sabato, 21 novembre 2009

Che sete - Cronaca di una giornata d'estate


 

E’ strano, sto qui disteso continuando ad ingoiare questo liquido dolciastro eppure la sete non mi passa.

Che belli quegli occhi azzurri circondati da magnifici capelli color oro. Sono strani occhi, spalancati e velati. Mi fissano.

Giornata dura, oggi. Mi sveglio con una gran sete ma, prima di scendere a bere, vado da Bimbo. Ha soli quattro anni e gioca sempre con me. Mi accarezza, mi abbraccia e subito dopo, inforcato il triciclo, per un pelo non mi schiaccia la coda. Al piano di sotto, le solite urla di Donna e Uomo. Poi, silenzio. Un silenzio un po’ strano, a pensarci. Uomo sale al piano di sopra facendo le scale a quattro a quattro, mi mette il guinzaglio e dice: “dai che usciamo”. Ottima idea, penso. Solo che prima mi piacerebbe bere un sorso d’acqua. In fondo è fine Luglio e fa molto caldo. Cerco di dirigermi verso la ciotola ma Uomo mi strattona e io, nonostante la sete, lo seguo in silenzio.

Percorro il vialetto davanti casa anticipando Uomo. So che, superata la palizzata, a destra, c’è una fontanella da cui posso bere. Spesso lo faccio. Però, Uomo mi strattona di nuovo e mi dice: “dove vai? stamattina si esce in auto”. Strano, è la prima volta che mi fanno uscire di mattina con l’automobile. Bah.

Monto nel bagagliaio della station vagon e partiamo. Ormai è quasi un quarto d’ora che giriamo e io ho sete e devo fare pipì. La faccio, in silenzio. Speriamo che nessuno se ne accorga.

Finalmente la macchina si ferma. Uomo mi fa scendere, vede la chiazza sulla moquette e mi dice stizzito: “lo vedi? è anche colpa tua!”. Sono mortificato, conosco quello sguardo e non preannuncia nulla di buono.

Mi lega ad un palo verde e vicino mi mette una manciata di crocchette che caccia dalla tasca.

Va via sgommando. Perché? Mannaggia! Lo sapevo che non dovevo fare la pipì in auto. Tanto, torna.

Che sete!

Sono trascorse alcune ore, e per ingannare il tempo ho guardato le macchine che passavano. Ho mangiato anche le crocchette che nel frattempo si erano ricoperte di formiche.

Non ce la faccio più. Il caldo è insopportabile, come le formiche che ora mi salgono addosso.

Basta, devo andar via! Tiro il guinzaglio, lo mordo, lo tiro ancora con forza finché non si spezza. Libero, finalmente!
Ora torno a casa! Ma dov’è casa? Oddio che angoscia! Che faccio?

Mi incammino in direzione contraria a quella del sole; forse di là è più fresco e trovo anche da bere. Niente acqua. Mangio un po’ d’erba sperando di dissetarmi, ma è giallina e amara. Riprendo il mio viaggio. Imbocco una strada più piccola, poi una più grande. Qui le automobili sfrecciano veloci. Qualcuna, quando si avvicina, suona forte il clacson, e io mi spavento.

Cavolo, dove vado adesso? Più cresce il panico, più vado veloce.

Che sete!

E’ quasi sera. Il sole che prima avevo alle spalle ora mi sta di fronte. E’ accecante. Non ho trovato neppure un sorso d’acqua. I polpastrelli mi fanno male. Quasi, quasi mi fermo. Dall’asfalto ancora rovente vedo salire delle strane forme trasparenti che ballano. Cosa sono?

Che sete!

Ho deciso: mi riposo un po’. Mentre mi guardo attorno per cercare un buon posto sotto un albero, al fresco, sento un rumore stridulo e fortissimo che si avvicina. Mi giro e un attimo dopo il tonfo mi ritrovo qui, disteso.

Non sento dolore, solo una gran sete. Sto ingoiando un liquido dolciastro che però non mi disseta.

La portiera dell’auto si apre. Esce un uomo che mi guarda e impreca. Corre verso la parte anteriore dell’auto e, visibilmente arrabbiato, dice: “porca miseria! sarà un danno da almeno 300 Euro”.

Intanto, da dietro il finestrino dell’auto scorgo una bambina bionda, un po’ più grande di Bimbo, con due occhi bellissimi, azzurri, appena velati.

L'uomo risale in macchina. La bambina mi fissa con orrore e pietà. Da quegli occhi ora scorrono copiose goccioline che le rigano le guance. Le stesse goccioline che uscirono dai miei occhi quando da piccolo mi resi conto che non avrei più visto la mamma e i fratellini.

Anche l’uomo e la bambina vanno via sgommando.

Una piccola farfalla si posa sul mio naso.

Non ho più sete.

Gatto Giacomino


giovedì, 19 novembre 2009

Anna Lamberti Bocconi: rosa del deserto

La rosa del deserto

Eliseo Oberti LE DONNE DEL DESERTO (2009)
Tecnica mista su tela 40x30
A un discepolo
 
In te rilassa la furia marina,
e chiudi gli occhi al sole lancinante;
prendi l’opaca linfa delle piante
e distillala in acqua cristallina.
Vola come una vespa sui colori
e fanne fresca aria: scindi l’arco-
baleno goccia a goccia sopra ai fiori.
Scaglia frecce sottili dal tuo arco.
E, associando a ogni gesto una parola,
mantieni un ritmo poderoso e lento,
come un rapace portato dal vento
spiana le grandi ali mentre vola.
Finché potrai sentire ciò che io sento:
che siamo scissi in una cosa sola.
 
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Le terre sono contente
quando i cieli squarciano il velo
frantumando le vetrate
di cattedrali e magazzini.
 
Ciascuna goccia non sente solitudine
ma tuffo, destino e lode
al cielo da cui tutte son nate.
 
Il canto della pioggia battente
bagna e nasconde animali e assassini.
 
Fuggite… L’acqua è niente…
 
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Vorrei ridere finché mi scoppiano le vene
così finalmente
mi si sala un po' la zucca.
 
Vorrei togliere tutti i semini dalla tua anguria,
maniacale,
per ammirare bene l'essenza
e poi la buccia mangiarla il maiale.
 
Vorrei vedere scagliare un giavellotto
alle Olimpiadi
che non finisse mai di atterrare
striando per sempre col nome di me il tuo cuore.
 
Vorrei che mi amassi senza i sassi molli
che sono i peggiori
perché non fanno né male né bene
ma intanto ammazzano.
 
 
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Anoressica
 
Io dico che hai deviato in nomine patris
e lancio la forchetta sull'abulia:
mania da assiderati, voglia di abbraccio
il getto del cucchiaio e del coltello
e tutte le altre cose da buttar via.
Tu vedo che lavori oscuri sensi
e succhi il labbro di nascosto al mondo
nello sprofondo delle quattro ossa
e pensi che non pensi come voli
e credi che non credi come suoli
e di solito voli ben più in alto
con gli aghi delle flebo nelle mani
dentro i flebili denti delle fami
sentendo solo oppio i quattro morsi.
 
 
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Primavera,
bicicletta dei pianeti,
ci rubi i colori degli occhi
poi vi spruzzi gocce di sale.
Ci costringi a una strada
di nomadismo opaco.
Ogni tuo giro, vinci
la resistenza dei foschi.
E' strano come si cada,
nell'equilibrio vitale:
come l'ostacolo centri
la gamba zoppa.
 
 
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Senza
 
Mi vortica un mulino nella mente
al vento di un pensiero non concluso;
la mazza di un tamburo fuori uso
rulla e percuote, e il suono non si sente.
Come non vedo ciò che guardo, neanche
riesco a desiderare ciò che voglio.
Disegno cento tratti sopra un foglio
che resta bianco, e le matite, stanche.
Così non so se seguire le ruote
che tracciano cammini d'incoerenza,
che sono mie, che sono grandi e vuote,
o cercare una via di conoscenza
che però non conosco, e che mi scuote
i nervi, perché so di essere SENZA.
 
 
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La carta di giornale sul bagnato,
la montatura degli occhiali rotta;
dentro al forno c'è un pane bruciato,
ma da ieri, oggi è duro e non scotta;
cicatrice: la mollica in crosta
trasformata con secco calore;
qualche cosa ogni giorno si sposta,
sempre più si allontana dal cuore.
Nella nebbia che impregna il mattino
sto raccolta, con l'anima fitta.
Chi lo sa se sarà un giorno bello.
E mi chiedo se esista il destino:
sì, una linea talmente diritta
che è riuscita a spezzare il righello.
 
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Non va dimenticato
che ognuno ha la sua testa
e alla sua testa offre,
giullare scellerato,
il tributo salato dell'errore
(per far ridere il re, che è senza cuore).
 
 
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Te ne vai imbandierata, amore,
con i tuoi veli, il tuo orgoglio
che in un secondo cede in cielo e lenzuolo.
 
Te ne vai tripudiata d'amore
ogni treno che corre lo sa
e zufola il tuo nome per le mie finestre.
 
Ne vai con così tanto amore
che quasi ci sembra giusto,
come i bambini folli alla fine del parco.
 
La messa discute l'amore del non credente
mentre l'ostia appuntata sulla freccia
in volo parabolico crea le comete.
 
Saranno queste le eterne mete d'amore?
Sarà la luce violata che per offesa fa notte e alba?
O il ballo profumato delle tue anche?
 
Tu vai come chi muove l'amore
e nello stesso tempo si veste,
in modo che la sua traccia resti nel cuore.
 
Tu vai verso il tuo amore da bersaglio
dove lo sbaglio - un niente che rimedia -
è luna rossa che si mette a oriente.
 
 
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Soffiarono gli dei la solitudine
fuori dal mare: vennero le sabbie
lunghe distese, crebbero le spiagge -
così gli inverni ebbero vertigine.

Se passi dove il mare si allontana,
l'alfa e l'omega ti vorrei lasciare;
vorrei che ti potessero bastare
inizio e fine di persona strana,

e che in mezzo ci fosse ciò che resta,
che si mettesse amore nello sguardo
senza temere troppo dell'azzardo
di portare la vita nella festa.

Vorrei che si potessero fermare
gli occhi su me di chi mi vede belle
quelle tante formicole di stelle
che mi ha stampato dentro gli occhi il mare.

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Sull’asse cartesiano tra amore e fine
si dipanò l’estate in un colpo solo
si piantò come un chiodo d’argento fino.
 
Io che stavo guardando l’acqua salata
che schioccava potente vicino al molo
a mio modo risposi di sì al destino.
 
Si alzò un’onda che tolse le forze al mondo.
Del momento fatale che tutto cede
risuonò sopra il mare l’eco assassino.
 
