale sale e fa male, cazzo se fa male.
Eccolo anche stamattina;
Come è dolce quando mi saluta sorridendo e mi chiede come è andato il fine settimana.
Ieri sera lo pensavo, dopo la litigata con quella stronza di mia sorella e mio padre che minacciava di menarmi, mi sono chiusa in bagno.
Lo pensavo e mentre asciugavo le lacrime mi scoprivo a sorridere allo specchio.
“Carino quel trucco”, mi ha detto l’altra sera e me lo sarei portato sotto la luce di quella luna; per fargli capire che a lui non ho niente da nascondere.
“Sei andato alla festa venerdì?”
“Già”
“A me non m’ hanno invitata”
(Ma non doveva esserci tutta la classe?)”…non hai perso nulla, anzi”
“Vieni al concerto? Io sarò li ai cancelli dalla mattina; vieni anche tu?”
“mmm…”
“Ma…mi ascolti?”
Mi giro in direzione del tuo sguardo, Lei è li in mezzo a quelle oche della terza D con il suo nuovo tipo; uno di quarta, capelli corti, cachemire attillato e fuori nel parcheggio una moto.
Ma come fai ad essere così; come fai a farti sempre del male?
O forse la scema sono io, che passo il tempo a curare i miei pensieri e lasciare che il corpo sia specchio di quello che ho dentro.
A quel corpo dedichi i tuoi sorrisi migliori ma non ti accorgi che appena mi oltrepassano piombano inerti qui sul pavimento; So cosa provi mentre la guardi che si struscia a quell’idiota, è lo stesso dolore che provo adesso quando sento che i tuoi sguardi mi attraversano lasciandomi solo graffi. Ma non sei peggio di loro e la solitudine in cui mi lasci non è peggiore di quella in cui mi lasciano loro, di quella in cui mi lascia mio padre; tu almeno hai il pregio di distinguere il colore del mio trucco ogni mattina.
Al concerto ti ho perso, eppure mi era parso che volessi ballare, sei voluto correre nelle prime file e sono rimasta lì con Andrea e il suo amico irlandese.
Ci siamo ritrovati più tardi a casa sua.
Sono entrata e mi sei venuto incontro: “Ma perché scappi sempre?”
Ci siamo seduti al tavolo, ti ho preso la mano; avevo voglia di sentire se vibravi ancora e volevo condividere quello che avevo sentito, toccato con il cuore; ma poi ho visto il tuo sguardo calare e ho capito che più io mi avvicinavo a te più lui ti sentivi lontano da lei, più ti dicevo di essere felice di potere condividere quella serata; più eri triste per non averla condivisa con quell’altra.
Siamo tutti e due chiusi in una bolla a proteggere la nostra bellezza, Io per difenderla le ho dedicato ogni lacrima e ogni dolore, tu ti ci nascondi per scappare, come fai adesso mentre ti alzi con la scusa di una birra.
L’ho lasciata li da sola, ero troppo spaventato per ammettere che stava per dirmi qualcosa che riguardasse noi due: lo leggevo nei suoi occhi mentre mi parlava del concerto, delle sue canzoni preferite, di quello che aveva provato e di come riuscisse a trovare una risposta a tutto anche alla solitudine, alla malinconia, di come finalmente sentisse quella maledetta bolla esplodere per trovare rifugio nelle mie mani.
Ma io avevo bisogno di parlarle di Lei di come mi sarebbe piaciuto averla al concerto; mi sono alzato e sono andato a prendere una birra.
Andrea mi ha fermato in cucina, e dopo un po’ sono ritornato in sala
Sono tornato e lei al tavolo non c’era più; era sul divano a chiacchierare con l’irlandese,
Sono rimasto li seduto a provare richiamare il suo sguardo,
“Rachele, sono tornato, mi vedi?” ma la voce rimbalzava dentro questa maledetta bolla. Rimanevo li appiccicato a quel bicchiere, ad osservare i suoi occhi incantati dietro alle labbra di lui, la bocca sorridente davanti al suo italiano stentato fino a quando l’ho sentita ridere così forte da rimbombarmi dentro e esplodere fino a diventare lacrime quando li ho visti uscire per mano.
Mi ha portato in camera sua e mentre varcavo la porta ancora non capivo; ma quando mi ha baciata, ho sentito la bolla esplodere; con la coda dell’occhio ti ho visto di là e per la prima volta ho visto il tuo sguardo arrivare a me; ma troppo tardi.
So che soffrirai, so cosa ti salirà dentro fino a prenderti ogni respiro, ma ti servirà e comunque domani ci sarò ancora e ora che sai che posso essere dolore saprai che posso essere anche la tua cura.
La porta si è chiusa dietro di loro Potrei rimanere qui ancora un po’, aspettare, provare a vedere se cambia idea.
Strategìa del cazzo anche questa; anche per questo nella stanza risuonano ancora le risate, forse è per questo che sale la nausea e lo so bene che non è solo colpa della birra.
Mi guardo attorno; è tutto così confuso. i suoni cadono ovattati nella mia testa: Andrea rolla la canna con la tipa conosciuta al concerto, Claudia legge Rockerilla con Filippo, Antonio e Marinella giocano a scacchi.
Ma da dove arriva allora tutto questo male?
Andrea mi guarda scuotendo la testa, accende la canna e si dirige verso lo stereo: tira fuori un disco dalla busta me lo mostra e lo fa partire.
“…if you walk in the crowd you won’t leave any trace…”
Lo guardo negli occhi mentre mi passa da fumare, rifiuto, prima ancora di leggere nei suoi occhi la sfida; tiro un sorso della mia birra e sorrido.