Il mio cuore spaccato da un punteruolo
diede sassi che caddero dritti al fondo,
poi l’amore si chiuse dentro un fortino.
 
Stavo male di fede persa e di patimento.
Se alle nozze mutarono l’acqua in vino
la mia sete non vide nessun prodigio.
 
Scese un settembre bello come la morte
sul legno levigato del biancospino;
e graziò questa storia con piombo vivo.
 
 
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Devi chiamarmi sempre
con la mitraglia a salve del telefono,
coi numeri fra le dita. Bisogna
che tu mi cerchi sempre
quando lavori e quando torni a casa
senza l’errore di pensarci sopra.
Sono la terra invasa
e come tale devi camminare
in lungo e in largo sulle mie campagne.
Fammi l’appello mentre
la superstrada corre lungo i prati
non ti chiedere mai dove mi trovo
tu, solo di’ il mio nome
sono presente in modo necessario;
mi comandò una nascita lontana
devi commemorarla
interrogami pure, sento il sangue
versato in tanti anni di miseria
butta il cappello in aria
fa’ luce nella notte degli schiavi
coi fari della macchina e con gli occhi.
 
 
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L'amore è rosa del deserto, più si
spacca e più genera pietre nuove.
Dei petali di selce gli occhi chiusi
sentono solo i tagli, che si muove
qualcosa di violento addosso a loro
di sasso, che li sfregia come spilli
e continua a gettare dei lapilli
come corna in frantumi, ghiaccio, toro.
 
 
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Alcune cose reputo piacenti
in questa vita che non mi dà pace:
bere del vino bianco col panino;
avere dei gattini certosini;
guardare una persona come tutti
sulla sedia a rotelle mentre ride;
andare al ristorante “Piero e Pia”
quando qualcuno mi viene a trovare.
Di tutte queste cose si materia
la mia incredibile solitudine.
 
 
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Com'è facile essere soli
com'è difficile essere soli sempre
com'è comune essere soli dopo i 40 anni
com'è comune non esserlo
com'è unico l'amore da ragazzi, com'è conturbante
com'è difficile e comune l'amore giovane
com'è banale chiamare amore quello da grandi
se per decenni hai creduto amore quello da giovani
come la primavera e la morte ti distruggeranno l'amore
come ne getteranno le fondamenta
la primavera inseguirà l'inverno
e l'inverno la primavera
si ricorderanno
si rincorreranno
come sarà eterno l'amore a nessuna età
tuffato nella solitudine
tuffato nella morte sua antagonista
Orfeo guarderà sempre avanti
Euridice sempre indietro
com'è difficile sostenere il decreto
e leggere il cognome della vita!
 
 
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Povera la mia mente gialla e viola
con il suo carotaggio in primavera
quando la terra-ghiaccio malrisponde
la porta in faccia dalle coccinelle
 
povera mente mia schiava e ribelle
insalivata e invelenita ognora
il ragno che si perde sulla tela
che smarrimento con tutto quel sole
 
la mia povera mente serva e imbelle
inetta a far cadere le muraglie
tanto quanto ad erigerle, con mosche
ballerine di valzer nella luce
 
mia mente rovinata in meraviglie
pallida e assorta come un meriggiare,
quel buco nella terra arroventata
difficile da amare e da lasciare...
 
 
                                         Anna Lamberti Bocconi
martedì, 17 novembre 2009

Cicerone3: La maldicenza



 

Vorrei sottoporvi un argomento di cui paradossalmente pochissimo si parla, ma di cui quotidianamente la stragrande maggioranza delle persone consapevolmente o meno fa uso, condannando senza appello, giudicando senza riflettere. L’argomento è la Maldicenza. La vittima della diceria malevola è un soggetto privato di qualsiasi diritto, anche della più elementare autodifesa, essa diviene oggetto della lingua degli altri che censurano senza sapere e sentenziano senza conoscere, chi dice e chi ascolta sacralizza la detrazione come assoluta verità, il dubbio deve essere spazzato via, ma in realtà lo stesso dubbio è, in qualche modo, un cedimento al pettegolezzo. Se ci si pensa bene, la peculiarità malefica della maldicenza viene, spesso, utilizzata dal potere dei mass-media per orientare l’opinione pubblica.

Ad esempio qual è l’immagine degli stranieri che viene fuori attraverso i nostri mezzi d’informazione? I rumeni stupratori e rapinatori, i rom topi d’appartamento e rapitori di bambini, gli islamici terroristi e nemici culturali, i senegalesi e simili vu cumprà e spacciatori, le minoranze sessuali non sfuggono ai pregiudizi: gli omosessuali sono in genere adescatori e i trans dediti alla prostituzione, per non parlare dei siciliani che sono mafiosi. In tempi di gravi crisi economiche e sociali, dove la disoccupazione dilaga, il collante comunitario viene meno e cresce la paura e la disperazione. Il potere politico non assume mai su di se la responsabilità delle crisi sociali, ma indica all’opinione pubblica l’altro, il diverso, che non ha il potere di farsi ascoltare, come la causa di tutti i mali comuni. In fondo il capro espiatorio riveste tale funzione, sgravare gli individui e la società dalle proprie colpe. Il guaio è che il capro espiatorio, di solito, non è un Cristo, non sceglie di assumere su di sé colpe universali per redimerle. Esso, di conseguenza, è doppiamente violentato: primo in quanto accusato di colpe che non ha commesso secondo perché costretto al sacrificio.

Il capro espiatorio è in fondo un soggetto su cui è inizialmente praticata la maldicenza, che si trasforma in calunnia e quindi in colpa. La denigrazione è un vizio tipicamente umano cui è difficile sfuggire.

Perché gli individui non si sottraggono alla diffamazione, ma anzi contribuiscono ad alimentarla?

 È in dubbio che le persone amano raccontare e ascoltare, quando l’argomento del discorso, condito da un pizzico di pettegolezzo, è un soggetto conosciuto, il tema diviene piacevolmente interessante. Nel parlare, il riferire qualcosa di qualcuno, provoca nei protagonisti un perverso godimento, dissimulato da una finta indignazione e da giudizi gratuiti di condanna. Qualsiasi visione positiva sulla persona, edificata lentamente dalla conoscenza e dalla frequentazione, è improvvisamente azzerata. Rimane in piede solo la calunnia.  “…sul giornale cittadino c’era la notizia degli avvenimenti della notte: Libotz, padre e figlio, ubriachi, rissa con la polizia e così via. Il figlio non poteva rettificare la notizia affermando che solo il padre era ubriaco, giacché sarebbe stato accusarlo.”. L’oste l’unico “amico” rimastogli, rimprovererà, Libotz figlio, di essersi ubriacato e nonostante Libots respingesse sdegnosamente l’addebito, l’amico pareva non ascoltarlo e ripete la calunnia, poiché “l’oste apparteneva a quel genere di persone che non si fanno correggere e nemmeno possono ricevere un’informazione in più se son già di parere diverso[i]. Anche gli amici più intimi non si curano di sapere la verità, poiché essi non vogliono rinunciare a quel piacere orgasmico offerto dalla diffamazione. Solo l’amicizia dei buoni resiste alla calunnia, come diceva Aristotele, ma lo stagirita precisava che questo tipo di amicizia è assai raro.

Tommaso D’Aquino nella Summa Teologica poneva la maldicenza come peccato mortale.

È fuori  da qualsiasi dubbio che la vittima della diceria subisce un danno irreparabile, la maldicenza è come un pugno di farina gettato al vento.

Si noti come l’infamia del pettegolezzo colpisce, non solo la vittima, ma anche chi racconta e chi ascolta, questi ultimi si comportano non dissimilmente dagli untori: distruttori della vita altrui.

 

Perché la maldicenza riscuote tanto successo?

 

 

Una prima risposta a questa intrigante domanda può dipendere da un improvviso rimescolamento di rapporti di potere tra chi ascolta e/o pronunzia la calunnia e la vittima. È chiaro che il soggetto passivo della detrazione si trovi, improvvisamente, in uno stato d’inferiorità psicologica e sociale di fronte a chi sa o crede di sapere. Ognuno di noi, nessun escluso, è affetto da debolezze, e neppure l’individuo più masochista, le scoprirebbe pubblicamente. Quasi tutti noi siamo pronti a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro, senza accorgerci della trave che sta nel nostro. Nello stesso tempo, il maldicente nell’amplificare, distorcere, falsificare e ingigantire le debolezze degli altri tende a minimizzare, giustificare e rendere accettabili alla sua coscienza i propri sensi di colpa. È l’altro il malvagio, le mie debolezze a confronto sono dei capricci infantili, così ragiona il detrattore. Si opera una sorta di ribaltamento della realtà: la trave nel mio occhio è ridotta a pagliuzza e la pagliuzza dell’altro magicamente si trasforma in trave.

È possibile sfuggire alla maldicenza?

No, poiché la maldicenza mi appare come un virus genetico di cui è affetta l’umanità, una sorta di peccato originale, la cui natura pare abbia reso gli uomini atti ad aggredirsi l’un l’altro, come affermava il buon Hobbes.

A una più attenta riflessione, il virus genetico mi sembra di natura sociale; in effetti, nei bambini, che sono il paradigma tra ciò che è per natura e quello che è sociale, non s’incontra la maldicenza nelle stesse forme degli adulti, come negli stessi non vi è un vero e proprio pregiudizio razziale. Non cedere alla detrazione è quindi possibile a condizione che l’individuo si riprogrammi e si rieduchi. Riprogrammarsi significa accettare la fatica della riflessione come habitus e abbandonare la comoda scorciatoia del pregiudizio, che ci fornisce “verità” preconfezionate senza sforzo. Rieducarsi significa sviluppare il senso critico e rifuggire da giudizi affrettati e gratuiti, esprimendosi dopo un ponderato e accurato esame.

Come si può concretamente evitare il pettegolezzo?

Propongo due soluzioni:

  1. Ricorrere all’afasia
  2. Neutralizzare la maldicenza con l’atarassia.

La prima soluzione presenta un piccolo neo, poiché la semplice sospensione del giudizio è in qualche modo un leggero cedimento al pettegolezzo.

La seconda soluzione mi pare più efficace, anche se più difficile da attuare.

 
 Cicerone 3



[i] August Strindberg, Il capro espiatorio

lunedì, 16 novembre 2009

La nascita

Melo Klimt
Una domenica al seguito di vecchi ricordi e personaggi appena nati, ma già tanto vecchi da non aver avuto diritto ad una esistenza letteraria. Fogli sparsi in cento pile diverse, ognuna con il suo nome niente affatto coincidente con quanto è scritto nei testi che raccoglie.
La voglia di creare una nuova comunità di pensieri lo spinge a cercare una ragione. Eppure niente è meno razionale di una creazione, un istinto che si abbatte sui progetti e sconquassa qualunque codice. E’ il senso di vuoto che echeggia l’urlo di tutti quegli uomini e quelle donne sepolte nell’impossibilità. Deve rispondere a quel richiamo.
Non ha importanza quanto essi potranno ritrovarsi. Deve esumarli. La vicenda è già suddivisa in venti parti, dieci principali e dieci secondarie. Esistono due eventi fuori dalla linea della narrazione. Quattro sono gli episodi paralleli. Le storie che corrono parallele sono almeno tre. Il dialogo scandisce la prima, la narrazione la seconda, l’epistolario l’ultima. I soggetti sono attuali. La trama è antica. Si ripete ancora, ma non è nuova. E’ tutto reale eppure non palpabile. Bisogna credere alle parole anche quando disegnano sfumature indecifrabili.
Lascia che dicano perché raccontarli sarebbe impresa vana. Conosce ogni dettaglio della loro vita, ma ne concederà brevi frammenti a chi legge. Il vuoto è assai più necessario del pieno.
Serve un inizio. La fine verrà. Il corpo centrale ha bisogno di un calendario ridotto.
Pochi giorni e tutti si avvieranno verso le ultime pagine. Assiste alla nascita. Tutto è pronto.
Lui è l’unico a non esserlo giacché deve ancora vivere quello che scriverà. Tutti attendono che lui scriva. Conosce gli odori, i rumori. Inventa gli amori e la fine di ogni azione.
Eppure è la nascita che invoca il suo nome. Sarà un titolo.
 
                                                      Pasquale Esposito
 
sabato, 14 novembre 2009

Abele Longo: piste fuori strada

portrait_of_george_dyer_riding_a_bicycle_1966

 
 
Nino e Federico
 
Immagino una pacca o una carezza
dopo aver inseguito insieme delle note.
Un’intesa che a Nino
non riuscì nemmeno con Luchino
ma che con Federico accanto
diventava un’alchimia quanto
quella che unisce il cielo al mare,
le dita allo strumento, le foglie al vento.
 
 
Settime

Successioni di accordi 
di dissonanze, flutti
che s’infrangono contro
come nidi di corde
e sassi nelle tasche.
Un tempo pedalava
l’organo alle funzioni.
 
Solo quel tempo quiete
dalle tasche bucate
provoca la scintilla,
martelletti di fuoco 
di note che improvviso
divampa sulla coda
nera del pianoforte.
 
 
Ninna nanna in fondo al mare
 
Ninna nanna in fondo al mare
il bimbo non sa nuotare
non l’ha visto la marina
la finanza era in cucina
un maiale in mongolfiera
lo saluta e buona sera
hanno chiuso i loro occhietti
nei nidi gli uccelletti
Ninna nanna in fondo al mare
il bimbo prova a pregare
il dio delle sue parti
non raccoglie fiorellini
va in giro per i prati
adesca tutti i bambini
anche gli angeli e la mamma
prega bimbo fai la nanna
Acqua santa che ti bagna
quale santo ti accompagna
bolli bolli pentolino
pappati questo piccino
lo rimescola la notte
e nessuno se ne fotte
la paura fa bubù
e il bimbo non c'è più.
 
 
Stormy Weather
 
Un temporale si abbatte
mentre sono in bicicletta
vuota la mente
sfiora a filo d’erba
 
vermi che si torcono
nella terra nuda
maciullati dall’insania
di piste fuori strada
 
belati di pecore
coprono lo schianto
a casa mia figlia
chiederà una storia
 
nella penombra
della sua stanza
ogni goccia distilla
l’inverno che cade.
 
 
Muri a secco
 
Si condensa
nei confini netti
di una terra
arida di zolle
la notte,
 
coi solchi chiusi
alle falesie,
dove il mare
fa da ponte
all’universo.
 
 
Poeti
 
Vi vedo in foto libri fuori stampa
uomini con barbe nere occhio brillo
donne scintillio di passioni fresche.
Allora conoscevo appena il nome
tutto sembrava succedere altrove,
mentre voi uno ad uno morivate
giovani come polipi sbattuti
sulle rocce di Badisco, sbranati
dalla vertigine di un altro volo.
Avrei voluto vedervi invecchiare
allegramente preparare il viaggio
a Leuca con cappelli a larghe falde,
vi leggo invece nelle ore tarde
scandaglio di questa striscia di terra.
 
 
Il re della pizzica
 
Furono donne tenere a inventare
le tarante sull’aia intorpidite
e come cardi duri a sanguinare
accordi di tabacco sui telai.
 
Le vuole tutte sullo stesso palco
un re con la valigia di cartone,
padre di figli ossuti e silenziosi
che singhiozza il suo canto alle ranocchie.
 
Mare di grano che pieghi la schiena
al giallo luccicante dei sonagli,
anche le ranocchie gli fanno il verso
quando scioglie al sole sudore e pianto.
 
Mare di tufo dai denti di squalo
dei venti che regolano la pesca,
non burlarti più del re della pizzica
che s’inventa cicala e muore spigola.
 
 
Le cose di una vita
 
Una striscia di case sul mare
un branco di cani
l’inverno dei tossici randagi.
 
La tenga bene signora è morta
qui mia madre sola di crepacuore.
 
Fu un rumore in cucina a svegliarla,
i cani che guaivano.
 
Una delle due consolò l’altra.
 
Conosce la rotta del vento
la polvere che sfida
le cose di una vita.
 
 
                                                               Abele Longo
postato da: AFoderaro alle ore 00:14 | link | commenti (12)
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giovedì, 12 novembre 2009

Esercizio filosofico: la virtĂą della sinceritĂ  (tra pubblico e privato)

Qui di seguito le riflessioni dei nostri commentatori sul seguente  post: Rileggendole in questa nuova “posizione” - che spero dia a tutti la luce meritata - concorderete con me che hanno realizzato un vero e proprio esercizio filosofico.
Partendo, infatti, da una breve riflessione proposta dal Prof. Zampieri sulla sincerità vissuta sia sul piano pubblico che privato e che, come ben ricorderete, scaturiva da un fatto di cronaca qui volutamente non citato, gli intervenuti hanno diversamente sviluppato ed in alcuni caso sviscerato la tematica proposta con appassionata partecipazione e (come nel commento finale) con un pizzico di amara ironia.
Nel riproporli ne ho modificato parzialmente l’impostazione (per fedeltà ai contenuti potete fare riferimento agli originali in calce al post nello spazio predisposto ai “commenti”) al fine di permettere a qualunque lettore di confrontarsi con le affermazioni di tutti senza rimanere impigliato nel “botta e risposta” (che in alcuni casi è diretto e personale) e poter così liberamente riflettere e trarre le proprie conclusioni.
Grazie a tutti per questa esperienza che contraddice il luogo comune secondo il quale la “rete” ed il “virtuale” non sono spazi “reali” di confronto, relazione e crescita.
                                                              Antonella Foderaro
 
016HenriMatisseDance
 
Ritengo che non sia obbligatorio essere pubblicamente quello che siamo nei nostri fatti privati, nel senso che non è necessario ostentare quello che si è. Così come credo che sia la gente – il contesto – ad obbligare le persone a mostrarsi diverse da come sono, per la naturale tendenza di tutti a chiedere agli altri particolari della vita privata per permettere loro di essere quello che vogliono essere.
La sincerità e l’accettazione di sé non corrispondono necessariamente al “vomitare” se stessi sugli altri.
Mi spiego meglio: mettiamo che il signor X faccia l’avvocato e che sia bravissimo a farlo, ma che, per vivere, debba lavorare per uno studio di avvocati e mettiamo anche che il signor X abbia una vita sessuale disordinata ed alcuni vizi privati che non è obbligato a rendere pubblici, qualcuno potrà biasimare il signor X se mente sulla sua vita privata per non essere licenziato, visto che i suoi datori di lavoro gli chiedono di mostrare pubblicamente una facciata irreprensibile?
Riportando ciò sul piano politico, secondo me gli elettori (che sono i datori di lavoro del politico) non possono biasimare un bravo ed appassionato politico che mente per poter fare il suo lavoro, visto che gli chiedono cose che con la politica non hanno nulla a che vedere.
Altro caso è quello di chi, pessimo avvocato (o medico o politico), riesce ad ottenere un posto solo attraverso la costruzione di un’immagine falsa.
Credo che oggi sia questo il problema che la politica italiana sta affrontando e, comunque, mi chiedo se anche questa non sia responsabilità dei “datori di lavoro”, cioè di chi non è capace di apprezzare la preparazione e la competenza e guarda soltanto i fatti privati.             
                                                          Patricia Panebianco
 
Credo che tutti noi abbiamo il dovere dell’onestà. E’ un dovere che abbiamo prima di tutto con noi stessi, poi con le persone che amiamo.
Un personaggio pubblico deve essere trasparente.
Non ne faccio una questione di moralità, non m’interessa, ma ho il diritto di pretendere che chi fa politica non sia ricattabile perché, inevitabilmente, chi si trova in questa situazione subisce condizionamenti, i più disparati.
Non si tratta, però solo di politici, parlo di chi dice tutto il male possibile delle coppie di fatto, forte di una famiglia "benedetta", ma "disastrata". Non è mica facile essere onesti. E’ una grande fatica per tutti. C’è chi ci prova, c’è chi cade … ammettere, ammettere che siamo deboli, è già gran prova di onestà.
                                                   Stefania Crozzoletti
                                                                            
La sincerità? Ho conosciuto tante persone usare questa parola come una veste per vendere con successo merce avariata, ma anche buona. Più che di virtù perduta parlerei di virtù estinta, ma ci si arricchisce molto con le riproduzioni e i falsi d’autore.
                                                       Vittoria *Anonima*
                      
In linea generale sono d’accordo con quanto affermato dall’autore, perché la virtù dovrebbe sempre accompagnarsi all’impegno politico. Ma c’è anche una tradizione che scinde etica e politica e che afferma che il politico, per fare il suo mestiere, non deve essere integerrimo ma capace di fare delle cose giuste in un mondo tutto sbagliato.
Io ritengo che una persona che fa del sesso a pagamento non possa essere un buon politico. Non è una questione etica, a me non interessa, ma la “doppia” vita per quanto possa essere uno sfogo e per quanto frequentare sordidi ambienti possa avere anche una specie di fascino letterario, non sia addice a uomo pubblico.
Quest’ultimo ha una privacy ridotta.
So bene che sono tanti i politici e gli uomini pubblici che hanno una doppia vita senza che nessuno lo sappia … per questo il potere è qualcosa di orrendo.
Sincerità, onestà, limpidezza, sono virtù faticose, ma almeno le si guardi come ad un “dover essere” …
                                                        Giuseppe Barreca
 