Busso alla porta.
Rachele Ti porto a casa, andiamo!
Iacopo Ninni*
*Iacopo Ninni nasce a Milano il 09-08-1964, attualmente vive e lavora a Vicchio (FI).
Se la bellezza esteriore è già difficile da “definire” ed esprimere per la soggettività dei parametri con la quale viene comunemente “misurata”, cosa possiamo balbettare su quella dai contorni fluttuanti, spumeggianti come le onde del mare, che tracima dall’interiorità di una sensibilità magnetica come quella della Lentini?
Un mare calmo in superficie nasconde vortici impensati che ondeggiano come note su un pentagramma liquido tra i quali non sai mai cosa si nasconde, se la giocosa danza di una lattiginosa medusa o l’avida bocca di quella bianca signora che t’ingoierà rubandoti per sempre alla terra.
Esteriorità ed interiorità, razionalità e passione si fondono dando vita a linee sinuose e delicate ma anche decise, forti, in bianco e nero ed a colori, in un crescendo cromatico che imprime su tela ciò che la carne ed il sangue, la mente ed il cuore, esprimono qui senza bisogno di parole, in una visione che rimescola e fonde, come il colore, vita, pensiero ed arte.
Antonella Foderaro

Un artista può scegliere di guardare all'esterno o all'interno. Giovanna Lentini ha intrapreso da tempo la seconda strada, cosa che rende il commento dei suoi lavori arduo come l'interrogazione di una Sfinge. La raccolta "Variazioni", dai piccoli formati alle grandi realizzazioni, è da considerare un'opera nell'opera; ogni singolo tema veicola infatti la trasmutazione di un momento interiore in una proiezione pittorica secondo la logica alchemica del cercatore ferito. L'insieme delle Variazioni offre allora all'osservatore un indizio in più, quello del percorso. Se dovessimo cercare una parentela dal punto di vista formale, forse è alla famosa scuola di New York che bisognerebbe guardare, il primo autentico movimento americano che unì l'intensità dell'espressionismo tedesco con l'anti-figuratività delle altre scuole europee. Di quel momento troviamo anche i procedimenti per cancellazione, dai quali l'immagine esce scarnificata e de-localizzata, attraverso un minuto controllo dello spazio che è fitto, accurato ed invariante, non dipende dalla grandezza della tela. Ma questa è solo una parentela sintattica diremmo, ed è ancora all'alchimia che dobbiamo rivolgerci ed alle cose che Giovanna Lentini ama quotidianamente per trovare una chiave interiore. A esempio a quel Paul Klee il cui incessante dinamismo di forme e colori ha spesso fatto apparire gioiosa la sua arte, mentre lui stesso scriveva: "Quest'uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un'ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l'usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia" (P. Klee, Diari 1898-1918). Costringendo le Variazioni di Giovanna Lentini a mostrarsi sotto la luce di una narrazione storica, osserviamo che c'è un progressivo passaggio da una tenue, elegante emergenza di tratti neri e rossi su un fondo bianco sui grandi spazi della canapa ai più recenti rossi densi e concentrati, dove il fragile graffito è ormai diventato un'esplicita battaglia con quel singolare continuum di spazio-tempo e memorie che in pittura è la materia. Le Variazioni vanno dunque verso un innalzamento progressivo della temperatura interiore, un'apertura rischiosa e necessaria, il passaggio dall'opera al nero/bianco al sagredo della rivoluzione annunciata. E come ogni rivoluzione, non è senza vittime. Le Variazioni, costrette dunque a continuare all'infinito, svelano il loro lato oscuro ed esplosivo, proprio come L'angelo di Klee al di là delle apparenze si rivela l'angelo tragico della storia che osa guardare all'indietro.
L'angelo creativo di Giovanna Lentini svolge le sue Variazioni guardando in profondità all'origine del dolore.
Ignazio Licata
Giovanna Lentini (Marsala, 29 marzo 1962) ha conseguito la maturità classica dedicandosi all’approfondimento delle materie pedagogiche educative.
Dal 1999 si occupa di counseling espressivo ed arte terapia.
Espone dal 1998 opere di indirizzo espressionista astratto. Le sue opere sono state inserite in cataloghi d’arte nazionali ed alcuni dei suoi dipinti sono presenti in pinacoteche e collezioni private. La sua produzione pittorica è un “alfabeto dell’anima” che attraverso i segni decodifica le forze energiche della comunicatività.
Freud ha sviscerato l’inconscio universo per poter trasformare il dolore in felicità, in coscienza, in armonia dell’Io, ma il mistero di Dio e dell’Universo, il mistero dell’amore e del sesso, della vita e della morte, continuano a vivere in noi. Sono quelli che danno un senso alla nostra ESISTENZA.
Vive e dipinge a Marsala (Tp).