“Le umane virtù” – Io parto sempre dal titolo perché penso sia la sintesi di una riflessione: “La nostra virtù perduta”.
Dividere la vita di un uomo in vizi e virtù sarebbe noioso e semplicistico per cui trascurerò quest’aspetto … quando divenne pubblica la storia delle macchine (escort) rimasi stupito non del fatto che un uomo ricco e potente andasse a letto con donne “disponibili”, ma dello scenario che si era costruito intorno a questa faccenda. Ora la cosa si ripete. I temi che emergono (e s’intrecciano) sono talmente tanti e vari (politici, etici, morali, religiosi, economici etc..) che in questo commento è impossibile affrontarli in modo approfondito, quindi cercherò di essere sintetico (come sempre).
Le considerazioni più “gettonate” sono:
1° un uomo politico deve saper amministrare bene la cosa pubblica quindi la sua vita privata non condiziona il suo operato ed il conseguente giudizio nei suoi confronti;
2° un uomo politico deve/non deve essere rispettato nella sua privacy;
3° un uomo politico deve avere una vita privata moralmente ineccepibile;
4° un uomo politico deve essere d’esempio a tutti i cittadini;
5° un uomo politico deve essere trasparente ed onesto
6° un uomo politico deve
La domanda che nasce spontanea è questa: davvero noi tutti crediamo che il moderno uomo politico (ed anche qualcuno del passato) possa esprimere le migliori virtù umane?
Ce ne illudiamo perché l’illusione culla molto di più della realtà.
Cos’è un politico? Un uomo o un’idea di uomo?
I meccanismi della politica sono chiari a tutti quindi è inutile stupirsi di qualcosa che sappiamo già. Tuttavia la riflessione ci richiama alla virtù perduta.
Faccio fatica a pensare ad una virtù perduta perché personalmente detesto le giustificazioni (anche se a volte sono un buon antidolorifico) e non mi piacciono le divisioni radicali. Quale virtù abbiamo perso veramente? Quella di credere in qualcosa che l’uomo fa fatica ad accettare (cioè di credere in valori che contrastano fortemente con l’essere dell’uomo) o quella di credere nel politico risolutore, messaggero di grandi ideali?
Mi viene in mente un famoso discorso di Robert Kennedy nel quale egli citò Eschilo: “Anche mentre dormiamo, il dolore che non riesce a dimenticare cade goccia a goccia sul nostro cuore fino a quando, pur nella nostra disperazione e persino contro la nostra volontà, la saggezza prevale attraverso la grazia di Dio”. La saggezza dell’uomo è anche la sua perdizione. Noi aspiriamo ad essere uomini, ma la nostra indole ci tira sempre per la giacchetta. I nostri tentativi sono encomiabili perché nonostante le carenze (verso un ideale di sicuro valore) lottiamo contro il nostro stesso essere – nel –mondo.
La virtù non è perduta perché è convivente con il vizio.
L’onestà si esprime con l’accettare le nostre debolezze e la consapevolezza che il potere è il soggiorno più comodo dell’uomo. Non è la virtù ad essersene andata, ma l’informazione che ci richiama alla dimenticanza. Quello che pensiamo aver perduto è solo un trucco dell’uomo moderno che maschera la sua inettitudine con morali mai gradite. Se vogliamo che le cose cambino dobbiamo impegnarci su due aspetti: sull’uomo e sulla gestione del potere.
Il potere è un miele pericoloso ma noi api lavoriamo operosamente per la sua produzione e regolamentazione.
Chi detiene un potere deve sapere che ciò che gli è dato è solo una concessione temporanea, uno strumento, un essere – per – la comunità (e non un essere-per-se stesso) al servizio del cittadino-uomo e non dell’uomo e basta.
Lavorare sull’uomo è molto più complicato, siamo un essere in costruzione con teorie e dottrine di grande spessore, ma con un agire pratico di facile squallore.
Per concludere ritorno sulla mia affermazione iniziale relativa allo “scenario” in cui tutto ciò ha avuto “luogo” e che avevo detto avermi stupito: penso che la figura del leader pubblicizzata a più non posso negli ultimi tempi sia la cosa più deleteria della politica. Un leader deve coordinare una rappresentanza (scelta dal popolo) e se dovesse commettere un errore, senza fare drammi si sostituisce con un altro membro della stessa rappresentanza.
Perché logiche misere devono stravolgere un pensiero così nobile come la politica? L’ipocrisia non risiede nell’errore umano, ma nell’esaltazione della figura del salvatore o dello sceriffo. L’uomo politico è la punta di una penna e noi, come l’inchiostro, ne regoliamo l’azione. Il politico non è il figlio di un dio venuto su questa terra per salvare le pecorelle smarrite, anche lui fa parte del gregge. Come scrisse Heidegger: “l’uomo è il pastore dell’essere”, dunque l’uomo deve cercare la strada smarrita dell’essere e non soffermarsi sulle sue amenità. Partendo dal suo essere - nel – mondo deve percorrere la retta via (sicuramente piena di ostacoli e di continue contraddizioni), ma con il suo carico d’iniquità deve viagiare verso nuovi lidi dove conciliare il suo lato oscuro (uomo/potere) con la sua forza inespressa (l’essere).
Se il politico moderno, sintesi dei mali dell’uomo, mi delude, l’Eschilo del passato mi rincuora perché questo significa che una speranza ancora alberga in questo piccolo pastore.
                                                   Francesco Colia 
 
I nostri politici ci rappresentano perché noi stessi li abbiamo eletti. E’ inutile accanirsi sul loro mal costume quando padri di famiglia violentano i propri figli o vanno con prostitute minorenni e le stesse madri mandano le proprie figlie a farlo … da dove cominciare a cambiare? Da ognuno di noi che ha comunque in un modo o nell’altro preso e continua a prendere parte alla condizione di questa società.
                                                   Marinella Morati
 
Perché il politico o anche il cittadino privato che ha una doppia vita fatta di eventi scabrosi non è sincero? La sincerità è la virtù più difficile e, credo, non solo perché richiede coerenza ma, a mio parere, soprattutto perché esige un esame su se stessi. Per essere sinceri con gli altri occorre esserlo prima di tutto con se stessi. Più la nostra colpa è vergognosa più questo non avviene. E' rarissima la disposizione d'animo capace di veder il peggio di sé e mostrarlo agli altri. I più non sono in grado neanche di ammetterlo a se stessi. Forse tutti, chi in massima chi in minima parte, siamo insinceri riguardo a noi stessi. Forse è veramente trasparente solo chi non niente o poco di cui doversi vergognare. Forse, anche se potrà sembrare banale, la saggezza (anche quella politica) sta nel ricordarsi di avere responsabilità in modo da stare lontani dagli eccessi e non avere nulla di grave di cui vergognarsi.                                                             
                                                   Donatella Quattrone           
 
Nell’affermazione che la vita privata degli altri appartiene di diritto al giudizio di noi tutti e nel rappresentare il noi tutti come un monolite o un gregge ordinato io non mi riconosco assolutamente. Affermare di essere sconcertato di fronte all'immoralità privata cosa significa? Che cosa è l’immoralità? Che cosa è morale? su quali basi si stabilisce ciò che è morale? in base all’educazione cattolica, all’ educazione liberal-borghese, a quella proletaria, a quella delle favelas o quella della propria esperienza personale? Il grande Spinoza affermava che l’immoralità in natura non esiste e che essa è semplicemente una convenzione sociale e aggiungerei una convenzione sociale confacente agli interessi delle classi dominanti. Si parla poi di coerenza di tutti noi tra quello che noi intimamente sentiamo di essere e la nostra vita pubblica. Certo questa coerenza sarebbe possibile se vivessimo in una società che considerasse la diversità come normalità, in cui l’eros potrebbe esprimersi in tutte le sue sfaccettature, in cui nessuno giudicasse l’intimità naturale dell’altro. In realtà viviamo in una società sessuofobica, repressiva, formalista in cui l’individuo non è una persona in carne ed ossa, ma un concetto omologato e omologabile dove la diversità è vista come un attacco al sistema. Come fa un ragazzino che si scopre omosessuale a esprimere pubblicamente la propria intimità? la cosa meno grave e più tenera che gli possa capitare è di essere deriso e sbeffeggiato dai suoi stessi coetanei. Tutti noi, nessuno escluso, in qualche modo viviamo la dicotomia tra il pubblico e il privato. Affermare poi che non è il fatto in sé che va riprovato (questo lo lasciamo fare ai bigotti) ma soffermandosi in seguito proprio su di esso e sottolineando che esso significhi vivere un’inconfessabile vita notturna di marginalità, di sesso estremo, di esagerazioni, non è contraddittorio? Si continua con la nostalgia di quella virtù che un tempo s’insegnava negli oratori … io ho passato la mia infanzia e adolescenza all’oratorio, sapeste che razza di virtù ho imparato … sorvoliamo … Senza questa famigerata virtù della sincerità noi saremmo costretti a vivere la dissociazione e l'incoerenza, la follia e la disperazione, forse non ci siamo accorti che tutti siamo già dissociati, incoerenti, folli e disperati.
                                                                  Cicerone 3
 
Proprio perché mi dedico al colloquio con gli altri so (per esperienza e non per teoria) quanta sofferenza noi tutti viviamo, quanta difficoltà incontriamo sulla strada della nostra identità, quanti pregiudizi, quante battaglie, ognuno di noi deve vincere e non mi sfugge certamente che la morale non è un valore assoluto, ma un percorso, una scelta.
Ciò che invece può sfuggire e che questo percorso non si fa da soli, che non siamo isole nell’oceano, che non siamo monoliti, monadi, cristalli e che non vale dunque il ragionamento che sostiene – argomento per altro molto in voga ai nostri tempi – che in fondo ognuno dovrebbe poter fare ciò che crede senza che gli altri lo debbano giudicare.
Questa che pare un’affermazione di libertà è invece la prima trappola in cui si cade quando la libertà cerchiamo di viverla proprio perché deriva dal precedente principio, quello stesso per cui ci illudiamo di essere soggetti isolati, autosufficienti e non ci rendiamo conto di essere invece le nostre relazioni, di essere “animali razionali dipendenti” e che alla luce di tutto questo dovremmo ripensare molte delle nostre scelte.
Ci apparirebbe allora che il nostro piacere può essere dolore, sofferenza, umiliazione altrui e che la nostra libertà è condivisa. Infine potremmo scoprire che la virtù che oggi manca e proprio quella che ci impedirebbe di nasconderci a noi stessi prima che agli altri: la sincerità. Guardarsi negli occhi, trovare il senso di un dialogo.
                                                             Stefano Zampieri
 
 
Quando ero ragazzino, reduce da grave anemia, mi dicevano che non potevo far nulla, che ero debole di Costituzione: non mi restavano che le fialette. Ma non si trattava di quella Costituzione nominata un giorno si ed uno no da chicchessia. Era la Mia costituzione. A 18 anni mio padre, buonanima, ci ha lasciato in eredità una escort. Era vecchiotta e non voleva saperne a tirarci su in nessun modo … ma le Ford lo sappiamo, a quei tempi erano dei veri carrettoni.... Ora tutti ad incazzarsi sulle escort e sulla costituzione tradita e vilipesa: ne so qualcosa anch'io, che le ho vissute male sin da giovane. E per questo, mi chiedo, uomo della strada quale sono: se andassi a Trans? Potrebbe diventare un'esperienza poetica ("Via del campo" è nata proprio così) o semplicemente deprimente. Molto dipende da come hai vissuto da piccolo e da cosa metti in gioco nella tua esistenza. In fondo la vita "è solo uno stato d'animo". 
                                                              *Anonimo* 
martedì, 10 novembre 2009

CaducitĂ  - Braille

 
 

 

La cosa più strana di un essere umano è la sua esistenza H. Kudszus

 

Non riesco ad immaginare una vita senza domande di senso eppure mi accorgo che la maggior parte delle persone non se ne pone e prosegue beatamente la propria esistenza nella più supina ignoranza.

Chi sono, da dove vengo, che senso ha la mia vita?

Non c’è tempo per porsi simili interrogativi e seppure lo si avesse è meglio impiegarlo in qualcosa che dia risposte chiare e soddisfacenti, piuttosto che mettere in crisi la nostra ormai consolidata prospettiva esistenziale. L’uomo moderno è l’alpinista dei desideri, la sua unica domanda è la felicità e non accetta risposte che possano minimamente far vacillare l’equilibrio illusorio delle proprie sicurezze. Ma cosa sia questa tanto vagheggiata felicità è difficile definirlo in maniera univoca, forse sarebbe più saggio parlare di una ricerca o di un anelito costante verso ciò che riteniamo essere la nostra perfezione, la pienezza del nostro essere.

Come ci si può illudere oggi che la felicità consista in un benessere puramente materiale, che ci garantisca stabilità e sicurezza, quando tutto intorno a noi è evidentemente soggetto alla caducità?

Noi stessi siamo effimeri, destinati naturalmente alla morte, una breve parentesi temporale che rischia di passare totalmente inosservata. Ecco allora che abbiamo bisogno di continue dimostrazioni di riconoscimento ed amore, per poter mantenere sempre accesa in noi quell’aspirazione all’eternità di cui siamo inconsapevolmente imbastiti.

In verità la cosa più “strana” di un essere umano non è la propria fine, inevitabile, quanto la propria esistenza e la meraviglia che da sempre l’accompagna. Come si può rimanere sordi al generoso canto della vita? Come ignorarne l’unicità e la bellezza? Come atrofizzare il proprio sguardo nel torpore dell’indifferenza?

Se l’esistenza non è considerata nel suo mistero allora nessuna relazione interpersonale sarà autentica, ma solo il vano tentativo di sfamare uno stomaco che non conosce sazietà.

Nella brevità della vita è nascosto il segreto della sua bellezza, nella dedizione quello dell’amore e per quante parole si possano inventare ed usare per spiegare quanto abbia valore la persona, nulla sarà più eloquente dell’esemplarità del silenzio.

Forse è questo il tempo per fermarci sulla soglia della nostra finitezza e contemplare la notte che ci aspetta e sorridere e cantare quel raggio di sole che ancora ci scalda.

Antonella Foderaro

 


Braille

Da punto a punto ho sempre visto sabbia

che cade e giri la clessidra e torna

con l’ombra di un granello su un granello

fissa in un’eco infissa dentro un’eco



Oggi che ho gli occhi spenti e sento il vuoto

del tempo che rivendica il suo buio

mi so che è vita quando in eco d’ombra

risuona cosa a nome punto a punto
 

Patricia Panebianco

domenica, 08 novembre 2009

Giuseppe Barreca: Il poeta non ha un’identità, bensì è un’entità

 
 
Il libro del premio Nobel per la letteratura nel 1975, Saul Bellow (1915-2005), intitolato Il dono di Humboldt (1975), è un’opera che si presta a diverse interpretazioni: letterarie, filosofiche, forse sociologiche.
Leggendolo come una reale autobiografia di un personaggio che non esiste invece, possono sorgere nella mente alcune considerazioni che esulano dal contesto di un’opera che comunque consiglio a tutti di leggere.
Il protagonista del libro, o meglio, l’oggetto del racconto dell’io narrante (che è l’intellettuale Citrine), è il poeta Humboldt Fleischer. Si tratta di un amico di Citrine, anzi, del suo maestro, un poeta morto anni prima, dopo essersi minato l’animo e il fisico. Ecco, leggendo queste pagine è scattata in me l’idea, forse un po’ usurata, della solitudine dell’artista, che nel libro di Bellow è ampiamente tratteggiata. La solitudine riguarda sia Humboldt, sia chi narra, ossia Citrine (e forse anche Bellow, possiamo supporre).
È da poco passato il 59° anniversario del suicidio di Cesare Pavese. Edgar Allan Poe morì a quarant’anni nel 1849 fuori di sé. E poi molti artisti sono stati ubriaconi, tossici, suicidi e così via. Ma non è tanto questo il punto; m’interessa sfiorare la questione del ripresentarsi, oggi, nell’epoca contemporanea, della tecnologia, dell’informatica, del consumismo, del problema della funzione del poeta. Siamo nell’epoca dei festival di letteratura, dove anche i poeti hanno il loro spazio e i loro applausi. Può essere corretta l’idea di aprire le porte della poesia a un pubblico ampio, non esperto. Dall’altro lato, però, questa modalità di esposizione della poesia, rivolta a un pubblico vasto ed eterogeneo, reca con sé il rischio di una “volgarizzazione” eccessiva dei temi e delle tecniche. E mi domando: dove si può trovare oggi quel carattere della poesia che la individua come forma d’arte che sa indicare un “oltre” a chi legge, una sorta di opposizione alla realtà comune, che non è una fuga, bensì ricerca di quell’universale che già Aristotele indicava come il contenuto dell’opera poetica?
Si tratta di questioni che richiederebbero centinaia di pagine. E allora torniamo, anche qui sinteticamente, a domandarci qual è oggi la funzione della poesia. È la questione delle questioni, e dirò solo due parole rapide. Io credo che solo il porsi la questione della “funzione” di un poeta distrugga l’immagine del poeta stesso. La poesia non “serve”, non ha utilizzazioni pratiche, né finalità materiali. Questo non significa che la poesia abbandoni la realtà, tutt’altro; la famosa espressione “arte per l’arte” (la frase di T. Gauthier) non è un dogma, perché attraverso l’arte si può combattere, ci si può in ogni caso spendere per un’idea, ma l’arte in sé non serve a nulla. Questa è una prima convinzione che dovrebbe stare nelle nostre teste. Poi possiamo applaudire il poeta che recita in piazza, andando a casa colmi di quell’indefinibile soddisfazione che deriva dal profumo dell’arte. E per una volta mi viene voglia di citare il controverso Ezra Pound, allorché scrive: “L’arte non chiede mai a nessuno di fare nulla, di pensare nulla, di essere nulla. Esiste come esiste l’albero, si può ammirare, ci si può sedere alla sua ombra, si possono coglierne banane, si può tagliarne legna da ardere, si può fare assolutamente tutto quel che si vuole”.
Saul Bellow scrive nel suo libro: “I poeti sono amati, ma solo perché non sanno stare al mondo”, aggiungendo che è grazie a loro che il resto del mondo sopporta il cinismo a cui la vita lo costringe o a cui l’esistenza lo invita. Un poeta come Humboldt esiste perché deve portare su di sé lo “sporco” del mondo, la sozzura che le persone normali incontrano, producono o subiscono e che non sanno cancellare. Il poeta redime il mondo, soffrendo per le brutture degli altri. E cercando di lavarle via.
Allora il poeta non serve davvero a nulla, e lo dimostrano le pagine più pure delle poesie che amiamo. E poi: un poeta non sa operare un paziente, né guidare un aereo, progettare una casa o un ponte. Ma è un’entità che scrive e crea. E proprio qui c’è il riscatto del poeta, io direi, il nucleo centrale del libro di Bellow, almeno per come l’ho letto io. Bellow lo dice chiaramente. Egli afferma, infatti, che il poeta non deve avere un’identità. L’identità ci viene concessa dalla sfera sociale ed è un’etichetta che ci rende riconoscibili all’esterno, nei nostri rapporti sociali e umani. Siamo operai, impiegati, insegnanti, professionisti, ingegneri, attori, musicisti, disoccupati e così via. L’identità è un segno o un odore di riconoscimento. “Il tuo cane ti riconosce”, dice Bellow.
Invece, gli uomini di grande valore (e non sempre gli artisti lo sono) sono un’entità, non si devono quindi limitare ad avere un’identità. Il poeta non ha alcuna identità, intesa come etichetta sociale, come “maschera” da indossare sempre, perché egli sa guardare dall’alto quel “qualcosa”, magmatico e indefinito, che vive nel mondo. Egli dunque “È” un’entità, ovvero un uomo che non si perdona mai, che non è indulgente con se stesso, perché ha nella testa la sua grandezza e, come un ossesso, sa che deve raggiungerla, a volte sacrificare a lei la propria esistenza.
Chi ha semplicemente un’identità, e s’accontenta di essa, è più indulgente con se stesso; probabilmente vive meglio, con maggiore calma, almeno in superficie: si siede sul suo divano, si versa da bere, guarda la TV, magari legge i poeti. Chi è un’entità, invece, è uno schiavo dell’arte. “Un’entità è una potenza impersonale che può fare spavento”, afferma Bellow. Ecco, il poeta dovrebbe imparare a spaventare gli altri, a mettere in crisi, a pungere le anime atrofizzate. Un destino davvero ingrato, ma irrinunciabile.
      
                                                                            Giuseppe Barreca
 
sabato, 07 novembre 2009

Gianni Montieri: certi sguardi

caduta libera
 
 
 
 
 
 


Risparmi
 
Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-
 
(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)
 
se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista
 
dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi
 
(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).
 
 
L'ascesa
 
Precipito, rara acqua piovana
come foglia d'inizio autunno
prendo colore scivolando in basso
 
soprattutto non parlo
in questo volo radente
non pronuncio niente
 
è questo che ti sto spiegando
a ogni vuoto d'aria
stretta allo stomaco
ramo che spezzo col peso
racconto un pezzo di questa caduta.
La felicità è un abisso.
 