PRINCIPALI MOSTRE
1998
Incisioni “Opere del Corso di Calcografia”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA
1999
“Ricerca 1”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA
1999
XI° Premio “Città di Nova Milanese”
Milano
2000
XVI° Premio Nazionale di Pittura “Città di Civitella”
Arezzo
2001
Mostra Nazionale di Pittura Contemporanea “Santhià”
Vercelli
2002
Galleria d’arte 2000 “Sguardi sulla città”
Milano
2002
Collettiva d’arte Contemporanea “L’ibrido e l’arte”
ENTE MOSTRA DI PITTURA PETROSINO
2003
Vernissage “La scherma nell’arte”
Trapani
2003
Estemporanea di pittura “…I Mille Dipinti”
ENTE MOSTRA DI PITTURA MARSALA
2003
Mostra personale “Un Linguaggio tra Elegia e Fluidità”
ENTE MOSTRA DI PITTURA “CITTA’ MARSALA”
2006
XVII° Premio Nazionale di Pittura città di Civitella
Arezzo
2006 “La donna nell’arte”
Palazzo Burgio Spanò – Marsala
2006
Agrigento arte
Mostra mercato Internazionale di Arte Contemporanea, II° Ed. Palacongressi di Agrigento
2006
Expo Arte Mediterraneo
Ente autonomo Fiere
Cosenza
2006
L’arte di amare l’arte
42 artisti a sostegno della Fondazione Città Italia
Castello Ursino
MEDIARTE 2007
Mostra mercato d’arte moderna e contemporanea
Palermo 23-25 marzo 2007
Fiera del Mediterraneo
CATANIA ARTE FIERA
Terza expo d’arte moderna e contemporanea
Le Ciminiere centro congressuale fieristico culturale
11-14 maggio 2007
MUSEO CIVICO D’ARTE CONTEMPORANEA DI GIBELLINA
12 maggio 2007
“La donna nell’arte”
MALTA INTERNATIONAL ART BIENNALE 2007
18 / 20 maggio 2007
ARTERIA 2007
Monzon – Spagna
IV Edizione - Aprile 2007
CONCORSO “I FIORI NELL’ARTE”
Premio “Originalità”
4-12/08/2007 – Livorno
“TROVARSI, 6 PERSONAGGI NEI LUOGHI DI PIRANDELLO”
MOSTRA PERSONALE di Giovanna Lentini
10 Settembre – 7 Ottobre Biblioteca Pirandello, via Imera
“GALLERIA LIBRERIA MAGIC BOOK”
Dal 30 agosto al 2 ottobre 2008
IV EDIZIONE AGRIGENTO ARTE 2008”
Mostra Internazionale d’arte contemporanea
3-4-5 Ottobre 2008


Se volessimo bonariamente prenderci gioco di un amico “idealista”, dall’aria riflessiva ed assorta, estremamente sensibile, che tende a porsi domande ed a trovare risposte a parer nostro “improbabili”, lo chiameremmo “filosofo” per non dargli impietosamente dell’astruso logorroico “poeta”, per non dirgli chiaramente “illuso” ed “artista” qualora volessimo generosamente metterne in evidenza il carattere estroverso, bizzarro, insomma … folle …
Sono solo alcuni dei tanti “modi” per nominare quello “scarto” di diversità che rende una persona apparentemente “comune” fuori dalla “norma”: non omologata e – ancor meno - omologabile.
Questo spirito di “resistenza” alla banalità dei luoghi comuni, all’intimistica rassicurante consolazione che deriva dall’adulante, gretta, supina condiscendenza agli stereotipi sociali, è sintomatico di un’esistenza che si muove in una sorta di “margine” instabile e destabilizzante e quindi – come tale – pericolosa.
Essere marginalizzato come “scarto” significa essere socialmente considerato meno di un “avanzo”: se quest’ultimo infatti è comunque innocuo in quanto letteralmente “di troppo” e può essere eventualmente riciclato, il primo sembra comunicarci a priori quella paura che deriva dalla totale assenza di garanzie “d’uso”.
Tuttavia, anche questa “pericolosità” può essere omologata, basta lasciarla fagocitare in una tipologia che la renda niente di più che una nuova “tendenza”, ecco allora che essere contestatari con le sole parole diventa una moda che rende “tipi” estremamente alternativi ed a volte, se ciò è supportato da una discreta intelligenza ed una cultura minima, anche “interessanti”; esserlo concretamente, con atteggiamenti di reale “disobbedienza”, ci rende delle “individualità” ingovernabili e sempre più spesso, purtroppo, solo sterili se non autolesive e distruttive; esserlo con intelligenza, prospettiva, verticalità di contenuti, incisività del linguaggio, motivata/motivante operosità, significa realmente restituire carattere e vivacità alle coscienze immobilizzate dal torpore, appiattite in un amorfo conformismo. Quest’ultima modalità d’esprimere dissenso è l’unica, in realtà, capace di elevare il nostro personale “malessere”, noto come “inadeguatezza”, a pubblica protesta in quanto la denuncia nello stesso momento in cui decostruisce è capace di offrire nuovi orizzonti di senso grazie alla carica propositiva e inesauribilmente creativa - perché fondata nell’originalità personale - che ne è la reale forza ed irriducibile, irrinunciabile, prerogativa.
Il frinire di una cicala nell’afa di un indolente ferragosto: stridente dissonanza nella mimetica che la nasconde nel tronco alla mano che vorrebbe silenziarla.
Il “frinire” di più poeti nella staticità apatica di una società depauperata da qualunque ideale, in preda ad una voracità insaziabile che la rende obesa finanche nell’inedia: canto d’amore che si fa protesta e che non si consuma prima di aver fecondato la terra con il frutto di quella passione che ne è richiamo e voce.
Le promesse di un falso benessere individuale confondono le coscienze con miraggi consolatori il cui unico fine è infiocchettarci nella solitudine di una vita che si lascia scorrere senza la spinta di alcun ideale e reale impegno politico, l’accorato grido dei poeti e dei filosofi ci restituisce la corretta visione della realtà: “Un uomo che lavori, fabbrichi ed edifichi un mondo abitato solo da lui sarebbe sì un costruttore, ma non homo faber: avrebbe perduto la sua qualità specificamente umana e sarebbe piuttosto un dio – non certamente il Creatore ma un demiurgo divino come quello descritto da Platone in uno dei suo miti. Solo l’azione è l’esclusiva prerogativa dell’uomo; né una bestia né un dio ne sono capaci, ed essa solo dipende dalla costante presenza degli altri” (H. Arendt, Vita activa, la condizione umana).