 
Parzialmente terreni
 
Ci siamo spartiti molto
dissolto in lontananza il resto
tenendo bene in mente come si pone
la scelta fra l'andarsene e il sognare
 
non abbiamo imparato a pregare
accontentandoci dei nostri passi
del suono certo del tacco sull'asfalto
restare in una stanza vuota
a noi non è concesso
cerchiamo conforto nel rumore
-nel suono grezzo-
 
coltiviamo speranze in curva
non avendo mestiere per i rettilinei
nessuna competenza
sui tratti autostradali.
 
 
Stagione di concerti
 
E’ un rarefarsi lento d’aria livida
un colpo battuto in terra di nessuno
questo sintomo di vento umido
che non scompone foglie
su noi non lascia traccia
 
non piove in segno di rispetto
in memoria di un’estate troppo breve
di nuotate in vasca corta
 
mentre è già stagione di concerti
di code ai botteghini
(l’ennesimo sold out)
 
stiamo in maniche di camicia
indecisi tra un da farsi fuori casa
e un auspicio d’ inverno.
 
 
Cedere al silenzio
 
La neve è una rinuncia
 
non entro nel merito del bianco
dell’ammantarsi lieve
degli occhi dietro i vetri
 
è cedere al silenzio
a un avanzare di luce
-ferite senza dolore-
 
la pioggia è indecisione
è non variare scarpe, traiettorie
un finto rincuorarsi
 
faccio a meno di qualcosa
-aspetto-
un balenìo di pace dopo il punto.
 
 
Milano, ore 19.30
 
C’è una luna gialla
altezza guglie
a illuminare le conversazioni
gli aperitivi a Piazza dei Mercanti
 
passi rapidi
verso le scale di Cordusio
o in direzione opposta
in coda per il cinema
 
un diniego negli occhi della donna
dice all’uomo che tornerà da solo
al tavolino fa di colpo freddo
-il conto, per favore- .
 
Permesso di soggiorno giornaliero
 
Gli occhi sono stipiti
socchiusi su vicoli ciechi
intarsi di strette periferiche
-fermate fuori mano-
 
i tram vengono da qui
 
dai condomini di Gratosoglio
da Quartoggiaro o più indietro
 
raccolgono pezzi di noi
da depositare in centro
poche ore d’aria
 
l’istante in cui si mischiano i corpi
sulle scale della metropolitana
quando nulla pare deciso
prima dei caffè, delle brioche
si fa finta di essere uguali.
 
 
Absolute Beginners
 
“Principianti” mi sembra buono, Raymond
sarebbe perfetto, a pensarci bene
perfino per un sabato così
i due ragazzi che ballano fra i mobili sul vialetto
poi lei con l’altro tizio
 
hai ragione, è sempre la vita
qui cade una pioggia per nulla leggera
un tratto scuro su colore che non rende
piuttosto invade, disturba
chiudo il libro, sto un attimo seduto
(questa ti piacerebbe)
poi mi alzo e metto su il caffè
 
certo questa storia dei tagli all’epoca
non devi averla digerita nemmeno un po’
loro ti dicono: “è il mio lavoro”
e invece è il tuo
 
tornando a noi, che dirti?
Certi giorni l’editor servirebbe a me
 quando non so risolvermi ad uscire
e nemmeno in giardino so quando potare.
(a Raymond Carver)
 
 
Accenni minori
 
Stiamo appesi ai fili delle nostre debolezze
avvolti nei cappotti fino a primavera
che non si può mai dire
piovesse casomai
 
rinunciamo per distacco
i crocevia tenuti a debita distanza
così speriamo che la vita ci rintracci
ci attraversi senza pena né dazio
le mani attente a non sporcarsi
tutto il resto a non amare .
 
 
Terra di nessuno
 
Ti telefono da una retroguardia
un metro al di là della linea di confine
mastico parole e piango
lacrime di frontiera. Straniere.

E’ il 31 maggio di un altro secolo
un mattino bianco e distante
privo di contatto
-non c’è campo-
piuttosto terra arsa

ci attende un lungo giugno
lampi d’estate di cui avremmo fatto a meno.
 
 
Restyling
 
Nuvole rapide
un silenzio fuori programma
mette voglia di discorsi vacui
 
qui di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro
 
(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)
 
anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”
 
Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-
 
stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?
 
 
Avanzi
 
Il gesto dell’apparecchiare possiede grazia
così come la mano che chiede alla rosa
di non sentir paura mentre l’altra pota
è un rituale, una funzione
non c’è spavento dentro l’abitudine
conoscere l’azione successiva induce calma
riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale
annusare il caffè prima di berlo lo certifica
 
la casa non sta nelle pareti colorate
sta nelle mani dove la testa appoggia
quando duole per la gravità del giorno
-per il troppo vento-
 
 
Effetti personali
 
L’armadio a poco a poco
dall’alto in basso
camicie jeans pullover
(mi darai una mano)
 
i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd
 
ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l’ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro là in cucina
 
i passi all’indietro per non voltarsi
come l’albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.
 
                              Gianni Montieri
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giovedì, 05 novembre 2009

A che serve studiare? (bis)

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Il problema dell'educazione non è diventato recentemente un problema politico, lo è sempre stato;
 
Se la scuola si limita a preparare alla vita vera e non è già da subito una forma di vita nel mondo, è destinata al fallimento.
(Jerome Bruner, da SWIF, ISSN 1126-4780)
 
Si discuteva tempo fa in merito al problema della motivazione allo studio (clicca qui)
 
Riprendo a riguardo una frase introduttiva di Roberto Carradore:
 
...si può osservare un crescente disinteresse [degli studenti] per la formazione scolastica, la quale più degli anni passati viene sentita come una costrizione, una pesante parentesi di tempo sottratta allo svago e al divertimento. Svago e divertimento sono i più veri impegni sociali delle nuove generazioni, basta soffermare uno sguardo lucido e disincantato sulle trasformazioni nell'intero assetto economico.
 
Vorrei tornare sull’argomento proponendo un testo chiarificatore di Marco Lodoli, tratto dalla "Dispensa di sociologia politica" di Vaclav Belohradsky, reperibile in rete anche su la Repubblica del 21/11/2007.
 
Lodoli esordisce con: “a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore”.
E riporta l'intervento di uno studente in una discussione in cui si parlava “di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi”:
 
«Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita.
 
Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo.
 
Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto?
E' semplice. Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo.
Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli.
 
Ecco dov'è l'ipocrisia.
 
Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere.
La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare.
Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene.
 
Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita.
 
Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga: se il desiderio si blocca, si blocca tutto.
 
E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili.
 
Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani; che genera un arraffa - arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio e nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca.
 
Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca.
 
Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su cui viaggiamo, e questo non può accadere».
 
*****
 
"Tutto ciò che sai è falso" titolava nel 2003 un saggio di Nuovi Mondi Media nel quale si raccontavano alcune delle manipolazioni operate dai mass-media. Il giovane studente del racconto ha percepito la sostanziale falsità della narrazione del mondo ricevuta dentro e fuori l’ambiente scolastico.
Forse si potrebbe partire da qui per motivare gli studenti: facendo percepire loro la sostanziale vacuità dell’ideale di vita proposto dai mass-media in modo tale da causare una sorta di “trauma”, una ferita che abbia bisogno di cure.
La consapevolezza che il mondo impostoci dalle convenzioni sociali sia di fatto una trama di libertà irrilevanti - preferisci la Pepsi o la Coca? Tifi Roma oppure Lazio? Voti a destra o a sinistra? ... - regolamentato da pochi comandamenti o imperativi categorici del non-senso quali “Cresci, Consuma, Crepa”, già è stata acquisita da molti, tuttavia sarebbe utile perorare l'idea che senza una metodologia di studio della realtà, un'epistemologia o una gnoseologia, si resta sempre schiavi delle favole del potere.
Certamente sarebbe poi necessario discutere e mettersi d’accordo su cosa sia reale e cosa fittizio, si potrebbe partire da Parmenide e dall'ontologia, in ogni caso senza una conoscenza delle “armi” o strumenti della logica la verità serve a poco: verità e dimostrazione spesso viaggiano insieme, direbbe Tarski.
 
Inoltre, aggiungerei per concludere questa mia breve riflessione, la logica astratta non serve a niente, bisogna saperla applicare. Non si può parlare di logica se prima non s’impara ad estrarre significati da sistemi concettuali sconosciuti, trovare un senso in ciò che potrebbe apparire come una sequenza casuale di simboli. In questo il migliore esercizio è lo studio e la traduzione delle lingue morte. Forse greco e latino sono troppo recenti, l'antico egizio della stele di Rosetta o le tavolette di Ur sarebbero ottimo materiale scolastico …
Sulle lingue moderne, come su tutte le materie aventi utilità pratica immediata, non perderei eccessivamente tempo, ma mi limiterei a fornire le basi indispensabili per un personale approfondimento (d’altra parte chi ha appreso procedimenti più complessi è in grado di autogestirsi).
Ecco cosa personalmente tenterei di spiegare ai giovani demotivati, contraddicendo la parte finale dell’intervento dello studente che afferma “oggi la cultura è inutile”.
Ritengo infatti che la cultura non solo sia utile, ma anche l’unica vera arma contro le mistificazioni del potere. Ed è bene che sia un’arma affilata e capace di andare in profondità. Anche perché il modello di sviluppo che sembrava inarrestabile, il delirio capitalista -liberista- consumista, comincia a fare cilecca.
 