Può un’antologia poetica mantenere questa tensione etica contribuendo realmente al “risveglio” di quanti ne ascolteranno e condivideranno il “tono” di denuncia e rivolta? Non finirà piuttosto con l’essere uno dei tanti volumi impolverati abbandonati in basso negli scaffali di una libreria di élite? Quanti vi hanno partecipato scrivendo e promuovendone la stampa e la diffusione credono fermamente che questo non sia l’unico destino possibile … tocca, infine, a ciascuno di noi il dovere di “agire” perché la realtà che ci circonda possa migliorare anche a partire da piccoli gesti come questo.
Oggi che il nostro tempo è povero di singolari esistenze poetiche, filosofiche ed artistiche proviamo a far diventare la poesia, la filosofia, l’arte un segnale di protesta e vivacità intellettuale, senza vergognarci di essere per questo considerati dei noiosi, fastidiosi insetti …
Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….
Antonella Foderaro
Pro/Testo
Versi
a cura di Luca Ariano e Luca Paci
introduzione di Mimmo Cangiano
opere di
Luca Ariano – Marco Bini
Dome Bulfaro – Natàlia Castaldi
Enrico Cerquiglini – Carmine De Falco
Salvatore Della Capa – Chiara De Luca
Fabio Donalisio – Matteo Fantuzzi
Fabio Franzin – Marco Giovenale
Lorenzo Mari – Faraòn Meteosès
Simone Molinaroli – Fabio Orecchini
Luca Paci – Massimo Palme
Rossella Renzi – Eleonora Pinzuti
Alesssandro Seri – Tito Truglia
Dale Zaccaria
Fara Editore - di Alessandro Ramberti & C.
Vi proponiamo qui per i motivi che potrete immaginare solo alcune delle “forti” voci presenti nella raccolta come invito sincero alla lettura del Pro/Testo
La cicala
S’io fossi una cicala
frinirei le mie note
nel bramir d’ali e foglie.
Scivolando s’una goccia
nello stagno delle vertebre abbandonate
brandirei pagliuzze dorate:
mozzando capi chini
di vergogne ossequianti,
sederéi mille battaglie
nel sangue dei codardi e dei potenti
per riconquistarti il mondo
nel silenzio del mio canto.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
ad I.
Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano
il terùn – ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa … quelli sì sono bravi ragazzi
– non sa di baci e strette di mano cose loro – .
Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit
in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount – studente fuori sede –
ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.
Teresa e fiulìn in un caffè un po’ chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
– quella coi buchi che ti ricorda focolari –
e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d’uccello
è solo l’arrivederci d’un abbraccio.
(da Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri)
Luca Ariano
*** *** *** ***
Per quel che mi è dato di sapere
può essere causa dei mali di qualcuno.
Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa
al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino
qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto
ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto
la carica della celere, sindacalista.
So solo che compare a metà del pomeriggio,
l’astio nello sguardo che riserva per la bionda
che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe
della tuta, che ancora si rivede quella volta,
infreddolita alla frontiera mentre sputa
via, richiudendo la lampo a un’uniforme.
Che si accarezza con la mano la permanente
vistosa, appena fatta, come quella di una signora.
Marco Bini
*** *** *** ***
La canzone delle primule rosse
In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dàlli alle fiamme
di questo stanco cammino.
Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell’animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.
Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganza e verità.
Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.
Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.
Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.
Natàlia Castaldi
*** *** *** ***
Non c’è posto
per voi negli ospedali
migliori non c’è posto
nelle scuole private per
i giovani che non c’è
posto nei cimiteri
superaccessoriati
non c’è nelle villette
coi viali, per i senza
soldi alle università
dei premi nobel, nei locali
di grido delle capitali, con le liste
bloccate, le preferenze
cancellate, non ci son posti
da aggiungere ai brunch
le domeniche mattina,
nelle strade di campagna i frutti
artigianali non sono in vendita,
la neve costa troppo, e gli skipass
li regaliamo al cliente
non occasionale, e le mansarde
quelle buie e basse e scoperte
son per gli schiavi, nell’entroterra
della Puglia, tra i caseggiati
di questa Terra di lavoro, gli accumuli
di materiali illeciti, le coltri
sui paesini dell’Umbria, famosa
per intricati casi giudiziari, le strade
a scorrimento veloce che aprono
le colline, i tagli tra ramo e ramo
e gli oleodotti, i rigassificatori,
gli impianti a gas
per risparmiare i golfi
infangati da attività portuali
sospette, i pozzi lucani ma non c’è
occupazione e neanche benefit
per gli associati e i laureati
a compilare nuovi cv,
ma serve un master
da 10 mila euro per lo stage
la collaborazione
sottopagata. E si farà a lotta
per sfruttarsi di più. Quale filtro
quale mondo migliore nelle stanzette
da seicento euro nel centro di Roma
o di Bologna con i poster
stropicciati i poveri sballati. Possiamo
ancora comprendere
tutta sta gente che ha dato
in un weekend di medio-autunno 2 milioni
e mezzo al film di Boldi?