Un’ultima nota: attenzione! quando si capisce la falsità dei sistemi concettuali in cui viviamo immersi, la tentazione di distruggere tutto è molto forte, tuttavia non è detto che la strada più breve per dare un senso alla propria vita sia la migliore. 
                                                                                     KayserSose
 
mercoledì, 04 novembre 2009

Per una filosofia italiana della musica jazz (parte prima)

BREVE_STORIA_DELLA_MUSICA_JAZZ_copertina

Sul numero di ottobre del mensile «Musica Jazz» Gian Maria Maletto, per la rubrica ‘Carta stampata’, riporta la sintesi di quanto un noto filosofo italiano, Armando Massarenti riferisce su mezza pagina del domenicale supplemento di cultura de «Il Sole 24 Ore»del 5 luglio 2009 su un argomento quasi rimosso dal panorama culturale nostrano: il rapporto tra jazz e filosofia. Massarenti ricorda che il trombonista free George Lewis, laureatosi in filosofia ma poi datosi totalmente al jazz d’avanguardia, resta comunque fedele alla matrice originaria dei giovanili interessi; e non stupisce quindi che proprio Lewis, al contempo solista, compositore, sperimentatore, didatta, scrittore, attragga come tale l'attenzione dei pensatori più aperti, a partire dall'americano Arnold Davidson, al lavoro del quale si deve l’incontro di Lewis con Masserenti, l’estate scorsa, presso la Columbia University (New York) , dove dirige il dipartimento di studi jazzistici.
E con l'abituale capacità di interpretare la filosofia attraverso le cose comuni (o viceversa), Massarenti sa individuare il centro focale di una complessa personalità artistica, quando ad esempio afferma che è «() l'improvvisazione come modello, o metafora, o, più precisamente, meccanismo interattivo che, al di là della stessa musica, finisce per dirci qualcosa di importante sulla natura umana e sui modi in cui definiamo le nostre identità individuali e collettive. A ben vedere la nostra vita è fatta di continue improvvisazioni, come agenti morali, ma anche come semplici attori di una conversazione. La qualità di queste nostre pratiche, e della nostra stessa vita, dipende proprio dalla ricchezza delle nostre esperienze precedenti, che si trasformano continuamente in qualche cosa di nuovo grazie all'interazione responsabile con altre intelligenze».
Su quest’idea sembra idealmente proseguire lo stesso Lewis nel momento in cui dice che «(…) di solito si pensa all'improvvisazione come a una pratica eccezionale prodotta da persone circondate da un'aura mistica. Nel computer non c'è niente di mistico, e ciò può infastidire. Lo si programma, e questo appare poco artistico. Ma è solo l'inizio. II bello è vedere come interagisce con gli altri strumentisti, mettendo in moto meccanismi inaspettati di accrescimento della conoscenza attraverso l'esperienza. lo posso interagire con lui, e anche tu puoi farlo, e le risposte saranno diverse, manon arbitrarie. È stato proprio il lavoro con i programmi per computer svolto negli ultimi trent'anni a farmi riflettere in maniera profonda sull'improvvisazione. Proprio la tecnologia mi ha permesso di capirne la natura».
Questo è solo un piccolo assaggio di un dibattito che dovrebbe allagarsi a macchia d’olio per meglio far luce su un tema assai poco discusso in Italia, come del resto nel resto del mondo, salvo rare eccezioni. Il problema è più generale perché di fatto oggi non esiste una vera e propria disciplina chiamata ‘filosofia della musica’, ma soltanto una serie di riflessioni operate soprattutto dai filosofi (e di rado dai musicisti); sono riflessioni che peraltro già sussistono fin dall’epoca di Platone, ma che a partire dal Novecento riguardano più direttamente il campo dell’estetica e anche quello della sociologia. E proprio da un sociologo, che però fin dai suoi esordi come intellettuale si occupa molto anche di arte (e persino di musica quale compositore) arrivano nel corso del XX secolo i saggi più importanti e controversi: il tedesco Theodor W. Adorno richiama attorno alle proprie teorie l’intera realtà della musica dotta contemporanea, grosso modo tra gli anni Trenta e Ottanta, quasi senza contraddittorio.
E l’influenza di Adorno si fa sentire anche sul jazz, benché dedichi all’argomento solo poche pagine, nel libro Sociologia della musica (e su qualche altro articolo), con giudizi estremamente negativi, frutto di scarse conoscenze, basate perlopiù sull’ascolto dell’orchestra commerciale di Guy Lombardo di ascendenza swing. Eppure per decenni la critica jazz (ancora di recente con il libro di Christain Béthune, Adorno et le jazz, purtroppo non tradotto in italiano ) si arrovella per tentare di capire se Adorno abbia o meno ragione.
Tuttavia è proprio la sociologia a venire in aiuto al jazz e a nobilitarlo come musica importante, originale, autorevole soprattutto per la comunità afroamericana: tre libri apparsi tra gli anni Sessanta e Settanta, in un periodo in cui al jazz viene unanimamente riconosciuta la paternità di forma d’arte, mentre lo stesso jazz con il free si trasforma in credo avanguardista, aprono nuovi orizzonti ermeneutici: lo storico marxista inglese Eric Hobsbawm con The Jazz Scene (1961), il poeta e antropologo nero-americano Leroi Jones con The Blues People (1963) e i critici francesi, vicini allo strutturalismo, Philipe Carles e Jean-Louis Comoli con Free Jazz Black Power (1971), vengono prontamente tradotti in Italia, prestandosi a vivaci polemiche, sulle colonne della rivista «Musica Jazz», dalle lettere al Direttore agli articoli di Alberto Ropdriguez, Angelo Leonardi, Arrigo Polillo; lungo due interi decenni insomma, in Italia, tra critici, jazzisti, musicofili, fans del rock e del pop (quasi nulla invece tra accademici, filosofi compresi) infuria il dibattito sulla liceità del free di chiamarsi o ritenersi ancora jazz o addirittura musica. I tre libri di Hobsbawm, Jones, Carles/Comolli di fatto risultano altrettante storie sociologiche della musica dei neri, in cui si difende (o si esalta) appunto la negritudine del fare jazzistico, il ruolo primario dell’improvvisazione sonora, fra citazioni colte e interdisciplinari, sino allora poco frequenti in una critica jazz spesso autodidatta e anche poco musicologica, per non dire priva di erudizione, di fondamenti tecnici, di agganci profondi ad altre discipline artistiche.
È invece un italiano, Giampiero Cane con Canto nero (1973) a proporre un metodo filosofico per analizzare il jazz: primo docente universitario di storia del jazz, in una cattedra del Dams di Bologna chiamata Civiltà Musicale Afroamericana, Cane nel libro analizza soprattutto il free degli anni Sessanta, tra riferimenti a Hegel e Marcuse, per giungere a un’analisi politica del gesto sonoro: la sua posizione rimane però isolata in un contesto artistico-culturale che non lo aiuta e non lo capisce, ma che più avanti, negli anni farà tesoro di idee, proposte, invettive, ragionamenti sempre in controtendenza: senza Cane oggi forse non esisterebbero grandi jazzologi come Marcello Piras, Stefano Zenni, Maurizio Franco, Vincenzo Caporaletti, Enrico Merlin, Gianfranco Salvatore, Claudio Sessa, che in Italia, sia pur in maniere anche molto diverse tra loro, dalla fine del secolo scorso, rinnovano per così dire la filosofia della critica jazz, facendo piazza pulita dell’aneddotica, del moralismo, dell’intuizione lirica, del lavoro storico disgiunto dall’approfondimento musicologico, per tentare di portare a galla, nello studio del jazz, proprio il contributo della musicologia, in particolare nell’analisi dei dischi dei singoli musicisti.
Difficile, invece, sintetizzare la filosofia di Giampiero Cane, la cui opera successiva, resta in Italia forse il maggior contributo all’analisi del jazz in chiave di filosofia politica; di recente, però, Giorgio Rimondi, altro jazzologo interessato a scoprire il jazz sotto inedite prospettive culturali, soprattutto attraverso i rapporti con la letteratura (poesia e narrativa) nel suo ultimo volume, Il suono in figure. Pensare con la musica, una bella raccolta di saggi, più che un lavoro sistematico, in un lunga intervista allo stesso Cane fa capire riferimenti e weltanschauung: “Io sono sempre - dice Cane -  per mettere in relazione le cose con l’altro da quel che esse sono, perché solo così diventano interessanti. L’aspetto che privilegiavo del jazz di quegli anni, e forse ho continuato a farlo, è quello della sua relazione col mondo politico, con l’esistenza dei neri americani e col fatto che essi hanno una certa identità politica. Che capita loro addosso, certo, senza nemmeno che se la cerchino, insieme al colore della pelle. Ciò fa sì che quella musica sia da leggere dentro queste coordinate”.
Cane insiste in particolare sull’importanza di quell’epoca, del free anni Sessanta: “Il free jazz ha liberato i neri dal dover fare il jazz, i bianchi si sono sentiti liberati dal dover imitare i neri, quindi si è sciolta quella che era la banale ‘visione’ del jazz: armonia europea più melodia statunitense più ritmo africano. A quel punto tutte le strade erano possibili. O almeno sembrano esserlo”.
E si arriva, alla fine, al tema già individuato poche righe più sopra sia dal filosofo Armando Massarenti sia dal jazzman George Lewis: l’improvvisazione. Cane rammenta che “alcuni musicisti hanno improvvisato, a causa di categorie che attraversano il mio pensiero e forse non necessariamente il mondo della musica. Il punto è un altro. Per me l’improvvisazione è un paradosso del pensiero. È una difficoltà del pensiero che va affrontata per quello che è (…) la parola ‘improvvisazione’ non significa in alcun modo una qualità, che però viene venduta come una qualità”. In fondo sia Massarenti sulla vita sia Lewis a proposito del rapporto musica/computer non fanno che ribadire lo stesso concetto, anche se il problema della filosofia del jazz resta proprio l’inafferrabile significato dell’improvvisazione medesima.
 
 
                                                                                     Guido Michelone
lunedì, 02 novembre 2009

Pasquale Esposito: ... con le sole parole

macina1[1]
 
Pietra di macina
Pietra di macina l’idea del futuro
i miei anni come chicchi di grano
sgranellati, isolati, dispersi, indifesi
in polvere riuniti, raccolti, confusi.
Il mio pane per te, figlio,
briciole sole di vita sulla tua via.
Segui la scia, ritrova la spiga.
Canta l’amore che ti ha sfamato
cerca la gioia, arriva al mulino.
Guarda la pietra e ricorda le mani
strette, offerte, protese, a difesa.
Lingua degli uomini da tutti compresa.
Guarda la pietra, osserva il tuo volto.
 
Impazzirò
E’ tutta qui con me
quella sensazione di inutile vita.
Le parole sono disperse
nel soffio di vento del tuo saluto.
Se proprio devo
vivrò con la consapevolezza del bisogno.
La mancanza sola
mi servirà come svago alla perdizione.
Vorrei sentirti cantare.
Impazzirò senza dirlo a nessuno.
 
Da ignoto
Verrò da sconosciuto
con le sole parole
senza la luce del nome
e senza notizie sul come.
Verrò e ti sarò ignoto.
Una nuova presenza
cosciente dei segni
vestito di tutti gli accenni.
Avrò il tuo io
accumulato negli anni
eppure in mistero celato.
Verrò per osare
ciò che a me non è dato.
Vicenda senza una storia.
Sarò essenza novella
che inizia da qui
barlume del mito
cercherai ciò che ero
temendo di avermi tradito.
 
Tutto è già dato
Arpeggia la luce la sua carezza
svelando ogni dolce segreto del corpo
e rimarcando l’ordita bellezza.
Indugia lenta sui vuoti e sui pieni
creando i colori del mio desiderio
iniettando i suoi voluttuosi veleni.
Solo il tuo sguardo condivide
ogni mio recesso pensiero
attraversa lo spazio tessuto
che accompagna e divide.
Tutto si compie anzitempo
sottraendo all’atto
la ricchezza dell’attesa
svilendo la pienezza del tatto.
Nulla può essere ancora rubato.
 
Puparo d’amore
Danza per me.
Nel movimento io esisto.
I fili il corso delle mie ore.
Son puparo d’amore
e disegno le scene.
Tela nuda, resto,
senza le tue pene
ad ogni solo gesto.
Ravviva il canto
e tieni voce
a fugar silenzi.
Essi, per me,
solo morte atroce.
Vivi e balla
son tue le movenze
solo tua la presenza.
Danza con me.
Reggimi i fili
della vuota coscienza,
nel tuo movimento
la mia triste esistenza.
 
Specchio
Conosci di me
quel che non vedo,
serbi fedele
fuori dal tempo
ciò che non chiedo,
solo attenzione.
Sei limite e fine
di ogni umano sapere
mare oscuro
nel quale sprofondo
senza ritorno
senza potere.
Ogni mio verbo
scandisci silente,
crei dal nulla
la vita del niente,
sei falso
eppure più vero
del mio solo presente.
 
La mancanza
Drappeggia i suo teli, la notte.
Indossa i monili e invita a danzare.
Ricordo gli amori e di essi,
negli anni,
solo gli odori.
Di fiori del primo, sbagliato.
Di mare, mai più scordato.
Di lino pulito, tanto cercato.
Unico, rimane,
finchè dura la danza,
quello che non so definire.
Mi lascia un essenza
della quale conosco
la sola mancanza.
 
La beltà
Tanto sparge intorno
la beltà
il suo colore
che rimane al cuore
solo
l’affidarsi unicamente
al suo tremore.
 
Una parola
Quando il tempo
avrà trascritto
le sue storie
sul mio viso
e le stagioni
lasceranno
sempre il bianco,
allora mia diletta
mi verrai in sogno
e ricorderò chi ero.
Come un museo
serberò le parole,
quelle dell’amore
e quelle del dolore
e tutte a me
saranno vecchie.
Una sola,
come ora,
mi sarà amica
eppure ignota,
proprio quella
che a me diede amore
ed a te un compagno.
La speranza.
 
Tutte le passioni del mondo
A chi ho detto di me ?
Chi sa dei miei desideri ?   
Non mi basta il mio corpo
e l’attenzione degli uomini.
Non mi basta pensare,
vorrei poter raccontare
e toccare tutti i colori
del mio cielo.
Vorrei accrescere
le mie mani
per sentire
tutte le passioni del mondo.
 
Solo quella
Ho frugato fra tutte
le mie parole
cercando proprio quella
che vorresti sentire.
Ho confrontato
e scartato,
recuperato, ricordato.
Ho rubato tra quelle
trovate da altri,
scolpite nei libri.
Ho inventato
suoni nuovi e diversi.
Sono rimasto, poi,
esausto a guardarti
e all’improvviso
m’è tornata alla mente
la parola amore.
Solo quella.
 
Vieni amico
Vieni amico
a portare il tuo cuore.
Lo uniremo al mio
per sfamare il silenzio.
 
Non voltare lo sguardo

Scambierei il mio corpo

con i tuoi pensieri, 

le mie mani

con i tuoi desideri.

Vorrei essere ovunque

per non farti voltare lo sguardo.*

 

*da Come pagina bianca - Aletti Editore

 
                                                                                             Pasquale Esposito
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domenica, 01 novembre 2009

... piĂą di una qualsiasi filosofia



La verità è sempre quella,

la cattiveria degli uomini

che ti abbassa

e ti costruisce un santuario di odio

dietro la porta socchiusa.

Ma l'amore della povera gente

brilla più di una qualsiasi filosofia.

Un povero ti dà tutto

e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.

Alda Merini

da "Terra d'amore"

sabato, 31 ottobre 2009

Ivan Crico: Il cielo per sempre - Note su Mario Benedetti

valle Natisone[1]
   Di sfuggita come tante altre volte - l’occhio a cercare freneticamente intorno un posto dove parcheggiare - tornai a intravedere la targa sulla casa di Michelstaedter mentre l’ombra della Chiesa di Sant’Ignazio, delle sue due verdi guglie laterali, si stendeva su Piazza Vittoria. Ero in ritardo. Sopra le case, in alto, il Castello di Gorizia avvolto nel crepuscolo afoso, torbido di luglio. Presso alcune mercerie ( negozi che qui, durante i giorni feriali, sono presi d’assalto da gruppi d’acquirenti frettolosi che arrivano d’oltre confine ) trovai un posteggio. 
   Poche decine di metri mi dividevano dalla libreria di Giovanni come ugualmente vicina, svoltato l’angolo, si trovava la casa dov’era nato e vissuto Graziadio Isaia Ascoli. Insigne studioso, in una città di frontiera dell’altro secolo in cui gran parte della popolazione parlava ancora il friulano, come il tedesco o lo sloveno, da questo estremo, silenzioso angolo del nostro paese riuscì a rivoluzionare gli studi di linguistica: nell’Italia, un’Italia appena unificata difatti, al Manzoni che vedeva nel fiorentino colto la lingua da seguire, L’Ascoli ribatteva che anche il fiorentino in fondo non era che un dialetto e che la sua considerazione avrebbe portato a non tener conto della storia linguistica italiana precedente. Contro l’astrazione di un italiano parlato da una cerchia ristretta di persone Ascoli difese, in questo modo, la realtà dialettale. E, attraverso questo, una visione estremamente moderna della lingua intesa come una realtà mobile, aperta, impura: ma che in questo aprirsi ad altre influenze denuncia la sua vitalità, la sua capacità di incarnare la varietà e le continue trasformazioni del reale.
   Combattivo nel difendere le sue idee, studioso instancabile, fondatore dell’Archivio Glottologico Italiano e Senatore del regno, era inoltre, tra i moltissimi altri, in stretto contatto con poeti come il Carducci e Pascoli.
   Non sembrava così strano, allora, ritrovarsi in quella piccola libreria, inconsapevolmente a novant’anni esatti dalla sua morte, a parlare della nuova poesia evocando le “Odi barbare”, molta dimenticata poesia di fine secolo, quasi per cercare, ripartendo da lontano, da una posizione eccentrica, strade poco battute per proiettarsi, con maggior forza, in avanti.
   Incalzato da Gian Mario Villalta, Mario Benedetti, durante l’incontro, sembrava sottrarsi alle domande lanciando quasi casualmente, come fossero delle boutade, altri interrogativi, quasi che più della risposta importi quanto una domanda sia capace di creare nuove, ancora impensate domande. Aggiungere altri possibili punti di osservazione rispetto al problema.
   Nel giorno già al termine fuori, uscendo nel buio, senza aver trovato una risposta ai propri interrogativi, ci si ritrovava in qualche modo cambiati; c’era stato come un balzo in avanti nel nostro pensiero, lungo il cammino si erano aggiunti nuovi sentieri, ponti per proseguire oltre. Gorizia, i suoi lunghi marciapiedi di pietra, lucidi sotto la luce dei lampioni, poche automobili, bar chiusi sempre troppo presto, si spalancava davanti, prolungata anch’essa, senza fine, nella notte. 
venerdì, 30 ottobre 2009

Andrea Pomella: Qualcuno mi dia la sua parola

Purification-Room[1]

La parola per un poeta è la casa, l’appartamento spirituale in cui conserva le cose che gli appartengono, quelle più intime e quelle, per così dire, pubbliche, come è pubblico ciò che indossiamo ogni giorno andando a lavoro, o le riviste che prestiamo o gli accessori di cui ci serviamo quotidianamente, orologio, chiavi della macchina, occhiali da sole, sigarette, portafogli, taccuino, eccetera. Nella parola i poeti conservano il loro mondo fatto di circolari e di lettere a Dio, di sussulti sfuggiti nel cuore della notte, di tazze di caffè offerte a personaggi inesistenti, compagni di lunghi pomeriggi di fantasia. Quante volte un poeta cambia casa nel corso della sua vita? Cinque, dieci, cento volte; come più o meno accade a tutti gli uomini. Quante che siano, quel poeta saprà in ogni momento dove si trova il suo luogo familiare per antonomasia, la sua patria sospesa in punta di labbra, la lingua madre con la quale da sempre chiama per nome tutte le cose. La parola è l’elemento base della comunicazione, sia essa verbale o non verbale, è la radice da cui nasciamo in quanto uomini e che ci distingue nel mondo dalle altre specie, per dirla con Neruda “la parola è un’ala del silenzio”. Mi sto accanendo con queste riflessioni intorno alla parola dal momento che mi sono imbattuto in questi versi di Rose Ausländer, versi che definiscono, appunto, la parola come un luogo abitabile, la sacca che ci portiamo dietro nel nostro infinito vagare e nella quale riponiamo a nostra volta le cose che abitano in noi. E così mi sforzo di cercare la sacca che mi appartiene, la parola che contenga il cuore di tutto ciò che mi rappresenta al mondo, e subito mi rendo conto che è impresa titanica e fatalmente vana, che l’ubicazione di questo codice che racchiude il mio universo è in qualche parte in un vasto oceano di sabbia. Come fare allora? A volte, quando mi intrufolo in quello sprazzo d’azzurro che definisce i confini della narrazione, mi sembra di poter circoscrivere il campo e avere la parola-madre a portata di mano, mi sento allora come un inquilino ridotto allo stato di prigionia che conosce dal didentro le pareti della stanza che lo ospita, ma ignora completamente l’aspetto esteriore dell’edificio, il colore del cielo che lo sovrasta, il paesaggio in cui è confinato. Tuttavia è solo la sensazione di un momento. Subito, appena esco da lì per rilasciare la chiave sotto la tela cerata del mio posto nel mondo, ecco che la parola abitabile torna ad essere un’utopia, il sogno invisibile di un uomo che si sente come una lumaca turbata dalla propria nudità. Faccio allora mia l’invocazione della Ausländer e chiedo a chi ha la compiacenza di passare di qua, fra queste righe che mi ospitano, di prestarmi una parola, una qualsiasi, purché sia comoda, non dico accogliente, quel tanto che basta a ripararmi dai rigori dell’inverno e che mi faccia pensare ancora di poter trovare la verità anche dove non c’è mai stata. È un favore che saprei come contraccambiare. Ve lo assicuro.

                                                                                                                     
 
Rose Ausländer,  ABITABILE
 
Sono partita
per imparare la vita
 
Spogliata della mia casa
abito nella parola
 
Essa è attaccata alle cose
che abitano in me
 
Qualcuno
mi dà la sua parola
 
Se è abitabile
l’accolgo
la mantengo
salda

Chi sono

Utente: AntoNatGiu


Nome: Casual Mente Filo SofiAmo .....*diversamente mis/credenti*


Amministratori:

Antonella Foderaro

***

Collaborano:

Donatella Quattrone
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Pasquale Esposito

***

Partecipano:

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