Essere generosi
e tolleranti e considerarci
fratelli? Tradizione e dialetti questo
naziocalismo e ci comandano
e decidono. E non è
la democrazia bloccata il sistema
perfetto non è la democrazia
autoritaria e che fine han fatto
i cento milioni del superenalotto
a Catania? E le carte sociali
il bonus bebè per questi padri
sterili, non coniugati, per chi si accolla
la fatica di mandarsi avanti
tra i grumi di stelle esplose. E
non è più tempo per comprare
sport utility vagon, non
è tempo per centrali
nucleari, non c’è più
tempo per rimandare una
redistribuzione, il Ponte sullo
stretto di Messina non c’è
per voi che non c’è posto
nei treni ad alta velocità
e dove sono gli operai
che leggevano libri si riunivano
nei circoli dell’Ilva e Milano
coi suoi volumi e i suoi buchi,
e Napoli con le stalattiti
sotterranee, i detriti
tralasciati senza sforzo
alle pareti, i concorsoni dove candidati
magistrati s’esercitano a bluffare, i musei
della Toscana senza custodi, le opere d’arte
consegnate alla mercé di mani strane
di addetti a compilare
moduli di richiesta aiuti, ma hanno
sperperato i fondi europei e c’è bisogno
di vigilare. Invece, su questi
umani troppo umani, che ci dirigono
fingendosi estranei, ai fatti,
e non potete più lavarvene le mani
e dov’è il giovane che conta
in quest’Italia satura non brilla
se non di cime bianche di chiome
cineree in questo Stato sempre buono,
a salvare le apparenze, a distogliere
l’attenzione, ad archiviare inchieste
dove i nomi, a distribuire contentini
per piccole vite da svaligiare
e non è che “non c’è niente
che sia per sempre”, perché
la bomba nucleare è rilasciare
un po’ di pulizia ai depuratori
delle fogne di chi verrà.
E t’invito a leggerli i poeti,
quelli “giovani”, un po’ dilettanti
forse, ma concreti perché la poesia
quella onesta, va letta prima che scritta
ultimo baluardo di pratica
culturale gratuita, commercio esente, libera
perché inutile ai fini del mercato, avulsa
dalle mode e dai banchetti
irriducibile alla capitalizzazione e alla
banalità. Però gettate i libri spazzatura,
praticate questa rivolta
molle a un sistema
che si nutre d’ignoranza, consumatori, condividete
le scoperte, conquistate luoghi nuovi, diffondetevi
come virusepidemia di chi non ha
fedi irreversibili, di chi sa che c’è una
soluzione ed è quella di governare
il remo a goccia a goccia di mutare
senza accettare il vada come vada
e non camminare
soli, tra sei miliardi la possibilità
e riconoscersi, almeno tra vicini,
spingersi con forza, sopra le mura.
Carmine De Falco
*** *** *** ***
da Interno, Esterno (L’arcolaio, 2008)
Viviamo giorni di pace.
Abbiamo il silenzio conficcato nei fianchi
***
Nei nostri letti stuprano donne senza volto
***
Il giusto massacra il colpevole.
Beve il sangue del figlio
***
Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.
Pezzo per pezzo.
Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.
Gli ricuce il volto per provarne pietà
***
I nostri figli hanno imparato a bere.
Hanno mosso i primi passi
noi guardavamo altrove.
Hanno appreso il sesso
dalle madri senza vita.
Ora li guardiamo
riempire la bocca di pietre
portare dentro la colpa del padre
***
A Giusy L.
Dentro di te cresce un ventre
di balena che ti nasconde.
Paghi i dolori del parto
di quando sei nata come non dovevi.
E sai del dolore delle bambole
di quelle facce escluse
del tuo redentore morto.
Il male è nel mondo
e ti è crollato addosso.
Salvatore Della Capa


L'altruismo e l'abnegazione fondano la stabilità di un rapporto.
Meretrix Baldraque
“Non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.”
Dal testo dell'intervento che Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale del novembre 1975, due giorni dopo che era stato ucciso.
Pasolini: “Chi si scandalizza è psicologicamente incerto, cioè praticamente un conformista”.
Moravia: “Non credo che Cristo si scandalizzasse mai, anzi non si è mai scandalizzato. I farisei si scandalizzarono, ma non Cristo”.
Dall’ intervista di Pasolini ad Alberto Moravia in Comizi d’amore (1965).
Pasolini partiva dal corpo, il suo, asciutto e atletico, e dalla fame di corpi: «Prima di tutto tu sei e devi essere molto carino. Magari non in senso convenzionale. Puoi anche essere un po’ minuto e addirittura anche un po’ miserello di corporatura, puoi avere nei lineamenti il marchio che, in là negli anni, ti renderà fatalmente una maschera». Il suo era un marxismo dei comportamenti, della sacralità dei gesti, un’antropologia del quotidiano e delle mode. È dall’esperienza corporea che nasce e prende forma il suo pensiero. Dell’attrazione, seduzione e sofferenza fisica si nutre la scrittura e il cinema in cui ai corpi si chiede di essere “segni”: poco importa se Citti o Davoli guardano in macchina, sono i corpi che “significano”: il primo una sorta di alter ego, che ha inciso sul volto il tormento e la contraddizione, il secondo invece, con l’immancabile ciuffo, ideale di bellezza, icona di un mondo a lungo vagheggiato.
Pasolini rimane solo perché gli intellettuali italiani non hanno mai avuto un corpo. Poche le eccezioni, Gramsci paradossalmente, che dal suo corpo gabbia con esercizi giornalieri, durante la sua prigionia, dava ordine a un fiume di pensieri. Tra chi ha riconosciuto l’importanza del corpo/Pasolini, troviamo Sciascia, scrittore scontroso e a volte rigido, che dopo la morte del Nostro, al quale molto doveva, ammette: "Dicevamo quasi le stesse cose, ma io sommessamente. Da quando non c'è lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte".
Il corpo di Pasolini era nato per fare all'amore, sudare in interminabili partite di pallone. L’omosessualità non è la spiegazione ma solo una, la più affascinante, chiave di lettura. Viveva la notte come un gatto in calore con la consapevolezza che poteva essere l’ultima. Sapeva dei vili che lo hanno ucciso, di chi ancora si nasconde dietro il corpo “minuto” e “miserello” di un minorenne che confesserà poi di essere l’unico assassino. Ricordo ancora le foto agghiaccianti della sua morte. Furono quelle immagini a farmi prendere coscienza di una grande vicenda umana che, fedele al copione di tanti suoi lavori, si conclude con la crocifissione, quasi l’avesse preparata secondo alcuni che continuano a confondere l’arte con la vita. La immagino ancora così quella notte all’idroscalo di Ostia, un Golgota dove in diversi con spranghe di legno infierirono contro chi alla vita era attaccato e confidava, ogni giorno, nella forza delle gambe.

Scandalo
Dal latino ecclesiastico, scandalum, parola riformata sul termine greco skandalon, ostacolo e insidia, imparentato al sanscrito skándatr, saltare. Scandalo è quindi un “salto”, nel caso di Pasolini “mortale”.
La crocifissione
Ma noi predichiamo Cristo crocifisso:
scandalo pe' Giudei, stoltezza pe' Gentili. (Paolo, Lettera ai Corinti)
Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
guarda il Suo corpo patire.
L'alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l'Aprile
intenerisce il Suo esibire la morte
la morte a sguardi che Lo bruciano.
Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto … atroce
offesa al suo pudore crudo …
Il sole e gli sguardi! La voce
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna
rossa nel cielo senza suono,
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.
Bisogna esporsi (questo insegna il povero
Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione …
[...]
Pier Paolo Pasolini, da L'usignolo della chiesa cattolica, Garzanti.
Abele Longo
Personaggi in disordine di sparizione:
(Si apre il sipario: si vedono sul palcoscenico file di sedie vuote davanti a un sipario chiuso; solo due di esse sono occupate. Lo spettacolo cui ipotizzano d'assistere è
"La burla del tempo" di cui l'uno dei due è anche autore, ma prima che cominci, sempre che non sia di già finito, - il che è dire lo stesso, - le loro voci si intrecciano in un fitto dialogo.)
Simpliciter (come tra sé e sé): - Finalmente una persona che assista al mio spettacolo!
Complicatibus (come tra l'altro e l'uno): - Inizialmente Lei vorrà dire, ché alla fine nessuno mai può arrivare.
Simpliciter: - Era solo un'interiezione, come dire "oh!"
Complicatibus: - Questi suoni d'affetto fanno effetto solamente su le persone dappoco o dannulla, La pregherei, ateamente si intende, d'evitarle, essendo io dattanto e la mia persona dattutto.
Simpliciter: - Non intendevo irritarla, mi scusi.
Complicatibus: - Le ho or ora detto che l'affetto ed il sentimento non mi si confanno, e dunque nemmanco il difetto loro che l'odio e il disamore contiene.
Simpliciter: - Come usa bene i sinonimi e i contrari.
Complicatibus: - E' l'uso del disuso un abuso forse? o non piuttosto lo è il disuso dell'uso?
Simpliciter: - Certo dev'essere come Lei ben dice a uso e consumo di...
Complicatibus: - Nulla si consuma mai, tutto si consuma sempre.
Simpliciter: - In che senso, scusi?
Complicatibus: - Nel senso del consenso in cui Lei muove la sua figura non figura certo il dubbio della certezza; come in un impero dei sensi qualsiasi, l'assenso Lei cerca. Figurarsi in vece, il senso del dissenso, o quello del non senso, La moverebbe forse alla certezza del dubbio.
Simpliciter: - Per esempio?
Complicatibus: - Preferisce la figura, il movimento, o quant'altro?
Simpliciter: - Potendo scegliere, il tempo; Lei potrebbe usare il tempo.
Complicatibus: - "Usare il tempo?" si può forse usare il tempo?
(pausa)

(fine dalla pausa prima)
Quando ti svegli al mattino e sul ciglio dello sguardo senti incombere notti e mattine che da anni s'accatastano come lacrime e sorrisi. Quando ti svegli al mattino e senti in ogni fibra del corpo il deposito di scorie dei ricordi, lo sfasciacarrozze dei sogni dove tra uno sportello sbandierato dal vento e cani che latrano alla sabbia, cresce un cespuglio d'erbacce. Quando ti svegli al mattino e ripercorri le facce consumate che hai indossato negli anni, le parole lise come polsini di vecchie camicie, e in bocca non riesci più a distinguere altro che il sapore del caffè senza zucchero.
Quando ti svegli al mattino e sai che ad attenderti non c'è il cielo, non c'è il sole, non c'è il vento che come un giocoliere ti coglie da dietro l'orecchio un fiore, ma solo otto ore di sudore, di facce educate, di frasi stampate. Quando ti svegli al mattino sapendo che la sera boccheggerai come un pesce fuor d'acqua, stanco e nervoso come un cavallo da corsa intrappolato sotto un basto da soma.
Quando ti svegli al mattino e non vorresti, proprio non vorresti guardare la tua faccia solcata di sconfitte e vittorie, segnata dalla mano pesante del tempo che quando carezza con dolcezza ha già arato il viso di ricordi.
Eppure mi alzo, lascio sprofondare nel fondo degli occhi le frasi verdi, le urla della felicità, della speranza, i sogni, mi alzo su queste due gambe che fedelmente mi sostengono e vado avanti.
Non c'è nessuna bellezza in questo andare avanti, nessuna delle grazie che sembrano fiorire sulle parole altrui, nessuna consolazione, nessuna di quelle graziose menzogne con cui s'infiocchetta la vita, di quei grappoli di pose, di frasi fatte e sfatte, di facce interessanti, di smorfie intelligenti. Non c'è un cazzo di niente. Eppure non mi sento triste.
Prendo una sigaretta dal pacchetto e leggo: Fumare uccide, come se vivere fosse uno scherzo.
Emiliano Laurenzi*
*Emiliano Laurenzi si laurea nel 1995 con una tesi dal titolo Confronto con McLuhan. Il medium letterario come tecnologia alfabetica. Oggi, è dottore di ricerca in Comunicazione e spettacolo e, attualmente, si occupa della correlazione tra sistemi mediatici e società.
Assieme al Prof. Ragone ha scritto Analogie. Introduzione al linguaggio della pubblicità, Liguori, Napoli 2001, ed anche la seconda edizione, ampiamente riveduta ed ampliata: Analogie. Il medium pubblicità, Liguri, Napoli 2005. Ha partecipato con un saggetto dal titolo Suites mediali (Tondelli/Baricco) alla raccolta Mutazioni. La letteratura nello spazio dei flussi, Liguori, Napoli 2004, a cura di G. Ragone e F. Tarzia. In Cuore di tenebra 2006. Metafore conradiane: media, corpi e immaginari, Liguori, Napoli 2006, a cura di F. Tarzia, ha scritto l’analisi Nel cuore di una tenebra immensa.
Ha partecipato al volume monografico della rivista Gomorra Grande Raccordo Anulare, con il saggio breve Un desiderio circolare. In Cyberzone (n°17) è stata pubblicata una sua riflessione dal titolo Metropoli globale. Forme urbane e virulenze del capitale. Suoi articoli sono stati pubblicati su varie riviste.
· alcune pubblicazioni dell’autore, qui


Una donna che promuove le proprie parti anatomiche: "volgare!"
Un uomo che le propone: "poeta ... grande poeta!"
Una vera donna sa di non poter "dare" la felicità, appena quella notorietà che da sempre la precede, l'accompagna e la segue.
font>

Se il filosofare inteso come atto di ricerca continua potesse essere espresso attraverso la pittura, certamente Klee, per l’esuberanza della sua ricchissima e multiforme produzione artistica (circa 9000 opere), ne sarebbe singolare rappresentante.
L’infaticabile ricerca alimentata da una genuina sete di conoscenza si coniuga all’entusiasmo per la didattica e per la comunicazione intersoggettiva: non è sufficiente l’intuizione, bisogna anche renderla accessibile.
Questo sguardo “rivelativo”, sostenuto dall’umile consapevolezza del “non sapere”, è mosso dalla dynamis dionisiaca del daimon socratico: “Un modesto ed ignorante apprendista che impara da solo, un minuscolo io” - poche parole sufficienti ad introdurre opere immense.
“Quest’uomo nato, in contrasto con esseri divini, con un’ala sola, fa grandi sforzi per volare, e così si spezza braccia e gambe, ma tuttavia resiste sotto l’usbergo della sua idea. Il contrasto fra il suo atteggiamento solenne, monumentale e la sua rovina già in atto era ciò che dovevo mettere particolarmente in rilievo come simbolo della tragicommedia” (P. Klee, Diari 1898-1918)
Questa visione d’incompiutezza “ontologica” propria della natura umana, sarà alla base della visione artistica kleeniana e lo condurrà alla maturazione della lettura del gesto artistico quale gesto “creativo” attraverso il quale l’uomo acquisirebbe una sorta di “seconda” ala per elevarsi dal ruolo di “spettatore” della propria “tragicommedia”.
Conoscere “la distanza” tra l’ “incapacità umana e la natura”, non significa misurare una lontananza, quasi che l’una fosse al di sopra dell’altra, bensì uno scarto interpretativo tra due nature create e creative, delle quali solo una – l’umana per l’appunto – si pone quale interprete dell’altra. L’artista guarda alla natura come fonte ispiratrice, ma non più per rappresentarne il visibile mediante una “mimesi” esteriore, ma per renderne visibile quell’intimo generare che è la garanzia della sua stessa continuità.
Potremmo dunque dire che l’idea di creazione assume qui il carattere proprio del gesto artistico in quanto strappa il mondo dalla sua chiusura e dalla sua immobilità di elemento immettendolo in quel dinamismo vivente della natura che ne consente il progressivo dischiudersi, senza eliminarne comunque il mistero.

Il rapporto con il reale, nella pittura di Klee, è sempre un rapporto creativo nel senso sopra inteso: “La creazione vive come genesi sotto la superficie visibile dell’opera. Volta al passato la vedono tutti gli intellettuali, volta all’avvenire soltanto chi sa creare” (P. Klee, ibidem)
Questa danza di colori, permeata ora di luce ora di ombre, vuole essere comunicativa di una visione del mondo accessibile pienamente solo a quanti da questa “musica” vogliono lasciarsi coinvolgere, partecipando alla sempre rinnovata creazione del mondo anche semplicemente attraverso la “scoperta” di “strade” maestre percorribili senza il pericolo di confondersi e disperdersi tra i mille rigagnoli di vie secondarie.
Creatore e creatura, artista e mondo, non sono certo la medesima cosa tuttavia possono essere comparabili. In tale processo di comparazione il “destinatario” dell’opera, nel contemplarla, ne diventa esso stesso “artefice”, garantendo così, nel tempo, quel rinnovarsi dell’evento artistico proprio dell’atto creativo.

Se le vie dell’uomo e quelle divine sono dunque diverse, tuttavia comune è il linguaggio, per cui attraverso la “parola” artistica, l’uomo può dare vita a nuovi mondi meravigliosi e fiabeschi, nei quali sperimentare quella bellezza antica e sempre nuova.
In circa 70 Paesi l'omosessualità è considerata un reato e, tra questi, almeno quattro: Iran, Sudan, Mauritania, Arabia Saudita, la puniscono con la pena di morte. In altri, le preferenze ed inclinazioni sessuali sono soggette a pene crudeli, disumane e degradanti.
Quando lo Stato ne "tollera" i diritti, è la comunità di appartenenza a emarginare quanti nutrono amore verso persone del loro stesso sesso.
L’essere omosessuali, maschi o femmine determina forse una maggiore o minore gradazione di umanità, quasi come si stesse parlando dell’azzurro che è più chiaro del blu e più scuro del celeste?
Non siamo forse tutti ugualmente diversi nella nostra inestimabile unicità ed omo-sessuali quando facciamo della nostra sessualità il canone per leggere gli avvenimenti, giudicare i sentimenti, comprendere la vita, non lasciando all’altro sesso libertà di espressione e riconoscimento?
I filosofi greci, umanisti per eccellenza, non si sarebbero posti neppure la domanda, in quanto l’omosessualità è sempre, che lo si condivida o meno, espressione della medesima natura umana e l’amore omosessuale, in quanto forma di amore autentico, ne è degna espressione.
Meretrix Baldraque


Irridente e surrealmente imbastita sul filo apparente del divertissement, la moderna rilettura della tradizione femminile dell'haiku per mano di Yoko Ono Matopei si spoglia di quell'antico senso di "soggiogazione masochista" tipico della secolare condizione femminile giapponese, che tante lacrime ha regalato alla letteratura del passato, vestendosi di audacia e spregiudicatezza non priva di singolare analisi introspettiva.
L'innegabile cura neobarocca per la forma non sembra imbrigliare in rigidi schemi metrici il pensiero, lasciando penetrare lo sguardo oltre l'apparente vacuità della mera descrizione.
In tal senso diremo che l'arte di Yoko Ono Matopei è "poetanea" come nessun'altra a nessun'altra!
Filosofipercaso
Dalla raccolta ”Raschiamento lirico”, Edizioni Einaudite
– X ristampa, sett. 2008
Graffio
Nega l’appiglio, il non pensiero
scorrendomi nel mezzo sottovoce
sconfino a che l’origlio soprastante
eccede il passo
in cui
(cielosoffitto)
dipingerò telefonate a squarci
kandinskij in voci anonime
mimando le parole mentre
*fsshht*
cade la linea sulla pelle
in dermatografismo
d’anima
Non siamo stati mai
così vicini
al punto d’avvenire
come stringendoci domani
*
Clessidra, sbadatamente
non s’abbia pietà negli occhi
Ho rovesciato l'Universo
e così asperso
non lo ritrovo
(più).
Gioisce l’uomo, scampato ad un naufragio in mare
che già la spiaggia elido...
*
La secca
Testarda mente
s’arena goccia a goccia
anche la roccia
*
Un quadro
Sui vetri
schegge d’acqua
(in punta di parole)
scomporci comodi
tentando il passeggiare
e un abito giù in fondo
a quella via
cade a pennello
dipingere di piangere
*
la poetessa giapponese Yoko Ono Matopei nasce a Sado nel 1947, da una famiglia di artisti. Il padre Masoyashi, pittore di strada madonnaro, muore incompreso, travolto da un’auto pochi mesi dopo la nascita della figlia. La madre, scultrice di zampilli per fontane, anch’ella artista un po’ schizzata, riesce a mala pena a pagare gli studi della figlia. Nonostante l’infanzia difficile, nel 1971 Yoko Ono Matopei si laurea in Ingegneria Poetica Idr’aulica, senza però riuscire a saziare la sua sete di sapere. Per alcuni anni naviga di conserva in svariate correnti poetiche, cercando invano di aver foce in capitolo, finché negli anni novanta, persa nel mare magnum della ricerca semiologica, attira l’attenzione della critica aderendo al gruppo neobarocco “Ardachì!”, ispirato alle storie tese della “Terra desolata” di Eliot. In quei frangenti, cavalcando l’onda di marette e dispute tra letterati, arriva a imporsi come faro nella crisi mistica della poesia nipponica contemporanea, tanto che molte sue poesie sono state musicate da celebri compositori giapponesi (come Kitara Tisuono). Tra le pubblicazioni più significative ricordiamo: “Lussazioni d’acqua” (1977), “Tenere tenebre” (1984), e “Andando incontro addio” (1999). Nel 1996 alcuni testi tradotti da Yasuko Topomoto e Massimo Autogatto appaiono in Italia su Marsilio (“Sfregi d'acqua”). Nel 2006 la fondazione Myorenge pubblica due sue raccolte antologiche intitolate “Come Budda?” e “Haikuanto mi duole!”
(fonte biografica: http://neobar.splinder.com )
Amministratori:
Antonella Foderaro & NatĂ lia Castaldi
***
Collabora con le "lumache urlanti":
Abele Longo
***
Grafica & Template: natĂ lia castaldi
***
Partecipano:
MeretrixBaldraque
Lucifero
e tutti i nostri ospiti & commentatori.
***
per collaborare invia una mail a:
afoderaro@splinder.com
oppure:
nataliacastaldi@splinder.com
Carmen Consoli - Amore di plastica